<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0"><channel><title><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></title><description><![CDATA[Capire l'attualità con i numeri, gli studi e i dati. I fatti prima delle opinioni.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it</link><image><url>https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!lbv0!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F240148b9-726e-47ef-a28f-e491b02deac2_856x856.png</url><title>Lorenzo Ruffino</title><link>https://www.lorenzoruffino.it</link></image><generator>Substack</generator><lastBuildDate>Tue, 04 Aug 2026 21:02:14 GMT</lastBuildDate><atom:link href="https://www.lorenzoruffino.it/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><copyright><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></copyright><language><![CDATA[it]]></language><webMaster><![CDATA[lorenzoruffino@substack.com]]></webMaster><itunes:owner><itunes:email><![CDATA[lorenzoruffino@substack.com]]></itunes:email><itunes:name><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></itunes:name></itunes:owner><itunes:author><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></itunes:author><googleplay:owner><![CDATA[lorenzoruffino@substack.com]]></googleplay:owner><googleplay:email><![CDATA[lorenzoruffino@substack.com]]></googleplay:email><googleplay:author><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></googleplay:author><itunes:block><![CDATA[Yes]]></itunes:block><item><title><![CDATA[Perché conviene liberalizzare le professioni]]></title><description><![CDATA[In Italia un occupato su quattro lavora in una professione regolamentata. L&#8217;abilitazione alza i redditi di chi la ottiene, ma i benefici per i clienti restano difficili da misurare.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/perche-litalia-dovrebbe-liberalizzare</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/perche-litalia-dovrebbe-liberalizzare</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Mon, 03 Aug 2026 08:02:15 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!kU_1!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F42493aa0-82a0-4180-83cc-50c36bf6b1de_1760x2200.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Uno <a href="https://doi.org/10.21034/sr.685">studio</a> pubblicato a luglio 2026 dalla Federal Reserve di Minneapolis ha misurato per la prima volta in modo comparabile, in 44 paesi, quanti lavoratori hanno bisogno di un permesso pubblico per esercitare il proprio mestiere. In media &#232; circa uno su quattro, con una forbice che va dal 14 per cento della Danimarca a oltre il 40 per cento di India e Sudafrica: la Francia si ferma al 16 per cento, l&#8217;Italia al 19, gli Stati Uniti al 28 e la Germania al 33.</p><p>La licenza professionale, in inglese <em>occupational licensing</em>, &#232; l&#8217;obbligo di legge per cui certe attivit&#224; possono essere svolte solo da chi ha ottenuto un&#8217;abilitazione pubblica, di norma con un titolo di studio dedicato, un esame di Stato, un tirocinio e l&#8217;iscrizione a un albo. Non &#232; la certificazione volontaria, che attesta una competenza ma lascia il mercato aperto a tutti: dove c&#8217;&#232; una licenza, esercitare senza &#232; illecito. In Italia rientrano nella categoria le professioni ordinistiche, da medici e avvocati fino a notai e commercialisti, e decine di mestieri regolati da patentini e registri.</p><p>Un lavoratore su quattro, nel mondo, lavora dietro un permesso pubblico, eppure delle licenze si discute poco. I governi le giustificano con la protezione di clienti e pazienti; la ricerca economica le studia da decenni come barriere all&#8217;entrata. Nei paesi che le hanno allentate si pu&#242; vedere chi ha ragione.</p><h2>Il permesso di lavorare</h2><p>Il modo standard di contare i lavoratori con licenza viene da uno <a href="https://www.nber.org/papers/w14979">studio</a> del 2013 di Morris Kleiner e Alan Krueger, gli economisti che hanno aperto il campo, e si basa su una doppia domanda: serve una licenza pubblica per il tuo lavoro? E una persona senza quella licenza potrebbe farlo legalmente? Conta come abilitato in senso stretto solo chi risponde s&#236; alla prima e no alla seconda, perch&#233; la sua attivit&#224; &#232; riservata per legge. Negli Stati Uniti si trova in questa condizione circa un lavoratore su quattro, mentre negli anni Cinquanta era uno su venti.</p><p>L&#8217;espansione americana &#232; speculare al declino dei sindacati: la quota di iscritti al sindacato scendeva da oltre il 30 per cento a poco pi&#249; del 10, quella degli abilitati saliva verso il 25; le due curve si sono incrociate a met&#224; degli anni Ottanta. La somiglianza ha una spiegazione: licenza e sindacato sono, economicamente, due strade per lo stesso obiettivo, cio&#232; salari pi&#249; alti e protezione dalla concorrenza, tanto che il vantaggio economico di chi ha la licenza &#232; paragonabile a quello di chi &#232; iscritto a un sindacato. Con il declino della contrattazione collettiva molte categorie hanno cambiato strada: invece di negoziare aumenti con i datori di lavoro, hanno chiesto ai parlamenti statali di riservare il mestiere a chi ha il patentino.</p><p>Una <a href="https://www.nber.org/papers/w33580">ricostruzione</a> storica di oltre 250 occupazioni tra il 1870 e il 2020 conferma che a spingere la crescita sono state le leggi: senza le norme approvate dopo il 1950 la copertura americana sarebbe salita appena al 12 per cento, la met&#224; di quella effettiva. Il ruolo delle categorie si vede nei tempi: quando in uno Stato nasce l&#8217;associazione di un mestiere, la probabilit&#224; che quel mestiere venga regolato entro cinque anni sale di 20 punti percentuali. Una volta introdotte, le regole restano: in centocinquant&#8217;anni meno del 5 per cento &#232; stato abrogato.</p><p>I paesi che fanno pi&#249; uso di licenze hanno in media un PIL pro capite pi&#249; basso e una maggiore economia informale, con una qualit&#224; della regolazione peggiore, secondo lo stesso studio della Fed di Minneapolis. Gli autori avvertono che si tratta di correlazioni descrittive, senza una direzione causale accertata, ma la mappa smentisce l&#8217;idea che il permesso di lavorare sia un tratto tipico delle economie avanzate.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!kU_1!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F42493aa0-82a0-4180-83cc-50c36bf6b1de_1760x2200.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!kU_1!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F42493aa0-82a0-4180-83cc-50c36bf6b1de_1760x2200.png 424w, 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class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" 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In gergo americano <em>lemon</em>, &#232; l&#8217;auto che si rivela difettosa dopo l&#8217;acquisto: solo il venditore sa se la macchina &#232; un affare o una fregatura, quindi il compratore, che non pu&#242; distinguere, offre al massimo un prezzo da qualit&#224; media. A quel prezzo chi ha un&#8217;auto buona rinuncia a vendere, sul mercato restano le fregature e la qualit&#224; media scende ancora. Il ragionamento vale per tutti i servizi la cui qualit&#224; si scopre solo dopo, come una diagnosi o una difesa in tribunale: una soglia minima di competenza fissata per legge dovrebbe spezzare la spirale; fu lo stesso Akerlof, del resto, a elencare le licenze di medici e avvocati tra i possibili rimedi. Nelle attivit&#224; in cui un errore ricade su terzi, dalla sala operatoria al cantiere, si aggiunge poi un argomento di sicurezza.</p><p>Il rovescio della medaglia sta in chi amministra la soglia: negli Stati Uniti lo fanno circa 2 mila board statali e nell&#8217;85 per cento dei casi la legge impone che la maggioranza dei seggi vada a membri della professione regolata, cos&#236; che a decidere chi pu&#242; entrare sono i concorrenti di chi chiede di entrare. Rebecca Haw Allensworth, giurista della Vanderbilt University, ha passato anni ad assistere alle riunioni di questi organismi e le ha raccontate in un <a href="https://www.hup.harvard.edu/books/9780674298729">libro</a> uscito nel 2025, <em>The Licensing Racket</em>.</p><p>Il dato pi&#249; eloquente del libro riguarda la disciplina: il board del Tennessee che vigila sugli installatori di allarmi &#232; dieci volte pi&#249; propenso a procedere contro chi lavora senza licenza che contro chi lavora male; un doppio standard simile, con intensit&#224; minori, torna in professione dopo professione. Verso gli iscritti prevale invece l&#8217;indulgenza, anche nei casi estremi: un neurochirurgo di Dallas soprannominato Dr. Death mutil&#242; o uccise 33 dei 37 pazienti che oper&#242; alla colonna vertebrale e a fermarlo fu un processo penale, dopo anni in cui il suo board aveva lasciato correre; in Tennessee un medico con quattro procedimenti disciplinari alle spalle e un arresto per spaccio di oppioidi fu riabilitato dal board nel 2019. I requisiti d&#8217;ingresso intanto si muovono in una direzione sola: le ore di formazione richieste ai consulenti per le dipendenze sono quadruplicate nel tempo, da 1.500 a 6 mila, mentre i casi di requisiti alleggeriti restano eccezioni.</p><h2>Salari pi&#249; alti, meno concorrenti</h2><p>L&#8217;effetto pi&#249; solido nelle ricerche &#232; quello sui salari: in Europa chi lavora in una professione con abilitazione obbligatoria guadagna in media il 4 per cento in pi&#249; di un collega comparabile che non ne ha bisogno, secondo l&#8217;<a href="http://sites.carloalberto.org/pagliero/Koumenta%20and%20Pagliero%202018%20working%20paper.pdf">analisi</a> di riferimento sui dati europei, che attribuisce a rendita pura da barriera solo un terzo del vantaggio e il resto a formazione e selezione. Negli Stati Uniti il premio sale: almeno l&#8217;11 per cento, fino al 14 nella stima pi&#249; citata. Le differenze dipendono da definizioni e controlli statistici, ma il segno resta positivo in quasi ogni caso.</p><p>La stima pi&#249; pulita viene da un <a href="https://doi.org/10.1016/j.irle.2017.04.005">esperimento naturale</a>: nel 1983 il Colorado abol&#236; la licenza per il settore funerario, unico Stato americano a farlo. Confrontando i salari del settore in Colorado e nel resto del paese, prima e dopo la riforma, due economisti hanno stimato un premio dell&#8217;11-12 per cento e un calo dei prezzi dei servizi funebri di quasi il 15 per cento in pi&#249; che altrove, senza segnali di peggioramento della qualit&#224;. Il valore quasi coincide con quello delle analisi descrittive, un indizio che quelle stime colgono un effetto reale.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!FHIZ!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd1c85302-94aa-4f89-aa51-414203fa5798_1760x1430.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!FHIZ!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd1c85302-94aa-4f89-aa51-414203fa5798_1760x1430.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!FHIZ!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd1c85302-94aa-4f89-aa51-414203fa5798_1760x1430.png 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>Un <a href="https://www.nber.org/papers/w26383">modello</a> costruito sui dati americani stima che portare un&#8217;occupazione da libera a interamente regolata alzi i salari del 15 per cento e riduca l&#8217;occupazione del 29 per cento: salari pi&#249; alti per chi &#232; dentro significano meno posti di lavoro in totale. Il costo netto, in quella stima, ricade per il 70 per cento sui lavoratori, sotto forma di ore e anni di formazione obbligatoria che il mercato non ripaga, e per il resto sui consumatori attraverso i prezzi. Chi lavora in una professione regolata ha una probabilit&#224; di <a href="https://www.journals.uchicago.edu/doi/10.1086/730120">cambiare</a> occupazione pi&#249; bassa di circa un quarto e le professioni con esami diversi da Stato a Stato registrano meno <a href="https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257/pol.20170704">trasferimenti</a> oltre i confini interni: le licenze frenano anche i movimenti.</p><p>Negli Stati americani dove l&#8217;esame per i dentisti &#232; pi&#249; selettivo la salute dei denti dei pazienti &#232; uguale e le cure costano di pi&#249;; regole pi&#249; severe per i broker di mutui hanno alzato il costo dei prestiti senza ridurre le insolvenze. Sono gli studi che hanno cercato la prova che i clienti ricevano servizi migliori &#8212; meno errori e meno incidenti dove le regole sono pi&#249; severe &#8212; e hanno trovato poco. Un centro studi libertario, l&#8217;Institute for Justice, ha usato un test intuitivo, confrontando citt&#224; simili ai due lati di un confine tra Stati, dove cambia la regolazione di manicure e barbieri ma non il resto: ispezioni e reclami non mostrano vantaggi di igiene o sicurezza sul lato pi&#249; regolato. La fonte &#232; dichiaratamente favorevole all&#8217;abolizione delle licenze, ma il risultato coincide con quello della letteratura accademica. L&#8217;eccezione meglio documentata sono le professioni sanitarie: dove la selezione dei medici &#232; pi&#249; severa si osserva una mortalit&#224; pi&#249; bassa.</p><h2>E in Italia?</h2><p>Le professioni regolamentate italiane sono circa 150 e coprono 5,8 milioni di occupati, uno su quattro, secondo i <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2024-0900/index.html">conti</a> della Banca d&#8217;Italia aggiornati al 2023. Tra i laureati la quota supera la met&#224;, il 52 per cento. Il nucleo pi&#249; protetto sono le professioni ordinistiche, con albo ed esame di Stato, che occupano circa 2,4 milioni di persone: per loro la Banca d&#8217;Italia <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2019-0495/index.html">stimava</a> nel 2018 un premio di reddito del 18 per cento, il doppio della media delle professioni regolate, pi&#249; alto per le donne e nel Mezzogiorno.</p><p>La percezione comune colloca l&#8217;Italia in cima alla classifica del corporativismo europeo, ma la quota di lavoratori con abilitazione obbligatoria racconta un paese a met&#224; graduatoria: il 19 per cento, sotto la media europea del 22 e lontano dal 33 della Germania. Il primato italiano sta nell&#8217;intensit&#224; delle restrizioni: per quasi tutte le professioni esaminate dalla <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/ALL/?uri=SWD:2021:185:FIN">Commissione europea</a> i vincoli italiani superano la media dell&#8217;Unione, con l&#8217;eccezione degli avvocati, e l&#8217;<a href="https://doi.org/10.1787/b339b1dc-en">OCSE</a> colloca l&#8217;Italia tra i paesi pi&#249; restrittivi per commercialisti e architetti.</p><p>In alcune professioni la barriera va oltre l&#8217;esame, perch&#233; i posti stessi sono contati: la legge programma le farmacie su una ogni 3.300 abitanti e i posti da notaio, di regola, su uno ogni 5 mila abitanti: l&#8217;abilitazione da sola non basta, bisogna attendere che un posto si liberi. Tra gli anni Ottanta e i primi Novanta, poi, la quota di candidati promossi all&#8217;esame di Stato da commercialista scendeva proprio dove e quando i guadagni della categoria erano pi&#249; alti, secondo uno studio citato dall&#8217;OCSE: la severit&#224; funzionava da rubinetto per dosare gli ingressi, a difesa dei redditi di chi era gi&#224; dentro. E nel corso di un anno cambia lavoro circa un professionista regolamentato su sette, contro un occupato su cinque nel resto del mercato: anche in Italia chi ha una licenza tende a restare dov&#8217;&#232;.</p><h2>Le riforme a met&#224;</h2><p>Le liberalizzazioni Bersani del 2006 abolirono i minimi tariffari obbligatori e i divieti di pubblicit&#224;, e aprirono la vendita dei farmaci da banco fuori dalle farmacie. Il governo Monti nel 2012 elimin&#242; le tariffe regolamentate, mise un tetto alla durata dei tirocini e ampli&#242; i contingenti di farmacie e sedi notarili fino alle soglie attuali.</p><p>L&#8217;indice di restrittivit&#224; della regolazione professionale italiana &#232; sceso da 3,4 a 1,8 punti tra il 2003 e il 2023, con quasi tutto il calo concentrato prima del 2013, secondo due lavori della Banca d&#8217;Italia usciti nel 2024. La riforma Monti ha aumentato gli ingressi e ridotto i redditi di chi era gi&#224; dentro: il premio delle ordinistiche &#232; sceso verso il 15 per cento nel 2022. L&#8217;apertura alle societ&#224; tra professionisti ha fatto nascere studi quattro volte pi&#249; grandi e il 50 per cento pi&#249; produttivi della media. E dove le barriere all&#8217;ingresso nei servizi sono state tagliate, i <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/temi-discussione/2024/2024-1455/">prezzi</a> sono scesi del 6,5 per cento e la produttivit&#224; &#232; salita fino all&#8217;8 per cento.</p><p>Nelle stime della Banca d&#8217;Italia, la variabilit&#224; della burocrazia ordinaria, cio&#232; degli adempimenti per aprire e gestire l&#8217;attivit&#224;, frena l&#8217;ingresso nei servizi quattro volte e mezzo pi&#249; di quella delle licenze: il bersaglio grosso non &#232; l&#8217;esame di Stato su cui si concentra il dibattito. Lo studio professionale italiano medio ha poi 1,7 addetti, contro i 2,3 della Francia e i 5,7 della Germania, e i regimi fiscali agevolati sotto soglia scoraggiano la crescita dimensionale. Nel 2015 la Francia liberalizz&#242; l&#8217;insediamento dei notai nelle zone meno servite: in sei anni i notai sono cresciuti del 30 per cento, con pi&#249; giovani e pi&#249; donne nella professione.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!eEFt!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F485bfa8a-0995-4240-8c59-4b678ebea697_1760x1430.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!eEFt!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F485bfa8a-0995-4240-8c59-4b678ebea697_1760x1430.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Un&#8217;auto di UberX viaggia con un passeggero a bordo per una quota di tempo pi&#249; alta di circa il 30 per cento rispetto a un taxi, secondo un&#8217;<a href="https://www.nber.org/papers/w22083">analisi</a> su cinque citt&#224;, e per i clienti ogni dollaro speso in corse ha <a href="https://www.nber.org/papers/w22627">generato</a> circa 1,6 dollari di valore, tra attese pi&#249; brevi e prezzi pi&#249; bassi: &#232; quello che si perde tenendo fuori le piattaforme.</p><h2>In conclusione</h2><p>Quello che emerge &#232; che le licenze professionali vanno a garantire i redditi pi&#249; alti a chi le ha e i costi pi&#249; alti a chi compra quei servizi, ma il beneficio complessivo non &#232; chiaro. In Italia il problema sono l&#8217;intensit&#224; delle restrizioni, la burocrazia di impresa e le attivit&#224; riservate, che vanno a ridurre la concorrenza. Allo stesso tempo le ricerche ci mostrano anche che parte di questo vantaggio economico &#232; dovuto a vera e propria competenza e non solo alla rendita pura, anche se questa esiste e potrebbe essere ridotta: va sempre infatti tenuto presente che la somma degli interessi particolari non corrisponde all&#8217;interesse generale e di interesse generale &#232; una maggiore concorrenza che permetta una riduzione dei prezzi per i consumatori.</p><p>Quello che ci dicono la Banca d&#8217;Italia, la Commissione europea e l&#8217;OCSE &#232; infatti di andare a riservare le licenze alle attivit&#224; in cui gli errori mettono a rischio effettivamente la salute o il patrimonio dei terzi e trasformare tutto il resto invece in certificazioni, in modo da andare a liberare una parte delle attivit&#224;, ridurre i numeri chiusi e sfoltire gli adempimenti che sono pi&#249; problematici della licenza stessa.</p><p>Liberalizzare i settori permette di avere prodotti a prezzi pi&#249; bassi, imprese pi&#249; produttive e di spostare risorse e capitale verso quelle attivit&#224; che generano maggiore crescita. Le barriere invece vanno a proteggere chi &#232; dentro e costano a tutti.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Dove finiscono i soldi pubblici]]></title><description><![CDATA[La spesa pubblica italiana vale il 50,4 per cento del PIL. Eppure per la sanit&#224;, la scuola e istruzione spendiamo poco.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/dove-finisco-i-soldi-pubblici</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/dove-finisco-i-soldi-pubblici</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Thu, 30 Jul 2026 08:01:59 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ak3U!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2750d9ba-81b7-41ef-af77-1073b43cb0b7_1980x1496.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>In Italia lo Stato spende davvero poco? &#200; la convinzione che torna ogni volta che si parla di liste d&#8217;attesa negli ospedali, di stipendi degli insegnanti o di asili nido che mancano. I dati di <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/gov_10a_exp/default/table">Eurostat</a> sulla spesa pubblica per funzione<a class="footnote-anchor" data-component-name="FootnoteAnchorToDOM" id="footnote-anchor-1" href="#footnote-1" target="_self">1</a>, aggiornati al 2024, dicono il contrario. Le amministrazioni pubbliche italiane hanno speso il 50,4 per cento del prodotto interno lordo, contro una media del 49,1 per cento nei ventisette paesi dell&#8217;Unione europea. &#200; pi&#249; della Germania, ferma al 49,4, e pi&#249; della Spagna, al 45,5. Solo la Francia tra i grandi paesi dell&#8217;Ue, con il 57,3 per cento, spende sensibilmente di pi&#249;.</p><p>La spesa in percentuale del PIL misura quanto pesa lo Stato sull&#8217;economia, cio&#232; quanta parte della ricchezza prodotta in un anno passa per le casse pubbliche. &#200; il metro pi&#249; usato per confrontare paesi di dimensioni diverse e colloca l&#8217;Italia nella fascia alta del continente, anche se da sola questa misura non dice dove quei soldi finiscono, n&#233; quanto ne arrivi davvero a ogni cittadino.</p><p>Ma quanto spende davvero l&#8217;Italia per la sanit&#224;, per la scuola e per le pensioni? E quanto ne resta ai cittadini una volta tenuto conto del diverso costo della vita? Servono tre lenti diverse, che misurano cose diverse.</p><h2>Come si compone la spesa pubblica</h2><p>La contabilit&#224; europea divide la spesa pubblica in dieci grandi funzioni, dalla protezione sociale alla difesa, e la loro somma restituisce esattamente quel 50,4 per cento del PIL. Mostra a cosa servono i soldi, al di l&#224; dell&#8217;amministrazione che li eroga. La protezione sociale, che raccoglie pensioni, sussidi e assistenza, vale il 21,3 per cento del PIL, cio&#232; pi&#249; di un terzo dell&#8217;intera spesa pubblica e pi&#249; del doppio di qualunque altra funzione.</p><p>Il secondo capitolo sono i servizi generali, al 7,7 per cento, che tengono insieme il funzionamento dello Stato e (come vedremo) gli interessi sul debito. Vengono poi la sanit&#224; al 6,6 per cento e gli affari economici al 5,1, la voce che raccoglie infrastrutture e sostegni alle imprese e dentro cui i soli trasporti valgono 2,4 punti di PIL, mentre l&#8217;istruzione si ferma al 4,0 per cento.</p><p>Ordine pubblico, difesa, cultura, ambiente e abitazioni pesano ciascuno meno di due punti, e tutti insieme non arrivano a sei. Sommando protezione sociale e sanit&#224;, pi&#249; di met&#224; della spesa pubblica italiana &#232; welfare.</p><p>La stessa fotografia si pu&#242; leggere come quota della spesa complessiva invece che del PIL. Su ogni cento euro spesi dallo Stato, 42 vanno alla protezione sociale, 15 ai servizi generali, 13 alla sanit&#224; e 8 all&#8217;istruzione, e questa seconda misura serve a leggere le priorit&#224; interne, perch&#233; mostra come si divide la torta a prescindere da quanto &#232; grande. Il solo welfare previdenziale assorbe pi&#249; di quanto vada a sanit&#224;, scuola e ordine pubblico messi insieme.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ak3U!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2750d9ba-81b7-41ef-af77-1073b43cb0b7_1980x1496.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ak3U!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2750d9ba-81b7-41ef-af77-1073b43cb0b7_1980x1496.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ak3U!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2750d9ba-81b7-41ef-af77-1073b43cb0b7_1980x1496.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ak3U!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2750d9ba-81b7-41ef-af77-1073b43cb0b7_1980x1496.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ak3U!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2750d9ba-81b7-41ef-af77-1073b43cb0b7_1980x1496.png 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ak3U!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2750d9ba-81b7-41ef-af77-1073b43cb0b7_1980x1496.png" width="1456" height="1100" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/2750d9ba-81b7-41ef-af77-1073b43cb0b7_1980x1496.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1100,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:142812,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:false,&quot;topImage&quot;:true,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/i/203851965?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2750d9ba-81b7-41ef-af77-1073b43cb0b7_1980x1496.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ak3U!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2750d9ba-81b7-41ef-af77-1073b43cb0b7_1980x1496.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ak3U!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2750d9ba-81b7-41ef-af77-1073b43cb0b7_1980x1496.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ak3U!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2750d9ba-81b7-41ef-af77-1073b43cb0b7_1980x1496.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ak3U!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2750d9ba-81b7-41ef-af77-1073b43cb0b7_1980x1496.png 1456w" sizes="100vw" fetchpriority="high"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>Il confronto con gli altri paesi conviene farlo una funzione alla volta, con la stessa unit&#224; di misura, cio&#232; la quota di PIL. L&#8217;Italia &#232; sopra la media europea in due capitoli soltanto: il primo &#232; la protezione sociale, con il 21,3 per cento contro il 19,6 dell&#8217;Unione, dove per&#242; la Francia spende ancora di pi&#249;, il 23,7. Il secondo sono i servizi generali, al 7,7 per cento contro il 6,1 europeo, e qui l&#8217;Italia ha il valore pi&#249; alto dei cinque paesi, davanti a Germania, Francia e Spagna, tutte comprese tra il 5,8 e il 6,4.</p><p>In tutte le altre funzioni l&#8217;Italia spende quanto la media europea o meno. La sanit&#224;, al 6,6 per cento, sta sotto il 7,4 dell&#8217;Unione e lontana dalla Francia, all&#8217;8,9, e dalla Germania, al 7,6, e nel gruppo solo la Spagna spende un po&#8217; meno.</p><p>L&#8217;istruzione, al 4,0 per cento, &#232; la pi&#249; bassa dei cinque, sotto la media europea del 4,8 e perfino sotto la Spagna. La difesa, all&#8217;1,3 per cento, resta sotto la media dell&#8217;Unione dell&#8217;1,5, un divario che pesa nel nuovo clima di riarmo del continente, mentre su ordine pubblico, affari economici e ambiente l&#8217;Italia &#232; in linea con l&#8217;Europa.</p><p>L&#8217;Italia sta quindi sopra la media europea in due funzioni su dieci, e sotto o in linea in tutte le altre. Dentro quei due capitoli c&#8217;&#232; una voce che qui conta pi&#249; che nel resto d&#8217;Europa: le pensioni nel primo, gli interessi sul debito nel secondo.</p><div class="digest-post-embed" data-attrs="{&quot;nodeId&quot;:&quot;a34ab2bb-0314-454c-8646-8c78da45e40f&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;Nel 2025 l&#8217;Italia ha speso per le pensioni 343 miliardi di euro, il 15,2 per cento del prodotto interno lordo. &#200; la prima voce del bilancio pubblico: vale circa un quarto di tutta la spesa dello Stato e pi&#249; del doppio della sanit&#224;. Nessun altro paese dell&#8217;Unione Europea, esclusa la Grecia, dedica alle pensioni una quota altrettanto grande della propria &#8230;&quot;,&quot;cta&quot;:null,&quot;showBylines&quot;:true,&quot;showDescription&quot;:true,&quot;showImage&quot;:true,&quot;size&quot;:&quot;sm&quot;,&quot;isEditorNode&quot;:true,&quot;title&quot;:&quot;Perch&#233; le pensioni italiane non sono sostenibili&quot;,&quot;publishedBylines&quot;:[{&quot;id&quot;:239558331,&quot;name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;bio&quot;:&quot;Mi occupo di dati, analizzandoli, cercando di trovarci cose interessanti e visualizzandoli nel miglior modo possibile. &quot;,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!d80e!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe39f2ad9-7ad2-441a-ad7e-8fc5f4174335_2048x2048.jpeg&quot;,&quot;is_guest&quot;:false,&quot;bestseller_tier&quot;:null}],&quot;post_date&quot;:&quot;2026-07-13T08:00:51.338Z&quot;,&quot;cover_image&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!C_6F!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff2f16e65-f915-4aaa-b382-4ff588f20b9a_1913x1210.png&quot;,&quot;cover_image_alt&quot;:null,&quot;canonical_url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/p/pensioni-italiane-insostenibili&quot;,&quot;section_name&quot;:null,&quot;video_upload_id&quot;:null,&quot;id&quot;:205280906,&quot;type&quot;:&quot;newsletter&quot;,&quot;reaction_count&quot;:48,&quot;comment_count&quot;:13,&quot;publication_id&quot;:3042042,&quot;publication_name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;publication_logo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!lbv0!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F240148b9-726e-47ef-a28f-e491b02deac2_856x856.png&quot;,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;youtube_url&quot;:null,&quot;show_links&quot;:null,&quot;feed_url&quot;:null}"></div><h2>Pensioni e interessi</h2><p>La protezione sociale, il capitolo pi&#249; grande, &#232; per tre quarti pensioni. Le sole pensioni di vecchiaia valgono il 13,9 per cento del PIL, la quota pi&#249; alta tra i cinque paesi considerati, davanti alla Francia con il 13,4 e ben oltre la Germania, ferma al 9,9, e la media europea, al 10,7. Aggiungendo le pensioni ai superstiti, cio&#232; le reversibilit&#224;, si arriva al 16,3 per cento del PIL, e sulle sole pensioni di vecchiaia l&#8217;Italia spende nove volte quello che destina alla famiglia e all&#8217;infanzia.</p><p>Il secondo capitolo gonfiato sono i servizi generali, che a prima vista sembrano la macchina amministrativa dello Stato. Oltre la met&#224; di quel 7,7 per cento sono in realt&#224; interessi sul debito pubblico, perch&#233; la contabilit&#224; europea classifica la gestione del debito come un servizio pubblico generale, e gli interessi da soli valgono il 4,0 per cento del PIL, quasi il quadruplo dell&#8217;1,1 per cento della Germania e pi&#249; del doppio della media europea (1,9).</p><p>&#200; il valore pi&#249; alto dell&#8217;intera area euro. Tolti gli interessi, la spesa per il funzionamento degli organi dello Stato, dell&#8217;amministrazione fiscale e degli affari esteri vale il 3,8 per cento del PIL, leggermente sotto la media europea: la burocrazia di vertice italiana, presa per quello che &#232;, costa quanto quella altrui. A pesare &#232; il debito.</p><p>Messe insieme, pensioni di vecchiaia, reversibilit&#224; e interessi assorbono il 40 per cento di tutta la spesa pubblica italiana, mentre in Germania la stessa somma si ferma a poco pi&#249; di un quarto, il 26 per cento, in Francia al 29, in Spagna al 33. &#200; la quota pi&#249; alta del gruppo, ed &#232; spesa gi&#224; decisa prima ancora di scrivere una legge di bilancio, perch&#233; le pensioni sono diritti maturati e gli interessi sono dovuti ai creditori.</p><p>Su tutto il resto, cio&#232; sanit&#224;, istruzione, famiglia, investimenti e ogni altra funzione, l&#8217;Italia spende circa cinque punti di PIL in meno della media europea. Cinque punti del PIL italiano valgono pi&#249; di cento miliardi l&#8217;anno.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!50S4!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9596885a-b52a-4438-977f-4f7b3568f13b_1803x1100.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!50S4!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9596885a-b52a-4438-977f-4f7b3568f13b_1803x1100.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!50S4!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9596885a-b52a-4438-977f-4f7b3568f13b_1803x1100.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!50S4!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9596885a-b52a-4438-977f-4f7b3568f13b_1803x1100.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!50S4!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9596885a-b52a-4438-977f-4f7b3568f13b_1803x1100.png 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!50S4!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9596885a-b52a-4438-977f-4f7b3568f13b_1803x1100.png" width="1456" height="888" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/9596885a-b52a-4438-977f-4f7b3568f13b_1803x1100.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:888,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:103706,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/i/203851965?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9596885a-b52a-4438-977f-4f7b3568f13b_1803x1100.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!50S4!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9596885a-b52a-4438-977f-4f7b3568f13b_1803x1100.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!50S4!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9596885a-b52a-4438-977f-4f7b3568f13b_1803x1100.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!50S4!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9596885a-b52a-4438-977f-4f7b3568f13b_1803x1100.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!50S4!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9596885a-b52a-4438-977f-4f7b3568f13b_1803x1100.png 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>L&#8217;Italia ha <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/ddn-20251001-2">l&#8217;indice di dipendenza degli anziani</a> pi&#249; alto d&#8217;Europa, con quasi quaranta over 65 ogni cento persone in et&#224; da lavoro, e le pensioni rispondono prima di tutto a questo. Le pensioni calcolate con il vecchio sistema retributivo garantiscono poi alle coorti pi&#249; anziane un tasso di sostituzione (il rapporto tra prima pensione e ultimo stipendio) intorno all&#8217;82 per cento, contro una media OCSE del 62, e anche l&#8217;et&#224; effettiva di uscita dal lavoro resta tra le pi&#249; basse dei paesi avanzati. Secondo le <a href="https://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/attivita_istituzionali/monitoraggio/spesa_pensionistica/">proiezioni</a> della Ragioneria Generale dello Stato la spesa pensionistica continuer&#224; a salire fino a un picco del 17,1 per cento del PIL nel 2040, per poi scendere solo quando il sistema contributivo avr&#224; sostituito del tutto quello retributivo. Il debito pubblico &#232; <a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-le-cause-dell-aumento-del-debito-pubblico-dal-1970-a-oggi">passato</a> dal 57,7 per cento del PIL del 1980 al 121,8 del 1994, e oggi sta intorno al 135. Gli interessi di oggi sono l&#8217;eredit&#224; di quella crescita e costano allo Stato quanto l&#8217;intera istruzione.</p><h2>Quel che resta per sanit&#224;, scuola e figli</h2><p>La sanit&#224; &#232; la prima a pagare la rigidit&#224; del bilancio. Con il 6,6 per cento del PIL l&#8217;Italia sta sotto la media europea del 7,4 e lontana dalla Francia, all&#8217;8,9, e dalla Germania, al 7,6. Guardando alla sola spesa sanitaria corrente con il metodo OCSE, che esclude gli investimenti contati invece dalla contabilit&#224; europea, il valore scende al 6,3 per cento, sotto la media dei paesi avanzati del 7,1 e in fondo al G7.</p><p>L&#8217;ottavo <a href="https://www.salviamo-ssn.it/var/contenuti/8_Rapporto_GIMBE_SSN.pdf">rapporto GIMBE</a> sul Servizio sanitario nazionale evidenzia che ci sono circa 5,8 milioni di italiani che hanno rinunciato a curarsi e oltre quaranta miliardi di spesa sanitaria pagata di tasca propria dalle famiglie, perch&#233; quando lo Stato copre meno la spesa si sposta sui cittadini che possono permettersela e diventa rinuncia per gli altri.</p><div class="digest-post-embed" data-attrs="{&quot;nodeId&quot;:&quot;2b0495ab-02fe-434c-9519-8e64a1e7d0ec&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;Il 37 per cento degli italiani mette la sanit&#224; tra i temi che preoccupano di pi&#249;, quattordici punti sopra la media internazionale del 23 per cento, e per diverso tempo la salute &#232; stata in Italia la prima preoccupazione in assoluto, davanti al costo della vita e alla criminalit&#224;.&quot;,&quot;cta&quot;:null,&quot;showBylines&quot;:true,&quot;showDescription&quot;:true,&quot;showImage&quot;:true,&quot;size&quot;:&quot;sm&quot;,&quot;isEditorNode&quot;:true,&quot;title&quot;:&quot;Come &#232; messa la sanit&#224; italiana&quot;,&quot;publishedBylines&quot;:[{&quot;id&quot;:239558331,&quot;name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;bio&quot;:&quot;Mi occupo di dati, analizzandoli, cercando di trovarci cose interessanti e visualizzandoli nel miglior modo possibile. &quot;,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!d80e!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe39f2ad9-7ad2-441a-ad7e-8fc5f4174335_2048x2048.jpeg&quot;,&quot;is_guest&quot;:false,&quot;bestseller_tier&quot;:null}],&quot;post_date&quot;:&quot;2026-07-16T08:00:47.783Z&quot;,&quot;cover_image&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!iHRR!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F5fa01178-ef94-4635-af28-5c62fb0f2bd7_1760x1430.png&quot;,&quot;cover_image_alt&quot;:null,&quot;canonical_url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/p/come-e-messa-la-sanita-italiana&quot;,&quot;section_name&quot;:null,&quot;video_upload_id&quot;:null,&quot;id&quot;:202854688,&quot;type&quot;:&quot;newsletter&quot;,&quot;reaction_count&quot;:11,&quot;comment_count&quot;:0,&quot;publication_id&quot;:3042042,&quot;publication_name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;publication_logo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!lbv0!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F240148b9-726e-47ef-a28f-e491b02deac2_856x856.png&quot;,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;youtube_url&quot;:null,&quot;show_links&quot;:null,&quot;feed_url&quot;:null}"></div><p>Anche per l&#8217;istruzione la spesa complessiva &#232; sotto la media: il 4,0 per cento del PIL contro il 4,8 europeo. Il divario per&#242; non &#232; uniforme tra i livelli. La scuola dell&#8217;obbligo, dalla primaria alle superiori, &#232; quasi in linea con l&#8217;Europa, mentre il punto debole &#232; l&#8217;universit&#224;, che vale appena lo 0,4 per cento del PIL, la met&#224; dello 0,8 europeo. In Italia il sistema universitario assorbe un decimo della spesa per istruzione, contro un sesto nella media dell&#8217;Unione.</p><p>Il risultato si vede a valle, perch&#233; i <a href="https://www.oecd.org/en/publications/2025/09/education-at-a-glance-2025-country-notes_9749f4ff/italy_3f45a89b.html">laureati</a> tra i 25 e i 34 anni sono il 32 per cento contro il 44 della media europea, e peggio dell&#8217;Italia fa solo la Romania. Ogni anno, secondo le rilevazioni <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/06/Report-MIGRAZIONI-INTERNE-E-INTERNAZIONALI-DELLA-POPOLAZIONE-RESIDENTE-ANNI-2023-2024-1.pdf">Istat</a> sulle migrazioni, l&#8217;Italia perde poi un saldo netto di oltre ventimila giovani laureati che si trasferiscono all&#8217;estero, formati in patria e impiegati altrove.</p><p>La spesa per la famiglia e l&#8217;infanzia &#232; dell&#8217;1,5 per cento del PIL contro il 2,0 europeo e il 2,3 della Francia, che da decenni dedica alle politiche familiari circa il 2,5 per cento del prodotto e mantiene una fecondit&#224; intorno a 1,8 figli per donna. In Italia la natalit&#224; &#232; <a href="https://www.istat.it/en/press-release/births-and-fertility-of-the-resident-population-year-2024/">scesa</a> a meno di 1,2 figli per donna, il minimo storico. Meno figli oggi vogliono dire meno contributi domani.</p><p>La terza lente &#232; la spesa per abitante misurata in parit&#224; di potere d&#8217;acquisto, una moneta artificiale costruita da Eurostat per correggere le differenze del costo della vita tra paesi, cos&#236; da confrontare i volumi reali di servizi e non solo gli euro nominali. Va comunque considerato che l&#8217;Italia, oltre a spendere in modo squilibrato, &#232; anche pi&#249; povera della media: il suo PIL per abitante in potere d&#8217;acquisto &#232; a <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/tec00114/default/table">96</a>, con la media europea a 100, sotto Germania e Francia. Anche dove la quota di PIL sembra vicina alla media, quindi, in servizi reali per cittadino l&#8217;Italia riceve di meno, perch&#233; la sua torta &#232; pi&#249; piccola.</p><p>In sanit&#224; un italiano dispone in volume reale di circa tre quarti di quanto dispone un tedesco o un francese, e in istruzione poco pi&#249;, mentre sulle pensioni di vecchiaia riceve oltre un quarto in pi&#249; della media europea.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!F5rq!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F3ef6ab31-0ecb-4aa4-8bc6-edb3ec92b97a_2200x1144.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!F5rq!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F3ef6ab31-0ecb-4aa4-8bc6-edb3ec92b97a_2200x1144.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!F5rq!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F3ef6ab31-0ecb-4aa4-8bc6-edb3ec92b97a_2200x1144.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!F5rq!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F3ef6ab31-0ecb-4aa4-8bc6-edb3ec92b97a_2200x1144.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!F5rq!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F3ef6ab31-0ecb-4aa4-8bc6-edb3ec92b97a_2200x1144.png 1456w" sizes="100vw"><img 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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La spesa in capitale umano e in infrastrutture allarga la capacit&#224; produttiva futura, mentre un trasferimento monetario sostiene il reddito di chi lo riceve oggi. </p><p>La Francia spende ancora pi&#249; dell&#8217;Italia, ma distribuisce quella spesa in modo pi&#249; bilanciato, con molte pi&#249; risorse a sanit&#224;, istruzione e famiglia accanto a pensioni comunque generose.</p><p>La Germania tiene la spesa totale in linea con la media europea, paga pochissimi interessi e dedica pi&#249; spazio agli investimenti, e nel 2025 ha <a href="https://www.bruegel.org/newsletter/what-does-german-debt-brake-reform-mean-europe">riformato</a> il proprio freno costituzionale al debito, la regola che limitava il deficit, per creare un fondo straordinario destinato a infrastrutture e difesa. Berlino ha allentato un vincolo di bilancio per spendere di pi&#249; in conto capitale, mentre l&#8217;Italia, con un margine gi&#224; assorbito da pensioni e interessi, quella libert&#224; di manovra non ce l&#8217;ha.</p><p>La spesa per i giovani, dalle politiche familiari all&#8217;universit&#224;, resta tra le pi&#249; basse d&#8217;Europa, mentre il welfare italiano guarda soprattutto agli anziani, e il rischio di povert&#224; colpisce proprio i giovani e le famiglie con figli. La pressione fiscale &#232; gi&#224; intorno al 43 per cento del PIL, sopra la media europea, quindi aumentare le entrate per finanziare pi&#249; spesa &#232; una strada stretta e lo spazio vero resta la ricomposizione di quello che gi&#224; si spende.</p><h2>In conclusione</h2><p>Lo Stato italiano spende pi&#249; della media europea, ma una buona parte di risorse &#232; assorbita dalle pensioni e dal debito, due problemi che l&#8217;arco politico preferisce non affrontare. Queste due voci da sole assorbono il 40 per cento di tutta la spesa pubblica, ed &#232; il motivo per cui sentiamo sempre dire che spendiamo poco per sanit&#224;, scuola e famiglia. Proprio perch&#233; abbiamo scelto di destinare una maggiore quota di risorse ad altre voci, il divario &#232; ancora pi&#249; largo quando guardiamo a quanto effettivamente spendiamo rispetto agli altri a parit&#224; di potere d&#8217;acquisto.</p><p>Servirebbe quindi ridurre il debito, come hanno gi&#224; fatto altri paesi europei, per andare a liberare le risorse che oggi vengono assorbite da questa quota enorme di interessi, e una previdenza pi&#249; equa tra le generazioni che permetta di liberare una parte di risorse per spostarle verso ci&#242; che genera crescita.</p><p>Alzare ulteriormente le tasse o fare pi&#249; debito non sono delle strade davvero percorribili, in quanto entrambi sono gi&#224; estremamente alti, sopra la media europea. Bisognerebbe invece andare a ricomporre, almeno in parte, la spesa esistente.</p><div class="footnote" data-component-name="FootnoteToDOM"><a id="footnote-1" href="#footnote-anchor-1" class="footnote-number" contenteditable="false" target="_self">1</a><div class="footnote-content"><p>I dati di base vengono da Eurostat, tabella della spesa pubblica per funzione (gov_10a_exp), settore delle amministrazioni pubbliche, anno 2024, l&#8217;ultimo disponibile. La spesa in percentuale del PIL, la quota sulla spesa totale e la spesa per abitante sono elaborazioni su quei dati.</p></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Cosa leggere quest’estate per capire perché l’Italia non cresce]]></title><description><![CDATA[Una lista di libri, paper e ricerche per il periodo estivo per capire perch&#233; l&#8217;Italia &#232; ferma da trent&#8217;anni.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/cosa-leggere-questestate-per-capire</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/cosa-leggere-questestate-per-capire</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Mon, 27 Jul 2026 08:02:57 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aVUI!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fb28fe6b6-8a8c-4954-b328-359f378a733b_2046x1570.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Questa &#232; una puntata speciale estiva di <a href="https://crescitazero.it/">CrescitaZero</a>, la serie di articoli scritti insieme a<a href="https://lavoroinfatti.substack.com/"><span> </span></a></em><span class="mention-wrap" data-attrs="{&quot;name&quot;:&quot;Elia Bidut&quot;,&quot;id&quot;:11224936,&quot;type&quot;:&quot;user&quot;,&quot;url&quot;:null,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/34271320-974c-41d0-979b-3befb29093c2_4284x4284.jpeg&quot;,&quot;uuid&quot;:&quot;791806b4-74b1-4250-87cb-32c16aefadd7&quot;}" data-component-name="MentionToDOM"></span> <em><span>per capire cos&#8217;&#232; successo alla crescita italiana. Qui trovi il</span><a href="https://www.lorenzoruffino.it/p/capire-trentanni-senza-crescita"><span> manifesto</span></a><span>.</span></em></p><p style="text-align: justify;"><span>Negli approfondimenti usciti finora abbiamo mostrato i numeri della stagnazione italiana, dalla produttivit&#224; ferma ai salari che non crescono. Dietro quei numeri ci sono le letture che hanno orientato i nostri ragionamenti, domande e curiosit&#224;. Questa puntata extra  le mette in fila: ci sono sia libri che articoli, speriamo possano essere spunti utili per le vostre letture estive.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Le letture di questa puntata guardano molto fuori dall&#8217;Italia ed &#232; una scelta. La stagnazione italiana si capisce meglio osservando come la crescita funziona dove funziona: nasce dalle idee e dalla concorrenza che le seleziona, mentre si ferma dove le rendite riescono a difendersi. Abbiamo inserito una sezione con alcune letture che ci hanno colpito anche da autori e autrici nazionali.</span></p><p style="text-align: justify;"><em><span>Una piccola nota: la scelta di questi titoli riflette preferenze personali, non riceviamo alcun compenso n&#233; dagli autori, n&#233; dalla vendita di alcun libro citato in questo articolo.</span></em></p><h2 style="text-align: justify;"><span>I libri dal mondo</span></h2><p><strong><a href="https://www.danielsusskind.com/growth-a-reckoning"><span>Daniel Susskind, </span></a></strong><em><strong><a href="https://www.danielsusskind.com/growth-a-reckoning"><span>Growth. A reckoning </span></a></strong></em><strong><a href="https://www.danielsusskind.com/growth-a-reckoning"><span>(2024). </span></a></strong><span>Una delle prime letture che ci ha avvicinato al progetto di CrescitaZero: Susskind ricostruisce tra i capitoli le forze e i fattori che muovono la produttivit&#224;, con una visione storica del fenomeno e uno sguardo ai trade-off che la crescita pone rispetto a politiche ambientali e redistributive.</span></p><p><strong><a href="https://www.amazon.it/-/en/LEVER-RICHES-TECHNOLOGICAL-CREATIVITY-Technological/dp/0195074777"><span>Joel Mokyr, </span></a></strong><em><strong><a href="https://www.amazon.it/-/en/LEVER-RICHES-TECHNOLOGICAL-CREATIVITY-Technological/dp/0195074777"><span>The Lever of Riches</span></a></strong></em><strong><a href="https://www.amazon.it/-/en/LEVER-RICHES-TECHNOLOGICAL-CREATIVITY-Technological/dp/0195074777"><span> (1990).</span></a></strong><a href="https://www.amazon.it/-/en/LEVER-RICHES-TECHNOLOGICAL-CREATIVITY-Technological/dp/0195074777"><span> </span></a><span>Il premio Nobel 2025 ripercorre millenni di creativit&#224; tecnologica per mostrare che la crescita si spegne quando una societ&#224; smette di premiare chi inventa: la prosperit&#224; &#232; l&#8217;eccezione e il ristagno la regola.</span></p><p><strong><a href="https://www.amazon.it/Rise-Fall-American-Growth-Standard/dp/0691147728"><span>Robert J. Gordon, </span></a></strong><em><strong><a href="https://www.amazon.it/Rise-Fall-American-Growth-Standard/dp/0691147728"><span>The Rise and Fall of American Growth</span></a></strong></em><strong><a href="https://www.amazon.it/Rise-Fall-American-Growth-Standard/dp/0691147728"><span> (2016).</span></a></strong><span> La grande crescita americana tra il 1870 e il 1970 fu un evento irripetibile, figlio di invenzioni che potevano arrivare una volta sola, una cura contro le nostalgie valida anche per il nostro miracolo economico.</span></p><p><strong><a href="https://www.amazon.it/Power-Creative-Destruction-Economic-Upheaval/dp/0674971167"><span>Philippe Aghion, C&#233;line Antonin e Simon Bunel, </span></a></strong><em><strong><a href="https://www.amazon.it/Power-Creative-Destruction-Economic-Upheaval/dp/0674971167"><span>The Power of Creative Destruction</span></a></strong></em><strong><a href="https://www.amazon.it/Power-Creative-Destruction-Economic-Upheaval/dp/0674971167"><span> (2021).</span></a></strong><a href="https://www.amazon.it/Power-Creative-Destruction-Economic-Upheaval/dp/0674971167"><span> </span></a><span>Il libro che spiega senza formule la teoria dietro questa serie, la distruzione creatrice: le imprese nuove scalzano le vecchie finch&#233; le rendite minacciate non si organizzano per fermarle.</span></p><p><strong><a href="https://www.amazon.it/Price-Time-Real-Story-Interest/dp/0802160069"><span>Edward Chancellor, </span></a></strong><em><strong><a href="https://www.amazon.it/Price-Time-Real-Story-Interest/dp/0802160069"><span>The Price of Time</span></a></strong></em><strong><a href="https://www.amazon.it/Price-Time-Real-Story-Interest/dp/0802160069"><span> (2022).</span></a></strong><a href="https://www.amazon.it/Price-Time-Real-Story-Interest/dp/0802160069"><span> </span></a><span>Il decennio di tassi a zero dopo il 2008 ha tenuto in vita imprese zombie che hanno chiuso la strada ai concorrenti pi&#249; produttivi, il lato finanziario della distruzione creatrice mancata.</span></p><p><strong><a href="https://www.amazon.it/How-Africa-Works-Developmental-Frontier/dp/1805226770"><span>Joe Studwell, </span></a></strong><em><strong><a href="https://www.amazon.it/How-Africa-Works-Developmental-Frontier/dp/1805226770"><span>How Africa Works</span></a></strong></em><strong><a href="https://www.amazon.it/How-Africa-Works-Developmental-Frontier/dp/1805226770"><span> (2026).</span></a></strong><span> La povert&#224; africana si spiega con la bassa densit&#224; di popolazione pi&#249; che con il clima o le istituzioni, un promemoria di quanto la demografia conti per la crescita, in Africa come in Italia.</span></p><p><strong><a href="https://amzn.eu/d/03Fw5NF3"><span>Dan Wang, </span></a></strong><em><strong><a href="https://amzn.eu/d/03Fw5NF3"><span>Breakneck</span></a></strong></em><strong><a href="https://amzn.eu/d/03Fw5NF3"><span> (2025).</span></a></strong><span> La Cina degli ingegneri costruisce e l&#8217;America degli avvocati si ferma in tribunale: il concetto chiave &#232; la conoscenza di processo, la capacit&#224; di produrre che vive nelle persone e sparisce quando si smette di fabbricare.</span></p><p><strong><a href="https://www.amazon.it/Two-Hundred-Years-Muddling-Through/dp/1408713160"><span>Duncan Weldon, </span></a></strong><em><strong><a href="https://www.amazon.it/Two-Hundred-Years-Muddling-Through/dp/1408713160"><span>Two Hundred Years of Muddling Through</span></a></strong></em><strong><a href="https://www.amazon.it/Two-Hundred-Years-Muddling-Through/dp/1408713160"><span> (2021)</span></a><span>.</span></strong><span> Duecento anni di economia britannica, dal paese che invent&#242; la crescita moderna a quello con un reddito pro capite vicino al Mississippi, la dimostrazione che i paesi ricchi si impoveriscono lentamente, senza una crisi che costringa a reagire.</span></p><p><strong><a href="https://www.amazon.it/False-Dawn-Promise-Recovery-1933-1947/dp/0226832937"><span>George Selgin, </span></a></strong><em><strong><a href="https://www.amazon.it/False-Dawn-Promise-Recovery-1933-1947/dp/0226832937"><span>False Dawn</span></a></strong></em><strong><a href="https://www.amazon.it/False-Dawn-Promise-Recovery-1933-1947/dp/0226832937"><span> (2025)</span></a><span>.</span></strong><span> La ripresa dalla Grande Depressione fu frenata proprio da alcune misure del New Deal, i cartelli di prezzi e salari aboliti dalla Corte Suprema solo nel 1935, un antidoto agli entusiasmi per lo Stato imprenditore.</span></p><h2 style="text-align: justify;"><span>Alcuni libri italiani</span></h2><p><strong><a href="https://ildeclinoitaliano.it/"><span>Riccardo Trezzi e Guido Ascari, Fotografia di un declino (2026)</span></a></strong><span>. Un progetto autopubblicato di due professori italiani che mira, dati alla mano, a comprendere dove il motore della crescita italiana si &#232; inceppata. Anche il sito online con i </span><a href="https://ildeclinoitaliano.it/#contenuti"><span>contenuti multimediali </span></a><span>e i dati sono molto utili per una prima infarinatura del tema, con un focus sul nostro Paese.</span></p><p><strong><a href="https://www.amazon.it/questione-salariale-Andrea-Garnero/dp/B0DQYBWW44"><span>Andrea Garnero e Roberto Mania, La questione salariale (2025)</span></a><span>.</span></strong><span> Un&#8217;indagine sull&#8217;evoluzione dei salari nel nostro Paese che incrocia demografia, sistema fiscale, welfare state per rispondere a una semplice domanda: perch&#233; in Italia i salari non sono cresciuti?</span></p><p><strong><a href="https://www.amazon.it/prezzo-nascosto-Lavoro-nellItalia-dellinflazione/dp/B0GJ2SDMQQ/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;crid=7MYZQW9H57FV&amp;dib=eyJ2IjoiMSJ9.RirqygkhyYKV5AqxZRYZrnV8MYaziwcNodeEJHNyNjsR1R_DH4OR4yRMXzIcrPrg3vNMT9H-UUX7BxrFRx6_3Wfx8990gB0-pyFAK1hYyG2W0CD-sZCxWEBnQTuLHgHiQvn-Oze-aHYM9-twVbARqEaUWtPKijQDS7izrNGAAsYLbNyZP_9U5pidHQkS5Tc1IN2_igUDmdGTbJnNOsVvpQYL6ei6vGfDfxd99auAYht9_OO-5FEYy8NlTyVkFuYHv1TPhj2ubKS_SSJWuoYh9XJd4ZOEXKy5i5PW-8I4eXg._IwioqMhCdJ7EPm56Fr4ZWJFwcFYDVNBW9TCgSZXFR4&amp;dib_tag=se&amp;keywords=marco+leonardi&amp;qid=1784875809&amp;sprefix=marco+leonardi%2Caps%2C157&amp;sr=8-1"><span>Marco Leonardi e Lorenzo Rizzo, Il prezzo nascosto. Lavoro, salari e fisco nell&#8217;Italia dell&#8217;inflazione (2026).</span></a></strong><span> Un&#8217;ulteriore indagine sulla stasi salariale italiana, con un focus sulla dinamica inflazionistica e delle scelte - o meglio: mancate scelte - politiche volte a non proteggere il potere d&#8217;acquisto.</span></p><p><strong><a href="https://amzn.eu/d/08FuFyfG"><span>Alessandro Rosina, La scomparsa dei giovani (2025)</span></a><span>.</span></strong><span> Un demografo mostra in 10 mappe perch&#233; l&#8217;Italia sta vedendo ridursi il numero di giovani e le conseguenze di tale fatto sulla sostenibilit&#224; del sistema fiscale, del mercato del lavoro e della produttivit&#224;.</span></p><p><strong><a href="https://amzn.eu/d/09gYXarC"><span>Enrico Moretti, La nuova geografia del lavoro (2013)</span></a><span>.</span></strong><span> Una spiegazione del perch&#233; il lavoro si concentra dove ci sono i laureati e di come ogni posto nell&#8217;innovazione ne genera circa cinque nei servizi locali. Le citt&#224; attraggono competenze diverse da quelle che perdono.</span></p><p><strong><a href="https://www.amazon.it/Ricchi-parabola-sviluppo-economico-italiano/dp/8815271449/ref=sr_1_1?crid=3K4C7UQSXMRHQ&amp;dib=eyJ2IjoiMSJ9.v2FBu5yKeDdC8uS9CkPVVKRr2uMYHvUc7KVH9xVtXTcUtqAJc9V01Rc_RsFATu9KGy5szgNiXRh1VKaeAXkhYc-SP2SCXmwnfFCi_xi7OsuGjVBlFy0WD_wsM90zISXl5B0k-aN4CDnN7g77l_xspeTDScnCm9rMBHUm8Uy0QrliOsoa3DBPTsz1eRQUU5D3itxd9RUTle3CLwgxZal3OClcpUno_kpHrz_DGQlYwah9hPKtXqTOL_ML4Obw4t2F31EesvLsWjLZe3OFxoED8U3TX0tEibzKVGaWMLp1htw.0_q08KYA-BB5EqRWItXqRQurfOocs8AeZRqxpHDJ3fs&amp;dib_tag=se&amp;keywords=ricchi+per+caso&amp;qid=1784876105&amp;sprefix=%2Caps%2C143&amp;sr=8-1"><span>Paolo di Martino e Michelangelo Vasta, Ricchi per caso. La parabola dello sviluppo economico italiano (2017)</span></a><span>. </span></strong><span>Centocinquant&#8217;anni di sviluppo economico riletti come una traiettoria fragile portata avanti da svalutazioni e piccole imprese pi&#249; che da istituzioni e innovazioni. L&#8217;Italia &#232; diventata ricca senza avere le basi per restarlo.</span></p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aVUI!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fb28fe6b6-8a8c-4954-b328-359f378a733b_2046x1570.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aVUI!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fb28fe6b6-8a8c-4954-b328-359f378a733b_2046x1570.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aVUI!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fb28fe6b6-8a8c-4954-b328-359f378a733b_2046x1570.png 848w, 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data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/b28fe6b6-8a8c-4954-b328-359f378a733b_2046x1570.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1117,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:3395189,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/i/208329775?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fb28fe6b6-8a8c-4954-b328-359f378a733b_2046x1570.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><h2><span>Gli articoli, i paper, le ricerche</span></h2><p><strong><a href="https://www.siliconcontinent.com/p/european-stagnation-is-real"><span>European stagnation is real</span></a></strong><span> (</span><em><span>Silicon Continent</span></em><span>). Dal 2019 la produttivit&#224; americana &#232; cresciuta circa sette volte pi&#249; in fretta di quella dell&#8217;eurozona: la risposta con i numeri a chi sostiene che l&#8217;Europa, in fondo, sta bene.</span></p><p><strong><a href="https://www.project-syndicate.org/onpoint/europe-economic-malaise-rooted-in-lack-of-dynamism-by-philippe-aghion-and-simon-johnson-2026-06"><span>Intervista ad Aghion e Simon Johnson</span></a></strong><span> (</span><em><span>Project Syndicate</span></em><span>). Due premi Nobel su un&#8217;Europa che sa recuperare terreno ma ha smesso di innovare alla frontiera, stretta tra troppa regolazione e poco capitale di rischio.</span></p><p><strong><a href="https://www.theatlantic.com/magazine/2026/07/uk-productivity-economy-reform-party/687303/"><span>How Britain Became as Poor as Mississippi </span></a></strong><span> (</span><em><span>The Atlantic</span></em><span>). Austerit&#224; e Brexit hanno impoverito il paese europeo pi&#249; simile all&#8217;Italia per traiettoria, mostrando cosa succede alla politica di una democrazia quando la crescita sparisce.</span></p><p><strong><a href="https://www.stripeeconomics.com/p/solopreneurs-solow-and-the-saaspocalypse"><span>Solopreneurs, Solow, and the SaaSpocalypse</span></a></strong><span> (</span><em><span>Stripe Economics</span></em><span>). I guadagni di produttivit&#224; arrivano decenni dopo le tecnologie, come con l&#8217;elettricit&#224; nelle fabbriche americane, il paradosso di Solow che aiuta a calibrare le attese sull&#8217;intelligenza artificiale.</span></p><p><strong><a href="https://worksinprogress.co/issue/innovation-is-not-linear/"><span>Innovation is not linear</span></a></strong><span> (</span><em><span>Works in Progress</span></em><span>). Scienza e invenzione si alimentano a vicenda e spesso &#232; la tecnologia ad aprire la strada alla teoria, con conseguenze dirette su come finanziare la ricerca.</span></p><p><strong><a href="https://www.maximum-progress.com/p/romae-industriae"><span>Romae Industriae</span></a></strong><span> (</span><em><span>Maximum Progress</span></em><span>). Roma aveva quasi tutto per decollare eppure la rivoluzione industriale arriv&#242; diciassette secoli dopo: a fermarla fu il disprezzo aristocratico per il lavoro manuale.</span></p><p><strong><a href="https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=5806445"><span>Technological Breakthroughs and the Progress of Science</span></a></strong><span> (SSRN). Quando i primi computer arrivarono nelle universit&#224; americane la produzione scientifica sal&#236; del 15 per cento in pochi anni, una misura di quanto in fretta una tecnologia generale cambia la ricerca.</span></p><p><strong><a href="https://marcusnunes.substack.com/p/the-chilean-mirror-what-argentina"><span>The Chilean Mirror: What Argentina Sees and Cannot Yet Reach </span></a></strong><span> (Marcus Nunes). Ricette simili sulla carta ed esiti opposti, con il reddito cileno triplicato dagli anni Ottanta mentre quello argentino cresceva della met&#224;: a decidere sono le istituzioni e il patto politico che le regge.</span></p><p><strong><a href="https://scottsumner.substack.com/p/capitalism-with-chinese-characteristics"><span>Capitalism with Chinese Characteristics</span></a></strong><span> (Scott Sumner). La provincia cinese cresciuta di pi&#249; &#232; quella dove lo Stato ha interferito meno, la prova che la crescita nasce dal basso anche dove comanda il partito.</span></p><p><strong><a href="https://worksinprogress.co/issue/why-communist-reforms-nearly-always-failed/"><span>Why Communist Reforms Nearly Always Failed</span></a></strong><span> (</span><em><span>Works in Progress</span></em><span>). Nei paesi comunisti i riformatori vincevano il dibattito e perdevano la partita, battuti da sequenze sbagliate e interessi organizzati, una lezione utile a chi vuole smontare rendite in qualunque sistema.</span></p><p><strong><a href="https://www.nber.org/system/files/working_papers/w23964/w23964.pdf"><span>Diagnosing the Italian Disease</span></a></strong><span> (L. Zingales, B. Pellegrino). Uno dei paper fondamentali per capire le ragioni dell&#8217;&#8221;Italian Disease&#8221;: il ruolo dei manager, delle mancate competenze, del nepotismo, e della cultura scarsamente managerializzata delle imprese italiane.</span></p><h2 style="text-align: justify;"><span>Buone letture!</span></h2><p style="text-align: justify;"><span>Speriamo che questi spunti possano accompagnare le prossime calde settimane.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Per vostri consigli o proposte, vi invitiamo a commentare direttamente all&#8217;interno del post Substack di questo articolo.</span></p><p style="text-align: justify;"><em><span>Gli episodi di CrescitaZero usciti finora sono raccolti sul</span><a href="https://crescitazero.github.io/"><span> sito della serie</span></a><span>. Il prossimo approfondimento arriva luned&#236; 31 agosto. La newsletter classica prosegue per&#242; ancora per qualche giorno. </span></em></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[L'Italia è un paese sempre più sicuro]]></title><description><![CDATA[Gli omicidi sono scesi dell'83 per cento dal 1991 e i delitti denunciati del 18 per cento dal picco del 2007. Ma sette italiani su dieci credono che la criminalit&#224; sia in aumento.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/litalia-e-un-paese-sempre-piu-sicuro</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/litalia-e-un-paese-sempre-piu-sicuro</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Thu, 23 Jul 2026 08:01:12 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!POxR!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F5774dce6-dd84-4cb7-b6b5-00fb8c93fc6a_1760x1430.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Italia &#232; uno dei paesi pi&#249; sicuri d&#8217;Europa e lo &#232; ogni anno di pi&#249;: nel 2024 le forze di polizia hanno denunciato all&#8217;autorit&#224; giudiziaria 2,4 milioni di crimini, il 18 per cento in meno rispetto al massimo storico del 2007, e gli omicidi volontari sono stati 326, contro i 1.916 del 1991. Chi si informa sui giornali e nei telegiornali, per&#242;, difficilmente se ne accorge, perch&#233; la cronaca nera riempie aperture e prime pagine indipendentemente dall&#8217;andamento dei reati. Quando, nel 2010, l&#8217;Osservatorio europeo sulla sicurezza di Demos e Fondazione Unipolis cont&#242; le notizie di cronaca nera nei principali telegiornali, il Tg1 ne aveva trasmesse pi&#249; di mille in tre settimane, pi&#249; del triplo della BBC e diciassette volte la televisione pubblica tedesca.</p><p>L&#8217;effetto si vede nei sondaggi: il 72 per cento degli italiani &#232; convinto che la criminalit&#224; nel paese sia in aumento rispetto a cinque anni prima, secondo quanto <a href="https://www.fondazioneunipolis.org/site/news/presentato-il-xv-rapporto-dellosservatorio-europeo-sulla-sicurezza/">rilevato</a> dallo stesso Osservatorio, ma solo il 36 per cento lo pensava della propria zona, quella conosciuta per esperienza diretta. La distanza tra le due risposte misura quanto la percezione del paese si formi sui media pi&#249; che nella vita quotidiana.</p><p>Per questa analisi ho messo insieme i <a href="https://esploradati.istat.it/">dati</a> dell&#8217;Istat sui crimini denunciati dalle forze di polizia, che partono dal 2006, le <a href="https://seriestoriche.istat.it/">serie</a> storiche dello stesso istituto, che tornano indietro fino al 1880, i <a href="https://ucs.interno.gov.it/it/le-statistiche/le-indagini/sicurezza/numero-dei-delitti-denunciati-allautorita-giudiziaria-dalle">report</a> sulla delittuosit&#224; del Ministero dell&#8217;Interno e i dati <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/crim_off_cat/default/table?lang=en">europei</a> di Eurostat1. Questi numeri contano i reati denunciati: una parte di quelli commessi non arriva mai in una statistica e la propensione a denunciare cambia nel tempo, un punto su cui torner&#242; pi&#249; avanti.</p><p>Il quadro che emerge &#232; chiaro: l&#8217;Italia &#232; un paese molto meno violento di trenta o quarant&#8217;anni fa, mentre i reati che crescono sono quasi tutti legati a internet.</p><h2>Il calo dal picco del 2007</h2><p>Nel 2007 le forze di polizia hanno denunciato all&#8217;autorit&#224; giudiziaria 2 milioni e 933 mila crimini, il numero pi&#249; alto mai registrato. La discesa cominciata allora &#232; durata tredici anni ed &#232; arrivata fino a 1,9 milioni nel 2020, che per&#242; &#232; l&#8217;anno dei lockdown e vale poco come punto di riferimento. Nel 2024 le denunce sono risalite a 2,4 milioni, il 4,2 per cento in pi&#249; rispetto al 2019 ma ancora il 18 per cento in meno rispetto al picco. Il quadro cambia poco anche in rapporto agli abitanti, perch&#233; la popolazione di oggi &#232; pi&#249; o meno quella del 2007, dopo essere salita sopra i 60 milioni a met&#224; anni Dieci: si &#232; passati da quasi 5 mila a poco pi&#249; di 4 mila crimini denunciati ogni 100 mila abitanti.</p><p>Il grosso del calo viene dai furti, scesi da 1 milione e 637 mila a 1 milione e 55 mila, cio&#232; il 36 per cento in meno. Da soli hanno perso pi&#249; di quanto abbia perso l&#8217;intero totale, perch&#233; nel frattempo altre voci sono cresciute. Le rapine si sono quasi dimezzate, da 51 mila a 29 mila, e certe forme stanno proprio sparendo: le rapine in banca erano state 3.050 nel 2007, pi&#249; di otto al giorno, mentre nel 2024 sono state 63, poco pi&#249; di una a settimana.</p><p>I furti di ciclomotori sono diminuiti dell&#8217;85 per cento e quelli di automobili del 40 per cento, da 173 mila a 104 mila, e qui la spiegazione &#232; in gran parte tecnologica: da quando il blocco elettronico dell&#8217;accensione &#232; di serie, rubare un&#8217;auto &#232; diventato molto pi&#249; complicato. Senza i reati digitali, poi, il calo complessivo sarebbe pi&#249; ripido: togliendo le truffe e frodi informatiche e i crimini informatici si arriva al 26 per cento in meno dal 2007, contro il 18 del totale.</p><p>Un secolo fa, nel 1926, l&#8217;Italia aveva circa 40 milioni di abitanti e l&#8217;autorit&#224; giudiziaria avvi&#242; l&#8217;azione penale per 687 mila crimini, circa 1.700 ogni 100 mila abitanti: meno della met&#224; del tasso attuale. Dentro quel numero per&#242; c&#8217;erano 1.620 omicidi consumati, quattro ogni 100 mila abitanti e oltre sette volte il livello di oggi, mentre i furti in rapporto alla popolazione erano meno di un terzo di quelli attuali e le ingiurie e diffamazioni denunciate, 72 mila, superavano di oltre il doppio le truffe, 32 mila. Il confronto vale come ordine di grandezza, perch&#233; quella serie conta i crimini arrivati in tribunale e la propensione a denunciare era molto pi&#249; bassa, ma il paradosso resta istruttivo: l&#8217;Italia di un secolo fa registrava meno della met&#224; dei reati di oggi ed era un paese assai pi&#249; violento.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!wjSr!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6f776fab-4e69-442d-ab03-ab37e73aa044_1760x1430.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!wjSr!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6f776fab-4e69-442d-ab03-ab37e73aa044_1760x1430.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Nel 1991, l&#8217;apice della stagione mafiosa, in Italia ne furono commessi 1.916, circa uno ogni 30 mila abitanti; nel 2024 sono stati 326, uno ogni 180 mila, con un calo dell&#8217;83 per cento e un minimo assoluto di 289 toccato nel 2020.</p><p>La discesa viene da lontano e gli anni delle stragi ne facevano gi&#224; parte. Dopo il massimo del 1991 si pass&#242; a 1.461 omicidi nel 1992 e a 1.065 nel 1993, fino ai 746 del 2000. Nella serie giudiziaria di fine Ottocento gli omicidi, tra tentati e consumati, sfioravano i 16 ogni 100 mila abitanti, oltre venti volte i livelli attuali, pur con definizioni non omogenee con quelle di oggi.</p><p>A sparire &#232; stata soprattutto la violenza della criminalit&#224; organizzata. Gli omicidi di tipo mafioso, che ancora nel 2007 erano 119, nel 2024 sono stati 17. Il calo &#232; stato invece molto pi&#249; lento per gli omicidi maturati in famiglia, come ha <a href="https://lavoce.info/archives/46798/linarrestabile-declino-degli-omicidi/">documentato</a> il sociologo Marzio Barbagli, e proprio per questo il loro peso sul totale continua a salire. Da circa vent&#8217;anni, inoltre, l&#8217;Italia ha un tasso di omicidi inferiore a quello di Francia e Regno Unito, due paesi che per secoli erano stati pi&#249; sicuri del nostro.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!POxR!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F5774dce6-dd84-4cb7-b6b5-00fb8c93fc6a_1760x1430.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!POxR!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F5774dce6-dd84-4cb7-b6b5-00fb8c93fc6a_1760x1430.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Fanno eccezione gli omicidi, dove la definizione &#232; solida ovunque: nel 2024 l&#8217;Italia, con 0,57 casi ogni 100 mila abitanti secondo Eurostat, &#232; stata il secondo paese pi&#249; sicuro dell&#8217;Unione dietro il Lussemburgo; nel 2022 era stata il primo. La Francia viaggia su un tasso pi&#249; che doppio del nostro (1,28), la Germania si colloca a 0,83 e la Spagna a 0,72, mentre la media dei paesi dell&#8217;Unione &#232; intorno a 1.</p><p>Le tendenze confermano il quadro: tra il 2008 e il 2024 il tasso italiano di omicidi &#232; sceso del 46 per cento, pi&#249; della media europea, e le rapine si sono pi&#249; che dimezzate. Fanno eccezione i furti in abitazione, un reato che pesa molto sul senso di sicurezza. In Italia sono rimasti sui livelli del 2008, mentre nella mediana dei paesi europei calavano del 42 per cento. Siamo con Romania e Francia uno dei tre paesi dell&#8217;Unione dove il tasso non &#232; sceso. La serie nazionale &#232; comunque meno piatta di quanto sembri, perch&#233; il picco &#232; arrivato nel 2014, con 256 mila furti in casa denunciati, e da allora la discesa &#232; stata del 39 per cento, fino a 156 mila.</p><p>Il calo italiano &#232; parte di un fenomeno pi&#249; ampio, quello che la letteratura chiama <em>crime drop</em>, il grande calo del crimine iniziato nei paesi occidentali negli anni Novanta: in gran parte d&#8217;Europa i reati registrati hanno toccato il picco tra la fine degli anni Ottanta e la met&#224; dei Novanta, in Italia nel 1991 e in Germania nel 1993, e da allora scendono. Una <a href="https://www.journals.uchicago.edu/doi/abs/10.1086/678081">rassegna</a> del 2014 pubblicata su <em>Crime and Justice</em> ha messo alla prova 17 spiegazioni proposte, dalla demografia alla legalizzazione dell&#8217;aborto, e l&#8217;unica sopravvissuta ai test empirici &#232; la pi&#249; prosaica: la diffusione dei dispositivi di sicurezza, dal blocco elettronico delle auto alle porte blindate, ha tolto occasioni ai reati con cui spesso cominciano le carriere criminali, con effetti a cascata anche sulla violenza.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!sXH_!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdbdcb30b-6eff-4b8e-83f9-b61cd758ec47_1760x1540.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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I crimini informatici in senso stretto, come gli accessi abusivi ai sistemi, sono cresciuti da 2.394 a quasi 27 mila, undici volte tanto. La criminalit&#224; ha seguito il denaro, spostandosi dove ormai passano acquisti e risparmi, cio&#232; online.</p><p>Le violenze sessuali denunciate sono al massimo storico: 6.831 nel 2024, il 51 per cento in pi&#249; rispetto al 2006. La lettura per&#242; &#232; delicata, perch&#233; le denunce crescono anche quando cresce il coraggio di denunciare, come mostrano le indagini sulle vittime di cui parler&#242; tra poco. Il confronto europeo qui inganna in direzione opposta: l&#8217;Italia risulta tra i paesi con meno violenze sessuali registrate ogni 100 mila abitanti, un dato che misura soprattutto quanto il fenomeno resta sommerso e che sarebbe un errore leggere come un primato di sicurezza.</p><p>Sono pi&#249; che raddoppiate anche le estorsioni, da 5.400 a 12 mila casi l&#8217;anno. Nel complesso, quindi, la fisionomia dell&#8217;insicurezza &#232; cambiata pi&#249; della sua quantit&#224;, con meno reati di strada e pi&#249; reati a distanza.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!8x7G!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8f531f0b-754f-434d-ab4f-3b21b655daab_1760x1716.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!8x7G!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8f531f0b-754f-434d-ab4f-3b21b655daab_1760x1716.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Ma per rispondere esiste uno strumento costruito apposta: l&#8217;indagine sulla sicurezza dei cittadini, con cui l&#8217;Istat intervista a distanza di alcuni anni decine di migliaia di persone chiedendo quali reati abbiano subito, denunciati o no. L&#8217;ultima edizione, condotta nel 2022-2023 su circa 29 mila persone e <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/06/Report_REATI-CONTRO-LA-PERSONA-E-LA-PROPRIETA_VITTIME-ED-EVENTI.pdf">pubblicata</a> a giugno 2025, conferma la discesa raccontata dalle statistiche di polizia.</p><p>Tra il 2015-2016 e il 2022-2023 la quota di persone vittime di reati predatori come borseggi e rapine &#232; scesa dal 3,7 al 2,3 per cento, mentre le famiglie che hanno subito un furto nell&#8217;abitazione principale sono passate dall&#8217;1,8 allo 0,6 per cento, un terzo di prima. La propensione a denunciare, semmai, &#232; aumentata: le aggressioni arrivate alle forze dell&#8217;ordine sono passate dal 20 al 41 per cento dei casi, il doppio, e le statistiche ufficiali quindi sottostimano il calo reale anzich&#233; esagerarlo.</p><p>Il punto cieco resta il digitale: secondo la stessa indagine viene denunciato solo un quarto circa delle truffe informatiche. La crescita di questi reati nelle statistiche di polizia &#232; quindi, con ogni probabilit&#224;, una sottostima del fenomeno reale.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!WjgO!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1956beea-e457-49c8-94b7-3e2d34a47cb8_1760x1144.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!WjgO!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1956beea-e457-49c8-94b7-3e2d34a47cb8_1760x1144.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!WjgO!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1956beea-e457-49c8-94b7-3e2d34a47cb8_1760x1144.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!WjgO!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1956beea-e457-49c8-94b7-3e2d34a47cb8_1760x1144.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!WjgO!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1956beea-e457-49c8-94b7-3e2d34a47cb8_1760x1144.png 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!WjgO!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1956beea-e457-49c8-94b7-3e2d34a47cb8_1760x1144.png" width="1456" height="946" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/1956beea-e457-49c8-94b7-3e2d34a47cb8_1760x1144.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:946,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:110799,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/i/207885406?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1956beea-e457-49c8-94b7-3e2d34a47cb8_1760x1144.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!WjgO!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1956beea-e457-49c8-94b7-3e2d34a47cb8_1760x1144.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!WjgO!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1956beea-e457-49c8-94b7-3e2d34a47cb8_1760x1144.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!WjgO!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1956beea-e457-49c8-94b7-3e2d34a47cb8_1760x1144.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!WjgO!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1956beea-e457-49c8-94b7-3e2d34a47cb8_1760x1144.png 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><h2>La paura va per conto suo</h2><p>Anche la percezione, sul lungo periodo, &#232; migliorata: nel 2022-2023 il 76 per cento degli italiani <a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/percezione-della-sicurezza-anni-2022-2023/">dichiarava</a> di sentirsi sicuro camminando da solo al buio nella propria zona, contro il 61 per cento del 2015-2016. La quota di chi ritiene di vivere in una zona a rischio di criminalit&#224; &#232; scesa dal 34 al 20 per cento e la fiducia nella capacit&#224; delle forze dell&#8217;ordine di controllare il territorio &#232; raddoppiata in quindici anni, dal 38 al 77 per cento.</p><p>Nel 2023 una ricerca di Eurispes con la Direzione centrale della Polizia criminale ha trovato di nuovo lo stesso scarto visto in apertura: solo il 21 per cento degli italiani giudicava poco sicura la propria citt&#224;, in netto calo dal 33 per cento del 2019, ma uno su quattro diceva che negli ultimi tre anni la sua paura di subire reati era comunque aumentata. Anche qui le persone si sentono sicure dove vivono e insicure rispetto a un pericolo generale che sembra stare sempre da qualche altra parte.</p><p>C&#8217;&#232; per&#242; un segnale recente che va nella direzione opposta. Nell&#8217;indagine annuale che alimenta il rapporto <a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/rapporto-sul-benessere-equo-e-sostenibile-anno-2024/">Bes</a> dell&#8217;Istat, le famiglie che percepiscono un rischio di criminalit&#224; nella zona in cui vivono sono tornate a crescere, di oltre tre punti percentuali tra il 2023 e il 2024, fino a poco pi&#249; di una su quattro. &#200; un&#8217;indagine diversa da quella sulla sicurezza dei cittadini e i livelli non si possono confrontare, per&#242; il movimento sembra vero, anche perch&#233; arriva insieme alla risalita delle denunce dopo la pandemia e al ritorno del tema sicurezza nel dibattito politico.</p><h2>In conclusione</h2><p>L&#8217;Italia sta diventando un paese effettivamente pi&#249; sicuro e tutti i dati lo indicano. Sugli omicidi, che sono l&#8217;indicatore pi&#249; facile da confrontare, siamo il secondo paese pi&#249; sicuro in assoluto dopo il Lussemburgo, segno di una societ&#224; sempre meno violenta.</p><p>Nonostante l&#8217;aumento della sicurezza, abbiamo una percezione completamente sbagliata, dovuta a media che preferiscono l&#8217;allarmismo e parlare costantemente di qualsiasi omicidio avvenga in Italia, piuttosto che dirci cosa sta succedendo davvero, e a una politica che sfrutta questo per prendere voti. La politica, in particolare quella italiana che vive di elezione in elezione e di referendum in referendum, che punta al breve periodo e mai al lungo, usa questa strada perch&#233; &#232; pi&#249; semplice giocare sulla paura irrazionale delle persone che affrontare i problemi che affliggono il paese. Alimentare la paura e poi offrirsi come gli unici che possono risolverla &#232; molto pi&#249; facile che fare quello che servirebbe per garantire un aumento del benessere.</p><p>Il risultato &#232; che l&#8217;Italia va meglio, ma siamo convinti di essere in preda alla criminalit&#224;. La politica e il sistema mediatico ne sono i principali responsabili.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La produttività italiana passa anche dalle competenze]]></title><description><![CDATA[Sotto la stagnazione della produttivit&#224; italiana: competenze sotto la media, forti squilibri territoriali e un sistema che fatica a trasformare conoscenza in innovazione diffusa.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/la-produttivita-italiana-passa-anche</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/la-produttivita-italiana-passa-anche</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Mon, 20 Jul 2026 08:02:18 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!mvDe!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff01f8d25-3809-46b3-8d79-97b8c4afb2ec_1220x274.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><span>Questo &#232; il quinto approfondimento di</span><a href="https://crescitazero.it/"><span> CrescitaZero</span></a><span>, la serie di articoli scritti insieme a </span></em><span class="mention-wrap" data-attrs="{&quot;name&quot;:&quot;Elia Bidut&quot;,&quot;id&quot;:11224936,&quot;type&quot;:&quot;user&quot;,&quot;url&quot;:null,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/34271320-974c-41d0-979b-3befb29093c2_4284x4284.jpeg&quot;,&quot;uuid&quot;:&quot;7e4239f3-086c-4000-b762-47ea1d6841a7&quot;}" data-component-name="MentionToDOM"></span> <em><span>per capire cos&#8217;&#232; successo alla crescita italiana. Negli episodi precedenti abbiamo visto perch&#233; la</span><a href="https://lavoroinfatti.substack.com/p/perche-litalia-e-ferma-da-trentanni"><span> produttivit&#224;</span></a><span> &#232; ferma da trent&#8217;anni, perch&#233; la crescita &#232; la condizione che tiene in piedi la</span><a href="https://lavoroinfatti.substack.com/p/perche-la-democrazia-si-regge-sulla"><span> democrazia</span></a><span>, perch&#233; i</span><a href="https://lavoroinfatti.substack.com/p/gli-stipendi-crescono-solo-dove-cresce"><span> salari</span></a><span> italiani non sono cresciuti e perch&#233; il</span><a href="https://lavoroinfatti.substack.com/p/la-trappola-del-piccolo-e-bello-perche"><span> nanismo</span></a><span> delle imprese &#232; un problema. Oggi capiamo perch&#233; l&#8217;assenza di competenze sufficienti soffochi la crescita.</span></em></p><div><hr></div><p style="text-align: justify;"><span>Quando in Italia si parla di produttivit&#224;, il riflesso quasi automatico &#232; guardare alle imprese: quanti investimenti fanno, quanto sono grandi, quanto esportano, quanto pesa il costo dell&#8217;energia o della regolazione. Ma tra le leve che abbiamo identificato nel </span><a href="https://lavoroinfatti.substack.com/p/perche-litalia-e-ferma-da-trentanni"><span>primo</span></a><span> articolo di questa serie, c&#8217;&#232; un livello a monte che spesso resta sullo sfondo: la qualit&#224; della forza lavoro, anche nota come capitale umano.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Tecnologie, software, macchinari e modelli organizzativi non producono gli stessi risultati ovunque: il loro rendimento dipende anche dalla capacit&#224; delle persone di usarli bene, adattarsi ai cambiamenti, leggere informazioni complesse, coordinarsi meglio e risolvere problemi nuovi. In questo senso, la produttivit&#224; non dipende solo da capitale e investimenti, ma anche dalla qualit&#224; delle competenze disponibili e da come l&#8217;economia riesce a impiegarle.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Uno studio dell&#8217;</span><a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2025/06/adult-skills-and-productivity_5e9a03df/12ac6e8c-en.pdf"><span>OCSE</span></a><span> pubblicato a giugno 2025 ha misurato questo legame con i dati della nuova indagine internazionale sulle competenze delle persone adulte. La produttivit&#224; del lavoro risulta pi&#249; alta nei settori e nei paesi dove il livello medio delle competenze &#232; pi&#249; alto, in parte perch&#233; a competenze maggiori si accompagna una maggiore intensit&#224; di ricerca e sviluppo. Questo primo canale, da solo, spiega circa un quarto delle differenze di produttivit&#224; tra paesi a parit&#224; di settore. Conta per&#242; anche dove le competenze finiscono: la produttivit&#224; &#232; pi&#249; alta dove i disallineamenti tra le competenze dei lavoratori e quelle richieste dai posti di lavoro, i cosiddetti mismatch, sono minori e dove i lavoratori pi&#249; preparati sono impiegati nelle imprese pi&#249; grandi e dinamiche. Secondo lo studio, le differenze in questi meccanismi di allocazione spiegano almeno un altro 12 per cento dei divari di produttivit&#224; tra paesi.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>In altre parole, le competenze incidono sulla produttivit&#224; in almeno due modi. La prima via &#232; diretta: competenze pi&#249; alte aumentano il valore prodotto da ogni ora di lavoro, perch&#233; migliorano l&#8217;uso di tecnologie e organizzazione. La seconda passa invece dal mercato del lavoro: competenze pi&#249; solide rendono pi&#249; fluida la riallocazione verso i contesti produttivi migliori, cio&#232; verso quelle imprese che riescono a trasformare conoscenza in valore aggiunto. Se questo meccanismo si inceppa, anche investimenti e incentivi rischiano di rendere meno del previsto.</span></p><h2 style="text-align: justify;"><span>L&#8217;Italia arranca, anche nelle competenze</span></h2><p style="text-align: justify;"><span>La </span><a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2024/12/survey-of-adults-skills-2023-country-notes_df7b4a60/italy_efb33b22/b03d6066-en.pdf"><span>Survey of Adult Skills</span></a><span>, l&#8217;indagine del programma PIAAC dell&#8217;OCSE condotta in 31 paesi e pubblicata a dicembre 2024, misura con prove standardizzate le competenze degli adulti tra i 16 e i 65 anni in tre domini: la comprensione dei testi scritti (literacy), l&#8217;uso delle informazioni matematiche e numeriche (numeracy) e la capacit&#224; di risolvere problemi in situazioni che cambiano (problem solving adattivo). In Italia la rilevazione, curata dall&#8217;INAPP, l&#8217;Istituto nazionale per l&#8217;analisi delle politiche pubbliche, per conto del ministero del Lavoro, ha coinvolto circa 4.800 adulti.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Gli adulti italiani ottengono in media 245 punti in literacy, 244 in numeracy e 231 nel problem solving adattivo, contro una media OCSE rispettivamente di 260, 263 e 251. In tutti e tre i casi il divario &#232; tra i 15 e i 20 punti, su scale che vanno da 0 a 500. Il dato &#232; importante perch&#233; indica una base media di competenze pi&#249; fragile proprio nelle abilit&#224; che aiutano ad assorbire innovazione e lavorare in organizzazioni pi&#249; complesse.</span></p><div id="datawrapper-iframe" class="datawrapper-wrap outer" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://datawrapper.dwcdn.net/xKQj1/3/&quot;,&quot;thumbnail_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/f01f8d25-3809-46b3-8d79-97b8c4afb2ec_1220x274.png&quot;,&quot;thumbnail_url_full&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/6ff690ef-8f8d-43eb-9e07-b1504756e713_1220x448.png&quot;,&quot;height&quot;:218,&quot;title&quot;:&quot;L'Italia &#232; indietro nelle competenze chiave rispetto ai paesi avanzati&quot;,&quot;description&quot;:&quot;Punteggio medio degli adulti 16-65 nella Survey of Adult Skills 2023&quot;}" data-component-name="DatawrapperToDOM"><iframe id="iframe-datawrapper" class="datawrapper-iframe" src="https://datawrapper.dwcdn.net/xKQj1/3/" width="730" height="218" frameborder="0" scrolling="no"></iframe><script type="text/javascript">!function(){"use strict";window.addEventListener("message",(function(e){if(void 0!==e.data["datawrapper-height"]){var t=document.querySelectorAll("iframe");for(var a in e.data["datawrapper-height"])for(var r=0;r<t.length;r++){if(t[r].contentWindow===e.source)t[r].style.height=e.data["datawrapper-height"][a]+"px"}}}))}();</script></div><p style="text-align: justify;"><span>I punteggi dell&#8217;indagine vengono poi raggruppati dall&#8217;OCSE in livelli di competenza: chi si ferma al livello 1 o sotto riesce a capire testi brevi e a trovare un&#8217;informazione quando &#232; indicata chiaramente, o a fare calcoli di base con numeri interi o con il denaro, mentre va in difficolt&#224; appena un compito richiede pi&#249; passaggi, come calcolare una proporzione. Ai livelli 4 o 5, i pi&#249; alti, si valutano criticamente testi lunghi e complessi e si interpretano dati e grafici statistici. In literacy il 35 per cento degli adulti italiani si ferma al livello 1 o sotto, contro il 26 per cento della media OCSE, mentre solo il 5 per cento raggiunge i livelli 4 o 5, contro il 12. In numeracy le proporzioni sono quasi identiche, con il 35 per cento ai livelli bassi contro 25 e il 6 per cento a quelli alti contro 14. Nel problem solving adattivo, dove il livello massimo &#232; il 4, la distanza &#232; ancora pi&#249; netta: il 46 per cento resta al livello 1 o sotto, contro il 29, riuscendo a risolvere solo problemi semplici che non cambiano mentre li si affronta, e appena l&#8217;1 per cento tocca il livello pi&#249; alto, contro il 5.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Il problema italiano ha quindi due facce: un punteggio medio pi&#249; basso e una distribuzione sbilanciata, con pochi adulti molto competenti e una quota ampia con competenze deboli. Per un&#8217;economia che deve adottare tecnologie digitali e aumentare il contenuto di conoscenza della produzione, la seconda faccia pesa pi&#249; di quanto suggerisca un semplice confronto tra medie.</span></p><div id="datawrapper-iframe" class="datawrapper-wrap outer" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://datawrapper.dwcdn.net/bCroa/1/&quot;,&quot;thumbnail_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/4ba6b8d2-54b4-4028-953e-530ffe3ec649_1220x330.png&quot;,&quot;thumbnail_url_full&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/55d65086-c421-433f-9c1a-37cd223652c2_1220x454.png&quot;,&quot;height&quot;:219,&quot;title&quot;:&quot;In Italia pi&#249; di un adulto su tre ha competenze di base deboli&quot;,&quot;description&quot;:&quot;Quota di adulti 16-65 che si ferma al livello 1 o inferiore nella Survey of Adult Skills 2023&quot;}" data-component-name="DatawrapperToDOM"><iframe id="iframe-datawrapper" class="datawrapper-iframe" src="https://datawrapper.dwcdn.net/bCroa/1/" width="730" height="219" frameborder="0" scrolling="no"></iframe><script type="text/javascript">!function(){"use strict";window.addEventListener("message",(function(e){if(void 0!==e.data["datawrapper-height"]){var t=document.querySelectorAll("iframe");for(var a in e.data["datawrapper-height"])for(var r=0;r<t.length;r++){if(t[r].contentWindow===e.source)t[r].style.height=e.data["datawrapper-height"][a]+"px"}}}))}();</script></div><p style="text-align: justify;"><span>Rispetto alla rivelazione di dieci anni prima, i risultati medi italiani in literacy e numeracy sono rimasti sostanzialmente simili, mentre si &#232; ampliato il divario tra gli adulti migliori e peggiori e in literacy &#232; aumentata la quota di di chi ferma ai livelli pi&#249; bassi. Anche questo &#232; un elemento importante: non c&#8217;&#232; solo un problema di ritardo, ma anche di polarizzazione interna delle competenze.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Un altro tassello del quadro arriva dai pi&#249; giovani. Le prove</span><a href="https://www.invalsi.it/wp-content/uploads/2026/07/Presentazione-Risultati-Prove-INVALSI-2026.pdf"><span> INVALSI 2026</span></a><span>, che misurano le competenze fondamentali in italiano, matematica e inglese alla fine dei diversi cicli scolastici, mostrano un profilo molto simile a quello visto per gli adulti: risultati medi sotto la media desiderabile e forti divari territoriali tra Nord e Sud. Se si guarda alle classi terminali, una quota non trascurabile di studenti fatica ancora su comprensione dei testi, uso dei numeri e capacit&#224; di applicare ci&#242; che ha studiato a problemi nuovi, cio&#232; esattamente le competenze che serviranno per reggere organizzazioni pi&#249; complesse e assorbire innovazione una volta entrati nel mercato del lavoro.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Questo rende evidente che le competenze sono un fenomeno di lungo periodo: i punteggi dei ragazzi di oggi sono, in larga parte, i punteggi dei lavoratori di domani. Se un territorio accumula ritardi gi&#224; alla scuola secondaria, ritrover&#224; quegli stessi ritardi nella capacit&#224; della sua forza lavoro di usare tecnologie, leggere dati, prendere decisioni in contesti incerti, con effetti diretti sia sulla produttivit&#224; attuale sia sulla velocit&#224; con cui riuscir&#224; ad adottare nuovi processi e nuovi strumenti. Visti cos&#236;, gli esiti INVALSI non sono solo un indicatore del sistema educativo, ma anche una variabile anticipatrice della base di capitale umano su cui si regger&#224; la crescita futura.</span></p><h2 style="text-align: justify;"><span>L&#8217;ennesimo dualismo interno italiano</span></h2><p style="text-align: justify;"><span>Secondo</span><a href="https://www.inapp.gov.it/sala-stampa/671613"><span> l&#8217;INAPP</span></a><span>, il divario medio italiano riflette soprattutto la debolezza delle regioni meridionali, mentre Nord-Ovest, Nord-Est e Centro in literacy, e il Nord-Est anche in numeracy, registrano risultati statisticamente comparabili alla media OCSE. Questo implica che il problema non &#232; distribuito in modo uniforme sul territorio. All&#8217;interno dell&#8217;Italia convivono aree che si muovono vicino agli standard internazionali e aree che restano molto pi&#249; indietro, abbassando la media complessiva del paese.</span></p><div id="datawrapper-iframe" class="datawrapper-wrap outer" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://datawrapper.dwcdn.net/wqMEY/1/&quot;,&quot;thumbnail_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/d33a0601-a3e2-4d46-aefb-3238aa2cf134_1220x284.png&quot;,&quot;thumbnail_url_full&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/13007cb9-5773-44f7-8e01-582dc1165262_1220x492.png&quot;,&quot;height&quot;:242,&quot;title&quot;:&quot;Nelle competenze degli adulti il ritardo italiano &#232; soprattutto meridionale&quot;,&quot;description&quot;:&quot;Punteggio medio degli adulti 16-65 nella Survey of Adult Skills 2023Punteggio medio degli adulti 16-65 per macroarea nella Survey of Adult Skills 2023&quot;}" data-component-name="DatawrapperToDOM"><iframe id="iframe-datawrapper" class="datawrapper-iframe" src="https://datawrapper.dwcdn.net/wqMEY/1/" width="730" height="242" frameborder="0" scrolling="no"></iframe><script type="text/javascript">!function(){"use strict";window.addEventListener("message",(function(e){if(void 0!==e.data["datawrapper-height"]){var t=document.querySelectorAll("iframe");for(var a in e.data["datawrapper-height"])for(var r=0;r<t.length;r++){if(t[r].contentWindow===e.source)t[r].style.height=e.data["datawrapper-height"][a]+"px"}}}))}();</script></div><p style="text-align: justify;"><span>Michael Kremer, premio Nobel per l&#8217;economia nel 2019, propose nel 1993 un modello utile a capire perch&#233; una quota ampia di competenze deboli pesa sull&#8217;intero sistema, la teoria O-Ring, che prende il nome dalla guarnizione il cui cedimento caus&#242; nel 1986 l&#8217;esplosione dello Space Shuttle Challenger. Nel modello la produzione &#232; una catena di compiti complementari: il valore finale dipende dalla qualit&#224; con cui ogni anello viene svolto e un errore in un solo passaggio pu&#242; azzerare il valore di tutto il resto, come una guarnizione difettosa distrusse una navetta spaziale. Da questa complementarit&#224; discendono due conseguenze. Piccole differenze di competenze si amplificano in grandi differenze di produttivit&#224; e di salario, perch&#233; ogni anello debole riduce il rendimento di tutti gli altri. E i lavoratori tendono a raggrupparsi per livello, cos&#236; le produzioni pi&#249; complesse si concentrano dove le competenze sono pi&#249; alte, mentre i territori con competenze pi&#249; deboli restano ancorati a produzioni semplici, che generano meno valore aggiunto.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Il dualismo territoriale &#232; quindi uno dei meccanismi attraverso cui il problema delle competenze si trasforma in un problema di produttivit&#224; aggregata. Dire che l&#8217;Italia &#232; sotto media &#232; corretto, mail ritardo italiano &#232; anche il risultato di una forte eterogeneit&#224; interna, che rende pi&#249; difficile costruire una base ampia e omogenea di competenze spendibili nell&#8217;economia.</span></p><h2 style="text-align: justify;"><span>Perch&#233; conta per la produttivit&#224;</span></h2><p style="text-align: justify;"><span>Richard Nelson ed Edmund Phelps, quest&#8217;ultimo poi premio Nobel per l&#8217;economia, proposero nel 1966 l&#8217;idea che meglio inquadra questo episodio: il capitale umano determina la velocit&#224; con cui un&#8217;economia adotta le tecnologie disponibili. Una forza lavoro istruita capisce prima le innovazioni e le adatta meglio al proprio contesto, quindi il vantaggio delle competenze cresce quando la tecnologia cambia rapidamente, come accade oggi con la transizione digitale e l&#8217;intelligenza artificiale. Un paese con un capitale umano debole pu&#242; avere accesso alle stesse tecnologie degli altri, ma le assorbe con anni di ritardo e in una parte pi&#249; piccola del proprio sistema produttivo.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>&#200; qui che il lavoro</span><a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2025/06/adult-skills-and-productivity_5e9a03df/12ac6e8c-en.pdf"><span> OCSE</span></a><span> aiuta a fare un passo in pi&#249; rispetto al dibattito abituale. Il punto non &#232; soltanto &#8220;pi&#249; istruzione uguale pi&#249; produttivit&#224;&#8221;. Un aumento di una deviazione standard nella numeracy, cio&#232; la distanza che separa un adulto nella media da uno molto sopra la media, si associa a una probabilit&#224; di partecipare al mercato del lavoro pi&#249; alta di 7 punti percentuali e, tra le persone attive, a un rischio di disoccupazione pi&#249; basso di 3 punti. Tra gli occupati, lo stesso aumento si associa a salari pi&#249; alti del 5 per cento, a parit&#224; di altre caratteristiche osservabili, mentre per confronto una deviazione standard in pi&#249; di istruzione si associa a salari pi&#249; alti del 14 per cento. I benefici delle competenze, segnala l&#8217;OCSE, vanno oltre quelli legati ai soli titoli di studio.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Questo aiuta a leggere meglio anche un equivoco frequente del dibattito pubblico. Il problema non &#232; tanto che in Italia ci siano relativamente pochi laureati. La questione pi&#249; profonda &#232; che una parte troppo ampia della popolazione adulta resta su livelli bassi nelle competenze che servono davvero nei contesti produttivi contemporanei: comprensione di testi complessi, uso dei numeri, capacit&#224; di affrontare problemi nuovi, adattabilit&#224; ai processi digitali e organizzativi.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Quando queste capacit&#224; mancano, rallenta sia la produttivit&#224; odierna sia la capacit&#224; di adottare nuove tecnologie e riorganizzare il lavoro spostando lavoratori e risorse verso le imprese migliori e sfruttare appieno i benefici degli investimenti. Tramite questo canale blocchiamo anche la produttivit&#224; di domani, perch&#233; dipende dalle scelte e dalle azioni messe in moto oggi. La produttivit&#224; non &#232; soltanto una questione di capitale fisico o di incentivi alle imprese, ma &#232; soprattutto una questione di persone, di competenze disponibili e di come l&#8217;economia riesce a valorizzarle.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Questo quadro &#232; coerente anche con quanto emerge dalle analisi recenti della</span><a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0953/QEF_953.pdf"><span> Banca d&#8217;Italia</span></a><span>. In un recente studio sulle dinamiche della produttivit&#224;, gli autori osservano che tra il 2019 e il 2024 il valore aggiunto del settore privato &#232; aumentato di quasi il 10 per cento, soprattutto grazie a un forte stimolo fiscale. La crescita ha riguardato in particolare costruzioni e servizi, mentre la manifattura ha ristagnato. A trainare &#232; stata soprattutto l&#8217;espansione dell&#8217;occupazione, a fronte di una dinamica molto pi&#249; debole della produttivit&#224; del lavoro, in calo negli ultimi due anni.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>La produttivit&#224; delle imprese, osserva lo studio, &#232; stata sostenuta da processi riallocativi e dalla crescita delle imprese pi&#249; efficienti, ma in questo modo &#232; cresciuto  il divario tra queste imprese e il resto del tessuto produttivo. Una parte del sistema si &#232; rafforzata, ma la diffusione dei miglioramenti &#232; rimasta incompleta.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Questo &#232; esattamente il tipo di quadro in cui le competenze fanno la differenza. Quando il capitale umano &#232; debole o troppo polarizzato, la capacit&#224; di assorbire innovazione si concentra in pochi segmenti dell&#8217;economia. Le imprese pi&#249; dinamiche riescono comunque a crescere, ma fanno pi&#249; fatica a trascinare con s&#233; il resto del sistema. E cos&#236; la produttivit&#224; resta compressa non solo da un problema di investimenti o di scala, ma anche da una difficolt&#224; pi&#249; profonda nel costruire e usare conoscenza in modo diffuso.</span></p><h2 style="text-align: justify;"><span>Cosa fare</span></h2><p style="text-align: justify;"><span>Il tratto chiave di questa serie si potrebbe risolvere con una parola: complessit&#224;. Non &#232; che tutto dipenda dalla scuola. E non &#232; nemmeno che basti aumentare la spesa in formazione per risolvere il problema. La lezione pi&#249; utile dei lavori</span><a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2025/06/adult-skills-and-productivity_5e9a03df/12ac6e8c-en.pdf"><span> OCSE</span></a><span> e</span><a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0953/QEF_953.pdf"><span> Banca d&#8217;Italia</span></a><span> &#232; che la produttivit&#224; cresce quando una forza lavoro pi&#249; competente &#232; anche meglio allocata e quando le imprese e il mercato del lavoro riescono a trasformare quelle competenze in innovazione, organizzazione e miglior uso del capitale.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Le implicazioni sono due. La prima &#232; trattare il capitale umano come una condizione di base della crescita, con politiche che alzino le competenze effettive lungo tutta la vita, dalla scuola alla formazione degli adulti, e con una priorit&#224; evidente per i territori pi&#249; indietro. La seconda &#232; fare in modo che quelle competenze vengano usate, con un mercato del lavoro che aiuti le persone pi&#249; preparate ad arrivare alle imprese in grado di valorizzarle.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Per anni abbiamo raccontato la stagnazione italiana come il risultato di un sistema che investe poco. Ed &#232; vero. Ma i dati pi&#249; recenti suggeriscono che il problema &#232; anche un sistema che fatica a costruire, usare e spostare bene la conoscenza. Se non si rompe questo blocco, anche gli investimenti giusti rischiano di rendere meno del previsto. La produttivit&#224; italiana &#232; anche un problema di persone e di come l&#8217;economia riesce a valorizzarle.</span></p><div><hr></div><p style="text-align: justify;"><em><span>*La Survey of Adult Skills del programma PIAAC valuta persone tra i 16 e i 65 anni con prove standardizzate in tre ambiti: comprensione di testi scritti (literacy), uso di informazioni matematiche e numeriche (numeracy) e capacit&#224; di risolvere problemi in contesti che cambiano (problem solving adattivo). Non si tratta di domande nozionistiche, ma di esercizi pratici: per la literacy, ad esempio, viene chiesto di leggere tabelle, istruzioni, articoli brevi e di individuare informazioni, collegare passaggi, trarre inferenze; per la numeracy, di interpretare percentuali, prezzi, grafici, unit&#224; di misura e prendere decisioni quantitative sensate; per il problem solving adattivo, di gestire situazioni in cui cambiano vincoli e obiettivi, scegliendo strategie coerenti e aggiornando le scelte alla luce di nuove informazioni.</span></em></p><p style="text-align: justify;"><em><span>Ogni risposta viene tradotta in un punteggio su scale che vanno da 0 a 500 e in livelli di competenza, dai pi&#249; bassi (compiti semplici, altamente strutturati) ai pi&#249; alti (compiti complessi, con molta informazione da filtrare e integrare. Questo consente non solo di confrontare la media dei paesi, ma anche di capire quanta parte della popolazione si concentra nei livelli bassi o alti, cio&#232; quante persone riescono davvero a usare testi, numeri e strumenti digitali in modo efficace nei contesti di lavoro quotidiani. &#200; in questo incrocio tra punteggi medi, distribuzione dei livelli e uso effettivo delle competenze nell&#8217;economia che si gioca, in larga misura, la differenza di produttivit&#224; tra sistemi pi&#249; dinamici e sistemi che restano inchiodati a produzioni semplici.</span></em></p><div><hr></div><p style="text-align: justify;">La serie CrescitaZero si prende una paura per agosto. La prossima uscita sar&#224; il 31 agosto. Ma la prossima settimana avremo un&#8217;uscita dedicata a dei consigli di lettura estivi. </p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Come è messa la sanità italiana]]></title><description><![CDATA[&#200; la prima preoccupazione personale degli italiani, ma la spesa pubblica reale per ogni cittadino &#232; tornata sotto i livelli del 2010.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/come-e-messa-la-sanita-italiana</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/come-e-messa-la-sanita-italiana</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Thu, 16 Jul 2026 08:00:47 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!iHRR!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F5fa01178-ef94-4635-af28-5c62fb0f2bd7_1760x1430.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 37 per cento degli italiani mette la sanit&#224; tra i temi che preoccupano di pi&#249;, quattordici punti sopra la media internazionale del 23 per cento, e per diverso tempo la salute &#232; stata in Italia la prima preoccupazione in assoluto, davanti al costo della vita e alla criminalit&#224;.<a class="footnote-anchor" data-component-name="FootnoteAnchorToDOM" id="footnote-anchor-1" href="#footnote-1" target="_self">1</a></p><p>Nel sondaggio europeo <a href="https://europa.eu/eurobarometer/screen/home">Eurobarometro</a> la sanit&#224; compare solo come terza o quarta voce quando si chiede quali siano i problemi pi&#249; importanti del paese, citata dall&#8217;11 per cento degli italiani contro una media europea del 14 per cento, ma sale al 15 per cento e diventa la prima preoccupazione concreta dopo l&#8217;aumento dei prezzi non appena la domanda riguarda i problemi che ognuno affronta in prima persona. &#200; un tema che pesa pi&#249; sulla vita di ciascuno che sul dibattito politico e cresce quanto pi&#249; la domanda si avvicina all&#8217;esperienza quotidiana.</p><p>La quota di italiani che mette la salute tra le priorit&#224; su cui lo Stato dovrebbe investire &#232; passata dal 52 per cento del 2022 al <a href="https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=128178">74 per cento</a> del 2025 in un&#8217;indagine annuale realizzata da Ipsos, mentre un sondaggio dell&#8217;istituto <a href="https://www.demopolis.it/?p=13308">Demopolis</a> nel 2026 colloca gli investimenti in sanit&#224; al secondo posto fra le richieste rivolte al governo, subito dietro la lotta all&#8217;inflazione.</p><p>Mentre la domanda di sanit&#224; sale, la fiducia degli italiani nel servizio scende, perch&#233; secondo il Rapporto annuale del <a href="https://www.censis.it/il-capitolo-il-sistema-di-welfare-del-58-rapporto-censis-sulla-situazione/">Censis</a> la quota di soddisfatti del servizio sanitario della propria regione &#232; passata dal 55 per cento del 2019 al 40 per cento del 2024 e quasi otto italiani su dieci temono di non poter contare sulla sanit&#224; pubblica in futuro.</p><h2>Chi pu&#242; paga, chi non pu&#242; rinuncia</h2><p>Una piattaforma nazionale dell&#8217;<a href="https://www.key4biz.it/liste-dattesa-cosa-ci-dicono-65-milioni-di-prenotazioni/574242/">Agenas</a>, l&#8217;agenzia che controlla i servizi sanitari regionali, misura da poco quanto si aspetta per le visite e gli esami prenotati nel servizio pubblico, e nel 2025 ha registrato quasi 58 milioni di prestazioni, di cui circa 2 milioni fornite oltre i tempi massimi previsti. Per le prime visite specialistiche poco meno di otto su dieci rientrano nei tempi massimi fissati in base all&#8217;urgenza, il che significa che circa una su cinque arriva in ritardo, mentre dietro le medie nazionali restano i casi estremi, come le aree dove per una mammografia non urgente si &#232; arrivati fino a 320 giorni di attesa.</p><p>Quando l&#8217;attesa diventa troppo lunga restano due strade, pagare di tasca propria oppure rinunciare. La rinuncia si &#232; ormai trasformata in un fenomeno di massa, perch&#233; secondo Istat nel 2024 il <a href="https://www.insalutenews.it/in-salute/liste-dattesa-nel-caos-6-milioni-di-italiani-rinunciano-alle-cure-decreti-attuativi-ancora-al-palo-report-gimbe/">9,9 per cento</a> della popolazione, circa 5,8 milioni di persone, ha rinunciato ad almeno una visita o un esame di cui aveva bisogno, contro il 7,6 per cento del 2023 e il 7 per cento del 2022. A spingere la rinuncia &#232; soprattutto l&#8217;attesa, perch&#233; chi ha lasciato perdere per via delle liste &#232; passato in un solo anno da 2,7 a 4 milioni di persone, una crescita di oltre la met&#224;.</p><p>I <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/hlth_silc_08/default/table">dati europei</a> mostrano che in Italia chi appartiene al 20 per cento pi&#249; povero della popolazione rinuncia a curarsi circa sette volte pi&#249; di chi sta nel 20 per cento pi&#249; ricco e che, quando a pesare &#232; il costo, la barriera riguarda quasi solo le famiglie a basso reddito. &#200; un esito che rovescia il senso stesso del servizio pubblico, perch&#233; la sanit&#224; universalistica nasce per garantire le cure a chi non potrebbe pagarsele e finisce invece per lasciare scoperte per prime proprio quelle persone.</p><p>Chi non rinuncia paga di tasca propria. Questa spesa diretta, fatta soprattutto di visite private e di farmaci non rimborsati, vale ormai <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/hlth_sha11_hf/default/table">22 per cento</a> di tutta la spesa sanitaria del paese, intorno ai 700 euro l&#8217;anno per abitante. &#200; circa un quarto del totale, sopra la soglia del 15 per cento che l&#8217;Organizzazione mondiale della sanit&#224; indica come il livello oltre il quale le spese sanitarie rischiano di mettere in difficolt&#224; le famiglie. L&#8217;Italia &#232; oltre quella soglia da pi&#249; di dieci anni.</p><p>Tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie verso le strutture private non convenzionate con il servizio pubblico, quelle in cui si paga l&#8217;intera prestazione senza ticket, &#232; <a href="https://salviamo-ssn.it/var/contenuti/Report_Osservatorio_GIMBE_2025.02_Spesa_sanitaria_privata_2023.pdf">pi&#249; che raddoppiata</a>, passando da poco pi&#249; di 3 a oltre 7 miliardi di euro, segno che chi pu&#242; permetterselo esce dal perimetro pubblico per comprare la prestazione sul mercato mentre chi non pu&#242; aspetta o rinuncia. Per circa <a href="https://www.editorialedomani.it/politica/italia/disuguaglianze-sistema-sanitario-italiano-curarsi-rende-poveri-diritto-salute-piegato-dal-mercato-th1r85yo">1,4 milioni di famiglie</a>, secondo uno studio basato sui dati dell&#8217;Istat, le spese sanitarie diventano cos&#236; alte da pesare in modo grave sul bilancio familiare. Pi&#249; della met&#224; di queste famiglie vive nel Mezzogiorno.</p><h2>Meno risorse di quanto sembri</h2><p>Ogni anno il governo annuncia che la spesa sanitaria pubblica ha toccato un nuovo record. In euro correnti &#232; vero, perch&#233; la spesa &#232; passata da circa 46 miliardi nel 1995 a <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/gov_10a_exp/default/table">146 miliardi</a> nel 2024, pi&#249; che triplicata. Ma una cifra in euro correnti dice poco, perch&#233; nel frattempo i prezzi sono saliti e con gli stessi soldi il servizio sanitario si pu&#242; permettere meno cose. Per capire se la spesa &#232; davvero cresciuta bisogna depurarla dall&#8217;inflazione, cio&#232; riportare tutti gli anni allo stesso potere d&#8217;acquisto, come quando si confronta uno stipendio di oggi con quello di vent&#8217;anni fa tenendo conto di quanto costava allora la vita.</p><p>La spesa sanitaria corretta per l&#8217;inflazione<a class="footnote-anchor" data-component-name="FootnoteAnchorToDOM" id="footnote-anchor-2" href="#footnote-2" target="_self">2</a> mostra che la crescita tra il 1995 e il 2024 &#232; del 72 per cento invece del 219 per cento che si legge guardando gli euro correnti, perch&#233; l&#8217;aumento dei prezzi si &#232; mangiato pi&#249; della met&#224; dell&#8217;incremento apparente. Negli anni dell&#8217;austerit&#224; seguiti alla crisi del debito, tra il 2011 e il 2013, la spesa reale &#232; perfino diminuita di anno in anno.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ic3z!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F03f8a0fb-2163-4b06-90d0-ca12c2c9db11_1760x1430.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ic3z!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F03f8a0fb-2163-4b06-90d0-ca12c2c9db11_1760x1430.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>La spesa sanitaria pubblica per ogni italiano, sempre a prezzi di oggi, nel 2024 vale circa 2.480 euro, meno dei 2.640 di quindici anni prima. Poich&#233; la popolazione italiana &#232; cambiata poco, questo significa che lo Stato spende per la salute di ciascuno di noi un po&#8217; meno di quanto spendesse nel 2010, e lo fa proprio mentre gli anziani aumentano e con loro cresce il bisogno di cure.</p><p>Un secondo modo di misurare lo sforzo pubblico guarda a quanto la spesa pesa rispetto alla ricchezza prodotta in un anno, il prodotto interno lordo, e su questa misura la spesa sanitaria pubblica italiana &#232; scesa dal 7,4 per cento del 2009 e 2010 al 6,6 per cento del 2024. La fondazione indipendente <a href="https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=131964">Gimbe</a>, che ogni anno analizza i conti del servizio sanitario, ha calcolato che nel decennio prima della pandemia alla sanit&#224; pubblica sono stati sottratti circa 37 miliardi di euro, tra tagli veri e aumenti promessi che non sono mai arrivati.</p><p>I documenti di bilancio del governo indicano che nei prossimi anni la quota di prodotto interno lordo destinata alla sanit&#224; pubblica scender&#224; ancora, mentre le proiezioni di lungo periodo della <a href="https://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Attivit--i/Spesa-soci/Attivita_di_previsione_RGS/2025/Rapporto-2025-n.26.pdf">Ragioneria generale dello Stato</a> mostrano che quella stessa spesa dovr&#224; invece crescere parecchio solo per far fronte all&#8217;invecchiamento, dato che una popolazione pi&#249; anziana consuma pi&#249; cure.</p><p>Il definanziamento ha avuto la forma di una lenta erosione, anno dopo anno, di risorse che non hanno tenuto il passo con i prezzi e con l&#8217;invecchiamento. Mentre l&#8217;Italia restava ferma, Francia e Germania aumentavano la loro spesa pubblica, allargando il distacco. Un sistema che sulla carta spende cifre da record nei fatti fatica a stare al passo con la domanda di cure, e dove i soldi mancano di pi&#249; il problema si vede subito, nelle persone che dovrebbero far funzionare ospedali e ambulatori.</p><h2>Pochi infermieri e medici che invecchiano</h2><p>Negli ospedali italiani ci sono oggi circa <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/hlth_rs_bds/default/table">3,2 posti letto</a> ogni mille abitanti, contro i 4,7 di vent&#8217;anni fa, e in due decenni ne &#232; stato tagliato circa un terzo. Una parte della riduzione &#232; fisiologica, perch&#233; molte cure che un tempo richiedevano il ricovero oggi si fanno in day hospital o a casa, ma il taglio italiano &#232; stato pi&#249; profondo della media europea e ha lasciato il sistema con margini molto stretti, come si &#232; visto durante la pandemia quando in molte regioni mancarono i <a href="https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=118394">posti di terapia intensiva</a>.</p><p>I medici in Italia sono persino pi&#249; numerosi della media europea, circa 4 ogni mille abitanti, e il vero collo di bottiglia sono invece gli infermieri, <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/hlth_rs_prs1/default/table">poco meno di 7</a> ogni mille contro i pi&#249; di 14 della Germania e i quasi 12 della Francia. Detto in un altro modo, in Italia ci sono circa 1,7 infermieri per ogni medico, mentre in Germania e Francia se ne contano tra 3 e quasi 4.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!iHRR!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F5fa01178-ef94-4635-af28-5c62fb0f2bd7_1760x1430.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!iHRR!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F5fa01178-ef94-4635-af28-5c62fb0f2bd7_1760x1430.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Gli stipendi spiegano buona parte di questa fuga, perch&#233; un infermiere italiano guadagna in media molto meno di un collega tedesco o francese e nel corso di dieci anni il suo <a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-rapporto-health-at-a-glance-2025-medici-e-infermieri-in-italia-nel-confronto-ocse">salario reale</a> &#232; perfino diminuito.</p><p>I medici di famiglia, quelli che il servizio chiama medici di medicina generale, sono passati da circa 42 mila nel 2019 a <a href="https://www.insalutenews.it/in-salute/carenza-record-di-medici-di-famiglia-cosa-succedera-entro-il-2028-report-gimbe/">meno di 37 mila</a> all&#8217;inizio del 2025, una perdita del 14 per cento in cinque anni, e oggi ne mancano circa 5.700 rispetto al numero che servirebbe a coprire tutti gli assistiti. Il problema &#232; soprattutto anagrafico, perch&#233; pi&#249; di 8 mila medici di famiglia raggiungeranno i settant&#8217;anni, l&#8217;et&#224; della pensione per questa professione, tra il 2025 e il 2028, mentre chi dovrebbe sostituirli scarseggia, dato che le borse per il <a href="https://www.insalutenews.it/in-salute/carenza-record-di-medici-di-famiglia-cosa-succedera-entro-il-2028-report-gimbe/">corso di formazione</a> in medicina generale sono state ridotte e il percorso resta meno attraente di una specializzazione ospedaliera.</p><p>La carenza di personale ha riempito i turni scoperti di medici gettonisti, professionisti esterni pagati a chiamata per coprire reparti e pronto soccorso, che possono arrivare a guadagnare anche il doppio o il triplo di un collega dipendente, tanto che solo nel 2024 le aziende sanitarie hanno speso per loro <a href="https://www.ilpost.it/2025/08/03/divieto-assunzione-gettonisti-pronto-soccorso-ospedali/">quasi mezzo miliardo</a> di euro. Per ridurre il ricorso a queste figure un decreto ne ha vietato i nuovi contratti dalla met&#224; del 2025, senza per&#242; colmare il vuoto di organico che li aveva resi necessari, mentre nelle aree interne dell&#8217;Appennino e in alcune isole i bandi per sostituire i medici di base andati in pensione vanno spesso deserti e migliaia di cittadini, in gran parte anziani, restano senza un riferimento per le cure di tutti i giorni.</p><p>Per rafforzare proprio l&#8217;assistenza fuori dall&#8217;ospedale il piano nazionale di ripresa e resilienza, il programma di investimenti finanziato dall&#8217;Unione europea dopo la pandemia, ha destinato 2 miliardi di euro alle <a href="https://www.agenas.gov.it/pnrr/missione-6-salute">case della comunit&#224;</a>, ambulatori pubblici in cui medici, infermieri e specialisti dovrebbero lavorare insieme per seguire i malati cronici e alleggerire i pronto soccorso. L&#8217;idea &#232; solida ma l&#8217;attuazione molto pi&#249; lenta, perch&#233; alla fine del 2025, sulle oltre 1.700 case programmate, ne risultava attiva con almeno un servizio meno della met&#224; e solo 66 erano pienamente operative, cio&#232; con i medici e gli infermieri davvero al lavoro secondo gli standard previsti, meno del 4 per cento del totale.</p><p>Il ritardo dipende ancora una volta dal personale, perch&#233; i medici di famiglia sono liberi professionisti convenzionati con il servizio sanitario, non dipendenti, e farli lavorare nelle nuove strutture richiede un accordo. Il governo aveva pensato a una riforma per trasformarli in dipendenti, cos&#236; da poterli assegnare alle case della comunit&#224;, ma l&#8217;ha abbandonata davanti all&#8217;opposizione dei sindacati. A pochi giorni dalla scadenza europea di fine giugno 2026 &#232; arrivato solo un <a href="https://www.ilpost.it/2026/06/18/case-comunita-governo-medici/">accordo provvisorio</a> che impegna ogni medico nelle case della comunit&#224; fino a sei ore alla settimana, e si &#232; costruito il contenitore prima del contenuto, con gli spazi ormai pronti e le persone che dovrebbero riempirli ancora no.</p><h2>Il confronto con l&#8217;Europa e il paradosso italiano</h2><p>Messa accanto agli altri paesi europei, la sanit&#224; italiana spende poco su quasi ogni misura. La spesa pubblica per abitante, calcolata a parit&#224; di potere d&#8217;acquisto per rendere confrontabili paesi con prezzi diversi, colloca l&#8217;Italia al <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/hlth_sha11_hf/default/table">tredicesimo posto</a> su ventisette nell&#8217;Unione europea, circa un quarto sotto la media, mentre la Germania spende per ogni suo cittadino pi&#249; del doppio. Anche guardando alla spesa totale, pubblica e privata insieme, rispetto al prodotto interno lordo l&#8217;Italia sta intorno al 9 per cento, sotto la media europea di circa un punto e mezzo e lontana dal quasi 12 per cento di Francia e Germania.</p><p>Quanto la sanit&#224; pesa dentro il bilancio pubblico, cio&#232; quale fetta di tutta la spesa dello Stato finisce alla salute, racconta qualcosa sulle priorit&#224; e non solo sulla scarsit&#224; di risorse. Su questa misura l&#8217;Italia scende al <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/gov_10a_exp/default/table">ventiduesimo posto</a> su ventisette, quart&#8217;ultima nell&#8217;Unione europea, davanti soltanto a Ungheria, Lussemburgo, Romania e Grecia, mentre in testa ci sono paesi come l&#8217;Irlanda, che alla sanit&#224; destina quasi un quarto di tutta la spesa pubblica. Il problema va oltre la ricchezza del paese, perch&#233; di quelle risorse che ha l&#8217;Italia alla sanit&#224; ne dedica meno di quasi chiunque altro in Europa. &#200; una scelta politica, prima ancora che un vincolo di bilancio.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!StdE!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20dc4faa-0a5b-4bd6-b46f-e180fe3d6436_1980x1980.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!StdE!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F20dc4faa-0a5b-4bd6-b46f-e180fe3d6436_1980x1980.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>Eppure, e qui sta il paradosso, questo sistema che spende poco continua a produrre buoni risultati di salute, perch&#233; la <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/demo_mlexpec/default/table">speranza di vita</a> alla nascita in Italia &#232; di circa 83,4 anni, oltre due anni sopra la media europea e seconda solo alla Spagna tra i grandi paesi, mentre la <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/hlth_cd_apr/default/table">mortalit&#224; evitabile</a>, cio&#232; i decessi che si potrebbero evitare con la prevenzione o con cure tempestive, &#232; tra le pi&#249; basse del continente, circa un terzo sotto la media europea per le morti prevenibili. Un sistema universalistico, che garantisce le cure a tutti i cittadini, riesce cos&#236; a ottenere molto anche con risorse limitate.</p><p>Le <a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2025/06/government-at-a-glance-2025_70e14c6c/0efd0bcd-en.pdf">indagini internazionali</a> che misurano quanto le persone si fidano della disponibilit&#224; di cure di qualit&#224; collocano l&#8217;Italia sotto la media dei paesi avanzati, con un calo negli ultimi anni pi&#249; rapido che altrove, segno che i buoni esiti non bastano pi&#249; a tenere su la fiducia di chi le cure le riceve. I cittadini percepiscono il peggioramento di un servizio prima che compaia nelle statistiche di mortalit&#224;, che cambiano lentamente, ed &#232; anche per questo che la fiducia scende mentre i risultati di salute restano per ora buoni.</p><p>Quei buoni esiti per&#242; si stanno consumando, perch&#233; nascono da scelte e investimenti del passato, da un sistema costruito quando i medici erano giovani e i posti letto abbondanti, mentre gli indicatori pi&#249; recenti mostrano le prime crepe, dalla rinuncia alle cure che cresce agli <a href="https://www.istat.it/en/publication/bes-report-2024/">anni vissuti in buona salute</a> che secondo l&#8217;Istat sono tornati a diminuire. La pi&#249; visibile di queste crepe &#232; territoriale, perch&#233; la <a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/indicatori-demografici-anno-2024/">speranza di vita</a> va dagli 84,7 anni della provincia di Trento agli 81,8 della Campania, un divario di quasi tre anni che invece di chiudersi si &#232; allargato, mentre in Campania la mortalit&#224; evitabile &#232; circa una volta e mezza quella del Trentino.</p><p>Ogni anno <a href="https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/migrazione-sanitaria-gimbe-nel-2023-record-di-515-miliardi-e-oltre-1-euro-su-2-al-privato-convenzionato-nord-e-sud-sempre-piu-divisi/">oltre 5 miliardi di euro</a> seguono i pazienti che lasciano la propria regione per curarsi altrove, quasi sempre dal Sud verso il Nord, e pi&#249; di un euro su due di questa somma finisce a strutture private. Le regioni meridionali, che partono con una sanit&#224; pi&#249; debole, finiscono per pagare due volte, perch&#233; offrono servizi peggiori ai propri residenti e con le loro risorse contribuiscono a finanziare gli ospedali delle regioni pi&#249; ricche. Lo stesso confronto con l&#8217;Europa che mostra un&#8217;Italia parsimoniosa ne rivela, al suo interno, un paese diviso in due.</p><h2>In conclusione</h2><p>Il quadro che emerge &#232; quello di un sistema che funziona ancora bene per quello che costa, ma che vive di una rendita accumulata in passato senza ricostituirla. Gli italiani lo percepiscono ed &#232; per questo che la sanit&#224; &#232; risalita in cima alle loro preoccupazioni mentre la fiducia scende. La distanza tra una domanda di salute che cresce con l&#8217;invecchiamento della popolazione e risorse pubbliche che in termini reali sono ferme da quindici anni non si colma da sola.</p><p>La questione, pi&#249; che di scarsit&#224;, &#232; di priorit&#224;. Il bilancio pubblico ogni anno distribuisce le sue risorse tra le diverse voci di spesa, e alla sanit&#224; ne tocca una fetta tra le pi&#249; piccole d&#8217;Europa. Spendere di pi&#249; per la salute significa allora togliere a qualcos&#8217;altro, ed &#232; una decisione che i governi, di ogni colore, hanno finora evitato, preferendo annunciare cifre da record che, una volta tolta l&#8217;inflazione, valevano sempre meno.</p><p>Finch&#233; quella scelta non viene fatta, la sanit&#224; pubblica continua a restringersi un poco ogni anno, e a ridursi sono cose concrete, dai mesi di attesa per una visita alle case della comunit&#224; rimaste senza medici. Il risultato, gi&#224; leggibile nei dati, &#232; un servizio universale soprattutto sulla carta, in cui si cura meglio chi pu&#242; pagare di tasca propria mentre rinuncia chi non pu&#242;.</p><div class="footnote" data-component-name="FootnoteToDOM"><a id="footnote-1" href="#footnote-anchor-1" class="footnote-number" contenteditable="false" target="_self">1</a><div class="footnote-content"><p>Il dato sulle preoccupazioni viene dal monitor mensile &#8220;What Worries the World&#8221; dell&#8217;istituto <a href="https://www.ipsos.com/en-th/what-worries-world-april-2025">Ipsos</a>, che in una trentina di paesi chiede ai cittadini quali siano i temi percepiti come pi&#249; preoccupanti; la media indicata &#232; quella dei paesi rilevati.</p></div></div><div class="footnote" data-component-name="FootnoteToDOM"><a id="footnote-2" href="#footnote-anchor-2" class="footnote-number" contenteditable="false" target="_self">2</a><div class="footnote-content"><p>I dati sulla spesa sanitaria pubblica a valori reali sono una mia elaborazione. Sono partito dalla spesa pubblica per la funzione salute della contabilit&#224; nazionale europea, espressa in euro correnti dal 1995 al 2024, e l&#8217;ho riportata ai prezzi del 2024 usando l&#8217;indice armonizzato dei prezzi al consumo, cos&#236; da rendere confrontabili anni con un diverso costo della vita. La spesa reale per abitante divide poi quel valore per la popolazione residente di ciascun anno. </p></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Perché le pensioni italiane non sono sostenibili]]></title><description><![CDATA[L'Italia spende per le pensioni un quarto della spesa pubblica, pi&#249; di ogni altro paese europeo in rapporto al PIL, mentre a chi lavora oggi promette assegni pi&#249; bassi e pi&#249; tardi.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/pensioni-italiane-insostenibili</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/pensioni-italiane-insostenibili</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Mon, 13 Jul 2026 08:00:51 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!C_6F!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff2f16e65-f915-4aaa-b382-4ff588f20b9a_1913x1210.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2025 l&#8217;Italia ha <a href="https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2026/06/UPB-Rapporto-sulla-politica-di-bilancio-2026.pdf#page=64">speso</a> per le pensioni 343 miliardi di euro, il 15,2 per cento del prodotto interno lordo. &#200; la prima voce del bilancio pubblico: vale circa un quarto di tutta la spesa dello Stato e pi&#249; del doppio della sanit&#224;. Nessun altro paese dell&#8217;Unione Europea, esclusa la Grecia, dedica alle pensioni una quota altrettanto grande della propria economia: rispetto alla media europea l&#8217;Italia spende circa quattro punti di PIL in pi&#249;, l&#8217;equivalente di una novantina di miliardi ogni anno.</p><p>Il dibattito pubblico, per&#242;, si svolge quasi sempre lontano da questi numeri, tra promesse di superare la legge Fornero e allarmi periodici sulle pensioni da fame. In questo articolo proveremo a mettere in fila le cose essenziali: come funziona il sistema, quanto costa, chi prende cosa, chi paga il conto, perch&#233; nessuno si &#232; davvero pagato la propria pensione con i contributi e che cosa succeder&#224; nei prossimi decenni, quando andr&#224; in pensione la generazione pi&#249; numerosa della storia italiana e a versare resteranno le pi&#249; esigue.</p><p>Si potrebbe pensare che parlare di insostenibilit&#224; significhi prevedere che un giorno gli assegni smetteranno di arrivare. Ma lo Stato le pensioni continuer&#224; a pagarle, perch&#233; pu&#242; sempre alzare le tasse o fare altro debito. Il problema &#232; un altro: il sistema assorbe una quota crescente del reddito di chi lavora per finanziare prestazioni solo in parte coperte dai contributi di chi le riceve. In cambio, alle generazioni che oggi pagano, promette pensioni pi&#249; basse, molto pi&#249; tardi.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Un patto tra generazioni</h2><p>Il sistema pensionistico italiano, come quasi tutti quelli pubblici europei, funziona &#8220;a ripartizione&#8221; (in inglese <em>pay-as-you-go</em>): i contributi versati ogni mese da chi lavora escono immediatamente per pagare le pensioni di chi &#232; gi&#224; in pensione, senza essere accantonati n&#233; investiti in alcun salvadanaio individuale. L&#8217;estratto conto che l&#8217;INPS mette a disposizione &#232; solo una scrittura contabile, un registro dei versamenti, perch&#233; i soldi corrispondenti sono usciti per pagare gli assegni dei nostri genitori e dei nostri nonni. Le pensioni di chi oggi lavora, allo stesso modo, dipenderanno dai contributi e dalle tasse di chi lavorer&#224; allora.</p><p>La pensione promessa a ciascuno &#232; quindi coperta da un patto, cio&#232; dalla scommessa che in futuro ci saranno abbastanza lavoratori e salari abbastanza alti da pagare gli assegni: la tenuta del sistema dipende dalla demografia e dalla produttivit&#224; molto pi&#249; che dai versamenti individuali.</p><p>Retributivo e contributivo, la distinzione pi&#249; citata del dibattito, sono due metodi di calcolo dell&#8217;assegno, mentre il modo di finanziarlo resta identico. Con il retributivo, che &#232; stato la regola generale fino al 1995, la pensione era una percentuale della media degli stipendi degli ultimi anni di carriera, cinque prima della riforma Amato del 1992 e dieci dopo, mentre per i dipendenti pubblici contava addirittura il solo ultimo stipendio: il 2 per cento per ogni anno di contributi, fino all&#8217;80 per cento con quarant&#8217;anni, a prescindere da quanto si fosse effettivamente versato. Con il contributivo, introdotto dalla riforma Dini del 1995, la pensione dipende invece dal &#8220;montante&#8221;, cio&#232; dalla somma dei contributi versati lungo la carriera, rivalutata ogni anno in base alla crescita del PIL e convertita in assegno da un coefficiente che premia chi esce pi&#249; tardi: oggi, a 67 anni, ogni 100 mila euro di montante comprano circa 5.300 euro lordi di pensione l&#8217;anno. Anche il montante resta comunque una cifra scritta in un registro, che si rivaluta perch&#233; lo stabilisce la legge e perch&#233; il PIL cresce: il finanziamento resta a ripartizione.</p><p>La transizione tra i due metodi &#232; stata lentissima. La riforma Dini divise i lavoratori in base all&#8217;anzianit&#224; al 31 dicembre 1995: chi aveva almeno 18 anni di contributi conserv&#242; il retributivo integrale, chi ne aveva di meno pass&#242; a un sistema misto e solo chi ha cominciato a versare dal 1996 &#232; interamente nel contributivo. Il calcolo contributivo fu esteso a tutti soltanto con la riforma Fornero del 2011, limitatamente alle anzianit&#224; maturate dal 2012 in poi. Il risultato &#232; che quasi met&#224; delle pensioni oggi in pagamento, il 49 per cento, &#232; calcolata ancora interamente con il retributivo e un altro 22 per cento circa con il sistema misto, che del vecchio metodo conserva una parte. Quasi un quarto &#232; poi erogato dai fondi speciali confluiti nell&#8217;INPS, come quelli di ferrovieri ed elettrici, o nasce dal cumulo di gestioni diverse: le statistiche li classificano a parte, ma anche l&#236; prevalgono le vecchie regole. Le pensioni interamente contributive sono appena il 5,7 per cento. Il sistema che paghiamo oggi &#232; ancora, nella sostanza, quello vecchio: gli effetti di contenimento del contributivo si vedranno solo dopo il 2040.</p><p>Le riforme degli ultimi trent&#8217;anni sono servite soprattutto a frenare: quella Amato del 1992 agganci&#242; la rivalutazione degli assegni ai prezzi anzich&#233; ai salari e alz&#242; et&#224; e requisiti, quella Dini introdusse il contributivo, quella Fornero del 2011 port&#242; la vecchiaia verso i 67 anni e soprattutto agganci&#242; automaticamente i requisiti alla speranza di vita. Secondo la Ragioneria generale dello Stato, le riforme approvate dal 2004 hanno ridotto la spesa cumulata al 2060 di oltre 60 punti di PIL, per pi&#249; di un terzo grazie al solo aggancio automatico. Dal 2019 la direzione si &#232; per&#242; invertita: Quota 100 e le misure che l&#8217;hanno seguita hanno riaperto le uscite anticipate, con un costo di circa 38 miliardi tra il 2019 e il 2024. Quota 100, annunciata come una misura da un milione di beneficiari, si ferm&#242; a 341 mila adesioni e secondo le analisi della Banca d&#8217;Italia ridusse l&#8217;occupazione invece di aumentarla.</p><h2>Quanto costano davvero</h2><p>La spesa per pensioni dipende da che cosa si conta e nel dibattito circolano numeri molto diversi, tutti tecnicamente veri. La spesa pensionistica dei conti nazionali valeva nel 2025 circa 343 miliardi, il 15 per cento del PIL. Contando tutto ci&#242; che passa dal sistema pensionistico, comprese le prestazioni assistenziali come assegni sociali e invalidit&#224; civili, il Casellario centrale dei pensionati arriva a 364 miliardi lordi, quasi il 17 per cento. Nei confronti europei Eurostat <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Social_protection_statistics_-_pension_expenditure_and_pension_beneficiaries">attribuisce</a> all&#8217;Italia una spesa per pensioni attorno al 16 per cento del PIL contro una media dell&#8217;Unione del 12.</p><p>La spesa sociale italiana nel suo insieme, peraltro, supera la media europea solo di un paio di punti: a essere fuori scala &#232; la composizione. Per vecchiaia e superstiti l&#8217;Italia spende quasi il 17 per cento del PIL contro meno del 13 della media UE, mentre spende meno della media in quasi tutto il resto, dalla sanit&#224; (6,3 contro 8,1 per cento del PIL) alle politiche per la famiglia (1,6 contro 2,4). Le pensioni sono diritti soggettivi e si pagano prima di ogni altra cosa: la loro mole comprime da decenni tutto il resto del bilancio.</p><p>La disputa pi&#249; accesa del dibattito previdenziale italiano riguarda la distinzione tra previdenza e assistenza. L&#8217;idea &#232; che dentro la spesa pensionistica convivano due cose diverse: da una parte le pensioni guadagnate con i contributi, la previdenza, dall&#8217;altra le prestazioni pagate dalla fiscalit&#224; generale a chi ha versato poco o nulla, come assegni sociali e invalidit&#224; civili, cio&#232; l&#8217;assistenza. Su questa base il centro studi Itinerari Previdenziali <a href="https://www.itinerariprevidenziali.it/ricerca/tredicesimo-rapporto-bilancio-sistema-previdenziale/">riclassifica</a> ogni anno la spesa: depurata dell&#8217;assistenza e delle voci improprie, la spesa previdenziale &#8220;vera&#8221; scenderebbe a poco meno del 12 per cento del PIL, in linea con l&#8217;Europa e sottraendo anche l&#8217;IRPEF che i pensionati restituiscono allo Stato il sistema risulterebbe addirittura in attivo. Il problema, in questa lettura, starebbe tutto nell&#8217;assistenza, cresciuta da 73 a 180 miliardi tra il 2008 e il 2024.</p><p>La commissione tecnica istituita al ministero del Lavoro per dirimere la questione, nel suo rapporto finale del dicembre 2021, arriv&#242; alla <a href="https://www.reforming.it/doc/1874/ctspa-rapporto-finale-28-12-2021.pdf">conclusione</a> opposta: la separazione rigida tra previdenza e assistenza esiste solo in Italia e il canale di finanziamento &#232; un criterio inservibile, perch&#233; una prestazione previdenziale pu&#242; legittimamente essere pagata con le tasse. Le conclusioni di chi dimezza la spesa, scrisse la commissione, si reggono &#8220;solo sulla base di artifici contabili e di dati statistici assemblati in modo non corretto&#8221;. Anche adottando la classificazione pi&#249; restrittiva possibile la spesa resta sopra il 14 per cento del PIL. La stessa INPS ha stimato che separare le due componenti sposta il totale di meno di un punto.</p><p>Questa disputa conta per&#242; meno di quanto sembri, per entrambe le parti: ai fini della sostenibilit&#224; l&#8217;etichetta &#232; irrilevante, perch&#233; ogni euro erogato dal sistema, si chiami previdenza o assistenza, va comunque prelevato con i contributi o con le imposte dal reddito di chi lavora. Spostare una voce da una colonna all&#8217;altra cambia la contabilit&#224;, il conto resta identico. L&#8217;operazione nasconde anche un&#8217;incoerenza: la distinzione viene applicata alle uscite e mai alle entrate, visto che molte pensioni oggi classificate come integralmente &#8220;previdenziali&#8221; sono state costruite versando aliquote molto pi&#249; basse di quelle attuali. Le pensioni di reversibilit&#224;, quelle versate al coniuge superstite, mostrano bene quanto il confine sia sfumato: contano come previdenza a tutti gli effetti, perch&#233; derivano dai contributi versati dal defunto, anche se chi le riceve pu&#242; non aver versato nulla in vita propria. L&#8217;Italia vi dedica il 2,4 per cento del PIL, la quota pi&#249; alta d&#8217;Europa.</p><p>Un discorso simile vale per la distinzione tra pensioni pubbliche e private: esiste un&#8217;unica ripartizione, nella quale dal 2012 &#232; confluita anche la cassa dei dipendenti statali, l&#8217;ex INPDAP. I dipendenti pubblici hanno assegni medi molto pi&#249; alti, circa 2.280 euro lordi al mese contro i 1.280 della media generale. La loro gestione incassa 47 miliardi di contributi a fronte di 94 miliardi di prestazioni, un disavanzo quasi il doppio del passivo complessivo del sistema, che le gestioni in attivo contribuiscono a coprire.</p><p>Nei confronti internazionali pesa infine la tassazione: l&#8217;Italia, a differenza di diversi paesi, tassa pienamente le pensioni, con un&#8217;aliquota IRPEF media attorno al 19 per cento per un gettito di circa 70 miliardi, e quindi la spesa netta &#232; sensibilmente pi&#249; bassa di quella lorda. L&#8217;obiezione &#232; fondata ma cambia poco la classifica, perch&#233; anche al netto delle imposte l&#8217;Italia resta seconda in Europa.</p><h2>Pensioni e pensionati</h2><p>Quasi tutti gli equivoci sugli importi nascono da una distinzione che il dibattito ignora sistematicamente: pensioni e pensionati sono due cose diverse. Nel 2024 in Italia risultavano in pagamento 23 milioni di prestazioni pensionistiche a fronte di 16,3 milioni di beneficiari, cio&#232; 1,41 pensioni a testa, perch&#233; gli assegni si cumulano: una vecchiaia pi&#249; una reversibilit&#224;, un&#8217;invalidit&#224; pi&#249; una maggiorazione. Il 68 per cento dei pensionati percepisce un solo assegno, il 24 per cento due e quasi l&#8217;8 per cento tre o pi&#249;.</p><p>Ne derivano due &#8220;pensioni medie&#8221;, tra le quali chi discute sceglie quasi sempre quella che serve alla sua tesi. Dividendo la spesa per le prestazioni si ottengono quasi 16 mila euro lordi l&#8217;anno, cio&#232; 1.220 euro al mese per tredici mensilit&#224;: &#232; il numero che alimenta il racconto di un paese di pensioni da fame. Dividendo per le persone si ottiene il reddito pensionistico effettivo, poco pi&#249; di 22 mila euro lordi l&#8217;anno, circa 1.720 al mese. Il dato corretto &#232; il secondo, perch&#233; le persone vivono della somma dei loro assegni.</p><p>Lo stesso effetto ottico gonfia le &#8220;pensioni sotto il minimo&#8221;: le prestazioni sotto i 599 euro al mese, il trattamento minimo del 2024, sono davvero un terzo del totale, 7,6 milioni, ma le persone che vivono con un reddito pensionistico complessivo sotto quella soglia sono 2,3 milioni, il 14 per cento: tutte le altre prestazioni &#8220;povere&#8221; sono secondi o terzi assegni che si sommano sulla stessa testa, spesso di pensionati con redditi medi o alti. L&#8217;INPS stessa <a href="https://servizi2.inps.it/servizi/osservatoristatistici/6">segnala</a> che tra le pensioni di importo pi&#249; basso solo quattro su dieci godono di integrazioni legate al reddito, cio&#232; appartengono a persone considerate povere dal fisco.</p><p>Il reddito pensionistico, calcolato per persona grazie ai dati del Casellario elaborati nel XIII Rapporto di Itinerari Previdenziali, pubblicato all&#8217;inizio del 2026 su dati 2024, risulta molto concentrato. Il 37 per cento dei pensionati ha un reddito da pensione sotto i 1.200 euro lordi al mese e a questo terzo abbondante va meno del 15 per cento del totale. All&#8217;estremo opposto, i pensionati sopra i 2.400 euro lordi al mese sono il 22 per cento e assorbono il 44 per cento di tutto il reddito pensionistico; quelli sopra i 2.500 euro, circa 3,3 milioni di persone, un quinto del totale, ne assorbono circa il 41 per cento; quelli sopra i 3.000 euro, uno su dieci, il 26 per cento. In cima, 247 persone incassano pi&#249; di 30 mila euro al mese, in media 563 mila euro l&#8217;anno.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!C_6F!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff2f16e65-f915-4aaa-b382-4ff588f20b9a_1913x1210.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!C_6F!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff2f16e65-f915-4aaa-b382-4ff588f20b9a_1913x1210.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!C_6F!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff2f16e65-f915-4aaa-b382-4ff588f20b9a_1913x1210.png 848w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Anche per questo il cumulo con la reversibilit&#224; &#232; cos&#236; diffuso. Rispetto al resto del paese, per&#242;, i pensionati stanno mediamente meglio: secondo i dati OCSE gli italiani tra i 66 e i 75 anni hanno un reddito disponibile pari al 108 per cento di quello medio della popolazione, il valore pi&#249; alto al mondo dopo Israele, e i dati sui redditi reali mostrano che dal 2005 gli over 65 sono l&#8217;unica classe d&#8217;et&#224; ad aver guadagnato potere d&#8217;acquisto (pi&#249; 12 per cento), mentre chi ha tra i 25 e i 49 anni ne ha perso il 7,3. La povert&#224; tra gli anziani esiste ed &#232; concentrata in quei 2,3 milioni di persone, ma il baricentro del sistema sta molto pi&#249; in alto.</p><h2>Chi paga il conto</h2><p>Per un lavoratore dipendente i contributi pensionistici valgono il 33 per cento della retribuzione lorda: 9,19 punti trattenuti in busta paga e 23,81 versati dal datore di lavoro, che per l&#8217;impresa sono comunque costo del lavoro, cio&#232; salario che il dipendente produce ma non vede mai, un terzo dello stipendio per tutta la vita lavorativa. &#200; una delle aliquote pi&#249; alte del mondo ricco ed &#232; la ragione principale per cui il cuneo fiscale italiano, la differenza tra quanto costa un lavoratore all&#8217;azienda e quanto gli entra in tasca, &#232; attorno al 46 per cento, una decina di punti sopra la media OCSE.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Nel 2024 l&#8217;INPS ha incassato 284 miliardi di contributi a fronte di oltre 320 miliardi di sole pensioni; secondo la commissione tecnica ministeriale i contributi coprivano gi&#224; prima del Covid il 76 per cento della spesa previdenziale e per l&#8217;<a href="https://www.oecd.org/en/publications/pensions-at-a-glance-2025-country-notes_8a53ef12-en/italy_3dd0d4fa-en.html">OCSE</a>, nell&#8217;edizione 2025 del suo rapporto sulle pensioni, almeno un quarto della spesa pensionistica italiana &#232; finanziato dalla fiscalit&#224; generale anzich&#233; dai contributi. Itinerari Previdenziali calcola che l&#8217;aliquota &#8220;di equilibrio&#8221;, quella che farebbe quadrare i conti, sarebbe attorno al 34 per cento. La differenza la copre lo Stato: i trasferimenti all&#8217;INPS hanno toccato nel 2024 i 180 miliardi, pi&#249; che raddoppiati rispetto agli 84 del 2011, e dentro c&#8217;&#232; di tutto, dagli sgravi contributivi (42 miliardi) all&#8217;assegno unico per i figli (20), da una quota di ogni mensilit&#224; di pensione (29) fino al disavanzo del fondo delle Ferrovie. La parte riconducibile a oneri pensionistici in senso stretto vale, secondo le classificazioni pi&#249; caute, quasi 100 miliardi. L&#8217;evasione contributiva, <a href="https://www.mef.gov.it/export/sites/MEF/documenti-pubblicazioni/rapporti-relazioni/documenti/Relazione-evasione-fiscale-e-contributiva-2025_2310_ore1230.pdf">stima</a> il ministero dell&#8217;Economia, sottrae al sistema altri 8-12 miliardi l&#8217;anno.</p><p>Per garantire a un lavoratore specializzato un netto simile a quello che potrebbe avere a Berlino o Amsterdam, un&#8217;azienda italiana deve quindi <a href="https://x.com/Ruffino_Lorenzo/status/2050146608633762205">sostenere</a> un costo lordo molto pi&#249; alto, perch&#233; dentro quel costo ci sono sia le imposte sia i contributi. Il risultato &#232; duplice: le imprese pi&#249; innovative, quelle che competono per i profili migliori, hanno un motivo in meno per stabilirsi in Italia e i lavoratori pi&#249; produttivi ne hanno uno in pi&#249; per andarsene, dato che lo stesso costo aziendale si traduce in un netto pi&#249; alto quasi ovunque. Il sistema pensionistico finisce cos&#236; per gravare proprio sul lavoro qualificato che dovrebbe generare la crescita da cui dipendono le pensioni future.</p><p>Da diversi anni contribuisce a pagare le pensioni correnti anche il TFR, attraverso un canale meno conosciuto: le aziende con almeno 50 dipendenti versano il trattamento di fine rapporto di chi non ha scelto un fondo pensione a un Fondo di Tesoreria presso l&#8217;INPS, che lo usa come liquidit&#224; corrente. Sono circa 6 miliardi l&#8217;anno; dal 2007 l&#8217;INPS ha incassato molto pi&#249; TFR di quanto ne abbia restituito, accumulando un saldo di oltre 40 miliardi che &#232; a tutti gli effetti un debito verso i lavoratori, non registrato nel debito pubblico. Gi&#224; nel 2007 l&#8217;allora governatore della Banca d&#8217;Italia Mario Draghi avvertiva che senza il TFR l&#8217;indebitamento netto sarebbe risultato &#8220;significativamente superiore&#8221;. Qualcosa sta per&#242; cambiando: la legge di bilancio per il 2026 ha introdotto per i nuovi assunti un <a href="https://www.lavoro.gov.it/previdenza-complementare/educazione-previdenziale/tfr-e-il-meccanismo-del-silenzio-assenso">silenzio assenso</a> di 60 giorni, per cui da luglio il TFR di chi non sceglie esplicitamente di tenerlo in azienda va automaticamente alla previdenza complementare. La correzione vale per&#242; solo per i nuovi rapporti di lavoro: il flusso verso la Tesoreria INPS si ridurr&#224; lentamente e il debito accumulato resta. Anche per questo la previdenza complementare italiana resta debole: vi aderisce il 38 per cento delle forze di lavoro, ma il vero secondo pilastro, cio&#232; i fondi di categoria alimentati dal TFR e eventuali contributi volontari, copre, secondo l&#8217;OCSE, appena il 13 per cento della popolazione in et&#224; da lavoro.</p><p>Arriviamo cos&#236; alla frase che chiude ogni discussione sulle pensioni, al bar come nei talk show: &#8220;io la pensione me la sono pagata&#8221;. In un sistema a ripartizione l&#8217;affermazione &#232; impossibile alla lettera, perch&#233; i contributi versati sono stati spesi allora, per i pensionati di allora; ma facciamo finta che il salvadanaio esista e verifichiamo se i conti tornano. Prendiamo un dipendente andato in pensione nel 2011, a 61 anni, con 40 anni di contributi e una carriera iniziata nel 1971. Da una parte c&#8217;&#232; quello che il sistema gli d&#224;: il retributivo gli riconosce un assegno attorno all&#8217;80 per cento dell&#8217;ultimo stipendio e la speranza di vita a 61 anni &#232; di circa 23 anni, quindi nel corso della pensione incasser&#224; l&#8217;equivalente di circa diciotto stipendi annui, senza contare l&#8217;eventuale reversibilit&#224; al coniuge. Dall&#8217;altra c&#8217;&#232; quello che ha versato lui: sulle sue buste paga sono passate le aliquote appena viste, attorno al 20 per cento negli anni Settanta, il 24-25 negli Ottanta, il 27 nei primi Novanta e il 33 solo nell&#8217;ultimo tratto, in media poco pi&#249; di un quarto dello stipendio per quarant&#8217;anni. Anche rivalutando ogni versamento con il criterio pi&#249; generoso previsto dal sistema, cio&#232; la crescita del PIL nominale, il suo salvadanaio arriva a circa undici stipendi annui. Il confronto &#232; undici versati contro diciotto incassati: pi&#249; di un terzo della sua pensione, ogni mese ha come unica copertura i contributi di chi lavora adesso.</p><p>La stessa conclusione si raggiunge chiedendosi quale pensione quel lavoratore si sarebbe comprato da solo: applicando ai suoi versamenti il calcolo contributivo in vigore per i pi&#249; giovani, cio&#232; il montante moltiplicato per il coefficiente previsto a 61 anni, poco meno del 5 per cento, avrebbe diritto a un assegno attorno al 55 per cento dell&#8217;ultimo stipendio. Il retributivo gliene riconosce invece l&#8217;80 per cento: i venticinque punti di differenza, ogni mese e per tutta la vita, sono la parte di pensione che non si &#232; pagato, il regalo del vecchio metodo di calcolo messo in conto a chi sarebbe venuto dopo.</p><p>Moltiplicato per milioni di posizioni, questo scarto &#232; la principale origine dello squilibrio, insieme alla longevit&#224;: le pensioni durano molto pi&#249; di quanto durassero quando furono promesse, tanto che oggi oltre 2 milioni di assegni sono in pagamento da pi&#249; di trent&#8217;anni, circa 800 mila da pi&#249; di quaranta e 240 mila da quasi mezzo secolo. All&#8217;origine di tutto resta poi il peccato originale di ogni sistema a ripartizione: la prima generazione del dopoguerra, a cui le pensioni furono estese con grande generosit&#224; e spesso senza alcuna storia contributiva, incass&#242; senza aver versato. Quel beneficio &#232; stato fatto scivolare in avanti di generazione in generazione, fino a quelle attuali, che pagano due volte: i contributi pi&#249; alti della storia per i pensionati di oggi e, se possono permetterselo, il risparmio privato per compensare le pensioni pi&#249; basse che riceveranno domani.</p><h2>Il futuro e i margini di intervento</h2><p>Il futuro del sistema &#232; scritto in gran parte nella demografia. Il tasso di fecondit&#224; italiano &#232; tra i pi&#249; bassi del mondo, 1,18 figli per donna nel 2024 e ancora in calo, la speranza di vita a 65 anni &#232; salita da 16,7 anni nel 1995 a 20,5 oggi e tra il 2025 e il 2040 usciranno dal lavoro le generazioni del boom demografico, le pi&#249; numerose mai esistite in Italia. Oggi ci sono circa 1,47 occupati per ogni pensionato; per la stabilit&#224; di lungo periodo, ricorda Itinerari Previdenziali, il rapporto dovrebbe salire almeno a 1,5 e tendere verso 1,7, mentre le proiezioni lo spingono nella direzione opposta, verso 1,15 nel 2040 e circa 1 nel 2060. Detto altrimenti, le pensioni ogni 100 occupati, oggi 76, saliranno fino a circa 95 nel 2050.</p><p>Il rapporto della Ragioneria generale dello Stato sulle tendenze di medio-lungo periodo, aggiornato a met&#224; 2025, traduce questi numeri nella curva pi&#249; importante della finanza pubblica italiana: secondo le sue <a href="https://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Attivit--i/Spesa-soci/Attivita_di_previsione_RGS/2025/Rapporto-2025-n.26.pdf">proiezioni</a> la spesa pensionistica passer&#224; dal 15 per cento del PIL di oggi a un picco del 17 per cento attorno al 2040, la cosiddetta &#8220;gobba&#8221;, per poi ridiscendere verso il 14 per cento nel 2070, quando il contributivo sar&#224; a regime e le generazioni del dopoguerra saranno uscite dalle statistiche. Le proiezioni della Commissione europea disegnano una curva simile, ma meno ottimistica. </p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Zm0P!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fbcd3d21d-9de3-4895-8fcc-be830df3d6d7_1760x1430.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Zm0P!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fbcd3d21d-9de3-4895-8fcc-be830df3d6d7_1760x1430.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Zm0P!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fbcd3d21d-9de3-4895-8fcc-be830df3d6d7_1760x1430.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Zm0P!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fbcd3d21d-9de3-4895-8fcc-be830df3d6d7_1760x1430.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Zm0P!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fbcd3d21d-9de3-4895-8fcc-be830df3d6d7_1760x1430.png 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Zm0P!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fbcd3d21d-9de3-4895-8fcc-be830df3d6d7_1760x1430.png" width="1456" height="1183" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/bcd3d21d-9de3-4895-8fcc-be830df3d6d7_1760x1430.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1183,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:126194,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/i/205280906?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fbcd3d21d-9de3-4895-8fcc-be830df3d6d7_1760x1430.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Zm0P!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fbcd3d21d-9de3-4895-8fcc-be830df3d6d7_1760x1430.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Zm0P!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fbcd3d21d-9de3-4895-8fcc-be830df3d6d7_1760x1430.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Zm0P!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fbcd3d21d-9de3-4895-8fcc-be830df3d6d7_1760x1430.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Zm0P!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fbcd3d21d-9de3-4895-8fcc-be830df3d6d7_1760x1430.png 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>La discesa dopo il 2040, per&#242;, poggia su ipotesi molto generose. La spesa in termini reali continuer&#224; a crescere, da circa 290 a circa 360 miliardi a prezzi costanti: a scendere sarebbe solo il rapporto con un PIL che si ipotizza in forte accelerazione. La Ragioneria assume che la produttivit&#224; arrivi a crescere dell&#8217;1,5 per cento l&#8217;anno, circa dieci volte il ritmo osservato negli ultimi decenni, e che la fecondit&#224; risalga verso 1,44 figli per donna, mentre continua a scendere. Se l&#8217;economia dei prossimi decenni somiglier&#224; a quella degli ultimi trenta, il picco sar&#224; pi&#249; alto e la discesa pi&#249; lenta o assente: realisticamente, il peso delle pensioni sar&#224; maggiore di quello scritto nei documenti ufficiali. Anche nello scenario pi&#249; favorevole, comunque, ci&#242; che le pensioni restituiranno dopo il 2040 verr&#224; riassorbito da sanit&#224; e assistenza agli anziani, i cui costi crescono con l&#8217;invecchiamento, tanto che la spesa pubblica complessiva legata all&#8217;et&#224; superer&#224; il 25 per cento del PIL attorno al 2045.</p><p>Il rovescio della medaglia riguarda chi oggi ha meno di cinquant&#8217;anni, perch&#233; la discesa della spesa &#232; possibile solo grazie a pensioni molto pi&#249; basse. Il tasso di sostituzione, cio&#232; quanto vale la prima pensione rispetto all&#8217;ultimo stipendio, scender&#224; per un dipendente con 38 anni di contributi dal 74 per cento lordo del 2010 al 58 del 2070 e per gli autonomi dal 72 al 47. Sono peraltro simulazioni con carriere piene e ininterrotte: le carriere reali, fatte di ingressi tardivi e discontinuit&#224;, produrranno assegni pi&#249; bassi. L&#8217;Ufficio parlamentare di bilancio lo ripete da anni: nei prossimi quindici anni il problema del sistema sar&#224; la spesa, dopo sar&#224; l&#8217;adeguatezza, cio&#232; la povert&#224; dei pensionati futuri, aggravata da una previdenza complementare che copre appena il 13 per cento degli occupati.</p><p>L&#8217;et&#224; legale di vecchiaia, 67 anni, &#232; agganciata alla speranza di vita e salir&#224; da sola: 67 anni e 3 mesi dal 2027, 68 e un mese dal 2039, 70 attorno al 2067, tanto che per chi entra oggi nel mercato del lavoro l&#8217;OCSE stima un&#8217;uscita attorno ai 70-71 anni, tra le pi&#249; alte del mondo ricco. L&#8217;et&#224; effettiva resta per&#242; molto pi&#249; bassa, 63,8 anni in media nel 2024, perch&#233; il canale delle uscite anticipate, 42 anni e 10 mesi di contributi a qualsiasi et&#224;, resta larghissimo: quasi quattro nuove pensioni dirette su dieci sono anticipate. Congelare l&#8217;aggancio alla speranza di vita, tentazione ricorrente di ogni stagione politica, costerebbe secondo Ragioneria e UPB circa 30 punti di debito in rapporto al PIL al 2070 e abbasserebbe perfino le pensioni future, perch&#233; uscire prima significa meno montante e coefficienti meno favorevoli.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!X7Vm!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F469855ab-2470-4986-a3e3-436be0b7a2da_1760x1430.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!X7Vm!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F469855ab-2470-4986-a3e3-436be0b7a2da_1760x1430.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>I margini per intervenire esistono e sono pi&#249; ampi di quanto il dibattito ammetta. La Corte costituzionale, con la <a href="https://www.cortecostituzionale.it/stampa-pdf-pronuncia/2025/167">sentenza</a> 167 depositata a novembre 2025, ha giudicato legittimo raffreddare per scaglioni la rivalutazione delle pensioni pi&#249; alte, che per i giudici hanno &#8220;margini pi&#249; ampi di resistenza all&#8217;erosione inflattiva&#8221;: l&#8217;adeguamento all&#8217;inflazione &#232; uno strumento tecnico che il legislatore pu&#242; modulare in base alle risorse disponibili. Limitare la crescita futura di un assegno che comunque aumenta &#232; inoltre, per i giudici, un risparmio di spesa e ha una natura diversa da un prelievo forzoso. La stessa Corte ha fissato anche i confini: i blocchi totali o a tempo indeterminato restano vietati, come stabil&#236; gi&#224; nel 2015, i contributi di solidariet&#224; che riducono quanto gi&#224; percepito devono restare eccezionali e temporanei e sulle pensioni calcolate interamente con il contributivo, dove versato e ricevuto si corrispondono strettamente, il legislatore deve muoversi con pi&#249; prudenza.</p><p>Le altre leve ricorrono in quasi tutte le proposte tecniche: completare la transizione al contributivo, difendere l&#8217;aggancio dell&#8217;et&#224; all&#8217;aspettativa di vita eliminando le deroghe, incentivare chi resta al lavoro oltre i requisiti trasformando i contributi dovuti in stipendio netto, come gi&#224; sperimentato nel 2004, e frenare le decontribuzioni, sgravi che oggi valgono oltre 40 miliardi l&#8217;anno e generano contributi figurativi destinati a diventare comunque pensioni, cio&#232; un debito occulto che lo Stato dovr&#224; ripianare. L&#8217;obiettivo di fondo resta allargare la platea di chi lavora e versa, soprattutto donne e giovani, per riportare il rapporto tra occupati e pensionati verso l&#8217;equilibrio.</p><h2>In conclusione</h2><p>Il quadro che emerge &#232; quello di un sistema che regge soltanto drenando quote crescenti di risorse da chi lavora, un terzo dello stipendio pi&#249; i trasferimenti pubblici e per anni perfino il TFR, per onorare promesse costruite quando i contributi erano la met&#224;, i pensionati molti meno e la vita pi&#249; breve. Regge comprimendo il resto della spesa pubblica, dalla sanit&#224; alle politiche per la famiglia, cio&#232; le voci che potrebbero sostenere la natalit&#224; e la crescita da cui il sistema stesso dipende, e scaricando l&#8217;aggiustamento su un punto solo: le pensioni future, pi&#249; basse e pi&#249; tardive, di chi intanto paga quelle attuali.</p><p>Il dibattito tratta questo equilibrio come intoccabile in una direzione sola: i diritti acquisiti di chi &#232; gi&#224; in pensione valgono anche per le componenti mai coperte dai contributi, mentre viene considerato normale che chi lavora versi un terzo dello stipendio per promesse fatte da altri e riceva in cambio la prospettiva di assegni pi&#249; magri. &#200; una gerarchia che privilegia chi ha gi&#224; ricevuto rispetto a chi deve ancora ricevere, ed &#232; una scelta politica, per quanto venga raccontata come un vincolo naturale. Intervenire, peraltro, ha un significato preciso: lasciare intatte le pensioni basse e medie e chiedere qualcosa, sotto forma di rivalutazioni raffreddate, a quella minoranza di assegni elevati che assorbe una parte sproporzionata del reddito pensionistico, dentro i confini che la Corte ha gi&#224; tracciato.</p><p>Il costo del rinvio, intanto, si vede gi&#224;: ogni anno decine di migliaia di giovani, spesso qualificati, lasciano il paese, attratti anche da stipendi netti che l&#8217;Italia, con il suo carico fiscale e contributivo, fatica a offrire; ogni partenza restringe la base che dovrebbe pagare gli assegni di domani. La ragione dell&#8217;immobilismo, del resto, &#232; prima di tutto demografica: in un paese sempre pi&#249; vecchio i pensionati aumentano mentre chi lavora diminuisce, cos&#236; l&#8217;intero sistema, politico prima ancora che previdenziale, si sbilancia ogni anno un po&#8217; di pi&#249; dalla parte di chi la pensione gi&#224; la riceve. Quasi ogni governo dell&#8217;ultimo decennio, infatti, ha allentato dove avrebbe dovuto stringere: il sistema resta com&#8217;&#232; perch&#233; correggerlo ha un costo immediato per chi decide, mentre rinviare lo pagano altri, pi&#249; avanti. Le pensioni italiane continueranno a essere pagate, in un modo o nell&#8217;altro: la domanda &#232; da chi. Finora la risposta &#232; sempre stata la stessa, cio&#232; da chi non era ancora nato quando le promesse sono state fatte.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Quanto caldo ha fatto a giugno in Italia]]></title><description><![CDATA[Il quarto giugno pi&#249; caldo dal 1961 conferma una tendenza lunga sessant&#8217;anni: 4,8 gradi sopra le medie di allora e notti tropicali passate da meno di una a undici per abitante.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/temeperature-caldo-giugno-italia-2026</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/temeperature-caldo-giugno-italia-2026</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Tue, 07 Jul 2026 08:01:24 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!cSx4!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F178f22a9-40bb-4562-8451-0e1ebf189e8a_2700x2700.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Giugno di quest&#8217;anno si &#232; chiuso in Italia con una temperatura media di 22,6 gradi, il quarto valore pi&#249; alto almeno dal 1961, da quando partono le serie di <a href="https://cds.climate.copernicus.eu/datasets/derived-era5-land-daily-statistics">ERA5-Land</a>, la ricostruzione climatica di Copernicus, il programma europeo di osservazione della Terra. Sopra ci sono soltanto il 2025, il 2003 e il 2022, con i quattro mesi racchiusi in appena due decimi di grado. Tre dei quattro giugno pi&#249; caldi degli ultimi sessantacinque anni appartengono cos&#236; agli ultimi cinque.</p><p>Rispetto alla media 1991-2020 l&#8217;anomalia &#232; di 3,3 gradi, che diventano 4,8 se il confronto scivola sul trentennio 1961-1990. Per questa analisi ho ricostruito le temperature giornaliere di ogni giugno dal 1961 su una griglia di circa 9 chilometri, pesandole sia per la superficie sia per la popolazione residente di ogni cella, in modo da misurare tanto il clima del territorio quanto quello vissuto dagli abitanti<a class="footnote-anchor" data-component-name="FootnoteAnchorToDOM" id="footnote-anchor-1" href="#footnote-1" target="_self">1</a>. I numeri raccontano un mese che ha cambiato natura.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Mezzo grado ogni dieci anni</h2><p>Dal 1961 la temperatura media di giugno sale in Italia al ritmo di quasi 0,6 gradi ogni dieci anni, con un&#8217;accelerazione evidente nella parte recente della serie: limitando il calcolo agli anni dal 1991 in poi, la pendenza arriva a 0,8 gradi per decennio. Il giugno tipico del trentennio 1961-1990 si fermava a 17,8 gradi, quello del 1991-2020 sta gi&#224; a 19,4 e gli ultimi dieci, presi insieme, viaggiano a 21,1, cio&#232; 3,3 gradi sopra il punto di partenza della serie.</p><p>Il modo pi&#249; semplice per visualizzare lo scivolamento &#232; contare le volte in cui giugno ha superato una soglia fissa. Tra il 1961 e il 2000 la media mensile non ha mai raggiunto i 20 gradi, nemmeno negli anni peggiori; dal 2001 a oggi &#232; successo dieci volte. Anche abbassando l&#8217;asticella a 19 gradi, un livello toccato quattro volte in tutto il trentennio 1961-1990, il conteggio degli ultimi quindici anni si ferma a dodici su quindici: quella che per i nostri genitori era un&#8217;estate straordinaria &#232; diventata, alla lettera, la condizione normale del mese.</p><p>L&#8217;ultimo giugno chiuso sotto la vecchia media 1961-1990 risale al 1995. Da allora sono passati trentuno giugno consecutivi sopra quella soglia, mentre in tutti i trentasei anni dal 1991 a oggi il mese &#232; sceso sotto la vecchia norma soltanto due volte: chi ha meno di trent&#8217;anni non ha mai sperimentato un giugno che i suoi nonni avrebbero definito normale.</p><p>L&#8217;aumento riguarda l&#8217;intera giornata, con le massime che salgono di 0,6 gradi a decennio e le minime di 0,5: a giugno in Italia i pomeriggi si scaldano perfino un po&#8217; pi&#249; in fretta delle notti, al contrario di quanto avviene a scala globale, dove sono le temperature notturne a correre di pi&#249;. Nel 2026 le massime hanno chiuso a 27,6 gradi di media mensile, 3,6 sopra il 1991-2020 e 5,3 sopra il 1961-1990, mentre le minime si sono fermate a 17,1, comunque 2,8 gradi oltre la norma recente: il termometro si sposta verso l&#8217;alto per intero, di circa un grado e mezzo a generazione.</p><p>Anche il 2003, per vent&#8217;anni il termine di paragone di ogni estate rovente, cambia significato dentro questa serie. Quel giugno fu un fulmine statistico, staccato di oltre due gradi dal massimo di tutto ci&#242; che lo aveva preceduto; il 2026 ha raggiunto quasi la stessa temperatura senza essere un caso isolato, perch&#233; ci &#232; arrivato in compagnia del 2022 e del 2025. Lo shock di ieri &#232; diventato il clima di oggi.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!1Rir!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6ec3a608-515b-4aa6-b822-30e70b398d74_2400x1950.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!1Rir!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6ec3a608-515b-4aa6-b822-30e70b398d74_2400x1950.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!1Rir!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6ec3a608-515b-4aa6-b822-30e70b398d74_2400x1950.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!1Rir!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6ec3a608-515b-4aa6-b822-30e70b398d74_2400x1950.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!1Rir!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6ec3a608-515b-4aa6-b822-30e70b398d74_2400x1950.png 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!1Rir!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6ec3a608-515b-4aa6-b822-30e70b398d74_2400x1950.png" width="1456" height="1183" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/6ec3a608-515b-4aa6-b822-30e70b398d74_2400x1950.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1183,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:357594,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/i/205650984?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6ec3a608-515b-4aa6-b822-30e70b398d74_2400x1950.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!1Rir!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6ec3a608-515b-4aa6-b822-30e70b398d74_2400x1950.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!1Rir!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6ec3a608-515b-4aa6-b822-30e70b398d74_2400x1950.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!1Rir!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6ec3a608-515b-4aa6-b822-30e70b398d74_2400x1950.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!1Rir!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6ec3a608-515b-4aa6-b822-30e70b398d74_2400x1950.png 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><h2>Giugno con le temperature di luglio</h2><p>Maggio 2026 si &#232; chiuso a 16 gradi, un grado sopra la media 1991-2020 e 2,1 sopra il trentennio 1961-1990: &#232; l&#8217;ottavo pi&#249; caldo della serie, un mese sopra la norma ma senza strappi. Anche maggio si scalda, a un ritmo di 0,3 gradi per decennio che vale per&#242; la met&#224; di quello di giugno: il gradino tra la tarda primavera e l&#8217;estate piena si sta facendo pi&#249; alto, oltre che pi&#249; precoce.</p><p>I luglio degli ultimi cinque anni hanno avuto una media di 23,6 gradi e il giugno del 2026 si &#232; fermato appena un grado sotto, mentre i giugno degli anni Sessanta e Settanta restavano quasi sei gradi sotto quel livello. Il mese che apre l&#8217;estate ha ormai le temperature che una generazione fa appartenevano al suo cuore. La stagione delle possibili ondate di calore si allunga cos&#236; di settimane verso l&#8217;inizio dell&#8217;estate, quando le scuole sono ancora aperte e il lavoro segue orari pensati per un clima che non esiste pi&#249;; se il ritmo di riscaldamento dell&#8217;ultimo trentennio proseguisse, verso la fine degli anni Trenta un giugno nella media varrebbe quanto i giugno da record di oggi.</p><p>Il mese &#232; stato spezzato in due: fino al 16 giugno le temperature sono rimaste vicine alla media 1991-2020, poi dal 17 &#232; cominciata l&#8217;ondata di calore che ha occupato senza interruzioni le ultime due settimane. Dal 17 al 30 giugno la massima media nazionale &#232; rimasta per quattordici giorni consecutivi sopra i 28,2 gradi, cio&#232; sopra la soglia superata soltanto nel 10 per cento dei giorni di giugno del trentennio 1991-2020. &#200; la sequenza pi&#249; lunga dell&#8217;intera serie: il primato precedente erano i tredici giorni del 2006, mentre il 2003 accumul&#242; lo stesso totale di giorni roventi dividendolo per&#242; in due episodi separati.</p><p>La frequenza di questi episodi misura il cambiamento meglio del singolo record: in un giugno del periodo 1961-1990 i giorni di ondata di calore erano in media 0,3 all&#8217;anno, uno ogni tre estati, nella media 1991-2020 erano gi&#224; 2,4 e quest&#8217;anno sono stati quattordici. Un fenomeno che la climatologia di trent&#8217;anni fa trattava come raro sta diventando una componente fissa del calendario estivo, con la differenza che ora arriva gi&#224; a giugno, quando il corpo delle persone e l&#8217;organizzazione delle citt&#224; non hanno ancora fatto l&#8217;abitudine al caldo.</p><p>Undici dei trenta giorni del mese sono stati i pi&#249; caldi mai misurati per quella data del calendario, tutti concentrati nell&#8217;ultima decade: dal 19 al 30 giugno l&#8217;unica data a mancare il primato storico &#232; stata il 27. Nei giorni peggiori l&#8217;anomalia ha superato i cinque gradi rispetto alla media 1991-2020, con la temperatura media nazionale stabilmente sopra i 26 gradi nell&#8217;ultima settimana, e l&#8217;ondata era ancora in corso alla mezzanotte del 30, quando ha passato il testimone a luglio.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!yu73!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F289064c4-5528-4528-bab8-3688e0f2b568_2400x1950.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!yu73!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F289064c4-5528-4528-bab8-3688e0f2b568_2400x1950.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Seguono Emilia-Romagna, Umbria e Toscana attorno ai 3,4 gradi, mentre la Sicilia, con 2 gradi sopra la media, &#232; la regione dove il mese &#232; rimasto meno fuori scala. Per l&#8217;Emilia-Romagna &#232; stato il giugno pi&#249; caldo mai registrato; Liguria, Lombardia e Piemonte si sono fermate al secondo posto delle rispettive serie e quindici regioni su venti hanno comunque chiuso sul podio della propria storia, con la Sicilia pi&#249; lontana di tutte dal primato, al sesto posto.</p><p>Le zone pi&#249; roventi in assoluto stanno per&#242; altrove: il primato dei livelli spetta al Tavoliere delle Puglie, con una media dell&#8217;intero mese di 28 gradi, davanti alle pianure di Sibari e di Catania, mentre l&#8217;anomalia, cio&#232; la distanza dalla propria storia, ha colpito soprattutto il quadrante alpino e padano occidentale. Le due mappe rispondono a domande diverse: una dice dove fa pi&#249; caldo, l&#8217;altra dove il caldo &#232; pi&#249; anomalo.</p><p>La mappa di giugno di quest&#8217;anno ricalca da vicino quella del riscaldamento di lungo periodo. La Valle d&#8217;Aosta guadagna 0,8 gradi ogni dieci anni, il Trentino-Alto Adige e la Lombardia 0,7, il Piemonte 0,6, mentre Sicilia e Calabria si fermano a 0,4: l&#8217;arco alpino si scalda al doppio del ritmo dell&#8217;estremo sud, in linea con quanto osservato su tutte le montagne europee, dove la minore copertura di neve e il suolo pi&#249; secco amplificano l&#8217;aumento delle temperature. Il caldo di giugno ha picchiato pi&#249; forte esattamente dove il clima stava gi&#224; correndo pi&#249; veloce.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!iEZK!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F99e474a7-9acf-4762-bd7d-7f7f2e8e7265_2400x2790.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!iEZK!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F99e474a7-9acf-4762-bd7d-7f7f2e8e7265_2400x2790.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!iEZK!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F99e474a7-9acf-4762-bd7d-7f7f2e8e7265_2400x2790.png 848w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Pesando ogni zona per i suoi residenti, il giugno vissuto dall&#8217;italiano medio vale 24,2 gradi, un grado e mezzo in pi&#249; del dato geografico, con un&#8217;anomalia che sale a 3,4 gradi sopra la norma 1991-2020 e a 5 sopra il trentennio 1961-1990.</p><p>La distribuzione dell&#8217;anomalia sulla popolazione mostra quanto il fenomeno sia stato universale. Il 98 per cento degli italiani ha attraversato un giugno di almeno 2 gradi sopra la media recente, 39 milioni di persone, il 72 per cento, uno di oltre 3 gradi e quasi 12 milioni uno di oltre 4, concentrati soprattutto tra Piemonte, Lombardia ed Emilia occidentale. Nel mese l&#8217;abitante medio ha inoltre contato 13,1 giornate con massime sopra i 30 gradi contro le 4 della media 1991-2020 e 2,6 giornate oltre i 35 gradi, dieci volte la norma degli ultimi trent&#8217;anni.</p><p>Nelle ore diurne, tra le 7 e le 19, l&#8217;italiano medio ha vissuto un giugno a 26,9 gradi, 3,6 sopra la media 1991-2020, mentre nelle ore notturne la temperatura &#232; stata di 21,5 gradi, con un&#8217;anomalia di 3,2: il caldo del 2026 ha coperto l&#8217;intero ciclo della giornata, senza la tregua serale che accompagnava anche le estati calde del passato.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Undici notti tropicali</h2><p>Le notti tropicali, quelle in cui la temperatura minima resta sopra i 20 gradi, sono la misura pi&#249; concreta di che cosa significhi questo scivolamento per la vita quotidiana, perch&#233; il caldo notturno impedisce al corpo di recuperare e pesa soprattutto su anziani, bambini e su chi vive in case senza isolamento n&#233; condizionatore. Nel giugno 2026 l&#8217;italiano medio ne ha vissute 11,2, contro le 2,9 della media 1991-2020 e le 0,8 del periodo 1961-1990: quattro volte la norma recente e quattordici volte quella con cui sono cresciuti i cinquantenni di oggi.</p><p>L&#8217;87 per cento della popolazione ha subito almeno una notte tropicale nel mese e il 76 per cento ne ha subite almeno sette, la quota pi&#249; alta dell&#8217;intera serie, mentre nella media 1991-2020 quelle stesse percentuali si fermavano al 50 e al 14 per cento. Nel mese sono comparse in quantit&#224; misurabile anche le notti sopra i 25 gradi, 0,6 a testa, un fenomeno che in tutti i trentenni precedenti restava confinato a poche celle costiere e che nessuna media nazionale aveva mai registrato.</p><p>Roma ha accumulato quattordici notti tropicali contro le 2,6 della sua media 1991-2020, Milano tredici contro 2,4 e Torino dieci contro meno di una, mentre Bari, con venti, e Palermo, con diciannove, restano le citt&#224; pi&#249; esposte in assoluto. Venezia e Bologna si sono fermate attorno alle tredici-quattordici, Firenze e Cagliari a dodici: il caldo notturno, storicamente un fenomeno del Mezzogiorno, si &#232; ormai insediato stabilmente nella pianura Padana, dove la crescita rispetto al passato &#232; pi&#249; ripida che altrove. Nelle grandi citt&#224; l&#8217;effetto &#232; amplificato dall&#8217;isola di calore urbana, perch&#233; asfalto e cemento accumulano energia durante il giorno e la rilasciano dopo il tramonto, tenendo alte proprio le temperature minime.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!dvGX!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F7a2c3805-6f65-4b2a-b4d3-6b0f2a449aaf_2400x1950.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!dvGX!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F7a2c3805-6f65-4b2a-b4d3-6b0f2a449aaf_2400x1950.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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L&#8217;Italia, con i suoi 3,3 gradi, &#232; settima tra i 37 paesi considerati, dentro il nucleo rovente che copre tutta l&#8217;Europa occidentale. Allontanandosi da quel cuore l&#8217;anomalia scende per gradi, con il Portogallo a 2,5 e il Regno Unito a 2,2, cala sotto i 2 gradi su Scandinavia, Baltico e Balcani orientali e si spegne soltanto nell&#8217;angolo sud-orientale del continente, dove la Grecia si &#232; fermata a 0,7 sopra la propria media e Cipro, unico dei 37, ha chiuso in linea con la sua. Trentasei paesi su trentasette hanno quindi avuto un giugno pi&#249; caldo del normale.</p><p>Il caldo fuori scala ha toccato perfino la Lapponia, che ha chiuso il mese 2-4 gradi sopra la propria norma nonostante medie assolute ancora sotto i 12 gradi. L&#8217;epicentro stava per&#242; subito a ovest delle Alpi e il nord-ovest italiano, la parte di paese pi&#249; vicina a quel cuore, &#232; anche quella che ne ha pagato il prezzo pi&#249; alto.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!cSx4!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F178f22a9-40bb-4562-8451-0e1ebf189e8a_2700x2700.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!cSx4!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F178f22a9-40bb-4562-8451-0e1ebf189e8a_2700x2700.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Edifici costruiti per trattenere il calore, citt&#224; dense di asfalto, una rete elettrica sotto pressione nei picchi di condizionamento e una popolazione sempre pi&#249; anziana chiedono una politica di adattamento che in Italia muove appena i primi passi. La misura pi&#249; immediata &#232; semplificare le autorizzazioni per installare l&#8217;aria condizionata nelle case e nei luoghi di lavoro: con le notti che restano sopra i 20 gradi per settimane, il condizionatore &#232; ormai uno strumento di salute prima che di comfort, soprattutto per gli anziani.</p><p>La tendenza dei prossimi vent&#8217;anni &#232; in buona parte gi&#224; scritta nelle emissioni accumulate e la variabile davvero aperta &#232; quanto il paese arriver&#224; preparato alle prossime estati. I dati dicono che i giugno che verranno somiglieranno pi&#249; al 2026 che a quelli dei nostri ricordi.</p><div class="footnote" data-component-name="FootnoteToDOM"><a id="footnote-1" href="#footnote-anchor-1" class="footnote-number" contenteditable="false" target="_self">1</a><div class="footnote-content"><p>L&#8217;analisi usa ERA5-Land, la ricostruzione del clima del programma europeo Copernicus che combina osservazioni e modelli su una griglia di circa 9 chilometri, da cui ho ricavato minime, medie e massime giornaliere di ogni cella italiana per i giugno dal 1961 al 2026 (il 2026 &#232; ancora un dato preliminare, soggetto a piccole revisioni nei prossimi mesi). La media nazionale &#8220;geografica&#8221; pesa ogni cella per la superficie italiana che contiene; quella &#8220;per abitante&#8221; la pesa per la popolazione della <a href="https://www.istat.it/notizia/statistiche-sulla-popolazione-per-griglia-regolare/">griglia regolare</a> del censimento Istat 2021. Una notte &#232; tropicale quando la minima resta sopra i 20 gradi; un&#8217;ondata di calore &#232; definita come almeno tre giorni consecutivi con la massima media nazionale sopra il 90&#176; percentile, cio&#232; il 10 per cento pi&#249; caldo, dei giorni di giugno 1991-2020. Il confronto tra i giugno di anni diversi usa sempre il mese intero.</p></div></div>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La trappola del "piccolo è bello": perché il nanismo aziendale soffoca l’Italia]]></title><description><![CDATA[L&#8217;Italia &#232; il secondo paese EU per numero di imprese attive. Ma la dimensione media &#232; un terzo di quella tedesca. Sono troppo piccole per innovare, investire, pagare salari competitivi.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/la-trappola-del-piccolo-e-bello-perche</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/la-trappola-del-piccolo-e-bello-perche</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Mon, 06 Jul 2026 08:00:52 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Xdqv!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F1915f2e0-8ce3-4dfc-a38a-52dc5605a0e6_1220x314.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><em><span>Questo &#232; il quarto approfondimento di </span><a href="https://crescitazero.it/"><span>CrescitaZero</span></a><span>, la serie di articoli scritti insieme a Elia Bidut per capire cos&#8217;&#232; successo alla crescita italiana. Negli episodi precedenti abbiamo visto </span><a href="https://crescitazero.it/articoli/01-crescitazero.html"><span>perch&#233; la produttivit&#224; &#232; ferma da trent&#8217;anni</span></a><span>, </span><a href="https://crescitazero.it/articoli/02-crescitazero.html"><span>perch&#233; la crescita &#232; la condizione che tiene in piedi la democrazia</span></a><span> e </span><a href="https://crescitazero.it/articoli/03-crescitazero.html"><span>perch&#233; i salari italiani non sono cresciuti</span></a><span>. Oggi entriamo dentro il tessuto produttivo del Paese.</span></em></p><p><span>Nel dibattito sulla produttivit&#224; italiana, una parola torna spesso: dimensione. Le imprese italiane sono troppo piccole. L&#8217;affermazione &#232; talmente ripetuta da essere diventata quasi uno sfondo, una di quelle cose che si sanno senza che nessuno si fermi davvero a mostrare cosa significano i numeri e perch&#233; la questione &#232; pi&#249; complessa, e pi&#249; urgente, di quanto sembri. Proviamo a farlo qui.</span></p><h2><span>Un paese di imprese che non crescono</span></h2><p><span>Nel 2023 l&#8217;Italia era il secondo Paese europeo per numero di imprese attive, circa 4,5 milioni, dietro solo alla Francia con 5 milioni, secondo i dati del</span><a href="https://www.italiagenerativa.it/rig2024/contenuto-2024/1-24/"><span> Rapporto Italia Generativa 2024</span></a><span> elaborati su dati Eurostat. Non siamo un Paese con poche imprese. Siamo un paese con molte imprese che restano piccole.</span></p><p><span>Infatti, in Italia ogni impresa occupa in media 4 addetti, mentre la media dell&#8217;Unione europea &#232; 5 e quella della Germania &#232; 12. Detto in un altro modo: un&#8217;impresa tedesca occupa in media tre volte le persone di un&#8217;impresa italiana.</span></p><p><span>Questa differenza non riguarda solo la manifattura, ma si estende a quasi tutti i settori. Secondo un&#8217;analisi</span><a href="https://www.istat.it/storage/ASI/2025/capitoli/C14.pdf"><span> di Istat</span></a><span> pubblicata nel 2025 su dati 2022, il 95 per cento delle imprese italiane ha meno di dieci addetti; sono quelle che nelle statistiche europee si chiamano microimprese. E sono il cuore del problema della mancata crescita.</span></p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2><span>Quanto costa essere piccoli</span></h2><p><span>La dimensione di un&#8217;impresa non &#232; solo una questione organizzativa, ma &#232; la condizione che determina quanto un&#8217;impresa pu&#242; investire, cosa pu&#242; permettersi di fare e quanto pu&#242; pagare chi ci lavora.</span></p><p><span>I dati Istat sui conti economici delle imprese lo mostrano con una chiarezza difficile da ignorare. Nel 2022, il valore aggiunto per addetto, la misura pi&#249; diretta di produttivit&#224;, era in media di 56.600 euro in Italia. Ma questa media nasconde una divaricazione importante: le microimprese producevano 36.400 euro per addetto, le grandi imprese 81.600. Il salto pi&#249; netto &#232; quello tra la fascia micro e tutte le altre.</span></p><p><span>I salari seguono la stessa curva. Nelle microimprese lo stipendio lordo medio di un dipendente &#232; di 26.600 euro, nelle grandi di 46.400. Chi lavora in una microimpresa guadagna in media oltre il quaranta per cento in meno di chi lavora in una grande. Questo spiega una parte consistente del problema dei salari italiani di cui abbiamo parlato nell&#8217;episodio precedente: non &#232; solo che le imprese pagano poco, &#232; che la struttura produttiva del paese &#232; concentrata nella fascia dimensionale dove si paga di meno.</span></p><div id="datawrapper-iframe" class="datawrapper-wrap outer" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://datawrapper.dwcdn.net/ySqez/2/&quot;,&quot;thumbnail_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/1915f2e0-8ce3-4dfc-a38a-52dc5605a0e6_1220x314.png&quot;,&quot;thumbnail_url_full&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/78d3a708-1955-41b2-97e2-b756e449129f_1220x438.png&quot;,&quot;height&quot;:209,&quot;title&quot;:&quot;Il costo di essere piccoli in Italia&quot;,&quot;description&quot;:&quot;Confronto tra valore aggiunto per addetto e stipendio lordo medio annuale.&quot;}" data-component-name="DatawrapperToDOM"><iframe id="iframe-datawrapper" class="datawrapper-iframe" src="https://datawrapper.dwcdn.net/ySqez/2/" width="730" height="209" frameborder="0" scrolling="no"></iframe><script type="text/javascript">!function(){"use strict";window.addEventListener("message",(function(e){if(void 0!==e.data["datawrapper-height"]){var t=document.querySelectorAll("iframe");for(var a in e.data["datawrapper-height"])for(var r=0;r<t.length;r++){if(t[r].contentWindow===e.source)t[r].style.height=e.data["datawrapper-height"][a]+"px"}}}))}();</script></div><p><span>Secondo </span><a href="https://www.osservatori.net/blog/innovazione-digitale-nelle-pmi/pmi-ecosistema-imprenditoriale-italiano-confronto-ue/"><span>elaborazioni</span></a><span> degli Osservatori del Politecnico di Milano su dati Eurostat, le microimprese italiane generano circa 30.000 euro di valore aggiunto per addetto, contro i 46.000 di Francia e Germania e i 35.000 della media europea. Nella fascia micro, il gap negativo con la Germania &#232; del 33 per cento. Il problema italiano &#232; quindi sia di avere molte imprese piccole sia del fatto che queste producono mediamente meno delle loro concorrenti in altri Paesi.</span></p><div id="datawrapper-iframe" class="datawrapper-wrap outer" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://datawrapper.dwcdn.net/Wv3xQ/1/&quot;,&quot;thumbnail_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/015ac5db-2140-498e-a601-deeebc805f43_1220x368.png&quot;,&quot;thumbnail_url_full&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/1bf91070-d3ec-41f2-a1b1-876b5c62cac4_1220x530.png&quot;,&quot;height&quot;:256,&quot;title&quot;:&quot;Quanto producono le microimprese in Europa?&quot;,&quot;description&quot;:&quot;Valore aggiunto per addetto nelle imprese con meno di 10 dipendenti (dati in euro).&quot;}" data-component-name="DatawrapperToDOM"><iframe id="iframe-datawrapper" class="datawrapper-iframe" src="https://datawrapper.dwcdn.net/Wv3xQ/1/" width="730" height="256" frameborder="0" scrolling="no"></iframe><script type="text/javascript">!function(){"use strict";window.addEventListener("message",(function(e){if(void 0!==e.data["datawrapper-height"]){var t=document.querySelectorAll("iframe");for(var a in e.data["datawrapper-height"])for(var r=0;r<t.length;r++){if(t[r].contentWindow===e.source)t[r].style.height=e.data["datawrapper-height"][a]+"px"}}}))}();</script></div><p><span>I dati pi&#249; recenti, relativi al 2024, mostrano che la situazione non migliora. Secondo la</span><a href="https://www.istat.it/tavole-di-dati/conti-economici-delle-imprese-stima-anticipata-delle-imprese-con-dipendenti-anno-2024/"><span> stima anticipata Istat sui conti economici delle imprese</span></a><span>, le classi dimensionali 0-9 e 10-19 addetti sono state le uniche a registrare una riduzione del valore aggiunto rispettivamente del 1,8 e dello 0,9 per cento, mentre le grandi imprese crescevano del 3,2 per cento. La forbice si allarga.</span></p><h2><span>Piccole imprese e innovazione: un problema di soglie</span></h2><p><span>C&#8217;&#232; un motivo preciso per cui la dimensione conta cos&#236; tanto per la produttivit&#224;. Innovare, infatti, costa. Comprare macchinari, assumere ingegneri, formare i dipendenti sulle nuove tecnologie, adottare software gestionali: sono tutti investimenti con costi fissi che si ammortizzano su un volume di attivit&#224;. Una grande impresa li distribuisce su migliaia di addetti, mentre una microimpresa non pu&#242; permetterseli.</span></p><p><span>Secondo il</span><a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/imprese-e-ict-anno-2024/"><span> report Istat su imprese e ICT del 2024</span></a><span>, gli specialisti informatici sono presenti nel 75 per cento delle grandi imprese italiane e nell&#8217;11 per cento delle piccole medie imprese (PMI). Solo il 17 per cento delle PMI organizza corsi di formazione informatica per i propri addetti, contro il 67 per cento delle grandi. Il divario nell&#8217;adozione di intelligenza artificiale segue lo stesso schema: nel 2025 la usa il 53,1 per cento delle grandi imprese, contro il 15,7 per cento delle piccole e medie imprese, secondo dati</span><a href="https://www.agendadigitale.eu/industry-4-0/adozione-ai-nelle-imprese-italia-ue-e-g7-a-confronto-gli-ultimi-dati/"><span> Istat-Eurostat</span></a><span>.</span></p><p><span>L&#8217;OCSE, nel</span><a href="https://www.oecd.org/en/publications/oecd-compendium-of-productivity-indicators-2025_b024d9e1-en.html"><span> Compendium of Productivity Indicators 2025</span></a><span>, ha confermato che in media nei paesi avanzati le grandi imprese producono circa il doppio di valore aggiunto per ora lavorata rispetto alle piccole imprese, anche perch&#233; adottano pi&#249; facilmente le  nuove tecnologie. La dimensione non &#232; solo un indicatore di scala, ma &#232; la precondizione per fare quelle cose che nel lungo periodo fanno crescere la produttivit&#224;.</span></p><p><span>Negli episodi precedenti abbiamo visto che l&#8217;Italia ha mancato la rivoluzione dell&#8217;ICT negli anni Duemila, il decennio in cui internet stava ridisegnando l&#8217;economia mondiale. La struttura produttiva del paese,frammentata in milioni di microimprese che non potevano permettersi di investire in tecnologia, &#232; una delle spiegazioni di quel fallimento, anche se non l&#8217;unica: come vedremo, contano anche la qualit&#224; del management, la spesa in ricerca e sviluppo e le competenze della forza lavoro.</span></p><h2><span>Il sistema che premia il restare piccoli</span></h2><p><span>A questo punto la domanda &#232; ovvia: perch&#233; le imprese italiane restano piccole? &#200; una scelta degli imprenditori, oppure c&#8217;&#232; qualcosa nel sistema che li spinge a non crescere?</span></p><p><span>er decenni, crescere in Italia ha avuto un costo specifico e misurabile. Lo Statuto dei Lavoratori, cio&#232; la legge del 1970 che ha introdotto forti tutele per i dipendenti e limiti pi&#249; stringenti ai licenziamenti nelle imprese sopra certe soglie dimensionali, e in particolare l&#8217;articolo 18, si applicava solo alle imprese con pi&#249; di quindici dipendenti. Superare quella soglia significava esporsi a vincoli e costi di gestione del personale molto pi&#249; stringenti. La letteratura economica, a partire da uno</span><a href="https://lavoce.info/archives/31703/piccole-imprese-non-crescono-fa-paura-statuto-2/"><span> studio di Fabiano Schivardi e Roberto Torrini</span></a><span> pubblicato nel 2008, ha documentato una flessione statisticamente significativa nella distribuzione delle imprese italiane proprio attorno ai quindici addetti.</span></p><p><span>Il Jobs Act del 2015 introdotto dal governo di Matteo Renzi ha ridotto quell&#8217;effetto di soglia, ma non lo ha eliminato. Ancora oggi superare i quattordici dipendenti attiva una serie di obblighi aggiuntivi che rendono la crescita pi&#249; costosa. Nel luglio 2025 la Corte Costituzionale, nella sentenza n. 118, ha definito &#8220;anacronistico&#8221; il criterio dei quindici dipendenti come discrimine tra piccole e grandi imprese, pur intervenendo nel merito specifico sui massimali risarcitori per licenziamento, non sulla soglia in s&#233;. Un segnale che anche sul piano giuridico quel confine &#232; sempre pi&#249; difficile da difendere.</span></p><p><span>Ma il disincentivo normativo &#232; solo parte della storia. L&#8217;altra parte &#232; culturale e storica, e affonda le radici nel modello di sviluppo che ha fatto grande l&#8217;Italia nel dopoguerra.</span></p><p><span>Il miracolo economico italiano, quello delle grandi fabbriche, dell&#8217;acciaio e dell&#8217;automobile, si era esaurito gi&#224; alla fine degli anni Sessanta. A partire dagli anni Settanta emerse per&#242; un secondo modello: quello dei distretti industriali della cosiddetta Terza Italia. Piccole imprese specializzate, radicate nel territorio del Nordest e del Centro, collegate da reti informali di subfornitura. Fu Giacomo Becattini, con il suo lavoro del 1987 </span><em><span>Mercato e forze locali: il distretto industriale</span></em><span>, a teorizzarne la logica: queste imprese non competevano da sole, ma come sistema. Un ambiente in cui i legami sociali e la fiducia permettono di cooperare senza le strutture formali che solo le grandi organizzazioni possono permettersi.</span></p><p><span>Per circa un ventennio, dagli anni Settanta alla met&#224; degli anni Novanta, quel sistema ha funzionato. Ha prodotto il made in Italy, ha esportato moda, meccanica, alimentare in tutto il mondo, ha generato benessere diffuso in aree che non avevano mai avuto una tradizione industriale. Poi il mondo &#232; cambiato e il modello non ha saputo cambiare con lui.</span></p><p><span>Quando negli anni Duemila internet ha cominciato a ridisegnare le catene del valore globali, a moltiplicare le economie di scala nei servizi, a rendere la tecnologia digitale il principale driver di produttivit&#224;, le piccole imprese dei distretti si sono trovate strutturalmente escluse. Il problema non era tanto che i loro imprenditori fossero meno capaci, ma che la dimensione non permetteva loro di investire abbastanza per stare al passo. Come ha mostrato uno</span><a href="https://www.nber.org/system/files/working_papers/w23964/w23964.pdf"><span> studio degli economist Pellegrino e Zingales</span></a><span>, tra le ragioni del crollo della produttivit&#224; totale dei fattori italiana dopo il 2000 c&#8217;&#232; la scarsa diffusione di pratiche meritocratiche nelle imprese, un tratto tipico del capitalismo familiare e della gestione basata sulla fedelt&#224; che funziona nelle piccole imprese, ma diventa un freno quando si tratta di adottare tecnologie che richiedono organizzazioni pi&#249; complesse.</span></p><p><span>La classe dirigente politica ha continuato nel frattempo a celebrare il piccolo come un valore in s&#233;. &#8220;Piccolo &#232; bello&#8221; &#232; rimasto lo slogan implicito di decenni di politica industriale italiana, ben oltre il momento in cui era ancora vero. Il risultato &#232; che l&#8217;Italia &#232; entrata nel terzo millennio con una struttura produttiva pensata per l&#8217;economia del secondo.</span></p><h2><span>Il paradosso delle medie imprese</span></h2><p><span>Le imprese italiane che riescono per&#242; a crescere di dimensione non sono solo competitive., ma sono addirittura tra le pi&#249; competitive d&#8217;Europa.</span></p><p><span>Secondo il</span><a href="https://www.tagliacarne.it/news/medie_imprese_italia_batte_per_produttivita_germania_francia_e_spagna-4082/"><span> XXIV Rapporto sulle medie imprese industriali italiane</span></a><span> elaborato da Mediobanca, Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne nel 2025, le 3.650 medie imprese industriali italiane (definite come quelle con propriet&#224; familiare, tra 50 e 499 addetti e un fatturato tra 19 e 415 milioni di euro) hanno aumentato la propria produttivit&#224; del 31,3 per cento tra il 2014 e il 2023.. &#200; un dato migliore del 20 per cento francese, del 30 per cento spagnolo e anche del 26 per cento tedesco.</span></p><p><span>Il problema dell&#8217;Italia &#232; che troppo poche riescono a raggiungere la taglia in cui diventano competitive. Mentre in Germania le imprese con pi&#249; di 250 addetti rappresentano lo 0,48 per cento del totale, in Italia sono lo 0,09 per cento,cinque volte meno, secondo una </span><a href="https://www.osservatori.net/blog/innovazione-digitale-nelle-pmi/pmi-ecosistema-imprenditoriale-italiano-confronto-ue/"><span>ricostruzione</span></a><span> degli Osservatori del Politecnico di Milano. Questa differenza &#232; il segmento che guida l&#8217;innovazione, trascina i fornitori, forma le competenze, paga i salari pi&#249; alti. Se l&#8217;Italia avesse la stessa proporzione di grandi imprese della Germania, l&#8217;intera curva della produttivit&#224; si sposterebbe verso l&#8217;alto.</span></p><h2><span>Cosa fare: aggregare, non proteggere</span></h2><p><span>La soluzione non &#232; distruggere il tessuto di microimprese che d&#224; lavoro a milioni di persone. Ma &#232; creare le condizioni perch&#233; quelle con il potenziale per crescere lo facciano,  perch&#233; le risorse si spostino progressivamente verso usi pi&#249; produttivi. Questo richiede di agire su pi&#249; leve contemporaneamente.</span></p><p><span>La prima &#232; normativa e in particolar modo superare i disincentivi alla crescita dimensionale. Che nella pratica significa ripensare il modo in cui il sistema regolatorio distingue tra imprese piccole e grandi, evitando che ogni soglia dimensionale diventi un muro invisibile. &#200; necessario disegnare regole che non scoraggino la crescita di chi vuole crescere.</span></p><p><span>La seconda &#232; finanziaria e riguarda il finanziamento delle imprese. Le imprese italiane che crescono, infatti, si finanziano quasi esclusivamente tramite banche. Il mercato dei capitali italiano &#232; sottosviluppato rispetto a quello tedesco, francese e britannico e questo limita la disponibilit&#224; di risorse per le imprese in espansione. La Germania ha costruito il suo Mittelstand anche grazie alla KfW, la banca pubblica di sviluppo che fornisce credito a lungo termine alle imprese medie a condizioni che il mercato ordinario non offre. L&#8217;Italia non ha un equivalente altrettanto efficace.</span></p><p><span>La terza &#232; culturale e manageriale. Il capitalismo familiare italiano ha storicamente privilegiato il controllo sulla crescita: meglio restare piccoli e indipendenti che crescere aprendo il capitale a soci esterni o assumendo manager professionali. Questo &#232; comprensibile, ma ha un costo. Solo un terzo delle imprese familiari italiane supera il primo ricambio generazionale e appena il 4 per cento arriva al quarto. Ogni passaggio generazionale &#232; un rischio di ridimensionamento o dissoluzione. Le politiche che facilitano la successione, la quotazione in borsa, l&#8217;ingresso di fondi di investimento nelle PMI vanno nella direzione giusta, ma sono ancora troppo marginali nel dibattito pubblico italiano.</span></p><p><span>La quarta leva &#232; quella delle aggregazioni di filiera. I contratti di rete, introdotti in Italia nel 2009, permettono a pi&#249; imprese di collaborare mantenendo l&#8217;autonomia giuridica. Sono uno strumento utile ma ancora sottoutilizzato, spesso perch&#233; gli incentivi fiscali non sono stati abbastanza robusti da compensare i costi di coordinamento. Incentivare fusioni e acquisizioni nella stessa filiera, con meccanismi analoghi a quelli usati in altri paesi europei, potrebbe accelerare il processo di consolidamento senza richiedere alle imprese di rinunciare alla propria identit&#224;.</span></p><p><span>Nessuna di queste leve produce risultati immediati. La struttura dimensionale di un sistema produttivo cambia in decenni, non in anni. Ma il punto di partenza &#232; riconoscere che il problema esiste, che ha cause identificabili e che ha soluzioni conosciute. Paesi europei con punti di partenza non lontani dall&#8217;Italia, la Spagna, il Portogallo, la Polonia negli anni Novanta, hanno cambiato la composizione del loro tessuto produttivo quando hanno costruito le condizioni istituzionali e finanziarie per farlo.</span></p><p><span>La narrazione del &#8220;piccolo &#232; bello&#8221; ha avuto il suo tempo. Quello che serve ora &#232; una narrazione diversa: le imprese italiane che crescono sono le pi&#249; produttive d&#8217;Europa. Il problema &#232; che sono troppo poche.</span></p><p><em><span>Nel prossimo episodio di CrescitaZero vedremo perch&#233; la spesa italiana in ricerca e sviluppo &#232; tra le pi&#249; basse d&#8217;Europa e cosa succederebbe se riuscissimo a portarla anche solo alla media europea.</span></em></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Quanto conta Vannacci sui giornali italiani]]></title><description><![CDATA[Ho costruito un sistema che conta ogni giorno le citazioni dei leader sugli undici maggiori quotidiani italiani e ho ricostruito la serie fino a gennaio 2025.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/quanto-conta-vannacci-sui-giornali</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/quanto-conta-vannacci-sui-giornali</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Thu, 02 Jul 2026 08:00:46 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!AG4B!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F12e6f410-1e0e-4990-911a-43028ec5a8d0_1410x1468.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>A giugno il secondo politico pi&#249; citato dai giornali italiani &#232; stato Roberto Vannacci, che ha scavalcato i due vicepremier e i leader dell&#8217;opposizione dopo essere rimasto marginale per quasi tutto il 2025. Il dato viene da un sistema che ho costruito nelle ultime settimane e che si aggiorna ogni giorno con le edizioni nazionali degli undici quotidiani pi&#249; diffusi. Con lo stesso metodo ho ricostruito la serie storica fino all&#8217;inizio del 2025.</p><p>Contare le citazioni sui giornali di carta pu&#242; sembrare un esercizio d&#8217;altri tempi, visto che le copie vendute calano ogni anno. Ma la rassegna dei quotidiani resta un buon termometro dell&#8217;attenzione mediatica, perch&#233; i giornali dettano ancora l&#8217;agenda del dibattito. Li leggono gli altri giornalisti e i conduttori dei talk show, che da l&#236; propagano la narrazione a un pubblico molto pi&#249; largo di chi compra la copia.</p><p>Si potrebbe leggere questo conteggio come una classifica di popolarit&#224;. In realt&#224; misura la presenza, cio&#232; chi occupa la scena pubblica, in quali settimane e su quali testate. Letto cos&#236; racconta insieme l&#8217;attenzione schiacciata sul capo del governo, un secondo livello che si muove e giornali che coprono la politica seguendo logiche proprie. La classifica generale &#232; solo il punto di partenza.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Come nasce il conteggio</h2><p>Gli undici quotidiani monitorati sono &#8220;Avvenire&#8221;, &#8220;Corriere della Sera&#8221;, &#8220;Il Fatto Quotidiano&#8221;, &#8220;Il Giornale&#8221;, &#8220;Il Messaggero&#8221;, &#8220;Il Resto del Carlino&#8221;, &#8220;Il Sole 24 Ore&#8221;, &#8220;La Repubblica&#8221;, &#8220;La Stampa&#8221;, &#8220;La Verit&#224;&#8221; e &#8220;Libero&#8221;, sempre nelle edizioni nazionali, senza le pagine locali e i supplementi. I nomi tracciati sono tredici, raccolti per area: il centrodestra di governo con Meloni, Salvini, Tajani e Vannacci, il campo largo di opposizione con Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, l&#8217;area di centro con Calenda, Renzi, Marattin e Boldrin, pi&#249; Sergio Mattarella per le istituzioni.</p><p>Un primo passaggio cerca nelle pagine le occorrenze dei cognomi con una serie di espressioni regolari, le regex, cio&#232; le regole di ricerca testuale con cui un programma individua una parola dentro un documento. &#200; un setaccio grezzo, che cattura ogni occorrenza dei cognomi, comprese quelle sbagliate. Un secondo passaggio, affidato a un modello di intelligenza artificiale (Claude Opus 4.8), controlla una a una le menzioni segnalate e tiene solo quelle che riguardano davvero il politico, scartando le omonimie grazie al contesto. Il caso pi&#249; frequente &#232; quello del cognome che coincide con una parola comune, perch&#233; &#8220;meloni&#8221; pu&#242; essere il frutto e &#8220;conte&#8221; il titolo nobiliare prima ancora che il leader del Movimento 5 Stelle. Altre volte si tratta di una persona diversa con lo stesso cognome, come Piersanti Mattarella, il fratello del presidente della Repubblica ucciso dalla mafia nel 1980, o Arianna Meloni, la sorella della presidente del Consiglio.</p><p>Ogni giorno il sistema valida diverse centinaia di menzioni, tra le cinquecento e le novecento in quelli pi&#249; densi, e ne elimina una parte come falsi riconoscimenti. La serie parte da gennaio 2025, si aggiorna ogni giorno con i quotidiani appena usciti ed &#232; <a href="https://progetti.lorenzoruffino.it/quotidiani-politici">scaricabile</a> in formato aperto. Va letta almeno su base settimanale, perch&#233; il dato del singolo giorno oscilla troppo.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://progetti.lorenzoruffino.it/quotidiani-politici&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Versione interattiva sempre aggiornata&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://progetti.lorenzoruffino.it/quotidiani-politici"><span>Versione interattiva sempre aggiornata</span></a></p><h2>Una scena schiacciata su Meloni</h2><p>Giorgia Meloni raccoglie quasi 105 mila menzioni, oltre un terzo del totale e quasi il triplo del secondo nome in classifica, ed &#232; la pi&#249; citata in tutte e undici le testate e in tutti i diciotto mesi coperti finora. La presidente del Consiglio sta al centro di ogni provvedimento del governo e di ogni polemica dell&#8217;opposizione.</p><p>In una settimana media il nome pi&#249; citato si prende il 37 per cento di tutto lo spazio e i primi tre insieme ne occupano il 64, quasi due terzi. La sola Meloni vale pi&#249; dei tre nomi successivi messi insieme, cio&#232; Salvini, Schlein e Tajani, e la sua quota mensile oscilla parecchio, dal 45 per cento sfiorato all&#8217;inizio del 2025, quando la scena era ancora meno affollata, al 31 di giugno 2026.</p><p>Mattarella raccoglie l&#8217;8 per cento delle citazioni, pi&#249; di qualsiasi leader di centro o di sinistra tranne Schlein e Conte, con una presenza costante che si accende nei momenti istituzionali, come i messaggi di fine anno e le nomine. </p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!AG4B!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F12e6f410-1e0e-4990-911a-43028ec5a8d0_1410x1468.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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I due si contendono da mesi lo spazio subito sotto la presidente, senza mai avvicinarsi a lei.</p><p>A muovere davvero gli equilibri &#232; Roberto Vannacci. Il generale, eletto al Parlamento Europeo nel 2024 nelle liste della Lega, resta attorno all&#8217;1 per cento delle citazioni per quasi tutto il 2025, un livello da comprimario. Poi la sua presenza sale a ondate, con un primo picco al 13 per cento a febbraio 2026, quando ha lanciato il suo partito, e un massimo del 17 per cento a giugno. Nella settimana del 2 febbraio 2026 arriva a valere quasi un quarto di tutte le citazioni politiche.</p><p>A giugno 2026 Vannacci &#232; il secondo politico pi&#249; citato in assoluto, davanti a Salvini, Conte e Schlein, con pi&#249; del triplo delle loro menzioni. Un europarlamentare senza incarichi di governo che scavalca i vicepremier e i capi dell&#8217;opposizione &#232; il segnale di quanto lo spazio mediatico premi la capacit&#224; di alzare la voce.</p><p>Alla visibilit&#224; corrisponde una crescita reale nei consensi, con il partito fondato da Vannacci che in diversi sondaggi ha ormai superato la Lega ed &#232; diventato il quinto del Paese, nonostante sia nato solo cinque mesi fa.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!BLY2!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8115787a-89f5-405a-b945-c1df15153c07_1370x1468.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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La segretaria del Partito Democratico resta la pi&#249; citata del campo largo in quindici mesi su diciotto, un vantaggio costruito soprattutto nella prima parte del periodo.</p><p>Negli ultimi mesi il leader del Movimento 5 Stelle sta per&#242; recuperando terreno, perch&#233; supera Schlein in tre mesi su diciotto e due di questi, aprile e giugno 2026, sono recentissimi. La leadership mediatica dell&#8217;opposizione torna cos&#236; in discussione mentre si avvicinano la campagna elettorale e il confronto sulla composizione del campo largo.</p><p>Sotto i primi nomi lo spazio si assottiglia in fretta, con Matteo Renzi al 4,3 per cento, Calenda e Bonelli poco sopra il 2 e Fratoianni all&#8217;1,7. Due dei tredici nomi monitorati restano quasi invisibili, con Luigi Marattin del Partito liberaldemocratico fermo a poche centinaia di citazioni in un anno e mezzo e Michele Boldrin di ORA! sotto quota cento.</p><h2>Quali giornali citano chi</h2><p>Le testate che nominano pi&#249; politici in assoluto sono &#8220;Corriere della Sera&#8221; e &#8220;La Stampa&#8221;, oltre 38 mila e 37 mila menzioni, mentre &#8220;Avvenire&#8221; e &#8220;Il Sole 24 Ore&#8221; sono le pi&#249; sobrie, attorno alle 13 mila. La differenza dipende pi&#249; dallo spazio che ogni giornale dedica alla cronaca politica pura, rispetto a economia ed esteri, che da una diversa generosit&#224; verso i leader.</p><p>Si potrebbe pensare che i giornali di destra citino soprattutto i politici di destra, ma i numeri dicono il contrario. I tre quotidiani schierati a destra, &#8220;Il Giornale&#8221;, &#8220;La Verit&#224;&#8221; e &#8220;Libero&#8221;, dedicano al centrodestra la quota pi&#249; bassa di citazioni, il 59 per cento, e all&#8217;opposizione la pi&#249; alta, il 28 per cento contro il 21 dei tre grandi generalisti. Conte da solo supera il 10 per cento delle citazioni sui giornali di destra e si ferma al 7,4 su &#8220;Repubblica&#8221;, &#8220;Stampa&#8221; e &#8220;Corriere&#8221;. La spiegazione &#232; che la stampa schierata tratta gli avversari come un bersaglio e per colpirli li nomina di continuo.</p><p>I tre grandi generalisti, &#8220;La Repubblica&#8221;, &#8220;La Stampa&#8221; e &#8220;Corriere della Sera&#8221;, riservano alla maggioranza di governo una quota persino pi&#249; alta, il 65 per cento, perch&#233; trattano chi governa come il luogo naturale della notizia. Salvini, per esempio, tocca la sua quota massima proprio su &#8220;Repubblica&#8221; e &#8220;La Stampa&#8221;, mentre Meloni pesa quasi uguale sui due fronti, il 36 per cento sui giornali di destra e il 38 sui generalisti, segno che il capo del governo &#232; un passaggio obbligato per chiunque.</p><p>&#8220;Avvenire&#8221; &#232; la testata pi&#249; istituzionale, con Mattarella al 13 per cento delle sue citazioni contro una media dell&#8217;8. &#8220;Il Fatto Quotidiano&#8221; insegue Renzi, che vale il 7,3 per cento delle sue menzioni contro il 4,3 generale, il riflesso di un&#8217;ostilit&#224; di lunga data. &#8220;Libero&#8221; &#232; la pi&#249; concentrata sull&#8217;opposizione, con Schlein al 14 per cento e Conte oltre l&#8217;11. Sono differenze che raccontano l&#8217;identit&#224; di ciascun giornale meglio di qualsiasi editoriale.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!1IMI!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd7a81464-c755-40f7-a01b-cb7a93a95c46_1532x1376.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!1IMI!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd7a81464-c755-40f7-a01b-cb7a93a95c46_1532x1376.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!1IMI!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd7a81464-c755-40f7-a01b-cb7a93a95c46_1532x1376.png 848w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a><figcaption class="image-caption"><a href="https://progetti.lorenzoruffino.it/quotidiani-politici">Versione interattiva disponibile qui</a></figcaption></figure></div><h2>In conclusione</h2><p>L&#8217;attenzione dei giornali segue il potere istituzionale prima delle idee. Il capo del governo occupa da solo un terzo della scena, mentre il resto si divide uno spazio che si restringe, con un pugno di leader di partito che assorbe quasi tutte le citazioni e una lunga coda di nomi quasi assenti dalle pagine.</p><p>Essere citati non significa essere approvati, visto che buona parte della presenza dell&#8217;opposizione sui giornali nasce dalla copertura ostile della stampa schierata. Leggere il conteggio come una classifica di gradimento sarebbe un errore.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://progetti.lorenzoruffino.it/quotidiani-politici&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Versione interattiva sempre aggiornata&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:&quot;button-wrapper&quot;}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary button-wrapper" href="https://progetti.lorenzoruffino.it/quotidiani-politici"><span>Versione interattiva sempre aggiornata</span></a></p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Le famiglie italiane sono sempre meno ricche]]></title><description><![CDATA[Il patrimonio delle famiglie italiane sta diminuendo, ma quello dei pi&#249; ricchi sta aumentando.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/le-famiglie-italiane-sono-sempre</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/le-famiglie-italiane-sono-sempre</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Mon, 29 Jun 2026 08:02:02 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tDHK!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff00905b3-e045-4b9c-95f7-ffcd2df340fd_1980x1430.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2010 il patrimonio di una famiglia italiana tipo ammontava a 260 mila euro considerando la casa di propriet&#224;, i risparmi in banca, i fondi di investimento e le polizze assicurative. Quindici anni dopo quel patrimonio &#232; sceso, in termini reali, a 176 mila euro con una perdita di 84 mila euro, quasi un terzo del totale. Nello stesso arco di tempo il dieci per cento pi&#249; ricco delle famiglie &#232; passato da 2,54 milioni a 2,68 milioni, guadagnando il 5,4 per cento in termini reali.</p><p>I dati vengono dai Conti distributivi sulla ricchezza delle famiglie, le statistiche sperimentali che la Banca d&#8217;Italia pubblica ogni trimestre combinando l&#8217;indagine campionaria sui bilanci delle famiglie con gli aggregati di contabilit&#224; nazionale. Le serie partono dalla fine del 2010 e arrivano alla fine del 2025. Per questo articolo ho usato le medie annuali dei dati trimestrali e le ho corrette per l&#8217;inflazione. I numeri sono quindi in euro del 2025 e quindi confrontabili nel tempo.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Il calo della ricchezza mediana</h2><p>La ricchezza media, invece, &#232; scesa da 487 mila a 444 mila euro in termini reali, una perdita del 9 per cento. Il divario tra i due numeri &#232; la spia della disuguaglianza: se i patrimoni fossero distribuiti uniformemente, media e mediana coinciderebbero. Il fatto che la media sia molto pi&#249; alta, e che sia calata solo del 9 per cento mentre la mediana crollava del 32, significa che i pi&#249; ricchi si sono allontanati dal resto del paese, trascinando la media verso l&#8217;alto e mascherando l&#8217;impoverimento della famiglia tipica.</p><p>Per misurare la disuguaglianza gli statistici usano il coefficiente di Gini, che va da 0 (tutti hanno esattamente lo stesso patrimonio) a 100 (una persona sola possiede tutto). In Italia &#232; salito da 66,4 a 72,0. Il dieci per cento pi&#249; ricco detiene oggi il 60 per cento della ricchezza nazionale, contro il 52 del 2010. Il cinque per cento da solo &#232; arrivato al 49,9 per cento. All&#8217;altro estremo, la met&#224; pi&#249; povera possiede il 7,3 per cento del totale, in calo dall&#8217;8,5 per cento di quindici anni fa.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!cNpd!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F50c020b4-7775-4ff5-8aa1-0451c66b85e6_1980x1430.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!cNpd!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F50c020b4-7775-4ff5-8aa1-0451c66b85e6_1980x1430.png 424w, 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class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" 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Il primo decile &#232; il dieci per cento pi&#249; povero, il decimo &#232; il dieci per cento pi&#249; ricco. La met&#224; pi&#249; povera della popolazione corrisponde ai primi cinque decili.</p><p>Questa met&#224; pi&#249; povera possedeva in media un patrimonio netto di 83 mila euro nel 2010 ed &#232; scesa a 65 mila nel 2025, una perdita del 22 per cento. I quattro decili che vanno dal sesto al nono, la fascia che possiamo chiamare classe medio-alta, sono passati da 481 mila a 360 mila euro: meno 25 per cento, la perdita pi&#249; forte in termini relativi. Il decimo decile, il dieci per cento pi&#249; ricco, &#232; salito da 2,54 a 2,68 milioni. Solo le famiglie all&#8217;estremo superiore della distribuzione hanno visto crescere il proprio patrimonio in termini reali. Nel 2010 il decimo decile possedeva 31 volte il patrimonio della met&#224; pi&#249; povera, nel 2025 ne possiede 41 volte.</p><p>Il divario si manifesta anche tra le diverse condizioni lavorative. Per questi confronti usiamo la media, perch&#233; la Banca d&#8217;Italia pubblica solo i valori medi, e non le mediane, per condizione lavorativa e titolo di godimento dell&#8217;abitazione I lavoratori dipendenti hanno perso in media 74 mila euro reali a famiglia, passando da 360 mila a 286 mila. I pensionati sono scesi da 417 mila a 378 mila. I lavoratori autonomi sono cresciuti da 903 mila a 1 milione e 120 mila euro, guadagnando 217 mila euro. La crescita del patrimonio degli autonomi &#232; legata alla rivalutazione del valore delle imprese e delle partecipazioni societarie, una componente della ricchezza che per definizione &#232; concentrata nelle mani di chi possiede un&#8217;attivit&#224;. I disoccupati sono quelli che hanno perso di pi&#249;: da 120 mila a 73 mila euro, il 39 per cento in meno.</p><p>Anche la distanza tra proprietari di casa e affittuari si &#232; allargata. I proprietari sono scesi da 668 mila a 575 mila euro, perdendo il 14 per cento. Gli affittuari sono passati da 91 mila a 60 mila, perdendo il 34 per cento. Il rapporto tra i due gruppi &#232; salito da 7,3 a 9,6 volte.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tDHK!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff00905b3-e045-4b9c-95f7-ffcd2df340fd_1980x1430.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tDHK!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff00905b3-e045-4b9c-95f7-ffcd2df340fd_1980x1430.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tDHK!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff00905b3-e045-4b9c-95f7-ffcd2df340fd_1980x1430.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tDHK!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff00905b3-e045-4b9c-95f7-ffcd2df340fd_1980x1430.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tDHK!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff00905b3-e045-4b9c-95f7-ffcd2df340fd_1980x1430.png 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tDHK!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff00905b3-e045-4b9c-95f7-ffcd2df340fd_1980x1430.png" width="1456" height="1052" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/f00905b3-e045-4b9c-95f7-ffcd2df340fd_1980x1430.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1052,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:69403,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/i/200789446?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff00905b3-e045-4b9c-95f7-ffcd2df340fd_1980x1430.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tDHK!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff00905b3-e045-4b9c-95f7-ffcd2df340fd_1980x1430.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tDHK!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff00905b3-e045-4b9c-95f7-ffcd2df340fd_1980x1430.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tDHK!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff00905b3-e045-4b9c-95f7-ffcd2df340fd_1980x1430.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tDHK!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff00905b3-e045-4b9c-95f7-ffcd2df340fd_1980x1430.png 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><h2>Di cosa &#232; fatta la ricchezza degli italiani</h2><p>Per capire perch&#233; la forbice si &#232; allargata bisogna guardare a come &#232; composto il patrimonio delle famiglie. Nel 2010 la casa rappresentava il 56 per cento delle attivit&#224; totali: era l&#8217;asset pi&#249; diffuso, l&#8217;unico posseduto dalla grande maggioranza della popolazione. Alla fine del 2025 quella quota &#232; scesa al 47 per cento. In termini reali il valore medio dell&#8217;abitazione &#232; passato da 292 mila a 221 mila euro per famiglia, una perdita del 24 per cento.</p><p>Qui sta il primo motore della concentrazione. I prezzi delle case in Italia non si sono mai ripresi dalla crisi del 2008-2011. In molte aree del paese sono rimasti fermi o hanno continuato a scendere, perch&#233; la domanda abitativa si &#232; contratta: la popolazione cala, le nascite sono ai minimi, l&#8217;emigrazione interna svuota intere province e concentra la richiesta di abitazioni in poche citt&#224;. A Milano, Bologna, Roma e in alcune zone turistiche i prezzi sono saliti e con loro il patrimonio di chi l&#236; possedeva una casa. Nel resto del paese il mattone ha perso valore, trascinando verso il basso la ricchezza della maggioranza delle famiglie. La rivalutazione &#232; stata tutto fuorch&#233; uniforme: ha premiato chi aveva comprato nei posti giusti e la geografia della ricchezza immobiliare &#232; diventata pi&#249; diseguale di quindici anni fa.</p><p>Mentre la casa perdeva peso, crescevano le attivit&#224; finanziarie. I depositi bancari sono rimasti stabili attorno ai 54 mila euro per famiglia, erosi dall&#8217;inflazione e dai tassi reali negativi che hanno prevalso per quasi tutto il periodo. Le quote di fondi comuni sono quasi raddoppiate, da 18 mila a 34 mila euro, e le polizze vita sono salite da 24 mila a 32 mila. La voce che &#232; cresciuta di pi&#249; &#232; quella delle partecipazioni in imprese non quotate e delle altre attivit&#224; finanziarie d&#8217;impresa, passate da 36 mila a 70 mila euro reali per famiglia, quasi il doppio. Sono attivit&#224; che per loro natura appartengono quasi esclusivamente a chi possiede un&#8217;azienda o ha capitale sufficiente per acquisire quote societarie, cio&#232; ai decili pi&#249; alti della distribuzione.</p><p>C&#8217;&#232; un ulteriore fattore che ha limitato la capacit&#224; delle famiglie italiane di partecipare alla crescita dei mercati finanziari. Le famiglie italiane investono molto poco in azioni quotate rispetto a quelle di altri paesi europei. Quando i listini sono saliti, come &#232; accaduto negli ultimi anni, il beneficio per i portafogli italiani &#232; stato modesto: le azioni quotate valevano in media 5 mila euro a famiglia nel 2010 e 7 mila nel 2025, valori che restano marginali anche dopo un aumento reale del 50 per cento. Il risultato &#232; che la crescita dei mercati finanziari, che in altri paesi ha contribuito a diffondere la ricchezza, in Italia ha riguardato quasi soltanto chi gi&#224; possedeva partecipazioni societarie o quote di fondi.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!0ezK!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fb7c57407-419f-4897-8eea-bfb8886cc124_1980x1430.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!0ezK!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fb7c57407-419f-4897-8eea-bfb8886cc124_1980x1430.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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In quei cinque anni la mediana crolla del 19 per cento e l&#8217;indice di Gini sale di quasi quattro punti, da 66,4 a 70,2. &#200; la fase in cui i prezzi delle case crollano, colpendo tutte le famiglie ma in modo asimmetrico: chi ha solo la casa come patrimonio subisce l&#8217;intera perdita, chi possiede anche attivit&#224; finanziarie pu&#242; in parte compensare.</p><p>La seconda fase, tra il 2015 e il 2019, &#232; di relativa stabilit&#224;. La mediana continua a scendere, ma pi&#249; lentamente (meno 8,9 per cento in quattro anni) e la disuguaglianza si riduce di mezzo punto di Gini, da 70,2 a 69,7. &#200; l&#8217;unico momento in cui la concentrazione della ricchezza accenna a diminuire.</p><p>La terza fase inizia con la pandemia e arriva fino a oggi, ma contiene al suo interno due dinamiche opposte. Tra il 2019 e il 2021 la ricchezza media reale cresce del 5,7 per cento, un rimbalzo alimentato dagli stimoli fiscali e monetari e dalla crescita dei mercati finanziari. La mediana invece resta ferma: pi&#249; 0,5 per cento, un valore che equivale alla stagnazione. La ripresa del valore degli asset finanziari ha beneficiato chi li possedeva, cio&#232; le famiglie nei decili alti. Poi arriva l&#8217;inflazione, che tra il 2021 e il 2023 erode il potere d&#8217;acquisto di tutti e fa scendere la mediana di un altro 9,8 per cento, mentre la media perde l&#8217;8,2. Negli ultimi due anni la ricchezza media &#232; rimbalzata del 6,2 per cento ma la mediana solo dell&#8217;1,7, e il Gini ha continuato a salire fino a toccare 72,0.</p><div class="digest-post-embed" data-attrs="{&quot;nodeId&quot;:&quot;8f256cf6-84d1-44c6-a353-a0040a2a9056&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;Questo &#232; il terzo approfondimento di CrescitaZero, la serie di articoli scritti insieme a Elia Bidut per capire cos&#8217;&#232; successo alla crescita italiana. Qui trovi gli altri articoli.&quot;,&quot;cta&quot;:null,&quot;showBylines&quot;:true,&quot;showDescription&quot;:true,&quot;showImage&quot;:true,&quot;size&quot;:&quot;sm&quot;,&quot;isEditorNode&quot;:true,&quot;title&quot;:&quot;Gli stipendi crescono solo dove cresce la produttivit&#224;&quot;,&quot;publishedBylines&quot;:[{&quot;id&quot;:239558331,&quot;name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;bio&quot;:&quot;Mi occupo di dati, analizzandoli, cercando di trovarci cose interessanti e visualizzandoli nel miglior modo possibile. &quot;,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!d80e!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe39f2ad9-7ad2-441a-ad7e-8fc5f4174335_2048x2048.jpeg&quot;,&quot;is_guest&quot;:false,&quot;bestseller_tier&quot;:null},{&quot;id&quot;:11224936,&quot;name&quot;:&quot;Elia Bidut&quot;,&quot;bio&quot;:&quot;Questions and thoughts around tech, politics, innovation. Fellow Tortuga think tank. &quot;,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/34271320-974c-41d0-979b-3befb29093c2_4284x4284.jpeg&quot;,&quot;is_guest&quot;:true,&quot;bestseller_tier&quot;:null,&quot;primaryPublicationSubscribeUrl&quot;:&quot;https://lavoroinfatti.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;primaryPublicationUrl&quot;:&quot;https://lavoroinfatti.substack.com&quot;,&quot;primaryPublicationName&quot;:&quot;InFatti &quot;,&quot;primaryPublicationId&quot;:7529056}],&quot;post_date&quot;:&quot;2026-06-22T08:00:30.957Z&quot;,&quot;cover_image&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!1Tu6!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff5b2d10b-c116-4740-93c3-5baa416322d6_1220x742.png&quot;,&quot;cover_image_alt&quot;:null,&quot;canonical_url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/p/gli-stipendi-crescono-solo-dove-cresce&quot;,&quot;section_name&quot;:null,&quot;video_upload_id&quot;:null,&quot;id&quot;:202858272,&quot;type&quot;:&quot;newsletter&quot;,&quot;reaction_count&quot;:14,&quot;comment_count&quot;:2,&quot;publication_id&quot;:3042042,&quot;publication_name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;publication_logo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!lbv0!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F240148b9-726e-47ef-a28f-e491b02deac2_856x856.png&quot;,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;youtube_url&quot;:null,&quot;show_links&quot;:null,&quot;feed_url&quot;:null}"></div><h2>In conclusione</h2><p>Il quadro che emerge &#232; coerente con i dati sulla crescita dell&#8217;economia italiana. In un paese che non cresce la ricchezza non si crea dal nulla: quella nuova &#232; poca o assente, e quel che si muove &#232; la sua redistribuzione interna tra classi di attivit&#224; e tra gruppi sociali. Questo &#232; il classico funzionamento di un&#8217;economia ferma in cui crescono le rendite invece della produzione.</p><p>Il mercato immobiliare lo mostra con chiarezza. La casa era il canale attraverso cui la ricchezza si diffondeva in modo relativamente ampio. Oggi quel canale si &#232; rotto in gran parte del territorio nazionale e funziona solo dove la domanda si concentra, premiando chi aveva ereditato o comprato nei luoghi giusti. Sul fronte finanziario, gli strumenti che sono cresciuti di pi&#249; sono quelli accessibili solo a chi ha capitale da investire o possiede un&#8217;impresa.</p><p>Invertire questa traiettoria richiede due cose: far ripartire la crescita della produttivit&#224;, perch&#233; senza nuova ricchezza ogni dinamica &#232; solo redistribuzione, e allargare l&#8217;accesso alla propriet&#224; di asset che producono valore nel tempo. Senza queste due condizioni la forbice tra chi possiede e chi no continuer&#224; ad allargarsi,.</p><div><hr></div><p>&#185; I dati sulla ricchezza sono tratti dai Conti distributivi sulla ricchezza delle famiglie italiane (Distributional Wealth Accounts) pubblicati dalla Banca d&#8217;Italia, aggiornati al quarto trimestre 2025. I valori presentati sono medie annuali calcolate sui dati trimestrali e deflazionati con l&#8217;indice FOI dell&#8217;Istat (prezzi al consumo per famiglie di operai e impiegati, al netto dei tabacchi), concatenato sui cambi base delle serie storiche Istat. La deflazione &#232; fatta a prezzi 2025.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[I lavori che l’intelligenza artificiale non può sostituire]]></title><description><![CDATA[Le aziende che sviluppano l&#8217;AI annunciano scenari catastrofici. Un libro di tre economisti spiega perch&#233; quella previsione &#232; sbagliata.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/i-lavori-che-lintelligenza-artificiale</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/i-lavori-che-lintelligenza-artificiale</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Thu, 25 Jun 2026 08:01:15 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!nTWf!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdfd732ca-ea39-450b-bc6f-acafaf820d0d_1000x1500.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tutto il lavoro intellettuale si dispone lungo una sola dimensione, il grado di disordine. A un estremo c&#8217;&#232; un compito unico e ben definito, come copiare dati di una serie di moduli cartacei in un foglio di calcolo, con un risultato che chiunque pu&#242; verificare. All&#8217;altro estremo c&#8217;&#232; un groviglio di compiti che si intrecciano, fatto di persone, conflitti e decisioni prese nell&#8217;incertezza. &#200; la distanza tra questi due poli a stabilire quali lavori l&#8217;intelligenza artificiale potr&#224; sostituire e quali no, molto pi&#249; della potenza dei modelli o della velocit&#224; con cui migliorano.</p><p><em><a href="https://www.amazon.com/Messy-Jobs-Work-Cannot-Reach-ebook/dp/B0H42PP3BC">Messy Jobs: The Work That AI Cannot Reach</a></em> costruisce una teoria di che cosa l&#8217;intelligenza artificiale pu&#242; raggiungere e che cosa le resta fuori. Il punto di partenza &#232; una critica diretta a chi annuncia la fine del lavoro impiegatizio. &#8220;L&#8217;intelligenza artificiale avr&#224; certamente un impatto&#8221;, scrivono gli autori, &#8220;ma chi fa le previsioni non capisce che cosa facciano davvero tutto il giorno la maggior parte dei lavoratori d&#8217;ufficio&#8221;. Il disordine del titolo, in inglese <em>messiness</em>, &#232; proprio quella parte del lavoro che sfugge a chi conta da fuori i mestieri automatizzabili.</p><p>Il libro porta tre firme. <a href="https://www.lse.ac.uk/people/luis-garicano">Luis Garicano</a>, economista spagnolo, insegna alla London School of Economics ed &#232; stato deputato al Parlamento europeo per i liberali, dopo aver studiato per anni come le imprese organizzano conoscenza ed esperienza. Gli altri due autori, <a href="https://www.hkubs.hku.hk/people/jin-li/">Jin Li</a> e <a href="https://www.hkubs.hku.hk/people/yanhui-wu/">Yanhui Wu</a>, insegnano entrambi all&#8217;Universit&#224; di Hong Kong e lavorano sull&#8217;economia delle organizzazioni e delle attivit&#224; ad alta intensit&#224; di sapere. <span class="mention-wrap" data-attrs="{&quot;name&quot;:&quot;Luis Garicano&quot;,&quot;id&quot;:124254516,&quot;type&quot;:&quot;user&quot;,&quot;url&quot;:null,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/8ac93523-2c0c-48cf-8a8e-36868b3d7d26_263x263.jpeg&quot;,&quot;uuid&quot;:&quot;11fc9bb2-f316-4807-919c-58f9ff4e6fa5&quot;}" data-component-name="MentionToDOM"></span> ha anche un&#8217;ottima newsletter, <span class="mention-wrap" data-attrs="{&quot;name&quot;:&quot;Silicon Continent&quot;,&quot;id&quot;:2066920,&quot;type&quot;:&quot;pub&quot;,&quot;url&quot;:&quot;https://open.substack.com/pub/siliconcontinent&quot;,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/d92bd37f-134c-4961-958e-4b5af2dba9a8_1024x1024.png&quot;,&quot;uuid&quot;:&quot;9c7b0954-f090-496e-a5d0-d96957f206d9&quot;}" data-component-name="MentionToDOM"></span>. </p><p>Qualche settimana fa ho sostenuto che <a href="https://www.lorenzoruffino.it/p/perche-lintelligenza-artificiale">l&#8217;intelligenza artificiale non ci sostituir&#224;</a>, perch&#233; un mestiere &#232; un pacchetto di mansioni e non la somma dei suoi pezzi. Questo libro fornisce la teoria completa e aggiunge la parte pi&#249; scomoda, perch&#233; l&#8217;intelligenza artificiale riorganizza il lavoro molto pi&#249; di quanto lo lasci uguale e, per dirlo con le parole degli autori, &#8220;smonta alcuni lavori e ne rimonta altri&#8221;. Capire quando lo smonta e quando lo rimonta &#232; il cuore della questione.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!nTWf!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdfd732ca-ea39-450b-bc6f-acafaf820d0d_1000x1500.jpeg" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!nTWf!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdfd732ca-ea39-450b-bc6f-acafaf820d0d_1000x1500.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!nTWf!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdfd732ca-ea39-450b-bc6f-acafaf820d0d_1000x1500.jpeg 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!nTWf!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdfd732ca-ea39-450b-bc6f-acafaf820d0d_1000x1500.jpeg 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!nTWf!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdfd732ca-ea39-450b-bc6f-acafaf820d0d_1000x1500.jpeg 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!nTWf!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdfd732ca-ea39-450b-bc6f-acafaf820d0d_1000x1500.jpeg" width="392" height="588" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/dfd732ca-ea39-450b-bc6f-acafaf820d0d_1000x1500.jpeg&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1500,&quot;width&quot;:1000,&quot;resizeWidth&quot;:392,&quot;bytes&quot;:null,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:null,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:false,&quot;topImage&quot;:true,&quot;internalRedirect&quot;:null,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!nTWf!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdfd732ca-ea39-450b-bc6f-acafaf820d0d_1000x1500.jpeg 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!nTWf!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdfd732ca-ea39-450b-bc6f-acafaf820d0d_1000x1500.jpeg 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!nTWf!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdfd732ca-ea39-450b-bc6f-acafaf820d0d_1000x1500.jpeg 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!nTWf!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fdfd732ca-ea39-450b-bc6f-acafaf820d0d_1000x1500.jpeg 1456w" sizes="100vw" fetchpriority="high"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><h2>La soglia dell&#8217;autonomia</h2><p>Il concetto attorno a cui ruota il libro &#232; la soglia dell&#8217;autonomia, in inglese <em>autonomy threshold</em>, cio&#232; &#8220;il confine tra le macchine che aiutano gli esseri umani e le macchine che li sostituiscono&#8221;. Sotto questa soglia l&#8217;intelligenza artificiale lavora come un assistente, perch&#233; aiuta la persona che per&#242; resta padrona del prodotto finito, ne controlla gli errori e ne porta la responsabilit&#224;. &#200; lo stesso esito della rivoluzione informatica, quando il computer rese pi&#249; produttivo chi lo sapeva usare senza prenderne il posto. Sopra la soglia la macchina consegna invece una soluzione finita senza che nessuno la verifichi e se ne assuma le conseguenze, cos&#236; da poter sostituire completamente l&#8217;umano.</p><p>La distinzione decisiva &#232; che la soglia vale per i compiti e non per i lavoratori. Un lavoratore svolge un mestiere fatto di molti compiti, alcuni semplici e altri difficili. Quanto &#232; esposto alla sostituzione dipende da quanti di quei compiti superano la soglia, non dal mestiere preso in blocco. Le auto a guida autonoma sono l&#8217;esempio limite perch&#233; guidare &#232; un compito ripetitivo e ben definito, dalla soglia molto bassa, a cui pochi mestieri impiegatizi somigliano.</p><p>A spostare la soglia agiscono tre fattori, il primo dei quali &#232; la capacit&#224; tecnica, cio&#232; il momento in cui un modello produce soluzioni corrette ai problemi del mondo reale e non soltanto ai test. Su questo fronte il libro identifica tre ostacoli di fondo. Il primo &#232; la verificabilit&#224;, perch&#233; l&#8217;intelligenza artificiale migliora in fretta dove esiste una risposta giusta da centrare, come scrivere codice che funziona, mentre arranca dove il risultato buono non si pu&#242; misurare. Il secondo &#232; che i modelli non imparano dall&#8217;esperienza sul campo come fa un professionista, che negli anni accumula giudizio caso dopo caso. Il terzo &#232; che la macchina non ha un corpo fisico (almeno per ora), mentre gran parte della vita economica dipende ancora dall&#8217;essere fisicamente presenti.</p><p>A questi limiti se ne aggiunge uno pi&#249; sottile, cio&#232; la tendenza dei modelli a compiacere chi li interroga. Pi&#249; lunga &#232; la conversazione, pi&#249; il modello scivola verso la posizione dell&#8217;utente, anche quando &#232; sbagliata. &#8220;Gli errori dell&#8217;intelligenza artificiale non sono casuali&#8221;, scrivono gli autori, &#8220;sono sistematicamente piegati a dire alle persone quello che vogliono sentirsi dire&#8221;. &#200; un difetto che pesa proprio dove servirebbe un parere indipendente.</p><p>Il secondo fattore che muove la soglia &#232; la regolamentazione, come mostra la storia degli ascensori automatici. Quando comparvero, gli ascensori erano gi&#224; in grado di funzionare senza un addetto ai comandi, ma il pubblico non si fidava dei freni automatici e i sindacati difendevano i posti, cos&#236; molte citt&#224; americane imposero per legge la presenza di un operatore a bordo in nome della sicurezza. La tecnologia poteva fare a meno dell&#8217;uomo, ma fu la legge a tenerlo al suo posto. Secondo gli autori sar&#224; l&#8217;uso della regolazione a creare il maggior divario di produttivit&#224; tra i paesi nei prossimi decenni. Il terzo fattore &#232; la domanda, perch&#233; in molti mercati i clienti continuano a preferire un prodotto fatto dall&#8217;uomo anche quando la macchina saprebbe farlo.</p><h2>Cosa tiene insieme un mestiere</h2><p>Il libro divide i lavori in tre fasce a seconda di quanto i loro compiti sono intrecciati. Nella prima ci sono i mestieri fatti di un solo compito con un esito verificabile, dalla trascrizione di dati alle mansioni tecniche pi&#249; strette, tutti con una soglia bassa. &#8220;Un lavoro fatto di un singolo compito ben definito e verificabile&#8221;, scrivono gli autori, &#8220;ha una soglia bassa e cadr&#224; presto vittima dell&#8217;intelligenza artificiale&#8221;. Nella seconda fascia ci sono i mestieri che mettono insieme pi&#249; compiti in un solo ruolo, dove la soglia dell&#8217;intero lavoro &#232; molto pi&#249; alta di quella di ogni singolo compito che lo compone. Nella terza ci sono i lavori in cui quasi tutto richiede una persona, perch&#233; il vero compito &#232; tenere insieme un intreccio di relazioni umane. &#8220;Ci deve essere un essere umano che tiene insieme l&#8217;intreccio delle relazioni&#8221;, scrivono, perch&#233; le organizzazioni sono &#8220;coalizioni di persone con obiettivi legittimi ma in conflitto&#8221;.</p><p>La domanda che decide il destino di un mestiere &#232; se sia un pacchetto forte o debole, in inglese <em>strong</em> o <em>weak bundle</em>. Le aziende mettono insieme pi&#249; compiti in un solo ruolo per non pagare il costo di coordinare tante persone, fatto di errori e di passaggi di consegne. Quando quel costo &#232; alto, l&#8217;intelligenza artificiale pu&#242; automatizzare un compito dentro il mestiere senza smontare il mestiere intero, cos&#236; il pacchetto regge. Quando &#232; basso, il mestiere si lascia scomporre e i pezzi automatizzabili se ne vanno.</p><p>A rendere forte un pacchetto sono tre condizioni, le stesse forze che tenevano insieme il mestiere nel ragionamento dell&#8217;<a href="https://www.lorenzoruffino.it/p/perche-lintelligenza-artificiale">articolo precedente</a>. La prima &#232; l&#8217;imprevedibilit&#224; della domanda, perch&#233; quando il cliente arriva con bisogni che cambiano e si chiariscono solo strada facendo, dividere i compiti tra esecutori diversi produce smistamenti sbagliati e continui rimbalzi. La seconda sono gli effetti di trascinamento tra i compiti, perch&#233; farne uno rende pi&#249; bravi nel successivo, ad esempio il radiologo che ha parlato con il paziente sa dove guardare nell&#8217;esame e quella conoscenza tacita si perde se si separano le fasi. La terza &#232; la misurazione, perch&#233; quando l&#8217;intelligenza artificiale produce un pezzo del lavoro e un umano il resto diventa impossibile dire da fuori di chi sia la colpa se il prodotto finale &#232; sbagliato.</p><p>Quando il pacchetto &#232; forte, l&#8217;intelligenza artificiale lo riassesta invece di romperlo, come mostra il caso del medico. La macchina trascrive da sola la documentazione clinica e la separa dalla diagnosi, cos&#236; il medico si libera del compito che lo rallentava e tiene per s&#233; quello che conta davvero, cio&#232; la diagnosi e il rapporto con il paziente. Il mestiere si riorganizza, alcuni compiti spariscono e altri salgono di valore, ma resta in capo a una persona. &#200; il motivo per cui molte professioni date per spacciate gi&#224; in passato non hanno visto crollare le offerte di lavoro, perch&#233; il mercato compra il pacchetto e non i singoli compiti.</p><p>C&#8217;&#232; poi una forza che spinge nella direzione opposta, perch&#233; l&#8217;intelligenza artificiale rende il lavoro mentale molto economico e abbassa il costo dei beni che ne richiedono in quantit&#224;, come il software o i documenti legali. Quando un bene costa meno, spesso se ne domanda molto di pi&#249;. Gli autori chiamano in causa due esiti opposti. Il primo &#232; la &#8220;saziet&#224;&#8221;, in inglese satiation, cio&#232; il punto in cui i consumatori hanno gi&#224; abbastanza di una certa cosa e non ne vogliono di pi&#249; per quanto costi poco. Quando la domanda diventa rigida, cio&#232; non aumenta pi&#249; anche se il prezzo scende, un guadagno di produttivit&#224; non si traduce in pi&#249; merce venduta, perci&#242; la stessa quantit&#224; viene prodotta da meno persone e l&#8217;occupazione cala anche se ogni lavoratore rende di pi&#249;. L&#8217;agricoltura &#232; l&#8217;esempio classico, perch&#233; una persona pu&#242; mangiare solo fino a un certo punto. Quando i campi diventarono molto pi&#249; produttivi il cibo cost&#242; meno, ma il consumo non crebbe in proporzione, cos&#236; per nutrire tutti bast&#242; una frazione dei contadini di prima. Lo stesso pu&#242; valere per il lavoro mentale, perch&#233; se la domanda di un certo compito &#232; gi&#224; sazia un&#8217;intelligenza artificiale che lo produce a costo quasi nullo non crea nuovi posti. Il secondo esito &#232; l&#8217;effetto Jevons, l&#8217;opposto della saziet&#224;, per cui quando un bene costa molto meno la domanda esplode invece di fermarsi, come quando un codice pi&#249; economico moltiplica la richiesta di software prima troppo caro da costruire, cos&#236; l&#8217;occupazione cresce insieme alla produzione. La regola che lega i due casi &#232; netta, perch&#233; l&#8217;occupazione tiene solo quando la domanda aggiuntiva richiede compiti che restano sotto la soglia, l&#224; dove l&#8217;uomo &#232; ancora il collo di bottiglia.</p><h2>Dove si sposta il valore</h2><p>Quando l&#8217;intelligenza artificiale assorbe la parte ripetitiva del lavoro di un professionista competente, il valore si sposta in due direzioni opposte. La prima porta all&#8217;impresa fatta da una sola persona, una possibilit&#224; che si capisce solo a partire dall&#8217;idea che Garicano studia da anni, la gerarchia della conoscenza. Le imprese sono organizzate come una piramide costruita attorno a un bene scarso, il sapere dell&#8217;esperto. Alla base molti addetti con competenze comuni sbrigano i casi ordinari e fanno da filtro, mentre solo i problemi rari e difficili salgono verso i pochi esperti in cima, che cos&#236; non sprecano il loro tempo nelle cose semplici. Tutta quella struttura di persone serve a economizzare una risorsa rara e costosa. L&#8217;intelligenza artificiale rovescia il presupposto, perch&#233; rende il sapere abbondante e non ha vincoli di orario, quindi pu&#242; fare da sola il lavoro di filtro e di supporto che prima richiedeva il personale junior o i consulenti esterni. Caduto il motivo per cui esisteva la piramide, l&#8217;esperto non ha pi&#249; bisogno degli strati umani sotto di s&#233;. Una sola persona competente, affiancata dalla macchina, pu&#242; cos&#236; reggere un&#8217;intera impresa, mentre a restare scarso &#232; soltanto il suo giudizio, perch&#233; sapere quali problemi affrontare &#232; una capacit&#224; che solo un umano possiede.</p><p>La seconda direzione riguarda chi sta in mezzo, perch&#233; l&#8217;intelligenza artificiale pu&#242; consegnare il sapere dell&#8217;esperto a un lavoratore meno qualificato e allargare il raggio di ci&#242; che riesce a fare. &#8220;La rivoluzione informatica diede pi&#249; leva all&#8217;esperto&#8221;, scrivono gli autori, &#8220;l&#8217;intelligenza artificiale, al contrario, d&#224; pi&#249; capacit&#224; a chi non &#232; esperto&#8221;. Il computer premiava chi aveva studiato perch&#233; serviva uno sforzo cognitivo e analitico per usarlo, mentre l&#8217;intelligenza artificiale incorpora la competenza e &#8220;spinge il sapere verso il basso&#8221;. Il collo di bottiglia si sposta allora alle capacit&#224; pratiche e relazionali che la macchina non pu&#242; fornire. Perch&#233; i salari di chi sta in mezzo salgano davvero, per&#242;, devono valere tre condizioni, cio&#232; una domanda elastica che assorba l&#8217;offerta pi&#249; abbondante, barriere d&#8217;ingresso ancora alte e un pacchetto di compiti che regga nel complesso.</p><p>Il valore che resta agli esseri umani non &#232; distribuito a caso, perch&#233; premia chi unisce due capacit&#224; diverse. Decenni di dati mostrano che &#8220;il mercato del lavoro premia sempre di pi&#249; chi unisce il pensiero analitico alla capacit&#224; di lavorare bene con gli altri&#8221;, scrivono gli autori, secondo cui le competenze sociali &#8220;non sostituiscono l&#8217;abilit&#224; analitica, ma la moltiplicano&#8221;. Un addetto all&#8217;accoglienza o un centralinista svolgono interazioni sociali, ma se la parte di ragionamento &#232; povera la macchina pu&#242; rimpiazzarli, mentre i mestieri che chiedono insieme giudizio e coordinazione difficile restano i pacchetti di mansioni pi&#249; solidi. Cos&#236; il ruolo sociale delle persone vale di pi&#249; mano a mano che la parte calcolabile del lavoro passa alla macchina.</p><p>Sopra tutto questo resta chi comanda, perch&#233; anche quando la macchina &#232; pi&#249; informata di un dirigente l&#8217;organizzazione ha bisogno di una persona che decida nei momenti in cui gli specialisti non sono d&#8217;accordo. Coordinare non vuol dire solo far girare le informazioni e stabilire chi fa cosa, compiti in cui l&#8217;intelligenza artificiale aiuta, perch&#233; &#8220;la parte pi&#249; difficile &#232; convincere persone con interessi diversi ad accettare lo stesso piano e a dare spontaneamente il meglio&#8221;, scrivono gli autori. &#8220;Il management sopravvive all&#8217;intelligenza artificiale non perch&#233; i manager ne sappiano pi&#249; della macchina&#8221;, aggiungono, &#8220;ma perch&#233; le organizzazioni hanno bisogno di qualcuno che possa prendere una decisione vincolante quando gli specialisti sono in disaccordo&#8221;. &#200; la stessa ragione per cui i mercati a volte falliscono e nascono le imprese, come spiegarono due premi Nobel. Kenneth Arrow lo ricondusse all&#8217;asimmetria informativa e alla fiducia che non si compra al banco, Oliver Williamson al vincolo che lega due parti dopo un investimento comune. I diritti di decidere nei casi che nessun contratto aveva previsto restano cos&#236; a una persona, perch&#233; una macchina non si pu&#242; portare in tribunale e non ha una reputazione da difendere.</p><p>C&#8217;&#232; infine un mercato dove l&#8217;origine umana vale di per s&#233;, perch&#233; &#8220;il cliente apprezza l&#8217;essere umano dietro il compito&#8221; e paga un sovrapprezzo per il lavoro fatto a mano, dall&#8217;artigianato alla firma d&#8217;autore. Messo insieme, &#232; il senso di una frase netta del libro, secondo cui non si pu&#242; automatizzare il lavoro disordinato e difficile, si pu&#242; solo affiancargli la tecnologia e tenere gli esseri umani al comando, dove sono sempre stati e dove restano necessari.</p><h2>La scala professionale che si rompe</h2><p>La gerarchia della conoscenza non serve solo a usare bene i lavoratori esperti, ma forma anche la generazione successiva. I giovani sbrigano i problemi comuni e quando non sanno risolverne uno lo passano verso l&#8217;alto, imparando dai casi che maneggiano. Non potendo pagare in denaro il proprio apprendistato, lo pagano con il lavoro, cio&#232; con grandi quantit&#224; di compiti di routine a salari pi&#249; bassi di quanto varrebbe la loro produttivit&#224;. &#8220;Il lavoro paga l&#8217;apprendimento&#8221;, scrivono gli autori, &#8220;mentre l&#8217;apprendimento rende pi&#249; prezioso il lavoro futuro&#8221;.</p><p>Questo patto si rompe se una macchina svolge il lavoro di routine a basso costo, perch&#233; i giovani perdono la moneta con cui compravano la formazione. Le imprese investono meno su di loro, dal momento che non generano pi&#249; le entrate capaci di finanziare il proprio apprendimento. Il risparmio immediato consuma intanto il bacino da cui usciranno i futuri esperti. &#8220;Stiamo consumando competenza senza riseminarla&#8221;, &#232; l&#8217;immagine con cui il libro spiega il rischio. Quando gli esperti di oggi andranno in pensione, tra cinque o dieci anni, le aziende scopriranno che il serbatoio di talenti intermedi si &#232; svuotato.</p><p>Lo stesso colpo arriva dalla selezione del personale. Un segnale come la cover letter funzionava perch&#233; scriverne una buona costava fatica, una fatica correlata (almeno in teoria) alla qualit&#224; del candidato. Quando l&#8217;intelligenza artificiale produce in pochi secondi una lettera perfetta, il segnale perde valore e chi seleziona si sposta su prove pi&#249; vecchie e pi&#249; solide, come passate esperienza e colloqui dal vivo. &#8220;L&#8217;intelligenza artificiale distrugge il valore dei segnali che sa produrre facilmente&#8221;, scrivono gli autori, &#8220;ma cos&#236; facendo aumenta il valore di tutto ci&#242; che non sa fare&#8221;. Il problema &#232; che questo &#8220;non &#232; un esito disastroso per chi &#232; gi&#224; al lavoro, ma &#232; un disastro per i nuovi arrivati che non hanno ancora avuto il tempo di costruirsi una storia&#8221;.</p><p>C&#8217;&#232; poi un costo nascosto per chi delega troppo presto, legato al modo in cui si impara un mestiere. In quasi ogni lavoro la maggior parte si pu&#242; fare in pco grazie all&#8217;intelligenza artificiale, mentre l&#8217;ultimo dieci per cento, fatto di rifiniture e di casi difficili, costa pi&#249; sforzo di tutto il resto messo insieme. Chi affida alla macchina la fatica iniziale ottiene un risultato decente ma non costruisce la competenza, cos&#236; quell&#8217;ultimo tratto diventa irraggiungibile, perch&#233; gli manca la comprensione che si accumula solo affrontando da soli la parte pi&#249; dura. Per usare bene l&#8217;intelligenza artificiale bisogna possedere gi&#224; il giudizio che permette di accorgersi quando sbaglia, un giudizio che si forma soltanto con la pratica.</p><p>Il destino del lavoro dipende allora da una corsa tra due spinte opposte. Da una parte l&#8217;intelligenza artificiale svuota le mansioni dei neoassunti, perch&#233; automatizza proprio i compiti con cui i giovani si formavano. Dall&#8217;altra rende pi&#249; prezioso il lavoro dell&#8217;esperto, perch&#233; aumenta il valore del giudizio che la macchina non possiede. Se prevale la seconda spinta resta spazio per imparare e fare carriera, mentre se prevale la prima la formazione si restringe fino a rischiare di sparire. Per ora, ammettono gli autori nella nota pi&#249; cauta del libro, il lavoro d&#8217;ingresso sembra svuotarsi pi&#249; in fretta di quanto cresca il valore degli esperti. La differenza con le rivoluzioni del passato sta nel bersaglio pi&#249; che nella scala, dato che le altre colpivano gli adulti da riconvertire mentre questa colpisce i giovani che devono entrare.</p><h2>In conclusione</h2><p>Il disordine dei lavori veri &#232; la variabile che chi ci vende l&#8217;intelligenza artificiale lascia fuori dai conti, ma &#232; anche ci&#242; che protegge la transizione. Rallenta l&#8217;adozione cieca della tecnologia, d&#224; alla societ&#224; il tempo di gestire le conseguenze sulla distribuzione del reddito e lo spazio per scrivere regole che difendano il valore umano. &#8220;L&#8217;intelligenza artificiale &#232; una rivoluzione industriale del pensiero&#8221;, scrivono gli autori, capace di risolvere problemi di ragionamento anche molto complessi ma destinata a scontrarsi con l&#8217;attrito del lavoro reale, fatto di relazioni e di eccezioni che nessun contratto prevede.</p><p>Le scelte per accompagnare questo passaggio non richiedono salti ideologici. Servono formazione seria, universit&#224; che insegnino il giudizio sui casi nuovi e la capacit&#224; di coordinare le persone e, soprattutto, la difesa del primo gradino della carriera, quello da cui escono gli esperti di domani. Serve anche ripensare come &#232; organizzato il lavoro, perch&#233; mettere l&#8217;intelligenza artificiale sui processi vecchi ne cattura solo una parte minima del valore, mentre il guadagno vero arriva quando si ridisegna il modo in cui i compiti stanno insieme. E serve una regolazione che protegga senza pretendere di fermare la tecnologia, perch&#233; chi prova a bloccarla a livello nazionale ottiene soltanto un&#8217;adozione pi&#249; bassa.</p><p>Chi sviluppa questi sistemi ha tutto l&#8217;interesse a vendere, insieme al prodotto, anche la narrativa della sua onnipotenza. Ma il valore del lavoro umano sta nel giudizio, nella relazione e nella responsabilit&#224;, le tre cose che nessun modello statistico sa offrire. E se &#232; vero, come scrivono gli autori alla fine del libro, che &#8220;le idee sono la fonte ultima della crescita di lungo periodo&#8221;, allora la posta in gioco resta un mestiere umano.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Gli stipendi crescono solo dove cresce la produttività]]></title><description><![CDATA[L'Italia &#232; l'unico grande paese europeo con i salari reali pi&#249; bassi di trent'anni fa. Senza crescita economica e della produttivit&#224;, gli stipendi non possono crescere.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/gli-stipendi-crescono-solo-dove-cresce</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/gli-stipendi-crescono-solo-dove-cresce</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Mon, 22 Jun 2026 08:00:30 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!1Tu6!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff5b2d10b-c116-4740-93c3-5baa416322d6_1220x742.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><span>Questo &#232; il terzo approfondimento di CrescitaZero, la serie di articoli scritti insieme a Elia Bidut per capire cos&#8217;&#232; successo alla crescita italiana.</span><a href="http://crescitazero.it"><span> Qui trovi gli altri articoli</span></a><span>.</span></em></p><p style="text-align: justify;"><span>L&#8217;Italia &#232; l&#8217;unico grande paese europeo in cui i salari reali, cio&#232; il potere d&#8217;acquisto effettivo delle buste paga al netto dell&#8217;inflazione, sono pi&#249; bassi dei primi anni Novanta. Secondo l&#8217;</span><a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-perche-i-salari-sono-cosi-bassi-in-italia"><span>Osservatorio</span></a><span> sui conti pubblici italiani dell&#8217;Universit&#224; Cattolica, tra il 1990 e il 2023 i salari reali sono cresciuti del 31 per cento in Germania e del 25 per cento in Francia, mentre in Italia sono rimasti invariati. Uno</span><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0954349X25001237"><span> studio</span></a><span> pubblicato nel 2025 sulla serie 1995-2023 calcola per l&#8217;Italia un calo del 6,9 per cento, il risultato peggiore dell&#8217;Eurozona. Siamo anche l&#8217;unico paese del G7 in cui il</span><a href="https://wol.iza.org/articles/the-labor-market-in-italy/long"><span> salario medio</span></a><span> annuo &#232; inferiore a quello di vent&#8217;anni prima, mentre nei paesi dell&#8217;Est Europa, come la Polonia, i salari reali sono nel frattempo pi&#249; che raddoppiati. L&#8217;inflazione seguita alla pandemia ha allargato ulteriormente la distanza, perch&#233; tra il 2019 e il 2024 le buste paga reali italiane sono scese mentre nella media dell&#8217;Unione crescevano.</span></p><div id="datawrapper-iframe" class="datawrapper-wrap outer" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://datawrapper.dwcdn.net/EteNc/1/&quot;,&quot;thumbnail_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/f5b2d10b-c116-4740-93c3-5baa416322d6_1220x742.png&quot;,&quot;thumbnail_url_full&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/8f478655-4def-457f-9a15-52e7e9113aad_1220x866.png&quot;,&quot;height&quot;:425,&quot;title&quot;:&quot;Gli stipendi italiani sono fermi a oltre vent'anni fa&quot;,&quot;description&quot;:&quot;Salari reali aggiustati per l'inflazione e il costo della vita con base a 100 nel 2000.&nbsp;&quot;}" data-component-name="DatawrapperToDOM"><iframe id="iframe-datawrapper" class="datawrapper-iframe" src="https://datawrapper.dwcdn.net/EteNc/1/" width="730" height="425" frameborder="0" scrolling="no"></iframe><script type="text/javascript">!function(){"use strict";window.addEventListener("message",(function(e){if(void 0!==e.data["datawrapper-height"]){var t=document.querySelectorAll("iframe");for(var a in e.data["datawrapper-height"])for(var r=0;r<t.length;r++){if(t[r].contentWindow===e.source)t[r].style.height=e.data["datawrapper-height"][a]+"px"}}}))}();</script></div><p style="text-align: justify;"><span>Il punto di partenza per capire l&#8217;eccezione italiana &#232; il legame tra gli stipendi e la produttivit&#224;, cio&#232; il valore che ogni ora di lavoro riesce a generare. Un&#8217;economia, come abbiamo visto nella </span><a href="https://crescitazero.it/articoli/02-crescitazero.html"><span>puntata precedente</span></a><span>, pu&#242; discutere di come dividere il valore che crea, ma non pu&#242; distribuire un valore che non ha creato. La forza dei sindacati e la generosit&#224; dei contratti pesano sulla parte di quel valore che finisce nelle buste paga, mentre la produttivit&#224; decide quanto ce n&#8217;&#232; da dividere e resta cos&#236; il presupposto di ogni aumento duraturo. Quel legame per&#242; non &#232; pi&#249; solido come un tempo: negli ultimi quarant&#8217;anni si &#232; allentato in quasi tutti i paesi avanzati e in Italia si &#232; trasformato in un circolo vizioso che tiene ferme insieme produttivit&#224; e retribuzioni.</span></p><h2 style="text-align: justify;"><span>Il meccanismo di fondo</span></h2><p style="text-align: justify;"><span>In un mercato del lavoro in cui molte imprese competono per molti lavoratori, la teoria economica prevede che ogni dipendente tenda a essere pagato quanto il suo lavoro aggiunge ai ricavi dell&#8217;azienda. Se un&#8217;impresa pagasse meno, un concorrente avrebbe convenienza a portarle via il lavoratore offrendogli qualcosa in pi&#249;. Se pagasse stabilmente pi&#249; di quanto quel lavoro produce, accumulerebbe perdite fino a fallire. Il salario finisce cos&#236; agganciato alla produttivit&#224;, anche se la realt&#224; &#232; meno pulita del modello: contano anche il potere negoziale dei lavoratori, le istituzioni e le regole del mercato del lavoro, ma la produttivit&#224; resta la base su cui tutto il resto si muove.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Pensiamo a due panifici che producono entrambi mille pagnotte al giorno. Il primo usa un forno tradizionale e quattro dipendenti per otto ore ciascuno, trentadue ore di lavoro in totale, mentre il secondo ha un forno pi&#249; efficiente e impiega tre dipendenti per le stesse otto ore, quindi ventiquattro. A parit&#224; di prezzo delle pagnotte, il secondo panificio crea pi&#249; valore per ogni ora lavorata, circa un terzo in pi&#249;, e ha quindi i margini per pagare meglio i suoi dipendenti. Il primo resta incastrato, perch&#233; alzare gli stipendi senza quel valore aggiuntivo significherebbe andare in perdita.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Anna Stansbury e Lawrence Summers, due economisti di Harvard, hanno</span><a href="https://www.nber.org/system/files/working_papers/w24165/w24165.pdf"><span> analizzato</span></a><span> i dati dell&#8217;economia americana dal 1973 al 2014 trovando che per ogni punto percentuale di crescita della produttivit&#224; la compensazione dei lavoratori, cio&#232; lo stipendio pi&#249; i contributi previdenziali e i benefit aziendali, cresce di circa tre quarti di punto. Il rapporto non &#232; uno a uno, perch&#233; una parte dei guadagni va ai profitti delle imprese, ma la relazione &#232; forte, persistente e statisticamente solida.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Oggi lo stipendio medio tedesco, corretto per il costo della vita, </span><a href="https://www.oecd.org/en/data/indicators/average-annual-wages.html"><span>supera</span></a><span> quello italiano di circa il 36 per cento, mentre trent&#8217;anni fa la differenza era molto pi&#249; contenuta. Il lavoratore italiano che fa lo stesso mestiere del collega tedesco, per lo stesso numero di ore e con lo stesso impegno, porta a casa uno stipendio pi&#249; basso perch&#233; opera in un sistema che produce meno valore. Come abbiamo visto nel </span><a href="https://crescitazero.it/articoli/01-crescitazero.html"><span>primo episodio</span></a><span> di questa serie, un&#8217;ora di lavoro in Italia genera circa due terzi di quanto genera un&#8217;ora in Germania. Dove la produttivit&#224; &#232; cresciuta c&#8217;era pi&#249; valore da trasformare in retribuzioni, dove si &#232; fermata non c&#8217;era niente da redistribuire.</span></p><div class="digest-post-embed" data-attrs="{&quot;nodeId&quot;:&quot;7ad91a90-2f25-41ba-bbce-31f197af2b98&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;La crescita economica in Italia si &#232; fermata. Non &#232; cosa di ieri, ma di almeno trent&#8217;anni di scelte rimandate, mentre gli altri Paesi, seppur con qualche difficolt&#224;, hanno trovato il modo di superarci,. Periodi di espansione ci sono stati, ma sono stati spesso reazioni a contrazioni precedenti come la Grande Recessione del 2008, la crisi dei debiti sovr&#8230;&quot;,&quot;cta&quot;:null,&quot;showBylines&quot;:true,&quot;showDescription&quot;:true,&quot;showImage&quot;:true,&quot;size&quot;:&quot;sm&quot;,&quot;isEditorNode&quot;:true,&quot;title&quot;:&quot;Capire trent'anni senza crescita&quot;,&quot;publishedBylines&quot;:[{&quot;id&quot;:239558331,&quot;name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;bio&quot;:&quot;Mi occupo di dati, analizzandoli, cercando di trovarci cose interessanti e visualizzandoli nel miglior modo possibile. &quot;,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!d80e!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe39f2ad9-7ad2-441a-ad7e-8fc5f4174335_2048x2048.jpeg&quot;,&quot;is_guest&quot;:false,&quot;bestseller_tier&quot;:null},{&quot;id&quot;:11224936,&quot;name&quot;:&quot;Elia Bidut&quot;,&quot;bio&quot;:&quot;Questions and thoughts around tech, politics, innovation. 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Negli Stati Uniti tra il 1948 e il 1979 la produttivit&#224; </span><a href="https://www.epi.org/productivity-pay-gap/"><span>crebbe</span></a><span> del 108 per cento e la retribuzione oraria media del 107, praticamente in parallelo, e lo stesso accadeva nell&#8217;Europa del boom del dopoguerra. La quota del reddito nazionale che finisce in salari anzich&#233; in profitti era cos&#236; stabile nel tempo che gli economisti la trattavano come una costante.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>A partire dalla fine degli anni Settanta la relazione si &#232; incrinata; i</span><a href="https://www.epi.org/productivity-pay-gap/"><span> dati</span></a><span> dell&#8217;Economic Policy Institute, il centro studi americano che da pi&#249; tempo ricostruisce queste serie, mostrano che tra il 1979 e il 2024 la produttivit&#224; degli Stati Uniti &#232; cresciuta del 72 per cento mentre la retribuzione oraria del lavoratore mediano, quello che sta esattamente a met&#224; della distribuzione, &#232; salita del 17 per cento, un divario di 55 punti percentuali accumulato in quarantacinque anni. Due studiosi del MIT, Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, lo hanno battezzato &#8220;Grande Disaccoppiamento&#8221;, ma il fenomeno va oltre gli Stati Uniti. Uno</span><a href="https://www.oecd.org/en/publications/decoupling-of-wages-from-productivity_d4764493-en.html"><span> studio</span></a><span> dell&#8217;OCSE del 2018 su 24 paesi documenta che in circa due terzi di essi la quota di reddito destinata al lavoro &#232; diminuita e che quasi ovunque il salario medio &#232; cresciuto pi&#249; di quello mediano, segno che i guadagni si sono concentrati nella parte alta della distribuzione.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Una parte del divario dipende da come lo si misura. La produttivit&#224; viene calcolata con un indice dei prezzi diverso da quello usato per i salari reali e spesso i grafici pi&#249; citati confrontano la produttivit&#224; dell&#8217;intera economia con il solo stipendio, senza contributi e benefit. Gli stessi ricercatori dell&#8217;EPI hanno</span><a href="https://www.epi.org/publication/understanding-the-historic-divergence-between-productivity-and-a-typical-workers-pay-why-it-matters-and-why-its-real/"><span> rifatto</span></a><span> i conti con criteri omogenei e hanno trovato che le correzioni statistiche riducono il divario di circa un quarto, mentre almeno due terzi restano anche dopo le correzioni. Il disaccoppiamento &#232; dunque meno spettacolare di quanto appaia nei grafici, ma esiste. Perch&#233; &#232; successo?</span></p><p style="text-align: justify;"><span>La prima spiegazione &#232; la tecnologia, che ha reso il capitale pi&#249; conveniente del lavoro. Computer, software e macchinari costano sempre meno in rapporto agli stipendi e per le imprese &#232; diventato razionale sostituire persone con macchine ovunque sia possibile. Uno</span><a href="https://www.nber.org/papers/w19136"><span> studio</span></a><span> del 2014 stima che il calo del prezzo dei beni di investimento spieghi circa la met&#224; della riduzione globale della quota di reddito che va al lavoro. L&#8217;automazione ha colpito soprattutto le mansioni ripetitive a media qualifica, dagli impiegati amministrativi agli operai di linea, svuotando il centro della distribuzione dei salari mentre i guadagni si concentravano su chi le macchine le progetta e le gestisce.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>La seconda spiegazione &#232; la globalizzazione, che ha messo i lavoratori dei paesi ricchi in concorrenza diretta con quelli dei paesi emergenti. L&#8217;analisi pi&#249;</span><a href="https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257/aer.103.6.2121"><span> citata</span></a><span> sull&#8217;ingresso della Cina nel commercio mondiale mostra che le aree degli Stati Uniti pi&#249; esposte alla concorrenza delle importazioni cinesi hanno subito perdite di occupazione manifatturiera e riduzioni dei salari durate pi&#249; di un decennio. La sola possibilit&#224; di delocalizzare ha poi indebolito il potere negoziale anche nelle fabbriche rimaste, perch&#233; chiedere aumenti &#232; pi&#249; difficile quando l&#8217;alternativa &#232; lo spostamento della produzione all&#8217;estero.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>La terza spiegazione riguarda le istituzioni e i rapporti di forza. Negli Stati Uniti la quota di lavoratori iscritti a un sindacato &#232; passata dal 24 per cento del 1979 a circa il 10 per cento di oggi, il salario minimo federale ha perso circa il 30 per cento del valore reale rispetto al picco del 1968 e le grandi imprese hanno esternalizzato pulizie, sicurezza e logistica verso appaltatori che pagano meno per le stesse mansioni. Stansbury e Summers hanno</span><a href="https://www.nber.org/system/files/working_papers/w27193/revisions/w27193.rev0.pdf"><span> mostrato</span></a><span> che il declino del potere contrattuale dei lavoratori spiega l&#8217;insieme dei dati americani meglio delle spiegazioni alternative. Una</span><a href="https://www.csls.ca/ipm/41/IPM_41_Mishel.pdf"><span> stima</span></a><span> dello stesso EPI attribuisce &#8220;almeno tre quarti della divergenza totale&#8221; a scelte politiche deliberate, non a forze di mercato ineluttabili.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Le istituzioni spiegano anche perch&#233; il disaccoppiamento non &#232; uguale ovunque. Lo studio OCSE</span><a href="http://www.csls.ca/ipm/32/Schwellnus_Kappeler_Pionnier.pdf"><span> nota</span></a><span> che il divario tra produttivit&#224; e salario mediano &#232; pi&#249; contenuto nei paesi con contrattazione collettiva pi&#249; centralizzata e salari minimi pi&#249; generosi. In Francia il salario minimo, indicizzato all&#8217;inflazione e al potere d&#8217;acquisto, ha tenuto le buste paga agganciate alla produttivit&#224; pi&#249; che altrove. La Germania ha attraversato invece un lungo periodo di moderazione salariale dopo le riforme del mercato del lavoro dei primi anni Duemila, con la produttivit&#224; cresciuta pi&#249; dei salari per oltre un decennio. Nei paesi dell&#8217;Europa centro-orientale un&#8217;</span><a href="https://wiiw.ac.at/decoupling-of-labour-productivity-growth-from-median-wage-growth-in-central-and-eastern-europe-dlp-5356.pdf"><span>analisi</span></a><span> ha rilevato un disaccoppiamento anche marcato ma salari comunque in forte crescita, perch&#233; quando la produttivit&#224; corre anche una quota ridotta dei guadagni basta a far salire le retribuzioni. La lezione dei confronti internazionali &#232; che la produttivit&#224; resta la condizione necessaria per avere salari pi&#249; alti, mentre le istituzioni decidono quanta parte dei guadagni arriva davvero nelle buste paga.</span></p><h2 style="text-align: justify;"><span>Il circolo vizioso italiano</span></h2><p style="text-align: justify;"><span>Se il legame funzionasse in una direzione sola, la situazione italiana sarebbe preoccupante ma semplice da diagnosticare: basterebbe trovare il modo di far ripartire la produttivit&#224;. La relazione per&#242; funziona anche al contrario ed &#232; questo a rendere il caso italiano pi&#249; insidioso.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Una </span><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0264999323003838"><span>ricerca</span></a><span> dell&#8217;economista Claudia Fontanari su quattordici paesi europei tra il 1995 e il 2018 ha mostrato che quando i salari ristagnano a lungo la produttivit&#224; stessa smette di crescere, con un effetto persistente che si rafforza nel tempo. Il meccanismo &#232; abbastanza intuitivo, perch&#233; un&#8217;impresa che pu&#242; contare su manodopera a basso costo ha meno incentivi a investire in tecnologia, automazione e organizzazione. Perch&#233; spendere centinaia di migliaia di euro per un macchinario nuovo se si possono assumere lavoratori a costi contenuti? Perch&#233; ripensare l&#8217;organizzazione del lavoro se quella attuale, per quanto inefficiente, sta in piedi? In un contesto di salari bassi e scarsa concorrenza, la convenienza immediata prevale sull&#8217;efficienza di lungo periodo e a sopravvivere non sono le imprese pi&#249; innovative, ma quelle pi&#249; brave a contenere il costo del lavoro.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Uno</span><a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0954349X25000815"><span> studio</span></a><span> pubblicato nel 2025 ha confermato questo schema per il caso italiano. Dagli anni Novanta l&#8217;Italia ha attraversato una fase prolungata di moderazione salariale, accompagnata da riforme del mercato del lavoro orientate alla flessibilit&#224;. L&#8217;aspettativa era che un costo del lavoro pi&#249; contenuto avrebbe stimolato l&#8217;occupazione e, nel tempo, la competitivit&#224;. L&#8217;effetto principale &#232; stato invece la sopravvivenza delle imprese meno produttive, tenute in vita proprio dai bassi salari, mentre il sistema nel suo complesso perdeva la pressione a rinnovarsi. La struttura produttiva ha smesso di evolversi e con lei la produttivit&#224;. Paolo Sylos Labini, uno dei maggiori economisti italiani del Novecento, lo sosteneva gi&#224; negli anni Ottanta: i salari alti spingono le imprese a sostituire lavoro con macchine e a cercare guadagni di efficienza, la manodopera a buon mercato toglie ogni urgenza di farlo.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>&#200; il paradosso con cui l&#8217;Italia convive da trent&#8217;anni. I salari sono bassi perch&#233; la produttivit&#224; non cresce e la produttivit&#224; non cresce anche perch&#233; i salari sono bassi, un circolo vizioso che nessuna misura singola pu&#242; spezzare e che richiede di intervenire su pi&#249; fronti insieme.</span></p><div class="digest-post-embed" data-attrs="{&quot;nodeId&quot;:&quot;8d889d1f-07b6-4762-8224-7ffe817d7b9f&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;Questo &#232; il secondo approfondimento di CrescitaZero, la serie di articoli scritti insieme a Elia Bidut per capire cos&#8217;&#232; successo alla crescita italiana. Qui trovi gli altri articoli.&quot;,&quot;cta&quot;:null,&quot;showBylines&quot;:true,&quot;showDescription&quot;:true,&quot;showImage&quot;:true,&quot;size&quot;:&quot;sm&quot;,&quot;isEditorNode&quot;:true,&quot;title&quot;:&quot;Perch&#233; la democrazia si regge sulla crescita&quot;,&quot;publishedBylines&quot;:[{&quot;id&quot;:239558331,&quot;name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;bio&quot;:&quot;Mi occupo di dati, analizzandoli, cercando di trovarci cose interessanti e visualizzandoli nel miglior modo possibile. &quot;,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!d80e!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe39f2ad9-7ad2-441a-ad7e-8fc5f4174335_2048x2048.jpeg&quot;,&quot;is_guest&quot;:false,&quot;bestseller_tier&quot;:null},{&quot;id&quot;:11224936,&quot;name&quot;:&quot;Elia Bidut&quot;,&quot;bio&quot;:&quot;Questions and thoughts around tech, politics, innovation. 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La produttivit&#224; fissa il tetto di quanto un&#8217;economia pu&#242; pagare chi lavora, mentre tecnologia, globalizzazione e soprattutto istituzioni decidono quanto di quel tetto viene effettivamente raggiunto. Nella maggior parte dei paesi avanzati il problema degli ultimi quarant&#8217;anni &#232; stato distributivo, con una produttivit&#224; in crescita e buste paga che la inseguivano sempre pi&#249; da lontano. In Italia il problema &#232; doppio, perch&#233; manca la crescita della produttivit&#224; da distribuire e mancano in parte i meccanismi per distribuirla.</span></p><p style="text-align: justify;"><span>Senza una produttivit&#224; che riparte nessuna politica salariale pu&#242; produrre aumenti duraturi, perch&#233; alleggerire le tasse sul lavoro, sostenere i redditi pi&#249; bassi o rinnovare i contratti sono interventi che spostano porzioni di una torta ferma. L&#8217;esperienza degli altri paesi insegna allo stesso tempo che la produttivit&#224; da sola non basta pi&#249; e che servono meccanismi capaci di trasferirne i guadagni, a partire da una contrattazione che funzioni anche a livello aziendale e da un mercato del lavoro che non intrappoli una parte dei lavoratori nella precariet&#224;. L&#8217;esperienza italiana aggiunge un avvertimento: comprimere i salari per recuperare competitivit&#224; &#232; una scorciatoia che dopo trent&#8217;anni ha lasciato il paese con gli stipendi pi&#249; bassi e con la stessa produttivit&#224; di partenza.</span></p><p style="text-align: justify;"><em><span>Nella prossima puntata di CrescitaZero vedremo come la ridotta dimensione delle aziende italiane abbia creato le condizioni ideali per esacerbare il blocco dei salari e della produttivit&#224;.</span></em></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La scomparsa del lavoro da casa in Italia]]></title><description><![CDATA[Italia all&#8217;8,2 per cento contro una media UE del 23 per cento. Quart&#8217;ultima nell&#8217;Unione europea.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/la-scomparsa-dello-smartworking-italia</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/la-scomparsa-dello-smartworking-italia</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Thu, 18 Jun 2026 08:01:20 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tWrp!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F837e5056-9054-4cd0-98c8-060fd6015bcc_1980x1430.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Solo l&#8217;8,2 per cento degli occupati italiani ha lavorato da casa nel 2025. Per capire quanto sia diffuso il lavoro da remoto in Italia e come sia cambiato dopo la pandemia, ho analizzato i <a href="https://www.istat.it/microdati/rilevazione-sulle-forze-di-lavoro-dati-trasversali-trimestrali/">microdati</a> della Rilevazione sulle forze di lavoro dell&#8217;Istat, l&#8217;indagine campionaria che ogni trimestre intervista decine di migliaia di persone e misura occupazione, disoccupazione e condizioni di lavoro nel Paese. La rilevazione contiene una domanda diretta sul lavoro svolto da casa nelle quattro settimane precedenti l&#8217;intervista.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p>La domanda ammette tre risposte affermative e una negativa. Considerando tutto il 2025, il 91,8 per cento degli occupati italiani risponde &#8220;no, mai&#8221;. Il 5,5 per cento ha lavorato da casa &#8220;qualche volta&#8221;, cio&#232; per meno della met&#224; del tempo. Il 2,0 per cento lo ha fatto &#8220;per la maggior parte del tempo&#8221; e lo 0,8 per cento indica la casa come proprio &#8220;esclusivo luogo di lavoro&#8221;. Sommando le tre risposte positive si arriva all&#8217;8,2 per cento. Le due risposte pi&#249; intense, &#8220;almeno la met&#224; del tempo&#8221; ed &#8220;esclusivo&#8221;, valgono insieme il 2,8 per cento degli occupati e descrivono chi lavora da casa per la maggior parte del tempo.</p><p>L&#8217;ultima categoria, casa come unico luogo di lavoro, &#232; la pi&#249; ambigua perch&#233; raccoglie sia dipendenti completamente da remoto sia autonomi e professionisti che hanno lo studio in casa. Incrociando con la posizione professionale, il 41 per cento di chi sceglie questa risposta &#232; dipendente e il 59 per cento autonomo. I &#8220;full remote&#8221; italiani propriamente detti, cio&#232; i dipendenti che non si recano mai in ufficio, sono quindi circa lo 0,4 per cento degli occupati, intorno alle 90 mila persone. Sulla categoria pi&#249; popolata, &#8220;almeno la met&#224; del tempo&#8221;, l&#8217;indagine non scende invece nel dettaglio e tiene insieme chi lavora da casa tre giorni a settimana e chi ne lavora cinque.</p><p>Cinque anni dopo il picco pandemico la curva si &#232; assestata e racconta una storia di rientro. Nel primo trimestre 2021, in piena emergenza, la quota di chi lavorava da casa era arrivata al 19 per cento, oltre il doppio del livello attuale. Da allora il fenomeno si &#232; ridotto ogni anno. La quota era ancora del 12 per cento nel 2022 e nel 2023, &#232; scesa al 10 per cento nel 2024 e all&#8217;8,2 per cento nel 2025.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tWrp!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F837e5056-9054-4cd0-98c8-060fd6015bcc_1980x1430.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tWrp!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F837e5056-9054-4cd0-98c8-060fd6015bcc_1980x1430.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tWrp!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F837e5056-9054-4cd0-98c8-060fd6015bcc_1980x1430.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tWrp!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F837e5056-9054-4cd0-98c8-060fd6015bcc_1980x1430.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tWrp!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F837e5056-9054-4cd0-98c8-060fd6015bcc_1980x1430.png 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tWrp!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F837e5056-9054-4cd0-98c8-060fd6015bcc_1980x1430.png" width="1456" height="1052" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/837e5056-9054-4cd0-98c8-060fd6015bcc_1980x1430.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1052,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:164079,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:false,&quot;topImage&quot;:true,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/i/199047532?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F837e5056-9054-4cd0-98c8-060fd6015bcc_1980x1430.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tWrp!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F837e5056-9054-4cd0-98c8-060fd6015bcc_1980x1430.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tWrp!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F837e5056-9054-4cd0-98c8-060fd6015bcc_1980x1430.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tWrp!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F837e5056-9054-4cd0-98c8-060fd6015bcc_1980x1430.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!tWrp!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F837e5056-9054-4cd0-98c8-060fd6015bcc_1980x1430.png 1456w" sizes="100vw" fetchpriority="high"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>Il confronto con gli anni precedenti la pandemia non &#232; semplicissimo perch&#233; Istat ha cambiato la domanda che fa nell&#8217;indagine. Prima del 2020 l&#8217;Istat chiedeva se nelle ultime quattro settimane il lavoratore avesse svolto, per accordo col datore di lavoro, ore di lavoro retribuite o recuperabili a casa. La risposta media stava attorno al 4,7 per cento. Dal 2021 la domanda &#232; cambiata in seguito al regolamento europeo che ha riprogettato l&#8217;indagine sulle forze di lavoro ed &#232; diventata pi&#249; ampia, comprendendo il telelavoro e tutte le forme di lavoro a distanza indipendentemente dal contratto. Per questo non possiamo dire che oggi gli italiani lavorino da casa il doppio di prima, perch&#233; la metrica del prima &#232; diversa da quella di adesso. Possiamo dire che il 2025 &#232; ben lontano dal picco del 2021 e che la fase di assestamento ha riportato il fenomeno a livelli vicini, anche se non perfettamente coincidenti, a quelli degli anni Dieci.</p><p>In Italia chiamiamo &#8220;smart working&#8221; qualunque forma di lavoro fuori dall&#8217;ufficio, ma il termine non &#232; in uso nel resto del mondo. La definizione anglosassone di <em>smart working</em> indica un modello organizzativo fatto di obiettivi e autonomia sulle modalit&#224; di esecuzione, compatibile sia con la presenza sia con la remotizzazione. Fuori dall&#8217;Italia chi lavora da casa parla di <em>remote work,</em> <em>telework</em> o pi&#249; semplicemente <em>work from home</em>, e la sigla inglese WFH &#232; entrata negli indicatori Eurostat e OCSE. La nostra abitudine di tradurre tutto in &#8220;smart working&#8221; mescola due cose diverse. Per il resto dell&#8217;articolo chiameremo le cose con il loro nome, ovvero lavoro da remoto, lavoro da casa o telelavoro.</p><h2>Dove resta il lavoro da casa</h2><p>Lo zoccolo di lavoro da remoto sopravvissuto al rientro post-pandemia &#232; concentrato in pochi settori. Nel settore informatico e tecnologico, che raggruppa software, telecomunicazioni e media digitali, ha lavorato da casa il 37 per cento degli occupati nel 2025 e il 18 per cento lo ha fatto per la maggior parte del tempo. Seguono finanza e assicurazioni al 24 per cento (6 per cento per la maggior parte del tempo) e i servizi alle imprese al 18 per cento (6,8 per cento per la maggior parte del tempo). Sotto il dieci per cento scendono la Pubblica Amministrazione (9,4 per cento, ma soltanto l&#8217;1,2 per cento per la maggior parte del tempo) e il comparto istruzione, sanit&#224; e servizi sociali (8,0 per cento, di cui l&#8217;1,3 per la maggior parte del tempo). Sul fondo della classifica troviamo alberghi e ristoranti (1,9 per cento), agricoltura (2 per cento) e costruzioni (2,5 per cento). </p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aLj9!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2ec29638-c45f-40e6-b92e-f8e4de54d468_1980x1430.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aLj9!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2ec29638-c45f-40e6-b92e-f8e4de54d468_1980x1430.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aLj9!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2ec29638-c45f-40e6-b92e-f8e4de54d468_1980x1430.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aLj9!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2ec29638-c45f-40e6-b92e-f8e4de54d468_1980x1430.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aLj9!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2ec29638-c45f-40e6-b92e-f8e4de54d468_1980x1430.png 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aLj9!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2ec29638-c45f-40e6-b92e-f8e4de54d468_1980x1430.png" width="1456" height="1052" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/2ec29638-c45f-40e6-b92e-f8e4de54d468_1980x1430.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1052,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:148861,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/i/199047532?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2ec29638-c45f-40e6-b92e-f8e4de54d468_1980x1430.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aLj9!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2ec29638-c45f-40e6-b92e-f8e4de54d468_1980x1430.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aLj9!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2ec29638-c45f-40e6-b92e-f8e4de54d468_1980x1430.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aLj9!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2ec29638-c45f-40e6-b92e-f8e4de54d468_1980x1430.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!aLj9!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2ec29638-c45f-40e6-b92e-f8e4de54d468_1980x1430.png 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>Questa variabilit&#224; ricorda che parlare di lavoro da casa come fenomeno medio nazionale ha senso fino a un certo punto, perch&#233; in molte attivit&#224; rimanere fuori dal luogo di lavoro &#232; semplicemente impossibile. Un cameriere o un muratore non possono lavorare da casa e la quota di occupati italiani impiegati in mestieri di questo tipo &#232; alta. Il lavoro da remoto &#232; una possibilit&#224; reale solo per chi opera prevalentemente con un computer. La composizione settoriale dell&#8217;economia italiana, pi&#249; orientata di altre verso industria, turismo, edilizia e agricoltura, riduce in modo meccanico la quota teorica massima di lavoratori remotizzabili.</p><p>La posizione gerarchica all&#8217;interno dell&#8217;azienda &#232; meno predittiva di quanto si pensi. I liberi professionisti (24,3 per cento) e i quadri (24,1 per cento) lavorano da casa pi&#249; dei dirigenti (21,3 per cento), perch&#233; chi sta al vertice ha tipicamente pi&#249; riunioni in presenza e responsabilit&#224; di rappresentanza. La differenza si amplia se guardiamo chi lavora da casa per la maggior parte del tempo. Fra i liberi professionisti &#232; il 9,6 per cento, contro il 5,3 per cento dei quadri e il 4,2 per cento dei dirigenti. Gli autonomi nel complesso lavorano da casa quasi il doppio dei dipendenti (12,9 contro 7,0 per cento). Fra i soli dipendenti il contratto a tempo indeterminato d&#224; accesso al lavoro da casa il doppio rispetto al contratto a termine (7,5 contro 3,8 per cento).</p><p>Tra i laureati ha lavorato da casa il 19 per cento degli occupati nel 2025, tra chi ha al massimo la licenza media l&#8217;1,6 per cento. La combinazione &#8220;laureato pi&#249; settore giusto&#8221; emerge meglio incrociando le due variabili. Tra i laureati in informazione e comunicazione lavora da casa il 44 per cento degli addetti e oltre uno su cinque (22 per cento) lo fa per met&#224; del tempo o di pi&#249;, mentre tra i laureati in alberghi e ristoranti la quota scende al 5,8 per cento. Tra le donne il dato medio &#232; del 9,1 per cento (3,1 per cento per la maggior parte del tempo) e tra gli uomini del 7,6 per cento (2,4 per cento per la maggior parte del tempo), una differenza spiegata dalla maggiore presenza femminile nel terziario d&#8217;ufficio. Geograficamente Nord-Ovest e Centro stanno attorno al 10 per cento, il Sud al 4,2 per cento e le isole al 5,5 per cento, una distanza che riflette in larga parte la diversa composizione settoriale delle due met&#224; del Paese e la concentrazione dei servizi avanzati attorno a Milano e Roma.</p><p>Il dato per et&#224;, letto in modo grezzo, potrebbe risultare inaspettato. La quota di occupati che lavorano da casa &#232; massima fra i 30 e i 39 anni (9,2 per cento), scende fra i 50 e i 59 anni all&#8217;8,0 per cento e risale fra gli ultrasessantenni all&#8217;8,5 per cento. Sembra che la fascia pi&#249; anziana abbia una preferenza per il lavoro da remoto, ma in realt&#224; &#232; un effetto di composizione. Chi continua a lavorare dopo i sessant&#8217;anni in Italia &#232; in larga parte un libero professionista, un consulente o un piccolo imprenditore, perch&#233; chi &#232; dipendente tende a essere gi&#224; uscito dal lavoro. E gli autonomi lavorano da casa molto pi&#249; dei dipendenti, in media il doppio. Standardizzando per posizione, cio&#232; contando separatamente dipendenti e autonomi, e per settore, in modo da guardare cosa succederebbe se ogni fascia avesse la stessa composizione del totale degli occupati, l&#8217;anomalia sparisce. La quota standardizzata della fascia oltre i sessant&#8217;anni scende dall&#8217;8,5 al 7,7 per cento. Il profilo per et&#224; diventa una curva monotonicamente decrescente dopo il picco dei trent&#8217;anni. Fra i soli dipendenti dirigenti, quadri e impiegati il picco &#232; nella fascia 30-49 anni attorno al 13 per cento e cala gradualmente fino al 10,8 per cento degli over 60.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!zRh_!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F96e1184d-2ab2-442b-a79a-125e45ad0db7_1980x1430.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!zRh_!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F96e1184d-2ab2-442b-a79a-125e45ad0db7_1980x1430.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>Nel 2021 la Pubblica Amministrazione era il quarto settore italiano per quota di lavoro da casa abituale, con il 12 per cento di dipendenti che lavoravano da casa per la maggior parte del tempo durante l&#8217;emergenza pandemica. Nel 2025 &#232; penultima, all&#8217;1,2 per cento. In quattro anni si &#232; passati da un dipendente su otto a uno su ottanta. &#200; stata una scelta politica, fondata sull&#8217;idea che il servizio pubblico funzioni meglio con uffici aperti e fisici.</p><div class="digest-post-embed" data-attrs="{&quot;nodeId&quot;:&quot;7f7f7b49-78fc-4803-b4d9-7b4b7e3e6c1f&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;Tra il 2014 e il 2024, i dipendenti privati sono aumentati di 3,7 milioni, passando a 14 a 17,7 milioni in dieci anni. In contemporanea, il salario reale a parit&#224; di tempo lavorato &#232; passato da 34.450 a 32.655 euro, circa 1.800 euro in meno. L&#8217;Italia ha creato pi&#249; lavoro, ma quel lavoro &#232; pagato meno di dieci anni fa&quot;,&quot;cta&quot;:null,&quot;showBylines&quot;:true,&quot;showDescription&quot;:true,&quot;showImage&quot;:true,&quot;size&quot;:&quot;sm&quot;,&quot;isEditorNode&quot;:true,&quot;title&quot;:&quot;Perch&#233; in Italia gli stipendi sono diminuiti&quot;,&quot;publishedBylines&quot;:[{&quot;id&quot;:239558331,&quot;name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;bio&quot;:&quot;Mi occupo di dati, analizzandoli, cercando di trovarci cose interessanti e visualizzandoli nel miglior modo possibile. &quot;,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!d80e!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe39f2ad9-7ad2-441a-ad7e-8fc5f4174335_2048x2048.jpeg&quot;,&quot;is_guest&quot;:false,&quot;bestseller_tier&quot;:null}],&quot;post_date&quot;:&quot;2026-05-13T08:01:26.664Z&quot;,&quot;cover_image&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!vZtM!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F9a94bd01-63a8-4dc8-b54d-0c708e9f11c1_1760x1430.png&quot;,&quot;cover_image_alt&quot;:null,&quot;canonical_url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/p/perche-in-italia-gli-stipendi-non&quot;,&quot;section_name&quot;:null,&quot;video_upload_id&quot;:null,&quot;id&quot;:196235618,&quot;type&quot;:&quot;newsletter&quot;,&quot;reaction_count&quot;:27,&quot;comment_count&quot;:4,&quot;publication_id&quot;:3042042,&quot;publication_name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;publication_logo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!d80e!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe39f2ad9-7ad2-441a-ad7e-8fc5f4174335_2048x2048.jpeg&quot;,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;youtube_url&quot;:null,&quot;show_links&quot;:null,&quot;feed_url&quot;:null}"></div><h2>L&#8217;Italia quart&#8217;ultima nell&#8217;Unione europea</h2><p>Il dato italiano dell&#8217;8,2 per cento si confronta con una media dell&#8217;Unione europea del 23 per cento, secondo i dati di <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/lfsa_ehomp/">Eurostat</a>. L&#8217;Italia &#232; quart&#8217;ultima nell&#8217;Unione europea, davanti solo a Grecia (6,7 per cento), Bulgaria (4,0 per cento) e Romania (3,6 per cento). I Paesi Bassi sono in testa con il 52 per cento, seguiti dai paesi scandinavi (Svezia 45, Finlandia 41, Danimarca 41 per cento) e dalla Francia, che pure ha una struttura economica vicina alla nostra, al 35 per cento. La Germania sta al 25 per cento, la Spagna al 16 per cento. Il dato di chi lavora da casa &#8220;di solito&#8221;, e non solo qualche volta, &#232; ancora pi&#249; sbilanciato. In Italia &#232; il 2,7 per cento contro il 9 per cento della media UE e il 20 per cento della Finlandia, sette volte tanto.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!HM1Q!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fadb79bc0-13ac-4674-aeb8-51739786b0f5_1980x1980.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!HM1Q!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fadb79bc0-13ac-4674-aeb8-51739786b0f5_1980x1980.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!HM1Q!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fadb79bc0-13ac-4674-aeb8-51739786b0f5_1980x1980.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!HM1Q!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fadb79bc0-13ac-4674-aeb8-51739786b0f5_1980x1980.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!HM1Q!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fadb79bc0-13ac-4674-aeb8-51739786b0f5_1980x1980.png 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!HM1Q!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fadb79bc0-13ac-4674-aeb8-51739786b0f5_1980x1980.png" width="1456" height="1456" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/adb79bc0-13ac-4674-aeb8-51739786b0f5_1980x1980.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1456,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:476764,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/i/199047532?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fadb79bc0-13ac-4674-aeb8-51739786b0f5_1980x1980.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!HM1Q!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fadb79bc0-13ac-4674-aeb8-51739786b0f5_1980x1980.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!HM1Q!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fadb79bc0-13ac-4674-aeb8-51739786b0f5_1980x1980.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!HM1Q!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fadb79bc0-13ac-4674-aeb8-51739786b0f5_1980x1980.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!HM1Q!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fadb79bc0-13ac-4674-aeb8-51739786b0f5_1980x1980.png 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>Una parte della distanza si spiega con la struttura settoriale gi&#224; richiamata. L&#8217;Italia ha un peso pi&#249; alto della media europea di industria, costruzioni, agricoltura, turismo e ristorazione, settori in cui il lavoro da casa &#232; strutturalmente difficile. Pi&#249; la struttura produttiva &#232; orientata ai servizi avanzati, pi&#249; la quota di lavoro remoto cresce in modo meccanico. Le differenze osservate sono per&#242; troppo ampie per essere riassorbite solo dalla composizione. In Francia la quota &#232; quattro volte quella italiana e in Germania tre volte, pur con strutture economiche non lontanissime dalla nostra. Contano anche la diffusione di un contratto di telelavoro strutturato e la cultura manageriale del controllo presenziale, che in Italia &#232; particolarmente radicata.</p><p>Il lavoro da casa, quando funziona, ha effetti misurabili sul Paese e sulle persone. Riduce il pendolarismo, libera ore di vita, abbassa le emissioni del traffico urbano e allarga il bacino di reclutamento di un&#8217;azienda oltre la sua provincia. Per il lavoratore pu&#242; alzare la produttivit&#224; delle attivit&#224; di concentrazione e libera tempo che andrebbe altrimenti perduto nel viaggio casa-lavoro. Per chi ha figli piccoli, e in particolare per le donne, &#232; una leva di conciliazione che cambia il calcolo della partecipazione al mercato del lavoro, in un Paese in cui il tasso di occupazione femminile &#232; gi&#224; fra i pi&#249; bassi d&#8217;Europa. Permette inoltre alle aziende di essere presenti anche in aree meno congestionate senza rinunciare ai talenti delle grandi citt&#224;, una leva di riequilibrio territoriale che resta in larga parte inutilizzata. Questi vantaggi sono distribuiti, almeno in questo momento, in modo molto disuguale e vanno in larga parte a chi sta gi&#224; bene.</p><div class="digest-post-embed" data-attrs="{&quot;nodeId&quot;:&quot;da50efc7-ba3e-478e-ba56-47dc7366f9e7&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;A maggio 2025 Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, disse in un&#8217;intervista a Fox News che entro cinque anni l&#8217;intelligenza artificiale avrebbe eliminato met&#224; dei lavori d&#8217;ingresso nel settore impiegatizio in finanza, consulenza, diritto e tecnologia. Il capo di Microsoft AI diede una&quot;,&quot;cta&quot;:null,&quot;showBylines&quot;:true,&quot;showDescription&quot;:true,&quot;showImage&quot;:true,&quot;size&quot;:&quot;sm&quot;,&quot;isEditorNode&quot;:true,&quot;title&quot;:&quot;Perch&#233; l&#8217;intelligenza artificiale non ci sostituir&#224;&quot;,&quot;publishedBylines&quot;:[{&quot;id&quot;:239558331,&quot;name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;bio&quot;:&quot;Mi occupo di dati, analizzandoli, cercando di trovarci cose interessanti e visualizzandoli nel miglior modo possibile. &quot;,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!d80e!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe39f2ad9-7ad2-441a-ad7e-8fc5f4174335_2048x2048.jpeg&quot;,&quot;is_guest&quot;:false,&quot;bestseller_tier&quot;:null}],&quot;post_date&quot;:&quot;2026-05-22T08:00:25.938Z&quot;,&quot;cover_image&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ibs_!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F876d94fb-a893-4c54-9ab9-59840a872d70_1760x1210.png&quot;,&quot;cover_image_alt&quot;:null,&quot;canonical_url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/p/perche-lintelligenza-artificiale&quot;,&quot;section_name&quot;:null,&quot;video_upload_id&quot;:null,&quot;id&quot;:197179750,&quot;type&quot;:&quot;newsletter&quot;,&quot;reaction_count&quot;:18,&quot;comment_count&quot;:8,&quot;publication_id&quot;:3042042,&quot;publication_name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;publication_logo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!d80e!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe39f2ad9-7ad2-441a-ad7e-8fc5f4174335_2048x2048.jpeg&quot;,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;youtube_url&quot;:null,&quot;show_links&quot;:null,&quot;feed_url&quot;:null}"></div><h2>In conclusione</h2><p>Il lavoro da casa in Italia non &#232; del tutto scomparso, ma &#232; uscito dalla fase espansiva che la pandemia aveva imposto ed &#232; tornato a essere una pratica di nicchia, sopravvissuta in pochi settori dei servizi qualificati e fra i lavoratori autonomi delle grandi citt&#224;. Lo zoccolo strutturale c&#8217;&#232; ma &#232; piccolo. In confronto a quello della media europea &#232; meno della met&#224;.</p><p>La distanza dipende in parte da fattori che non si possono cambiare nel breve periodo, come la composizione settoriale dell&#8217;economia, e dipende anche da scelte aziendali e politiche pubbliche che hanno spinto il pendolo verso il rientro pi&#249; di quanto fosse necessario, soprattutto nella Pubblica Amministrazione. L&#8217;esperienza degli altri paesi europei dimostra che organizzazioni simili alle nostre, con quote analoghe di lavoro manifatturiero e turistico, riescono a tenere una quota di lavoro da remoto due o tre volte superiore alla nostra.</p><p>Un Paese che vuole alzare la produttivit&#224; dei suoi servizi, ridurre il costo della vita nelle aree metropolitane e tenere nel mercato del lavoro chi ha responsabilit&#224; familiari ha pochi motivi per insistere sul ritorno integrale alla scrivania. La discussione pubblica resta dominata da una preferenza diffusa per il controllo visivo del dipendente, ma la possibilit&#224; di costruire un equilibrio fra presenza e remoto &#232; alla portata e in molti altri Paesi &#232; gi&#224; la normalit&#224;.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Perché il sistema fiscale italiano è tutto sbagliato]]></title><description><![CDATA[Si torna a parlare di patrimonio, ma la letteratura economica indica una terza strada: spostare il prelievo dal lavoro verso le basi che non possono scappare]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/perche-il-sistema-fiscale-italiano</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/perche-il-sistema-fiscale-italiano</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Mon, 15 Jun 2026 08:01:36 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!dBxt!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2cd34fbf-486d-4ce1-bd97-3d19d99f960c_1760x1430.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>A met&#224; maggio del 2026 un comitato di economisti e associazioni, chiamato &#8220;1% Equo&#8221;, ha depositato in Cassazione una <a href="https://tg24.sky.it/economia/2026/05/09/proposta-legge-grandi-patrimoni-cosa-prevede">proposta</a> di legge di iniziativa popolare per tassare i grandi patrimoni. L&#8217;imposta colpirebbe la ricchezza netta, cio&#232; tutto quello che una persona possiede una volta tolti i debiti, sopra i 2 milioni di euro, esclusa la prima casa, con aliquote che partono dall&#8217;1 per cento e arrivano al 3,5 per cento sopra i 20 milioni. Secondo i promotori riguarderebbe tra 200 e 500 mila contribuenti e porterebbe allo Stato tra 26 e 60 miliardi di euro l&#8217;anno. L&#8217;idea &#232; stata poi presa dai leader del campo largo, da Elly Schlein a Angelo Bonelli e ampiamente bocciata invece dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.</p><p>Dietro lo scontro tra il s&#236; e il no c&#8217;&#232; una domanda pi&#249; utile, che gli economisti studiano da un secolo: a parit&#224; di soldi raccolti, quali tasse fanno meno danni all&#8217;economia? La risposta che viene dalla ricerca &#232; pi&#249; precisa di quanto il dibattito lasci credere, e scontenta un po&#8217; tutti, perch&#233; tiene insieme due idee che in Italia di solito viaggiano separate. La ricchezza andrebbe tassata pi&#249; di adesso, ma la patrimoniale annuale &#232; quasi sempre lo strumento sbagliato per farlo.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Il costo nascosto delle tasse</h2><p>Una tassa non si limita a spostare soldi dalle tasche dei cittadini allo Stato. Cambia anche il modo in cui le persone si comportano e questo &#232; il suo vero costo nascosto. Se lo Stato si prende una fetta del guadagno di un&#8217;attivit&#224;, una parte di quell&#8217;attivit&#224; smette di convenire e quindi smette di esistere. Pensiamo a chi rinuncia a un&#8217;ora di straordinario perch&#233;, una volta pagate le tasse, quello che gli resta non vale la fatica: quell&#8217;ora di lavoro semplicemente non viene fatta. Non ci guadagna nessuno, n&#233; il lavoratore n&#233; lo Stato. Gli economisti chiamano questo spreco perdita secca ed &#232; il punto su cui le tasse si distinguono davvero. A parit&#224; di soldi raccolti, alcune cancellano molta attivit&#224; economica e altre quasi nessuna.</p><p>Nel 1696 l&#8217;Inghilterra <a href="https://www.parliament.uk/about/living-heritage/transformingsociety/towncountry/towns/tyne-and-wear-case-study/about-the-group/housing/window-tax/">introdusse</a> una tassa sulle finestre e la tenne in vigore per un secolo e mezzo. Contare le finestre era facile, molto pi&#249; che controllare i redditi, e le case con molte aperture erano in genere quelle dei pi&#249; ricchi, quindi la tassa sembrava insieme semplice e giusta. Gli inglesi reagirono murando le finestre. Le case nuove vennero costruite con meno finestre, quelle vecchie vennero modificate, e per generazioni una parte del paese visse in stanze pi&#249; buie e umide pur di pagare meno. Lo Stato incass&#242; meno del previsto e la gente stava peggio di prima, perch&#233; la tassa aveva colpito una cosa a cui si poteva reagire e la reazione distrusse valore senza portare entrate.</p><p>Da questa osservazione il matematico di Cambridge Frank Ramsey <a href="https://dn760100.eu.archive.org/0/items/ramseycontribtheorytax1927/Ramsey27_text.pdf">ricav&#242;</a> nel 1927 una regola che &#232; ancora oggi il fondamento della teoria delle tasse. Conviene tassare di pi&#249; le cose che reagiscono di meno. Se quello che lo Stato decide di colpire pu&#242; ridursi, spostarsi all&#8217;estero o nascondersi al fisco, la tassa manda in fumo attivit&#224; economica mentre raccoglie soldi. Se invece quello che colpisce resta l&#236; dov&#8217;&#232; qualunque cosa accada, la tassa si limita a spostare denaro senza distruggere niente. &#200; la differenza tra il lavoro e gli investimenti, che si possono ridurre o portare altrove quando sono tassati troppo, e cose come un terreno, che non si sposta, o un&#8217;eredit&#224;, che arriva comunque.</p><p>L&#8217;OCSE ha messo questa idea alla prova con i dati e ne ha ricavato una classifica delle imposte, dalla pi&#249; dannosa per la crescita alla meno dannosa, pubblicata nel rapporto <em>Tax Policy Reform and Economic Growth</em> del 2010 e in uno <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/j.1468-0297.2010.02415.x">studio</a> su 21 paesi uscito l&#8217;anno dopo. In cima, cio&#232; tra le pi&#249; dannose, ci sono le imposte sui profitti delle imprese, perch&#233; colpiscono gli investimenti che un&#8217;azienda pu&#242; sempre rimandare, ridurre o spostare in un altro paese. Seguono le imposte sui redditi delle persone, che pesano sul lavoro e sulla voglia di studiare e specializzarsi, poi quelle sui consumi come l&#8217;IVA, che danno meno problemi perch&#233; non scoraggiano chi lavora o chi investe ma colpiscono solo la spesa. In fondo, tra le meno dannose, ci sono le imposte che si pagano ogni anno sul possesso di case e terreni, perch&#233; un immobile non si pu&#242; spostare e quindi non fa cambiare quasi nessuna decisione.</p><p>Questa classifica va presa come un&#8217;indicazione di massima, non come una verit&#224; assoluta. Altri lavori, uno <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0165176512003229">del 2012</a> e uno <a href="https://doi.org/10.1007/s10797-018-9494-3">del 2019</a> su un numero pi&#249; ampio di paesi, hanno mostrato che l&#8217;ordine esatto cambia a seconda di come si fanno i conti, e che solo due risultati sono davvero solidi: il forte danno delle imposte sulle imprese e il vantaggio di quelle sulle case.</p><p>C&#8217;&#232; poi una distinzione che conta pi&#249; di ogni altra, quella tra profitto e rendita. Il profitto normale &#232; il guadagno di chi mette su un&#8217;attivit&#224;, rischia i propri soldi, investe e magari inventa qualcosa di nuovo: &#232; il motore dell&#8217;economia e conviene lasciarlo in pace. La rendita &#232; un&#8217;altra cosa. &#200; il guadagno che arriva dal semplice possedere qualcosa di scarso o ben piazzato, senza bisogno di fare nulla. Pensiamo al proprietario di una casa nel centro di Milano il cui valore aumenta perch&#233; la citt&#224; cresce intorno o all&#8217;azienda che guadagna molto perch&#233; &#232; protetta dalla concorrenza. Tutti costoro incassano una rendita, cio&#232; un guadagno che continuerebbe ad arrivare anche se non muovessero un dito. Uno <a href="https://doi.org/10.1111/joes.12340">studio</a> del 2020 che ha messo insieme decenni di ricerche conclude che tassare la rendita non cambia quasi nessun comportamento, proprio perch&#233; la rendita arriva comunque, mentre tassare il profitto di chi rischia e investe scoraggia gli investimenti e la nascita di nuove imprese. Un sistema fiscale ben fatto cerca quindi di colpire le rendite e di alleggerire il lavoro e i profitti di chi crea valore.</p><h2>Tassare ci&#242; che non pu&#242; scappare</h2><p>La ricchezza pi&#249; impossibile da spostare &#232; la terra. Lo aveva capito gi&#224; nel 1879 l&#8217;economista americano Henry George, che nel suo libro &#8220;Progresso e povert&#224;&#8221; propose di finanziare lo Stato con un&#8217;unica tassa sul valore dei terreni. Il suo ragionamento vale ancora oggi. La terra &#232; in quantit&#224; fissa, nessuno ne produce di nuova e nessuno pu&#242; portarla all&#8217;estero, quindi tassarla non riduce la quantit&#224; di niente. Se un appartamento a Milano vale di pi&#249; perch&#233; sotto casa arriva la metropolitana, quell&#8217;aumento di valore non &#232; merito del proprietario, che non ha fatto nulla: &#232; un regalo che gli arriva dalla citt&#224; intorno. Tassare quel guadagno non lo spinge a comportarsi diversamente, perch&#233; il terreno resta l&#236; comunque. C&#8217;&#232; anche un effetto curioso. Nel momento stesso in cui una tassa del genere viene annunciata, il prezzo delle case e dei terreni scende subito, perch&#233; chi compra mette in conto che dovr&#224; pagarla negli anni a venire. A sopportarne il peso &#232; quindi chi possiede l&#8217;immobile in quel momento, mentre chi compra dopo lo paga gi&#224; scontato nel prezzo.</p><p>Una grande analisi del sistema fiscale britannico, coordinata da un istituto di ricerca di Londra e <a href="https://ifs.org.uk/books/tax-design">pubblicata</a> nel 2011, raccomand&#242; proprio questo, cio&#232; tassare di pi&#249; il possesso di case e terreni e abolire invece le tasse che si pagano nel momento in cui un immobile viene comprato o venduto. Su queste ultime le prove sono nette. Uno <a href="https://doi.org/10.1093/restud/rdx032">studio</a> sul Regno Unito ha analizzato cosa succede attorno alle soglie dell&#8217;imposta e ha scoperto che il numero di compravendite crolla appena l&#8217;imposta diventa pi&#249; pesante. Quando il governo la sospese per un periodo, le compravendite aumentarono di un quinto. Tassare il passaggio di propriet&#224;, in pratica, blocca i traslochi utili, come la famiglia che cresce e resta in una casa troppo piccola o il lavoratore che rinuncia a spostarsi dove ci sarebbe un nuovo lavoro.</p><p>Una quota crescente dei profitti, del resto, &#232; oggi rendita pi&#249; che premio all&#8217;innovazione. Uno <a href="https://doi.org/10.1093/qje/qjz041">studio</a> molto citato sulle imprese americane ha calcolato che il ricarico medio sui costi, cio&#232; quanto le aziende fanno pagare ai clienti sopra il costo di ci&#242; che vendono, &#232; passato dal 21 per cento del 1980 al 61 per cento del 2016. &#200; il segno che molte imprese hanno conquistato abbastanza potere di mercato da poter alzare i prezzi senza temere la concorrenza, e quel sovrapprezzo &#232; una rendita. Gli strumenti per tassare proprio questa parte, lasciando stare i profitti di chi investe, esistono gi&#224;. Dal 2011 l&#8217;Italia ha avuto l&#8217;ACE, un meccanismo che esentava dalle tasse il guadagno normale del capitale investito in azienda e lasciava il prelievo solo sui profitti pi&#249; alti, e uno <a href="https://doi.org/10.1007/s10797-020-09609-2">studio</a> sui dati fiscali italiani ha mostrato che spinse le imprese a indebitarsi di meno. &#200; stata cancellata alla fine del 2023 per fare cassa.</p><p>In Italia, per&#242;, la strada delle tasse sulla casa ben fatte si scontra con due ostacoli. Il primo &#232; che la principale imposta annuale sul possesso, l&#8217;IMU, si paga solo sulle seconde case, mentre la prima casa, cio&#232; quella in cui si abita, &#232; esente. Dato che per la maggior parte delle famiglie l&#8217;abitazione &#232; il bene pi&#249; importante che possiedono, l&#8217;imposta che la teoria mette tra le migliori finisce per lasciare fuori gran parte del suo bersaglio naturale. Il secondo ostacolo &#232; il catasto. Le imposte sugli immobili si calcolano su valori ufficiali, i valori catastali, fermi al 1989, e in quasi quarant&#8217;anni i prezzi delle case sono cambiati moltissimo e in modo diverso da zona a zona, con certi centri storici che valgono molto di pi&#249; e molte periferie che valgono meno, mentre quei valori ufficiali sono rimasti gli stessi. Cos&#236; due case che oggi valgono uguale possono pagare cifre molto diverse a seconda di come e quando sono state registrate, e la tassa pi&#249; efficiente del repertorio diventa anche una delle pi&#249; ingiuste. Ogni tentativo di aggiornare quei valori, dal 2014 in poi, &#232; stato accantonato prima ancora di cominciare.</p><p>Gli Stati Uniti mostrano come potrebbe funzionare. L&#236; la tassa sulla casa &#232; la principale fonte di entrate dei governi locali, si paga su tutte le abitazioni, compresa quella in cui si vive, e si calcola sul valore di mercato aggiornato di continuo, non su valori fermi a decenni prima. In media vale <a href="https://www.bankrate.com/mortgages/property-tax-by-state/">circa l&#8217;1 per cento</a> del valore della casa ogni anno e serve soprattutto a pagare le scuole pubbliche del territorio, che dipendono in buona parte proprio da quel gettito. &#200; una tassa molto visibile e per questo poco amata, ma colpisce una base che non pu&#242; spostarsi e lega in modo diretto quello che un cittadino versa ai servizi che riceve dove vive.</p><h2>La patrimoniale alla prova dei dati</h2><p>L&#8217;imposta proposta da &#8220;1% Equo&#8221; &#232; una patrimoniale vera e propria, cio&#232; una tassa che ogni anno colpisce tutto quello che una persona possiede, una volta tolti i debiti. &#200; solo una delle tre strade per tassare la ricchezza. La seconda &#232; tassare i frutti del patrimonio, cio&#232; gli interessi, i dividendi e i guadagni che si ottengono rivendendo a un prezzo pi&#249; alto qualcosa che si era comprato. La terza &#232; tassare i passaggi di ricchezza, cio&#232; le eredit&#224; e le donazioni. Il Fondo monetario internazionale ha confrontato le tre vie in una <a href="https://www.imf.org/en/publications/imf-how-to-notes/issues/2024/03/08/how-to-tax-wealth-544948">nota</a> del 2024 ed &#232; arrivato a una conclusione che in Italia si cita poco, e cio&#232; che tassare bene i frutti del patrimonio e le eredit&#224; &#232; in genere pi&#249; giusto, e fa meno danni, che tassare ogni anno tutto il patrimonio.</p><p>Le patrimoniali annuali, del resto, stanno sparendo da sole. All&#8217;inizio degli anni Novanta le applicava oltre una decina di paesi ricchi, oggi ne restano <a href="https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257/jep.35.1.207">solo tre</a>, Svizzera, Norvegia e Spagna. I motivi dell&#8217;abbandono sono pratici prima che ideologici. Ogni anno bisogna stabilire quanto vale il patrimonio di ciascuno, cosa semplice per un conto in banca ma quasi impossibile per un&#8217;azienda non quotata in borsa o un capannone. La tassa colpisce anche chi possiede molto ma incassa poco, come il pensionato che vive in una casa diventata di valore o l&#8217;erede di un&#8217;azienda che quell&#8217;anno &#232; in perdita, e li costringe a vendere qualcosa o a indebitarsi solo per pagare il fisco. E quasi ovunque ha portato allo Stato molto meno di quanto promesso.</p><p>La Svizzera applica una patrimoniale da decenni, ma con un&#8217;aliquota diversa in ogni cantone, e questo ha permesso a uno <a href="https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257/pol.20200258">studio</a> del 2022 di misurare come reagiscono i contribuenti. Dove l&#8217;imposta &#232; pi&#249; bassa di un solo punto percentuale, la ricchezza dichiarata al fisco &#232; pi&#249; alta di almeno il 43 per cento dopo sei anni. Una parte di questa differenza viene da ricchi che si trasferiscono nel cantone che tassa meno, ma la parte pi&#249; grande viene semplicemente da patrimonio che compare o sparisce dalle dichiarazioni a seconda di quanto conviene dichiararlo. In Danimarca, che aveva una delle patrimoniali pi&#249; alte al mondo prima di dimezzarla nel 1989, uno <a href="https://academic.oup.com/qje/article-abstract/135/1/329/5584349">studio</a> ha trovato reazioni altrettanto nette, e tanto pi&#249; grandi quanto pi&#249; si sale tra i molto ricchi. La Svezia ha abolito la sua nel 2007, dopo anni di patrimoni sotto-dichiarati e spostati all&#8217;estero, e la Francia nel 2018 l&#8217;ha ridotta alle sole case.</p><p>Si potrebbe pensare che questi numeri chiudano il discorso e che tassare i ricchi sia inutile perch&#233; tanto scappano. La realt&#224; &#232; pi&#249; sfumata. Gli studi sui gruppi pi&#249; liberi di spostarsi in assoluto, i <a href="https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257/aer.103.5.1892">calciatori</a> del mercato europeo e gli <a href="https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257/aer.20150237">inventori</a> con i brevetti pi&#249; importanti, trovano reazioni molto forti tra gli stranieri appena arrivati, che ripartono facilmente, e quasi nessuna reazione tra le persone radicate nel paese, quelle che l&#236; hanno famiglia, lavoro e relazioni. La gente comune si sposta pochissimo anche di fronte a differenze di tasse molto grandi. In pi&#249;, dal 2017 le banche dei diversi paesi si scambiano in automatico le informazioni sui conti dei clienti stranieri, e questo ha reso molto pi&#249; difficile nascondere soldi all&#8217;estero, un&#8217;evasione che uno <a href="https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257/aer.20172043">studio</a> sui dati scandinavi aveva mostrato essere concentrata quasi tutta tra i pi&#249; ricchi.</p><p>La terza via, quella delle eredit&#224;, ha un vantaggio particolare, perch&#233; colpisce la ricchezza nel momento in cui passa da una persona all&#8217;altra, quando chi la lascia non pu&#242; pi&#249; reagire in alcun modo. E ha anche una ragione di equit&#224;, perch&#233; un&#8217;eredit&#224; &#232; per definizione un vantaggio che chi la riceve non si &#232; guadagnato. Eppure rende pochissimo. Nei 24 paesi ricchi che la applicano, l&#8217;imposta sulle eredit&#224; vale in media lo 0,5 per cento di tutte le entrate dello Stato, come documenta un <a href="https://www.oecd.org/en/publications/2021/05/inheritance-taxation-in-oecd-countries_2d33ceae.html">rapporto</a> dell&#8217;OCSE del 2021, e l&#8217;Italia &#232; il caso estremo. Da noi l&#8217;aliquota &#232; del 4 per cento per coniuge e figli, e si paga solo sopra il milione di euro a testa, mentre in Francia l&#8217;imposta sulle eredit&#224; che passano da genitori a figli arriva fino al 45 per cento. Per un grande patrimonio italiano, insomma, lasciare tutto agli eredi costa quasi nulla.</p><div class="digest-post-embed" data-attrs="{&quot;nodeId&quot;:&quot;4b3626ca-f83c-4e73-93d5-6394e64db8b0&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;In Italia paghiamo molte tasse sul lavoro. Un dipendente pu&#242; vedersi trattenuto fino al 40-50 per cento tra imposte e contributi. Ma quando si tratta di trasferire ricchezza tra generazioni, il fisco italiano diventa improvvisamente generoso. I dati del&quot;,&quot;cta&quot;:null,&quot;showBylines&quot;:true,&quot;showDescription&quot;:true,&quot;showImage&quot;:true,&quot;size&quot;:&quot;sm&quot;,&quot;isEditorNode&quot;:true,&quot;title&quot;:&quot;L'Italia &#232; un paradiso fiscale per l'eredit&#224;&quot;,&quot;publishedBylines&quot;:[{&quot;id&quot;:239558331,&quot;name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;bio&quot;:&quot;Mi occupo di dati, analizzandoli, cercando di trovarci cose interessanti e visualizzandoli nel miglior modo possibile. &quot;,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!d80e!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe39f2ad9-7ad2-441a-ad7e-8fc5f4174335_2048x2048.jpeg&quot;,&quot;is_guest&quot;:false,&quot;bestseller_tier&quot;:null}],&quot;post_date&quot;:&quot;2025-12-17T09:01:05.044Z&quot;,&quot;cover_image&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!0jd6!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd239bbb3-32c0-48f8-b1bb-103795641caf_1200x728.png&quot;,&quot;cover_image_alt&quot;:null,&quot;canonical_url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/p/litalia-e-un-paradiso-fiscale-per&quot;,&quot;section_name&quot;:null,&quot;video_upload_id&quot;:null,&quot;id&quot;:181804408,&quot;type&quot;:&quot;newsletter&quot;,&quot;reaction_count&quot;:13,&quot;comment_count&quot;:3,&quot;publication_id&quot;:3042042,&quot;publication_name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;publication_logo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!lbv0!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F240148b9-726e-47ef-a28f-e491b02deac2_856x856.png&quot;,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;youtube_url&quot;:null,&quot;show_links&quot;:null,&quot;feed_url&quot;:null}"></div><h2>L&#8217;Italia fa l&#8217;opposto di quello che dovrebbe</h2><p>Il sistema fiscale italiano preleva molto e preleva al contrario rispetto a quello che suggerisce la ricerca. Nel 2025 la pressione fiscale, cio&#232; quanto pesano tutte le tasse e i contributi messi insieme rispetto a quanto produce il paese in un anno, ha <a href="https://www.istat.it/en/press-release/gdp-and-general-government-net-borrowing-years-2023-2025/">toccato</a> il 43,1 per cento, il livello pi&#249; alto da undici anni e uno dei pi&#249; alti tra i paesi ricchi, contro una media OCSE intorno al 34. Ma il punto non &#232; solo quanto si preleva. &#200; soprattutto da dove arrivano quei soldi.</p><p>Pi&#249; della met&#224; delle tasse italiane grava sul lavoro. Nel 2023 i contributi sociali, cio&#232; i versamenti per la pensione e la sanit&#224; presi dalle buste paga, valevano il 30 per cento di tutte le entrate, contro il 26 della media OCSE, e le imposte sui redditi delle persone un altro 27 per cento, contro il 24. Messe insieme fanno quasi sei euro di tasse su dieci che colpiscono direttamente stipendi e pensioni. L&#8217;IVA, la tassa sui consumi, rende invece molto meno che altrove, il 16 per cento del totale contro oltre il 20 della media, anche per via dell&#8217;evasione e delle tante aliquote ridotte. Le imposte sui profitti delle imprese, cio&#232; l&#8217;IRES che colpisce gli utili, valgono il 6,6 per cento contro quasi il 12. Quelle su case e terreni sono in linea con la media, ma fatte male, perch&#233; colpiscono soprattutto le compravendite invece del possesso e si basano sui valori catastali fermi al 1989. C&#8217;&#232; poi una seconda imposta sulle imprese tutta italiana, l&#8217;IRAP, che vale pi&#249; del 4 per cento delle entrate e funziona in modo diverso, perch&#233; non si calcola sugli utili come l&#8217;IRES ma sul valore che l&#8217;azienda produce, e cos&#236; si paga anche quando l&#8217;impresa chiude l&#8217;anno in pareggio o in perdita. Il quadro &#232; quello di un fisco che chiede al lavoro pi&#249; della media dei paesi ricchi e chiede meno, o peggio, ai consumi, ai profitti e ai patrimoni.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!dBxt!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2cd34fbf-486d-4ce1-bd97-3d19d99f960c_1760x1430.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!dBxt!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2cd34fbf-486d-4ce1-bd97-3d19d99f960c_1760x1430.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!dBxt!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2cd34fbf-486d-4ce1-bd97-3d19d99f960c_1760x1430.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!dBxt!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2cd34fbf-486d-4ce1-bd97-3d19d99f960c_1760x1430.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!dBxt!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2cd34fbf-486d-4ce1-bd97-3d19d99f960c_1760x1430.png 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!dBxt!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2cd34fbf-486d-4ce1-bd97-3d19d99f960c_1760x1430.png" width="1456" height="1183" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/2cd34fbf-486d-4ce1-bd97-3d19d99f960c_1760x1430.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1183,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:140456,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/i/201952759?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2cd34fbf-486d-4ce1-bd97-3d19d99f960c_1760x1430.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!dBxt!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2cd34fbf-486d-4ce1-bd97-3d19d99f960c_1760x1430.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!dBxt!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2cd34fbf-486d-4ce1-bd97-3d19d99f960c_1760x1430.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!dBxt!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2cd34fbf-486d-4ce1-bd97-3d19d99f960c_1760x1430.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!dBxt!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2cd34fbf-486d-4ce1-bd97-3d19d99f960c_1760x1430.png 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>Il caso pi&#249; vistoso &#232; il cuneo fiscale, cio&#232; la differenza tra quanto un lavoratore costa all&#8217;azienda e quanto gli arriva netto in tasca. Nel 2025 in Italia vale il <a href="https://www.oecd.org/en/publications/taxing-wages-2026_3a5169ef-en/full-report/italy_9e7c857d.html">46 per cento</a> del costo del lavoro per un lavoratore medio senza figli, il quinto valore pi&#249; alto dell&#8217;OCSE contro una media del 35, dopo il 47 per cento del 2024 che era valso il quarto posto. Vuol dire che quasi met&#224; di quello che un&#8217;azienda spende per tenere una persona al lavoro non finisce nello stipendio ma se ne va in tasse e contributi, ed &#232; esattamente il tipo di prelievo che la classifica vista all&#8217;inizio mette tra i pi&#249; dannosi, perch&#233; scoraggia le assunzioni, gli straordinari, l&#8217;uscita dal lavoro nero e l&#8217;arrivo di lavoratori qualificati dall&#8217;estero.</p><p>Anche il modo in cui l&#8217;IRPEF, l&#8217;imposta sui redditi, cresce con il reddito &#232; schiacciato, ma in un modo particolare. Sulla carta ci sono tre <a href="https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/imposta-sul-reddito-delle-persone-fisiche-irpef-/aliquote-e-calcolo-dell-irpef">scaglioni</a>: il 23 per cento fino a 28 mila euro, il 33 fino a 50 mila e il 43 oltre. La scala per&#242; finisce tutta entro i 50 mila euro, solo due volte lo stipendio medio, e da l&#236; in su un impiegato e un amministratore delegato pagano la stessa aliquota sull&#8217;ultimo euro guadagnato, mentre in Francia l&#8217;aliquota massima scatta sopra i 180 mila e in Germania intorno ai 280 mila. Quelle percentuali, in pi&#249;, contano solo a met&#224;, perch&#233; tra il reddito e l&#8217;imposta si infilano detrazioni e deduzioni, cio&#232; sconti legati al tipo di reddito, ai familiari a carico, alle spese sanitarie e al mutuo, che abbassano molto l&#8217;aliquota davvero pagata, soprattutto in basso. Chi dichiara tra 10 e 20 mila euro <a href="https://www.lorenzoruffino.it/p/dichiarazione-redditi-2025">versa in media</a> l&#8217;8,2 per cento del suo reddito, non il 23, e cos&#236; il 61 per cento dei contribuenti, quelli sotto i 26 mila euro, paga appena il 16 per cento di tutta l&#8217;IRPEF.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ST8S!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F44e867f7-71c6-41fe-83b7-2e6c2d2a99a5_1760x1760.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!ST8S!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F44e867f7-71c6-41fe-83b7-2e6c2d2a99a5_1760x1760.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Gli affitti si possono tassare con la cedolare secca al 21 per cento, una tassa fissa che sostituisce l&#8217;IRPEF. Chi lavora in proprio fino a 85 mila euro di incassi pu&#242; usare il regime forfettario, che al posto dell&#8217;IRPEF applica un&#8217;unica imposta del 15 per cento, ridotta al 5 per cento nei primi cinque anni di una nuova attivit&#224;. Non &#232; tutto qui, perch&#233; su quei redditi vanno comunque versati i contributi per la pensione, all&#8217;INPS o alla cassa della propria categoria, ma la tassa vera e propria resta proporzionale e molto pi&#249; bassa di quella che colpirebbe lo stesso reddito in busta paga. Gli interessi e i guadagni finanziari pagano un&#8217;imposta fissa del 26 per cento. Sono tutte percentuali molto pi&#249; basse di quelle che colpirebbero le stesse somme se arrivassero da uno stipendio. E chi porta in Italia la residenza con un grande patrimonio pu&#242; mettersi in regola su tutti i redditi che ha all&#8217;estero pagando 200 mila euro l&#8217;anno e basta, qualunque cifra guadagni. Da anni la Banca d&#8217;Italia, nelle sue <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/interventi-vari/int-var-2023/RICOTTI-18.05.2023-Audizione.pdf">analisi</a> sulla riforma fiscale, avverte che tutte queste vie d&#8217;uscita finiscono per concentrare la progressivit&#224; quasi solo su dipendenti e pensionati, gli unici che non possono sottrarsi, contro il principio per cui chi guadagna lo stesso dovrebbe pagare lo stesso.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>In conclusione</h2><p>L&#8217;equivoco di fondo &#232; discutere se tassare di pi&#249; o di meno. L&#8217;Italia ha gi&#224; una delle pressioni fiscali pi&#249; alte del mondo e un debito enorme, quindi lo spazio per aumentare il prelievo &#232; quasi nullo e comunque non &#232; l&#236; il punto. La domanda vera &#232; come ridistribuire il peso a parit&#224; di gettito, alleggerendo il lavoro e i profitti di chi rischia e investe per spostare le tasse su ci&#242; che non si guadagna con lo sforzo, cio&#232; la terra, le case che aumentano di valore, le grandi eredit&#224; e le rendite di posizione.</p><p>Per l&#8217;Italia significa un catasto finalmente aggiornato, un&#8217;imposta sulle grandi eredit&#224; pi&#249; vicina a quella europea e meno regimi speciali che svuotano la progressivit&#224;, con ogni euro recuperato usato per abbassare le tasse sul lavoro. La patrimoniale annuale, invece, resta lo strumento pi&#249; fragile per i problemi di valutazione. La scelta vera non &#232; tra tassare i ricchi e lasciarli stare, ma tra gli strumenti che funzionano davvero, graduali e poco adatti agli slogan, e una soluzione unica e vistosa che i paesi vicini hanno gi&#224; provato e in gran parte abbandonato.</p><p></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Perché le vacanze estive scolastiche sono troppo lunghe]]></title><description><![CDATA[Le tredici settimane di vacanza andrebbero accorciate e redistribuite sul resto dell'anno]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/perche-conviene-accorciare-le-vacanze</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/perche-conviene-accorciare-le-vacanze</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Wed, 10 Jun 2026 08:00:30 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!poDF!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F07c573ad-0fda-472a-92a2-7a7e8ce5e49c_2200x1980.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Le vacanze estive degli studenti italiani durano circa tredici settimane, da met&#224; giugno a met&#224; settembre, le pi&#249; lunghe tra i grandi paesi europei. Eppure l&#8217;Italia fissa per legge almeno duecento giorni di lezione all&#8217;anno, uno dei valori pi&#249; alti del continente, e i suoi studenti passano sui banchi pi&#249; tempo di quasi tutti i coetanei europei. I due dati sembrano contraddirsi e ogni estate torna l&#8217;equivoco che un&#8217;estate cos&#236; lunga significhi meno scuola. </p><p>Da una parte c&#8217;&#232; chi difende l&#8217;estate lunga, dall&#8217;altra chi vorrebbe accorciarla per ridurre le disuguaglianze e venire incontro alle famiglie che lavorano. Negli ultimi vent&#8217;anni diversi ministri, di destra e di sinistra, hanno annunciato di voler riformare il calendario e ogni volta tutto &#232; tornato come prima. Il tema &#232; riemerso nel gennaio 2026, quando la ministra del Turismo Daniela Santanch&#232; ha <a href="https://www.lastampa.it/cronaca/2026/01/28/news/scuola_nuovo_calendario_vacanza_estive_proposta_santanche-15485172/">proposto</a> di togliere dieci giorni all&#8217;estate e ridistribuirli durante l&#8217;anno, mentre in Francia Emmanuel Macron ha <a href="https://www.lefigaro.fr/actualite-france/rythmes-scolaires-emmanuel-macron-se-dit-a-nouveau-favorable-a-des-journees-et-des-vacances-raccourcies-20260206">annunciato</a> di voler portare la pausa estiva a quattro o sei settimane entro il 2027.</p><p>Accorciare l&#8217;estate, va detto subito, non farebbe imparare di pi&#249;. La ricerca degli ultimi anni &#232; abbastanza netta su questo punto. Una ragione per farlo per&#242; esiste, di tipo diverso. Tre mesi di vuoto pesano soprattutto sui bambini che a casa non hanno con cosa riempirli e si conciliano male con due genitori che lavorano.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Tredici settimane d&#8217;estate e poco nel resto dell&#8217;anno</h2><p>In Europa le vacanze estive vanno dalle sei alle tredici settimane. A raccogliere i dati &#232; <a href="https://eurydice.eacea.ec.europa.eu/publications/organisation-school-time-europe-primary-and-general-secondary-education-20232024">Eurydice</a>, la rete della Commissione europea che mette a confronto i sistemi scolastici del continente. L&#8217;Italia sta in cima, con circa novantacinque giorni di chiusura, in compagnia di Grecia, Portogallo, Lettonia e Lituania. Tra i grandi paesi nessuno le si avvicina: la Spagna arriva a undici settimane, la Francia a otto, Germania e Paesi Bassi si fermano a sei.</p><p>La differenza con gli altri non sta nel numero di giorni di lezione, ma nel ritmo. L&#8217;Italia comprime i suoi duecento giorni tra met&#224; settembre e met&#224; giugno, con poche interruzioni. A Natale due settimane, a Pasqua sei giorni, poi qualche festa nazionale sparsa. Tutto il riposo che gli altri spalmano lungo l&#8217;anno, in Italia si accumula in un unico blocco estivo.</p><p>Il conteggio in giorni di lezione va per&#242; maneggiato con prudenza, perch&#233; un giorno di scuola non dura uguale ovunque. In Italia parte delle scuole fa lezione anche il sabato, altre concentrano le stesse ore in cinque giorni pi&#249; lunghi, mentre in molti paesi la settimana &#232; sempre di cinque. Allo stesso tempo, misurata in ore di lezione invece che in giorni, l&#8217;Italia sta <a href="https://www.oecd.org/en/publications/education-at-a-glance-2023_e13bef63-en/full-report/how-much-time-do-students-spend-in-the-classroom_258760fe.html">sopra la media</a> dei paesi OCSE, con circa 917 ore l&#8217;anno alla primaria contro 804 e 990 alle medie contro 909.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!rGPG!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F026c8e18-e998-43d2-a3f9-e6276bf00c44_1980x1980.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" 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class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" 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La Germania affianca all&#8217;estate corta una pausa autunnale, due settimane a Natale, una a febbraio e i giorni di Pentecoste, con date scaglionate tra i sedici L&#228;nder per non riversare tutti sulle strade nello stesso momento. La Danimarca tiene le scuole aperte circa duecento giorni come l&#8217;Italia, ma sceglie un&#8217;estate di sei settimane pi&#249; quattro pause distribuite nei mesi freddi. Tra i grandi paesi solo la Spagna somiglia all&#8217;Italia e concentra il riposo in un&#8217;estate lunga.</p><p>A parit&#224; di giorni di scuola, insomma, Danimarca e Italia organizzano l&#8217;anno in due modi opposti. La lunghezza dell&#8217;estate italiana non &#232; una necessit&#224;, &#232; una scelta. Accorciarla non vorrebbe dire studiare di pi&#249;, ma spostare qualche settimana di vacanza da luglio e agosto verso l&#8217;autunno e l&#8217;inverno.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!poDF!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F07c573ad-0fda-472a-92a2-7a7e8ce5e49c_2200x1980.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!poDF!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F07c573ad-0fda-472a-92a2-7a7e8ce5e49c_2200x1980.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!poDF!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F07c573ad-0fda-472a-92a2-7a7e8ce5e49c_2200x1980.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!poDF!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F07c573ad-0fda-472a-92a2-7a7e8ce5e49c_2200x1980.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!poDF!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F07c573ad-0fda-472a-92a2-7a7e8ce5e49c_2200x1980.png 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!poDF!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F07c573ad-0fda-472a-92a2-7a7e8ce5e49c_2200x1980.png" width="1456" height="1310" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/07c573ad-0fda-472a-92a2-7a7e8ce5e49c_2200x1980.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1310,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:144306,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/i/200269357?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F07c573ad-0fda-472a-92a2-7a7e8ce5e49c_2200x1980.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!poDF!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F07c573ad-0fda-472a-92a2-7a7e8ce5e49c_2200x1980.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!poDF!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F07c573ad-0fda-472a-92a2-7a7e8ce5e49c_2200x1980.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!poDF!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F07c573ad-0fda-472a-92a2-7a7e8ce5e49c_2200x1980.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!poDF!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F07c573ad-0fda-472a-92a2-7a7e8ce5e49c_2200x1980.png 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><h2>La perdita di quello che si &#232; studiato</h2><p>L&#8217;argomento pi&#249; citato a favore di un&#8217;estate pi&#249; corta &#232; la perdita di apprendimento estiva, in inglese <em>summer learning loss</em>. L&#8217;idea alla base &#232; che dopo tre mesi lontani dalla scuola gli studenti dimenticano una parte di ci&#242; che avevano imparato. La misura pi&#249; nota viene da una <a href="https://doi.org/10.3102/00346543066003227">meta-analisi</a> del 1996; in media, ogni estate i ragazzi tornano in classe avendo perso l&#8217;equivalente di circa un mese di scuola, con un calo pi&#249; netto in matematica che in lettura. I dati pi&#249; recenti, basati su <a href="https://doi.org/10.3102/0002831220937285">oltre duecento milioni di test</a> statunitensi, confermano l&#8217;ordine di grandezza, perch&#233; ogni estate lo studente medio perde tra un quarto e un terzo dei progressi fatti in matematica durante l&#8217;anno.</p><p>A lungo a questo dato se n&#8217;&#232; aggiunto un altro, pi&#249; politico, secondo cui l&#8217;estate sarebbe uno dei grandi motori della disuguaglianza scolastica. Durante l&#8217;anno i figli delle famiglie povere e quelli delle famiglie agiate imparavano a ritmi simili. D&#8217;estate i primi si fermavano mentre i secondi continuavano grazie a libri, viaggi e campi. &#200; la metafora del rubinetto, ricavata negli anni Ottanta da uno <a href="https://doi.org/10.1177/000312240707200202">studio</a> su 790 bambini di Baltimora. Questa &#232; stata la versione dominante per vent&#8217;anni, ma negli ultimi quindici dati migliori l&#8217;hanno smontata. La perdita <a href="https://www.brookings.edu/articles/is-summer-learning-loss-real-and-does-it-widen-test-score-gaps-by-family-income/">dipende moltissimo</a> da quale test si usa, al punto che a seconda del metodo le stime passano da valori trascurabili a valori allarmanti. Lo stesso Paul von Hippel, tra i primi a documentare l&#8217;allargamento estivo del divario, ha <a href="https://www.educationnext.org/is-summer-learning-loss-real-how-i-lost-faith-education-research-results/">ritrattato</a> la tesi pi&#249; forte. Con misure pi&#249; solide il distacco tra ricchi e poveri si forma quasi tutto prima dell&#8217;ingresso a scuola e da l&#236; resta stabile, estati comprese.</p><p>Il punto a cui &#232; arrivata la ricerca &#232; pi&#249; sfumato. La perdita media esiste e si vede su quasi tutti i test, ma pesa sulle disuguaglianze molto meno di quanto si pensava. Cambiare la forma del calendario, da solo, non la riduce. Negli esperimenti in cui lo stesso numero di giorni viene ridistribuito sull&#8217;anno, con un&#8217;estate pi&#249; corta e pi&#249; pause negli altri mesi, i risultati medi non migliorano. A fare la differenza &#232; il contenuto dell&#8217;estate, non la sua lunghezza.</p><p>Funzionano semmai le attivit&#224; per i ragazzi pi&#249; a rischio, dai <a href="https://doi.org/10.3102/00346543221105543">programmi intensivi</a> di recupero fino a misure semplici come regalare libri da leggere in vacanza, una spesa di pochi euro che aiuta i bambini delle famiglie a basso reddito. La prova italiana pi&#249; solida lo conferma. <a href="https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/progetti/arcipelago-educativo">Arcipelago Educativo</a>, un programma di Save the Children e Fondazione Agnelli, offre agli studenti pi&#249; fragili alcune settimane di scuola estiva gratuita. L&#8217;edizione del 2022, valutata in modo indipendente dall&#8217;IRVAPP della Fondazione Bruno Kessler, ha messo a confronto i ragazzi che avevano seguito il programma con quelli rimasti all&#8217;estate normale. I secondi, alla riapertura, avevano perso terreno in tutte le materie. I primi, dopo cento ore di attivit&#224;, erano cresciuti dell&#8217;equivalente di due mesi di scuola in matematica e di tre mesi e mezzo in italiano.</p><p>Contro la perdita di apprendimento, insomma, la leva &#232; riempire l&#8217;estate, non accorciarla. Per capire perch&#233; conviene comunque accorciarla bisogna guardare altrove, a chi resta a casa quando la scuola chiude e a chi quella casa la deve reggere mentre lavora.</p><h2>Il vero costo dell&#8217;estate lunga</h2><p>Tre mesi senza scuola sono tre mesi che le famiglie devono coprire da sole. Per chi pu&#242; permetterselo la soluzione &#232; il centro estivo, che per&#242; costa molto. Secondo i dati di <a href="https://federconsumatori.it/centri-estivi-ancora-troppo-cari-74400-euro-al-mese-a-figlio-nelle-strutture-private-39600-euro-in-quelle-pubbliche/">Federconsumatori</a>, nel 2025 un mese a tempo pieno arriva a 744 euro a figlio nelle strutture private e a 396 euro in quelle pubbliche. Una famiglia con due figli che deve coprire anche solo otto o dieci settimane pu&#242; arrivare a spendere tra i 1.500 e i 3.000 euro, una cifra fuori portata per chi ha redditi bassi. Il peso &#232; maggiore proprio dove i redditi sono pi&#249; bassi, perch&#233; al Sud i centri estivi pubblici sono meno diffusi e le famiglie restano pi&#249; spesso senza alternative.</p><p>Quando la scuola chiude, qualcuno in famiglia deve farsi carico dei figli, quasi sempre la madre. Diverse ricerche mostrano che nei mesi estivi l&#8217;occupazione femminile cala, un <a href="https://siepr.stanford.edu/publications/policy-brief/schools-out-summer-breaks-tied-women-leaving-work">effetto documentato</a> negli Stati Uniti e ritrovato in Europa. Uno <a href="https://academic.oup.com/economicpolicy/article/39/120/817/7708399">studio</a> sul Cile ha mostrato che orari scolastici pi&#249; lunghi migliorano la qualit&#224; del lavoro delle madri e riducono la probabilit&#224; che accettino impieghi precari o a tempo parziale sub&#236;to. In Italia il problema parte da pi&#249; lontano, perch&#233; il tasso di occupazione femminile &#232; <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/edn-20260303-1">il pi&#249; basso</a> dell&#8217;Unione europea, intorno al 57 per cento tra i 20 e i 64 anni contro una media del 71 per cento.</p><p>&#200; evidente come l&#8217;estate lunga non pesi su tutti allo stesso modo. Chi ha redditi alti paga centri estivi, vacanze e attivit&#224;, chi non li ha lascia i figli a casa. La disuguaglianza che la scuola estiva non spiega pi&#249; sul piano dei voti riemerge qui, sul piano del tempo e delle risorse. &#200; questa, pi&#249; della perdita di apprendimento, la ragione per accorciare l&#8217;estate.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!igM3!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F81463059-2bfb-424f-a4cc-585f697b8872_1980x1980.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!igM3!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F81463059-2bfb-424f-a4cc-585f697b8872_1980x1980.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><h2>Il caldo non &#232; una buona scusa</h2><p>Accorciare l&#8217;estate vuol dire tenere le aule aperte in settimane pi&#249; calde, a fine giugno o a fine agosto. Qui l&#8217;ostacolo diventa concreto. In quei mesi nelle aule italiane si superano i 30 gradi e le scuole non sono attrezzate. Secondo gli <a href="https://www.tecnicadellascuola.it/allerta-caldo-il-90-delle-scuole-in-sofferenza-pochissime-hanno-i-condizionatori-nelle-aule-per-installarli-i-costi-non-sarebbero-proibitivi">open data</a> del Ministero dell&#8217;Istruzione, su oltre 61 mila edifici scolastici appena il 6,5 per cento ha i condizionatori e per il resto la refrigerazione non &#232; garantita.</p><p>Climatizzare le aule costerebbe per&#242; poco. I locali da raffrescare sono stimati intorno ai 360 mila e, a 500 o 600 euro a macchina, la spesa iniziale si aggira tra i 180 e i 210 milioni di euro. Anche raddoppiando la stima, per gli impianti pi&#249; complessi e la manutenzione, si resta intorno ai 400 milioni, una frazione quasi invisibile dentro una spesa pubblica che supera i mille miliardi l&#8217;anno. Il caldo, del resto, non &#232; un problema solo italiano. Altrove non &#232; bastato a giustificare tre mesi di chiusura.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>In conclusione</h2><p>Il calendario italiano non &#232; il segno di una scuola che lavora poco, ma di una scuola che concentra tutto il riposo in un solo momento dell&#8217;anno. &#200; questa concentrazione, pi&#249; della quantit&#224; di vacanza, a creare problemi. Tre mesi di fila sono difficili da coprire per chi lavora e lunghi da attraversare per chi a casa non trova n&#233; libri n&#233; attivit&#224;.</p><p>I due problemi che l&#8217;estate lunga porta con s&#233; chiedono strumenti diversi. Contro la perdita di apprendimento la strada &#232; riempire l&#8217;estate con i programmi mirati che funzionano per i ragazzi pi&#249; fragili. Contro il costo che ricade sulle famiglie e contro il tempo vuoto la strada &#232; accorciarla, spostando qualche settimana verso l&#8217;autunno e l&#8217;inverno come fanno Francia, Germania e Danimarca. Aver confuso le due cose e aver chiesto all&#8217;estate corta di alzare i voti ha bloccato la discussione per vent&#8217;anni.</p><p>Resta l&#8217;obiezione del caldo, l&#8217;unica davvero concreta. Ma raffrescare le aule costa una frazione minima del bilancio dello Stato, mentre tenere i ragazzi a casa per tre mesi &#232; un modo molto pi&#249; caro per non affrontare il problema. La lunghezza dell&#8217;estate italiana &#232; una scelta. E come ogni scelta, pu&#242; essere cambiata.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Perché la democrazia si regge sulla crescita]]></title><description><![CDATA[La crescita non &#232; una torta di dimensioni fisse da spartire. &#200; la condizione che tiene in piedi pensioni, conti pubblici e fiducia nelle istituzioni.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/perche-la-democrazia-si-regge-sulla</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/perche-la-democrazia-si-regge-sulla</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Mon, 08 Jun 2026 08:00:44 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!q_8s!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F4dd627b4-dc70-4cfe-a89e-c9e235f4bcda_1220x738.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Questo &#232; il secondo approfondimento di CrescitaZero, la serie di articoli scritti insieme a Elia Bidut per capire cos&#8217;&#232; successo alla crescita italiana. <a href="https://www.lorenzoruffino.it/t/crescitazero">Qui trovi gli altri articoli</a>. </em></p><p style="text-align: justify;">Nel dibattito pubblico la ricchezza viene spesso descritta come una torta. Ogni fetta della torta consente di soddisfare una necessit&#224;: scuola, pensioni, sanit&#224;, sussidi. Spesso in questi discorsi, la dimensione della torta &#232; fissa.. Se una fetta si allarga, un&#8217;altra deve restringersi e il compito della politica sarebbe soltanto decidere come distribuire le porzioni. &#200; un&#8217;immagine intuitiva e per questo molto diffusa. &#200; anche profondamente sbagliata, perch&#233; la torta non ha dimensioni date una volta per tutte. Pu&#242; crescere e quando cresce le fette aumentano per tutti. Oppure diminuire, nel momento in cui un Paese entra in crisi.</p><p style="text-align: justify;">Per gran parte della storia umana, per&#242;, la torta &#232; stata davvero quasi fissa. Uno<a href="https://www.nber.org/papers/w28623"> studio</a> recente ha ricostruito la produttivit&#224; dell&#8217;Inghilterra dal 1250 in poi e ha trovato che per oltre tre secoli, fino al 1600, non crebbe quasi per nulla. Solo dopo cominci&#242; a salire, prima intorno al 2 per cento per decennio, poi fino al 5 per cento per decennio nella prima met&#224; dell&#8217;Ottocento. Prima di allora ogni miglioramento veniva riassorbito dall&#8217;aumento della popolazione, in quella che gli economisti chiamano trappola malthusiana, dal nome di Thomas Robert Malthus. Si produceva un po&#8217; di pi&#249;, ma essendo anche in pi&#249; si tornava al punto di partenza.</p><p style="text-align: justify;">Quel mondo quasi fermo era anche, sul piano sociale, un gioco a somma zero. Adrian Wooldridge, nel libro <em>The Revolutionary Center</em>, descrive le societ&#224; pre-liberali come ostinatamente votate alla stasi: in assenza di crescita della produttivit&#224;, ci&#242; che uno guadagnava un altro lo perdeva. La famiglia e il lignaggio contavano pi&#249; dell&#8217;individuo, ridotto a pedina al servizio della perpetuazione della stirpe, e la morale aristocratica non chiedeva realizzazione personale ma adempimento del ruolo assegnato dalla nascita. Era un mondo di &#8220;certezze collettive&#8221;, in cui il merito del singolo contava poco.</p><p style="text-align: justify;">La crescita economica moderna ha rotto quel duplice vincolo, materiale e sociale. Poter aumentare stabilmente il reddito di ciascuno, non solo la produzione complessiva, &#232; una conquista recente e non lo stato naturale delle cose. &#200; ci&#242; che ha permesso a centinaia di milioni di persone di uscire dalla povert&#224; nel giro di poche generazioni. Rinunciare alla crescita, perci&#242;, non &#232; una scelta neutra. Le sue conseguenze si vedono sulla povert&#224;, sulle promesse che una societ&#224; si scambia al suo interno e sulla tenuta della democrazia.</p><div class="digest-post-embed" data-attrs="{&quot;nodeId&quot;:&quot;e6f9dd16-887b-4276-bb2c-8fde998fe9c2&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;Questo &#232; il primo approfondimento di CrescitaZero, la serie di articoli scritti insieme a Elia Bidut per capire cos&#8217;&#232; successo alla crescita italiana. Qui trovi il manifesto.&quot;,&quot;cta&quot;:null,&quot;showBylines&quot;:true,&quot;showDescription&quot;:true,&quot;showImage&quot;:true,&quot;size&quot;:&quot;sm&quot;,&quot;isEditorNode&quot;:true,&quot;title&quot;:&quot;Perch&#233; l&#8217;Italia &#232; ferma da trent&#8217;anni&quot;,&quot;publishedBylines&quot;:[{&quot;id&quot;:239558331,&quot;name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;bio&quot;:&quot;Mi occupo di dati, analizzandoli, cercando di trovarci cose interessanti e visualizzandoli nel miglior modo possibile. &quot;,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!d80e!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe39f2ad9-7ad2-441a-ad7e-8fc5f4174335_2048x2048.jpeg&quot;,&quot;is_guest&quot;:false,&quot;bestseller_tier&quot;:null},{&quot;id&quot;:11224936,&quot;name&quot;:&quot;Elia Bidut&quot;,&quot;bio&quot;:&quot;Questions and thoughts around tech, politics, innovation. Growth in Stema. Fellow Tortuga think tank. 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Se la torta non cresce, la decisione chiave riguarda la dimensione e il numero delle fette. Chi ha pi&#249; potere decisionale ha la possibilit&#224; quindi di essere avvantaggiato a scapito degli altri. Quando un&#8217;economia cresce invece, i benefici non si concentrano solo tra i pi&#249; ricchi.. Uno<a href="https://link.springer.com/article/10.1023/A:1020139631000"> studio</a> della Banca Mondiale intitolato &#8220;<em>Growth Is Good for the Poor</em>&#8221; ha analizzato ottanta Paesi tra  il 1960 e il 2000 e ha trovato che il reddito del quinto pi&#249; povero della popolazione cresceva in media nella stessa proporzione del reddito medio. La crescita aggregata, in altre parole, si trasmetteva quasi per intero anche a chi stava peggio. Redistribuire senza crescere significa spostare porzioni di una torta che resta uguale, mentre crescere aumenta la quantit&#224; totale a disposizione.</p><p style="text-align: justify;">I Paesi che sono cresciuti pi&#249; rapidamente, dalla Cina all&#8217;India al Vietnam, sono anche quelli che hanno tolto dalla povert&#224; assoluta il maggior numero di persone nella storia, mentre dove la crescita &#232; mancata la povert&#224; &#232; rimasta. Rinunciare alla crescita significa, nei fatti, rinunciare allo strumento che pi&#249; di ogni altro ha migliorato le condizioni materiali di chi parte svantaggiato.</p><p style="text-align: justify;">La distribuzione, certo, conta. La redistribuzione resta uno strumento legittimo e spesso necessario per correggere disuguaglianze eccessive e una crescita che lascia indietro interi gruppi pu&#242; alimentare essa stessa risentimento e chiusura. Il punto &#232; un altro: redistribuzione e crescita non sono alternative tra cui scegliere, ma la crescita &#232; la condizione che rende possibile la prima. Si possono spartire diversamente le porzioni di una torta ferma, ma se la torta non cresce ogni guadagno per qualcuno &#232; una perdita per qualcun altro, e la politica torna a essere quel gioco a somma zero in cui ci si contende risorse che non aumentano. Una societ&#224; che decide di non crescere non sta scegliendo pi&#249; equit&#224;, sta scegliendo di tenere ferme dove sono le persone che stanno peggio.</p><p style="text-align: justify;">L&#8217;obiezione pi&#249; comune &#232; che un mondo a risorse finite non possa crescere all&#8217;infinito. Le risorse naturali sono effettivamente limitate, ma il progresso tecnologico cambia di continuo il modo in cui le usiamo. Una parte importante della crescita consiste proprio nel produrre di pi&#249; consumando meno e i limiti che percepiamo come invalicabili sono quasi sempre quelli della tecnologia di oggi, non quelli del mondo. La robotica e l&#8217;intelligenza artificiale sono soltanto l&#8217;esempio pi&#249; recente di una frontiera che si sposta e allarga lo spazio del possibile.</p><h2 style="text-align: justify;"><strong>Le promesse che si reggono sulla crescita</strong></h2><p style="text-align: justify;">La crescita &#232; quindi il collante di un sistema di promesse che una societ&#224; si scambia al proprio interno: tra generazioni, con il patto sulle pensioni; tra cittadini e Stato, con le tasse in cambio di servizi e di un debito gestibile; tra chi resta e chi potrebbe partire, perch&#233; restare conviene se ci sono opportunit&#224;. Quando la crescita si ferma, le premesse su cui questi patti poggiano si incrinano..</p><p style="text-align: justify;">Tutte queste promesse hanno una cosa in comune: sono scommesse sul futuro. Un lavoratore versa i contributi pensionistici oggi confidando che qualcuno nel futuro pagher&#224; la sua pensione domani. Un giovane decide di restare in Italia oggi confidando che il Paese gli offrir&#224; opportunit&#224; lavorative e di vita negli anni a venire.. La crescita &#232; ci&#242; che rende credibili queste scommesse, perch&#233; un&#8217;economia che si allarga pu&#242; onorare impegni pi&#249; grandi di quelli presi quando li ha assunti. Dove la crescita manca, ogni promessa diventa pi&#249; difficile da mantenere e chi dovrebbe fidarsi comincia a dubitare.</p><p style="text-align: justify;">Il sistema pensionistico italiano funziona a ripartizione. Significa che i contributi versati oggi dai lavoratori non vengono accantonati per le loro pensioni future, ma pagano subito le pensioni di chi ha gi&#224; smesso di lavorare. Il sistema regge finch&#233; i salari crescono e la popolazione in et&#224; lavorativa non si riduce, perch&#233; in quel caso i contributi raccolti bastano a pagare pensioni dignitose. Quando le due condizioni vengono meno insieme, come sta accadendo ora, il patto comincia a scricchiolare.</p><p style="text-align: justify;">L&#8217;Italia ha uno dei tassi di fecondit&#224; pi&#249; bassi al mondo, con 1,18 figli per donna nel 2024 contro i 2,1 necessari a mantenere stabile la popolazione. Secondo le <a href="https://demo.istat.it/app/?i=PPR&amp;l=it">proiezioni</a> dell&#8217;Istat la popolazione in et&#224; lavorativa si ridurr&#224; di quasi il 30 per cento entro il 2050, mentre la quota di anziani continuer&#224; a salire. Sempre meno lavoratori dovranno sostenere sempre pi&#249; pensionati, e questo accade proprio mentre la crescita, che potrebbe compensare il calo dei contribuenti con salari pi&#249; alti, &#232; ferma.</p><p style="text-align: justify;">La spesa pensionistica italiana vale circa il 16 per cento del prodotto interno lordo, una delle quote pi&#249; alte al mondo. Le<a href="https://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Attivit--i/Spesa-soci/Attivita_di_previsione_RGS/2024/Ltdmlpdspess-2024.pdf"> proiezioni</a> ufficiali della Ragioneria Generale dello Stato indicano un picco intorno al 17 per cento del PIL nel 2040, seguito da una lenta discesa. Quella discesa, per&#242;, si regge su un&#8217;ipotesi di crescita della produttivit&#224; di circa l&#8217;1 per cento all&#8217;anno, quasi dieci volte il ritmo dell&#8217;ultimo decennio, vicino allo 0,1 per cento. Se la produttivit&#224; resta dov&#8217;&#232; lo scenario rassicurante non si realizza. Le pensioni di domani dipendono dalla crescita di oggi.</p><p style="text-align: justify;">La promessa tra cittadini e Stato riposa invece sul debito pubblico e funziona come il mutuo di una famiglia. Se il reddito della famiglia cresce pi&#249; in fretta del tasso di interesse pagato, il peso del mutuo si alleggerisce da solo con il passare degli anni. Ci sono pi&#249; soldi ogni anno per pagare una rata che &#232; fissa in valore. Se il reddito smette di crescere mentre gli interessi corrono, lo stesso debito diventa ogni anno pi&#249; pesante, anche senza prendere a prestito un euro in pi&#249;. Per uno Stato il ragionamento &#232; analogo. L&#8217;Italia ha un debito pubblico vicino al 137 per cento del PIL e, quando il tasso di interesse che lo Stato paga supera il ritmo di crescita dell&#8217;economia, il rapporto tra debito e PIL aumenta da s&#233;. Per stabilizzarlo lo Stato deve incassare stabilmente pi&#249; di quanto spende, e il Fondo Monetario Internazionale ha<a href="https://www.imf.org/en/news/articles/2025/07/21/pr-25258-italy-imf-executive-board-concludes-2025-article-iv-consultation"> stimato</a> che servirebbe un avanzo primario di circa il 3 per cento del PIL per riportare il debito su un sentiero discendente.</p><p style="text-align: justify;">Le sole politiche pro-crescita non bastano a stabilizzare il debito. Un&#8217;<a href="https://tobin.yale.edu/research/pro-growth-policies-alone-cant-stabilize-federal-debt">analisi</a> del Tobin Center dell&#8217;Universit&#224; di Yale ha mostrato, per gli Stati Uniti, che servono comunque scelte di bilancio, perch&#233; nessun tasso di crescita realistico cancella da solo un disavanzo strutturale. La crescita pu&#242; per&#242; rendere quell&#8217;aggiustamento molto meno doloroso, perch&#233; un&#8217;economia che si allarga sopporta lo stesso debito con minori sacrifici. Non rende inutile la disciplina dei conti, ma la rende sostenibile.</p><p style="text-align: justify;">Nel 2024 hanno<a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/migrazioni-interne-e-internazionali-della-popolazione-residente-anni-2023-2024/"> lasciato l&#8217;Italia</a> 156 mila cittadini italiani, un terzo dei quali tra i venticinque e i trentaquattro anni, a fronte di appena 53 mila rientri. &#200; la terza promessa che si rompe, quella tra chi resta e chi potrebbe andarsene. La Fondazione Nord Est ha<a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2024/10/23/in-13-anni-emigrati-550mila-giovani-meta-sono-laureati_93414bbc-b62f-481c-9f69-66480fe6d3fb.html"> calcolato</a> che tra il 2011 e il 2023 sono emigrati circa 550 mila giovani, un capitale umano valutato in 134 miliardi di euro di formazione pagata dallo Stato e dalle famiglie per persone che produrranno ricchezza altrove.</p><p style="text-align: justify;">Un aumento significativo dell&#8217;emigrazione fa calare di quasi il 5 per cento la nascita di nuove imprese nel territorio di origine. Lo ha mostrato uno<a href="https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257/app.20210194"> studio</a> su dati italiani pubblicato nel 2023, secondo cui solo un terzo di questo effetto &#232; meccanico. Il resto dipende dal fatto che a partire sono le persone pi&#249; intraprendenti, quelle con pi&#249; probabilit&#224; di avviare un&#8217;attivit&#224;. Si crea allora un circolo vizioso, in cui meno opportunit&#224; spingono i giovani ad andarsene, mentre la loro partenza riduce ulteriormente le opportunit&#224; per chi resta.</p><p style="text-align: justify;">Dietro queste partenze c&#8217;&#232; soprattutto il divario nelle retribuzioni, che a sua volta dipende dalla produttivit&#224;. &#200; il legame tra produttivit&#224; e salari, il motivo per cui in Italia le buste paga sono ferme da trent&#8217;anni, che racconteremo nel prossimo episodio fra due settimane.</p><div id="datawrapper-iframe" class="datawrapper-wrap outer" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://datawrapper.dwcdn.net/u1vDd/1/&quot;,&quot;thumbnail_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/4dd627b4-dc70-4cfe-a89e-c9e235f4bcda_1220x738.png&quot;,&quot;thumbnail_url_full&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/811d0b3c-1ebd-4948-9924-15b47b9d6a72_1220x862.png&quot;,&quot;height&quot;:423,&quot;title&quot;:&quot;L'emigrazione verso l'estero sta crescendo&quot;,&quot;description&quot;:&quot;Numero di espatri dall'Italia verso l'estero, 1990-2025&quot;}" data-component-name="DatawrapperToDOM"><iframe id="iframe-datawrapper" class="datawrapper-iframe" src="https://datawrapper.dwcdn.net/u1vDd/1/" width="730" height="423" frameborder="0" scrolling="no"></iframe><script type="text/javascript">!function(){"use strict";window.addEventListener("message",(function(e){if(void 0!==e.data["datawrapper-height"]){var t=document.querySelectorAll("iframe");for(var a in e.data["datawrapper-height"])for(var r=0;r<t.length;r++){if(t[r].contentWindow===e.source)t[r].style.height=e.data["datawrapper-height"][a]+"px"}}}))}();</script></div><h2 style="text-align: justify;"><strong>Una democrazia che funziona ha bisogno di crescita</strong></h2><p style="text-align: justify;">Nel 2005 l&#8217;economista di Harvard Benjamin Friedman si pose una domanda semplice: che cosa succede a una democrazia quando i redditi smettono di crescere? La sua risposta, costruita su due secoli di storia, fu che la crescita dei redditi alimenta tolleranza, mobilit&#224; sociale, apertura verso gli altri e fiducia nelle istituzioni. Quando la crescita si ferma, anche in societ&#224; gi&#224; ricche, il movimento si inverte, la politica cerca capri espiatori, la competizione tra gruppi diventa pi&#249; aspra e le persone smettono di cooperare.</p><p style="text-align: justify;">Non conta tanto il livello assoluto di ricchezza quanto la sua direzione. Un paese pu&#242; essere ricco e scivolare comunque nella sfiducia e nel conflitto se i redditi ristagnano a lungo. L&#8217;Italia, ricca in termini assoluti ma quasi ferma da trent&#8217;anni, &#232; uno dei casi pi&#249; adatti a verificare questa tesi. I sintomi descritti da Friedman, dall&#8217;instabilit&#224; politica alla fiducia nelle istituzioni ai minimi, sono tutti presenti.</p><p style="text-align: justify;">Uno<a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0014292116300587"> studio</a> su venti economie avanzate e oltre ottocento elezioni dal 1870 a oggi ha documentato che nei cinque anni successivi a una crisi finanziaria i partiti di estrema destra guadagnano in media il 30 per cento dei voti. Non accade dopo una recessione qualsiasi, ma solo dopo le crisi vissute come un fallimento del sistema, quando i cittadini sentono che le istituzioni non li hanno protetti.</p><p style="text-align: justify;">Chi ha vissuto pi&#249; crescita nel corso della propria vita tende a fidarsi di pi&#249; del proprio governo, con effetti pi&#249; marcati nelle democrazie. Lo ha mostrato una<a href="https://academic.oup.com/qje/advance-article/doi/10.1093/qje/qjaf056/8424246"> ricerca</a> pubblicata sul Quarterly Journal of Economics, basata su 3,3 milioni di persone in 166 paesi, che individua tra le democrazie avanzate a bassa crescita e bassa fiducia nelle istituzioni proprio Italia, Spagna, Grecia e Giappone. Se ne ricava un circolo vizioso, in cui la bassa crescita erode la fiducia delle persone nello Stato, mentre una societ&#224; che non si fida fatica ad accettare proprio le scelte che servirebbero a tornare a crescere.</p><p style="text-align: justify;">Un&#8217;<a href="https://www.oecd.org/en/publications/oecd-survey-on-drivers-of-trust-in-public-institutions-2024-results_9a20554b-en.html">indagine</a> dell&#8217;OCSE del 2024 su quasi 60 mila persone in trenta Paesi ha rilevato che il 44 per cento dei cittadini ha poca o nessuna fiducia nel proprio governo e che a pesare pi&#249; dell&#8217;et&#224; o dell&#8217;istruzione &#232; la percezione di insicurezza economica. Chi si sente vulnerabile sul piano economico si fida meno delle istituzioni ed &#232; pi&#249; disponibile ad accogliere la proposta politica di chi promette soluzioni semplici.</p><p style="text-align: justify;">In Italia l&#8217;insicurezza economica alimenta la domanda di populismo in due modi, come ha mostrato uno <a href="https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/ecca.12513">studio</a> del 2024. Da un lato in modo diretto, attraverso la paura di perdere reddito e posizione sociale. Dall&#8217;altro in modo indiretto, erodendo la fiducia nei partiti tradizionali. Un&#8217;altra <a href="https://academic.oup.com/ej/article-abstract/133/653/1677/7017829">ricerca</a> ha calcolato che l&#8217;ascesa dei partiti populisti in Italia tra il 2013 e il 2019 ebbe effetti misurabili sui mercati, facendo salire lo spread sui titoli di Stato e innescando un ulteriore legame negativo tra rischio politico e danno economico.</p><p style="text-align: justify;">Demografia, pensioni, partenza dei giovani, debito pubblico e fiducia nelle istituzioni non sono cinque problemi separati con cinque soluzioni separate. Sono lo stesso problema osservato da angolazioni diverse. La crescita &#232; la variabile che li tiene insieme e una torta che non cresce non costringe soltanto a litigare su porzioni pi&#249; piccole. Logora il patto che tiene unita una societ&#224;.</p><p style="text-align: justify;">Tornare a crescere non &#232; impossibile e non dipende dalla fortuna. Dipende da scelte precise: aumentare la produttivit&#224;, investire in capitale fisico e in conoscenza, valorizzare e trattenere le competenze, lasciare che le risorse si spostino verso le imprese che le usano meglio, ridurre rendite e protezioni che difendono l&#8217;esistente a scapito di chi prova a entrare. Sono scelte scomode, ma sono le stesse che hanno permesso ad altri paesi europei, partiti anche da posizioni pi&#249; arretrate, di crescere pi&#249; dell&#8217;Italia.</p><p style="text-align: justify;">Chi propone di smettere di crescere immagina spesso di poter congelare il mondo a come &#232; oggi, conservando i livelli di benessere raggiunti. Ma un mondo fermo non resta fermo. Non esiste una versione stabile della stagnazione e questa, pi&#249; di ogni slogan, &#232; la ragione per cui crescere conviene a tutti.</p><div class="digest-post-embed" data-attrs="{&quot;nodeId&quot;:&quot;e2d144da-df1c-4ebe-bcbf-75ede9142ef1&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;La crescita economica in Italia si &#232; fermata. Non &#232; cosa di ieri, ma di almeno trent&#8217;anni di scelte rimandate, mentre gli altri Paesi, seppur con qualche difficolt&#224;, hanno trovato il modo di superarci,. Periodi di espansione ci sono stati, ma sono stati spesso reazioni a contrazioni precedenti come la Grande Recessione del 2008, la crisi dei debiti sovr&#8230;&quot;,&quot;cta&quot;:null,&quot;showBylines&quot;:true,&quot;showDescription&quot;:true,&quot;showImage&quot;:true,&quot;size&quot;:&quot;sm&quot;,&quot;isEditorNode&quot;:true,&quot;title&quot;:&quot;Capire trent'anni senza crescita&quot;,&quot;publishedBylines&quot;:[{&quot;id&quot;:239558331,&quot;name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;bio&quot;:&quot;Mi occupo di dati, analizzandoli, cercando di trovarci cose interessanti e visualizzandoli nel miglior modo possibile. &quot;,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!d80e!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fe39f2ad9-7ad2-441a-ad7e-8fc5f4174335_2048x2048.jpeg&quot;,&quot;is_guest&quot;:false,&quot;bestseller_tier&quot;:null},{&quot;id&quot;:11224936,&quot;name&quot;:&quot;Elia Bidut&quot;,&quot;bio&quot;:&quot;Questions and thoughts around tech, politics, innovation. Growth in Stema. Fellow Tortuga think tank. Runner and trail runner.&quot;,&quot;photo_url&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/34271320-974c-41d0-979b-3befb29093c2_4284x4284.jpeg&quot;,&quot;is_guest&quot;:true,&quot;bestseller_tier&quot;:null,&quot;primaryPublicationSubscribeUrl&quot;:&quot;https://lavoroinfatti.substack.com/subscribe?&quot;,&quot;primaryPublicationUrl&quot;:&quot;https://lavoroinfatti.substack.com&quot;,&quot;primaryPublicationName&quot;:&quot;InFatti &quot;,&quot;primaryPublicationId&quot;:7529056}],&quot;post_date&quot;:&quot;2026-05-18T08:02:15.698Z&quot;,&quot;cover_image&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!HmIm!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F84346aec-6141-4309-a753-1d71c98aca5f_1220x1614.png&quot;,&quot;cover_image_alt&quot;:null,&quot;canonical_url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/p/capire-trentanni-senza-crescita&quot;,&quot;section_name&quot;:null,&quot;video_upload_id&quot;:null,&quot;id&quot;:197969534,&quot;type&quot;:&quot;newsletter&quot;,&quot;reaction_count&quot;:51,&quot;comment_count&quot;:1,&quot;publication_id&quot;:3042042,&quot;publication_name&quot;:&quot;Lorenzo Ruffino&quot;,&quot;publication_logo_url&quot;:&quot;https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!lbv0!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F240148b9-726e-47ef-a28f-e491b02deac2_856x856.png&quot;,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;youtube_url&quot;:null,&quot;show_links&quot;:null,&quot;feed_url&quot;:null}"></div><p style="text-align: justify;"><em>Nel prossimo episodio di CrescitaZero, fra due settimane, vedremo perch&#233; in Italia la busta paga dipende dalla produttivit&#224; e perch&#233; i salari sono tra i pochi in Europa a non essere cresciuti negli ultimi trent&#8217;anni.</em></p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Che fine ha fatto l’industria italiana]]></title><description><![CDATA[La produzione industriale &#232; quasi un quarto sotto i livelli del 2007. L&#8217;Italia &#232; l&#8217;unico grande paese europeo che non &#232; tornato neanche ai valori di inizio millennio.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/industria-manifattura-italia-crisi</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/industria-manifattura-italia-crisi</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Thu, 04 Jun 2026 08:01:33 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!qQIz!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F94a3ee50-d795-4a07-9aab-2e6258dd2eb4_2200x1694.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>La produzione industriale italiana nel 2025 resta sotto i livelli sia del 2000 sia del 2007. Posto uguale a 100 il livello del 2000, l&#8217;indice elaborato dall&#8217;<a href="https://esploradati.istat.it/">Istat</a> che misura la quantit&#224; fisica di beni che escono dalle fabbriche, valeva 101 al picco del 2007 ed &#232; sceso a 77 nel 2025. Le fabbriche italiane producono oggi il 23 per cento di beni in meno rispetto al 2000.</p><p>La discesa &#232; avvenuta a gradini: una prima caduta con la crisi finanziaria del 2008 e una seconda con la crisi dei debiti sovrani europei del 2011-2013, nessuna delle due mai recuperata. Dopo il rimbalzo seguito alla pandemia la produzione &#232; tornata a calare per tre anni di fila, dal 2023 al 2025. Fra le grandi economie europee l&#8217;Italia &#232; quella con il peggiore dato. </p><p>Raccontare l&#8217;industria italiana solo come un declino sarebbe per&#242; fuorviante. Mentre la quantit&#224; fisica di beni prodotti scendeva di un quarto, il valore creato da quei beni scendeva molto meno, le esportazioni crescevano e l&#8217;attivo commerciale restava tra i pi&#249; alti d&#8217;Europa. La domanda, quindi, non &#232; tanto se l&#8217;Italia abbia ancora un&#8217;industria, ma perch&#233; quell&#8217;industria ha smesso di crescere.</p><h2>Vent&#8217;anni di produzione in calo</h2><p>Il punto pi&#249; alto l&#8217;industria italiana negli ultimi ventisei anni lo ha toccato nel 2007, con l&#8217;indice a 101. In quei sette anni la produzione era cresciuta solo dell&#8217;1,3 per cento, una sostanziale stagnazione. La crisi finanziaria del 2008 e quella dei debiti sovrani del 2011-2013 hanno poi trasformato la stagnazione in un calo, portando l&#8217;indice a 78 nel giro di sei anni, prima che la pandemia lo spingesse al minimo di 73 nel 2020.</p><p>Con il 2000 sempre posto uguale a 100, nel 2025 l&#8217;indice di produzione industriale vale 77 in Italia, 92 in Francia, 108 in Germania e 115 nella media dell&#8217;Unione europea (dati <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/sts_inpr_a/default/table">Eurostat</a>). L&#8217;Italia tra le grandi economie &#232; quella a livello industriale pi&#249; in difficolt&#224;. La Germania, in crisi dal 2018, resta sopra di circa l&#8217;8 per cento e la media europea &#232; cresciuta del 15 per cento. Perfino la Francia, spesso citata come caso di deindustrializzazione, ha fatto meglio dell&#8217;Italia.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!v-FC!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0d9a4add-e0ea-4ee2-bb7e-248874f1a70f_2200x1694.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!v-FC!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0d9a4add-e0ea-4ee2-bb7e-248874f1a70f_2200x1694.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!v-FC!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0d9a4add-e0ea-4ee2-bb7e-248874f1a70f_2200x1694.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!v-FC!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0d9a4add-e0ea-4ee2-bb7e-248874f1a70f_2200x1694.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!v-FC!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0d9a4add-e0ea-4ee2-bb7e-248874f1a70f_2200x1694.png 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!v-FC!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0d9a4add-e0ea-4ee2-bb7e-248874f1a70f_2200x1694.png" width="1456" height="1121" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/0d9a4add-e0ea-4ee2-bb7e-248874f1a70f_2200x1694.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1121,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:299309,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:false,&quot;topImage&quot;:true,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/i/198408932?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0d9a4add-e0ea-4ee2-bb7e-248874f1a70f_2200x1694.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!v-FC!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0d9a4add-e0ea-4ee2-bb7e-248874f1a70f_2200x1694.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!v-FC!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0d9a4add-e0ea-4ee2-bb7e-248874f1a70f_2200x1694.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!v-FC!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0d9a4add-e0ea-4ee2-bb7e-248874f1a70f_2200x1694.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!v-FC!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F0d9a4add-e0ea-4ee2-bb7e-248874f1a70f_2200x1694.png 1456w" sizes="100vw" fetchpriority="high"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>I beni intermedi, cio&#232; i semilavorati e la componentistica che un&#8217;impresa vende a un&#8217;altra impresa, hanno perso il 35 per cento della produzione dal 2007, perch&#233; sono la parte della filiera pi&#249; esposta alla concorrenza di prezzo dei paesi a basso costo. I beni strumentali, le macchine e gli impianti usati per produrre altri beni, sono calati molto meno, del 12 per cento. Le macchine restano il punto di forza storico dell&#8217;industria italiana, anche se la flessione ha toccato pure loro.</p><p>Il triennio 2023-2025 ha aggiunto un calo nuovo, dopo che la produzione era tornata ai livelli precedenti alla pandemia. Negli ultimi due anni la produzione industriale &#232; scesa quasi ininterrottamente rispetto allo stesso mese dell&#8217;anno prima. Pesano la debolezza dell&#8217;industria tedesca, a cui molte imprese italiane forniscono componenti, la crisi del settore dell&#8217;auto e i dazi introdotti dagli Stati Uniti sulle merci europee. Sono fattori recenti, che si innestano per&#242; su un problema pi&#249; vecchio di vent&#8217;anni.</p><h2>Meno pezzi, pi&#249; valore</h2><p>La produzione fisica della manifattura &#232; scesa di quasi un quarto, ma il valore aggiunto reale del settore, cio&#232; la ricchezza che resta in Italia dopo aver tolto il costo delle materie prime e dei semilavorati comprati da altri, &#232; diminuito solo del 6,5 per cento. I due numeri misurano cose diverse, perch&#233; l&#8217;indice della produzione conta i pezzi, una tonnellata di acciaio o un paio di scarpe, mentre il valore aggiunto conta quanto vale il lavoro di trasformazione. L&#8217;industria italiana fabbrica molti meno pezzi, ma quelli che ancora fabbrica valgono in media di pi&#249;.</p><p>A scendere &#232; stato soprattutto il made in Italy tradizionale, perch&#233; dal 2007 la produzione della stampa &#232; calata del 68 per cento, quella dell&#8217;abbigliamento del 57 per cento e quella del tessile del 53 per cento, i settori a pi&#249; basso valore aggiunto per addetto e i pi&#249; esposti alla concorrenza dei paesi a basso costo del lavoro. &#200; arretrata molto anche la produzione di autoveicoli, scesa del 42 per cento per il ridimensionamento della filiera dell&#8217;auto. Sono invece cresciuti pochi comparti, guidati dalla farmaceutica, la cui produzione &#232; aumentata del 46 per cento, davanti all&#8217;alimentare e alla cantieristica navale e aerospaziale.</p><p>La farmaceutica genera circa 188 mila euro di valore aggiunto per ogni addetto e la chimica 125 mila, contro una media manifatturiera di 84 mila e i 60 mila del tessile-abbigliamento. I comparti che crescono sono quelli ad alto valore aggiunto per addetto e quelli che arretrano i pi&#249; poveri, segno che l&#8217;industria italiana sta perdendo soprattutto la sua parte meno ricca. Il tessile, l&#8217;abbigliamento e la pelle, che nel 2000 erano il primo comparto manifatturiero con il 13 per cento del valore aggiunto, oggi pesano circa l&#8217;8 per cento.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!rdbc!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F62820a0c-08c2-4b39-9c4d-ee771e6f46bd_2200x1694.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!rdbc!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F62820a0c-08c2-4b39-9c4d-ee771e6f46bd_2200x1694.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Con quel 17 per cento l&#8217;Italia resta la seconda manifattura dell&#8217;Unione europea, dietro alla sola Germania, dove la quota &#232; circa il 20 per cento, e nettamente sopra la Francia, ferma all&#8217;11 per cento. La deindustrializzazione, intesa come perdita di peso del settore sull&#8217;economia, in Italia &#232; quindi reale ma modesta.</p><p>Gli occupati della manifattura sono passati da 4,5 milioni del 2007 a 4 milioni del 2024, con 573 mila posti di lavoro in meno. Nello stesso periodo l&#8217;occupazione totale italiana &#232; cresciuta, da 25,1 a 26,5 milioni di occupati, trainata dai servizi. La quota della manifattura sul totale &#232; quindi scesa dal 18 al 15 per cento, effetto combinato dei posti persi nelle fabbriche e di quelli creati altrove. Mettendo in fila i tre numeri della manifattura il quadro si chiude: la produzione fisica &#232; calata di quasi un quarto, gli occupati del 13 per cento, il valore aggiunto reale del 6,5 per cento. L&#8217;industria ha perso peso, ma ogni occupato rimasto produce in media pi&#249; valore di prima.</p><p>Mentre la produzione in volume calava, le esportazioni di prodotti manifatturieri crescevano, di circa il 42 per cento dal 2000 in termini reali, cio&#232; al netto dell&#8217;inflazione (dati <a href="https://www.coeweb.istat.it/">Coeweb</a>, il sistema di statistiche sul commercio estero dell&#8217;Istat). Il saldo commerciale della manifattura, cio&#232; la differenza fra quanto l&#8217;Italia vende all&#8217;estero e quanto vi acquista in prodotti industriali, &#232; in attivo di circa 125 miliardi di euro, fra i pi&#249; alti dell&#8217;Unione europea. Le esportazioni sono il lato luminoso del declino industriale.</p><p>La crescita dell&#8217;export ha per&#242; riguardato pochi settori, perch&#233; le esportazioni della farmaceutica sono aumentate del 328 per cento in termini reali dal 2000 e quelle dell&#8217;alimentare del 178 per cento, mentre il tessile-abbigliamento e l&#8217;elettronica, tolta l&#8217;inflazione, hanno ridotto le vendite all&#8217;estero. &#200; cambiata anche la geografia, perch&#233; la quota di export diretta verso l&#8217;Unione europea &#232; scesa dal 61 al 55 per cento, a vantaggio dei mercati pi&#249; lontani. In termini reali, dal 2000 le vendite verso gli Stati Uniti sono cresciute del 48 per cento e quelle verso la Cina, partite da una quota minima, del 280 per cento. La manifattura sopravvissuta &#232; quella capace di competere sui mercati internazionali, perch&#233; la domanda interna ha smesso di trainarla.</p><h2>Poche imprese grandi, molte piccolissime</h2><p>La manifattura italiana ha perso 107 mila imprese dal 2008, quasi un quarto del totale. La perdita &#232; tutta concentrata nelle imprese piccole e piccolissime: le microimprese, quelle con meno di dieci addetti, sono calate di 90 mila unit&#224; e le piccole di 17 mila, mentre le medie sono rimaste stabili. Le grandi imprese, quelle con almeno 250 addetti, sono invece aumentate del 13 per cento, da circa 1.400 a quasi 1.600.</p><p>Le grandi imprese sono lo 0,4 per cento delle imprese manifatturiere italiane e generano il 42 per cento del valore aggiunto del settore, contro il 33 per cento del 2008. Le microimprese sono l&#8217;81 per cento del totale e ne producono appena il 9 per cento. Il valore aggiunto si &#232; spostato verso l&#8217;alto della scala dimensionale e lo stesso &#232; accaduto all&#8217;occupazione, perch&#233; le grandi imprese sono oggi il primo datore di lavoro della manifattura italiana, davanti alle medie.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!qQIz!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F94a3ee50-d795-4a07-9aab-2e6258dd2eb4_2200x1694.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!qQIz!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F94a3ee50-d795-4a07-9aab-2e6258dd2eb4_2200x1694.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Oltre alle molte chiusure ha pesato il calo delle aperture, dato che il tasso di natalit&#224; delle imprese, cio&#232; la quota di aziende nate ogni anno, &#232; sceso dal 5,2 al 3,9 per cento. La manifattura non si &#232; ristretta per un evento improvviso ma per un ricambio negativo prolungato, che ha eroso soprattutto la base delle piccolissime imprese e ha lasciato in piedi quelle mediamente pi&#249; solide.</p><p>La selezione ha reso la manifattura pi&#249; produttiva, ma ne ha allargato il divario interno: tra il 2008 e il 2023 il valore aggiunto per addetto, al netto dell&#8217;inflazione, &#232; cresciuto del 28 per cento nelle grandi imprese e solo del 9 per cento nelle microimprese. Oggi una grande azienda manifatturiera produce per addetto oltre tre volte una microimpresa, eppure il sistema resta fatto di aziende piccolissime. Questa prevalenza di aziende minuscole &#232; il nanismo dimensionale, il limite storico dell&#8217;industria italiana: le grandi imprese generano il 42 per cento del valore aggiunto del settore, mentre in Germania e in Francia ne producono circa tre quarti.</p><p>Il valore aggiunto manifatturiero &#232; concentrato in poche regioni. Quattro regioni del Nord, cio&#232; Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, ne producono il 65 per cento e la sola Lombardia oltre un quarto. La concentrazione &#232; anche aumentata, perch&#233; la quota di queste quattro regioni era il 61 per cento nel 2000. Il declino ha colpito soprattutto il Mezzogiorno e il Piemonte: gli occupati manifatturieri sono calati di un quarto in Piemonte, per il ridimensionamento dell&#8217;auto a Torino, e di oltre un terzo in Basilicata, mentre il Veneto e l&#8217;Emilia-Romagna hanno tenuto.</p><p>Il declino non ha distribuito l&#8217;industria sul territorio, ma l&#8217;ha riconcentrata nel suo nucleo storico settentrionale. La quota del Nord sul valore aggiunto manifatturiero nazionale &#232; salita dal 68 al 72 per cento tra il 2000 e il 2023, quella del Mezzogiorno &#232; scesa dal 15 al 12 per cento. Le regioni industrialmente pi&#249; deboli hanno perso pi&#249; delle altre, soprattutto durante le due crisi. L&#8217;industria italiana si &#232; ristretta e insieme si &#232; spostata verso le aree dove era gi&#224; pi&#249; forte.</p><h2>La produttivit&#224; &#232; la chiave di tutto</h2><p>La produttivit&#224; del lavoro nella manifattura italiana, cio&#232; il valore aggiunto reale prodotto in media da ogni occupato, &#232; cresciuta poco pi&#249; del 13 per cento dal 2000. Nello stesso periodo &#232; cresciuta del 39 per cento in Germania, del 47 per cento in Francia e del 56 per cento nella media europea. L&#8217;industria italiana ha smesso di diventare pi&#249; efficiente mentre le altre continuavano.</p><p>Anche gli stipendi non sono cresciuti. La retribuzione reale di un addetto della manifattura italiana, cio&#232; al netto dell&#8217;inflazione, &#232; cresciuta di circa il 7 per cento in ventiquattro anni e di appena il 2 per cento dal 2008. Il costo del lavoro per dipendente in Italia, circa 50 mila euro l&#8217;anno, resta nettamente sotto i 71 mila della Germania e i 63 mila della Francia. L&#8217;industria italiana paga insomma stipendi bassi e fermi.</p><p>La perdita di competitivit&#224; di prezzo viene allora dalla produttivit&#224; mancata, non dai salari. L&#8217;indicatore con cui gli economisti misurano questa dinamica si chiama costo del lavoro per unit&#224; di prodotto e spiega quanto un&#8217;impresa deve pagare il lavoro per fabbricare un&#8217;unit&#224; fisica di prodotto. Si ottiene dividendo i redditi da lavoro in valore corrente per il valore aggiunto in volumi reali. Il numeratore &#232; in valore corrente perch&#233; lo stipendio che l&#8217;impresa paga &#232; in euro di oggi ed &#232; quello che pesa sui conti, mentre il denominatore &#232; in volume reale perch&#233; vogliamo sapere quanto esce davvero dalla fabbrica al netto del rincaro dei prodotti finiti.</p><p>Per capire come funziona basta un esempio. Una fabbrica che nel 2000 produce 100 auto e paga 100 mila euro di salari ha un costo del lavoro per auto di 1.000 euro. Nel 2024 una fabbrica italiana paga 177 mila euro di salari, perch&#233; l&#8217;aumento reale del 7 per cento si &#232; combinato con un&#8217;inflazione cumulata del 65, ma con una produttivit&#224; cresciuta solo del 13 per cento produce 113 auto, quindi il suo costo del lavoro per auto sale a 1.566 euro, il 57 per cento in pi&#249;. Una fabbrica tedesca con gli stessi 177 mila euro di salari produce invece 139 auto, perch&#233; la produttivit&#224; tedesca &#232; cresciuta del 39 per cento, e il suo costo per auto si ferma a 1.273 euro, il 27 per cento in pi&#249;.</p><p>&#200; quello che si vede nei dati. Dal 2000 il costo del lavoro per unit&#224; di prodotto della manifattura italiana &#232; salito del 58 per cento, contro il 29 per cento della Germania e il 17 per cento della Francia. Buona parte di quel 58 per cento &#232; solo l&#8217;inflazione cumulata che si scarica sui salari nominali, presente in misura simile in tutti i paesi. Il dato che conta &#232; il confronto: i trenta punti di divario con la Germania riflettono quasi tutta la produttivit&#224; italiana mancata. La via d&#8217;uscita non passa dal comprimere i salari, che sono gi&#224; bassi, ma dal far crescere il valore prodotto per ora di lavoro, perch&#233; solo cos&#236; gli aumenti nominali vengono assorbiti da una maggiore produzione invece di trasferirsi sui costi per unit&#224;.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!8iom!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff23d6dea-d40b-4de2-b6ad-4116e7d14da6_2200x1694.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!8iom!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff23d6dea-d40b-4de2-b6ad-4116e7d14da6_2200x1694.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>L&#8217;ipotesi pi&#249; ovvia sarebbe che le imprese abbiano smesso di investire, ma i dati dicono il contrario. Gli investimenti reali della manifattura italiana nel 2023 erano del 19 per cento sopra il livello del 2007 e del 28 per cento sopra quello del 2000. Anche il tasso di investimento, cio&#232; la quota di valore aggiunto reinvestita ogni anno, &#232; salito dal 21 al 25 per cento. Le imprese hanno investito, ma il valore aggiunto per addetto non &#232; cresciuto molto. </p><p>Lo scarto fra capitale investito e produttivit&#224; ferma &#232; il rompicapo dell&#8217;industria italiana, che gli economisti spiegano soprattutto in due modi. Il primo &#232; il nanismo dimensionale, perch&#233; un&#8217;impresa troppo piccola fatica a usare bene una tecnologia costosa, a esportare, a fare ricerca e a trovare manager qualificati. Il secondo &#232; la debolezza della produttivit&#224; totale dei fattori, cio&#232; dell&#8217;efficienza con cui lavoro e capitale si combinano, che dipende dall&#8217;organizzazione del lavoro, dalle competenze e dal grado di digitalizzazione. Il declino industriale italiano non &#232; tanto una storia di capitale mancante, ma di produttivit&#224; mancata.</p><p>C&#8217;&#232; poi il tema dell&#8217;energia. Cinque settori della manifattura consumano molta pi&#249; energia degli altri per ogni euro di valore prodotto: la raffinazione del petrolio, la chimica, la metallurgia, i minerali non metalliferi come vetro e cemento e la carta. Questi cinque comparti usano l&#8217;88 per cento di tutta l&#8217;energia della manifattura italiana, ma generano solo il 17 per cento del suo valore aggiunto. Sono un gruppo piccolo in valore e cruciale per la filiera, perch&#233; forniscono i materiali di base a tutti gli altri settori.</p><p>Dall&#8217;inizio dello shock energetico del 2022 la produzione dei cinque settori energivori &#232; scesa del 10 per cento in Italia, pi&#249; del doppio del calo degli altri comparti, fermo al 4,4 per cento. Il legame con i prezzi dell&#8217;energia c&#8217;&#232;, ma non &#232; uno svantaggio solo italiano, perch&#233; in tutta Europa i settori energivori sono calati pi&#249; del resto della manifattura. In Germania la flessione &#232; stata perfino maggiore, il 14 per cento, segno che il rincaro del gas del 2022 ha colpito l&#8217;industria tedesca pi&#249; di quella italiana.</p><p>Lo svantaggio italiano sull&#8217;energia esiste, ma &#232; di lungo periodo: gi&#224; nel 2019, prima della crisi, l&#8217;industria italiana <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/nrg_pc_205/default/table">pagava</a> l&#8217;elettricit&#224; il 52 per cento in pi&#249; di quella tedesca al netto delle imposte, un divario strutturale legato alla forte dipendenza dal gas per produrre elettricit&#224;.</p><h2>Serve una politica industriale?</h2><p>Secondo un&#8217;analisi del <a href="https://www.imf.org/en/blogs/articles/2024/04/12/industrial-policy-is-back-but-the-bar-to-get-it-right-is-high">Fondo monetario internazionale</a>, nel mondo sono stati varati oltre 2.500 interventi di politica industriale nell&#8217;arco di un solo anno, due terzi dei quali hanno distorto il commercio internazionale. Per politica industriale si intende un intervento pubblico che sostiene settori o imprese specifici con sussidi, sgravi fiscali, dazi o acquisti pubblici, una pratica che per trent&#8217;anni la dottrina economica ha considerato un errore e che oggi per&#242; &#232; adottata da quasi ogni governo. Parlando di &#8220;politica industriale&#8221;, per&#242;, mettiamo insieme misure molto diverse fra loro, dai dazi che proteggono un mercato ai sussidi alla ricerca.</p><p>In alcune situazioni il mercato lasciato a s&#233; produce meno di quanto converrebbe a tutti. Sono quelli che gli economisti chiamano fallimenti del mercato e sono il principale argomento a favore della politica industriale. Il caso pi&#249; chiaro &#232; il problema di coordinamento: nessuno compra un&#8217;auto elettrica se mancano le colonnine di ricarica e nessuno installa colonnine se non ci sono auto da ricaricare, cos&#236; il mercato resta fermo anche se a tutti converrebbe muoversi. Un secondo caso &#232; il sotto-investimento in ricerca, perch&#233; l&#8217;impresa che innova non trattiene tutti i benefici della scoperta, che si diffondono ai concorrenti. La giustificazione pi&#249; solida, per&#242;, resta la sicurezza nazionale, come nel caso dei semiconduttori.</p><p>La politica industriale comporta per&#242; rischi altrettanto noti, a partire dalla &#8220;cattura&#8221; da parte di interessi particolari: il numero di interventi aumenta in prossimit&#224; delle elezioni e i governi tendono a favorire le imprese gi&#224; esistenti e organizzate, non le pi&#249; promettenti. Un dazio, per esempio, porta guadagni a un produttore protetto e costi diffusi e poco visibili a milioni di consumatori. Il secondo rischio &#232; scegliere i vincitori sbagliati, perch&#233; lo Stato raramente ha le informazioni per indovinare quali tecnologie avranno successo. Il terzo &#232; il costo, perch&#233; secondo la <a href="https://blogs.worldbank.org/en/developmenttalk/the-right-way-to-do-industrial-policy">Banca Mondiale</a> anche una politica industriale ben fatta aggiunge in media solo l&#8217;1 per cento di prodotto interno lordo.</p><p>Una <a href="https://drodrik.scholar.harvard.edu/sites/scholar.harvard.edu/files/dani-rodrik/files/the_new_economics_of_ip_080123.pdf">rassegna</a> di studi del 2023 identifica due condizioni perch&#233; la politica industriale funzioni davvero. La prima &#232; la capacit&#224; di lasciar fallire i perdenti, cio&#232; di togliere il sostegno alle imprese e ai progetti che non danno risultati. La seconda &#232; avere un obiettivo chiaro e dichiarato, perch&#233; una misura che insegue insieme occupazione, clima e competitivit&#224; finisce per non raggiungere nessuno di quei tre obiettivi. Quando queste condizioni mancano, la politica industriale fa il contrario di quello che promette: tiene in vita imprese che dovrebbero chiudere e peggiora la competitivit&#224; complessiva del paese, oltre a costare ai contribuenti.</p><p>L&#8217;industria europea dell&#8217;auto <a href="https://commission.europa.eu/topics/competitiveness/draghi-report_en">mostra</a> cosa succede quando queste condizioni mancano. I produttori europei hanno un divario di costo di circa il 30 per cento rispetto ai concorrenti cinesi e la quota europea sul mercato mondiale &#232; scesa da un terzo a un sesto, mentre la Cina &#232; arrivata a circa un terzo. L&#8217;Unione europea ha risposto con dazi sulle auto elettriche cinesi fino al 35 per cento, troppo bassi per chiudere il mercato e troppo alti per gli obiettivi climatici, mentre l&#8217;industria resta dominata da produttori storici difficili da lasciar fallire e insegue obiettivi confusi. Nel mondo tutti i produttori di auto elettriche di successo sono <a href="https://www.siliconcontinent.com/p/these-eu-tariffs-on-chinese-evs-wont">nuovi entranti</a>, mentre in Europa non ne &#232; nato nessuno.</p><p>Per l&#8217;Italia la lezione &#232; che la politica industriale pu&#242; accelerare quello che gi&#224; funziona, ma non sostituisce ci&#242; che manca. Un sussidio non rende grande un&#8217;impresa troppo piccola, non abbassa un costo dell&#8217;energia strutturalmente alto e non crea le competenze tecniche e manageriali che mancano. Anche la Banca Mondiale ricorda che restano indispensabili una forza lavoro istruita, infrastrutture funzionanti e stabilit&#224; dei conti pubblici.</p><p>C&#8217;&#232; poi la questione di distinguere le politiche che aiutano le nuove imprese a nascere e a crescere da quelle che si limitano a tenere in vita aziende decotte. La Cina, che ha distribuito sussidi senza selezionare, si &#232; ritrovata con sovrapproduzione e imprese zombie sostenute dalle banche. Per l&#8217;Italia la distinzione &#232; decisiva, perch&#233; la nostra tradizione di politica industriale &#232; stata soprattutto il salvataggio di grandi imprese in crisi. Tenere in vita le aziende pi&#249; deboli bloccherebbe proprio quella selezione che ha reso la manifattura via via pi&#249; produttiva.</p><h2>In conclusione</h2><p>L&#8217;industria italiana vive una doppia condizione. Tiene, perch&#233; resta la seconda manifattura europea, esporta pi&#249; di prima e produce un attivo commerciale tra i pi&#249; alti del continente. E arretra, perch&#233; fabbrica un quarto di beni in meno rispetto a vent&#8217;anni fa, ha perso mezzo milione di posti di lavoro e oltre centomila imprese. Le due facce si conciliano in un punto solo: l&#8217;industria rimasta &#232; pi&#249; selezionata e pi&#249; produttiva di quella di partenza, ma l&#8217;insieme ha smesso di crescere perch&#233; la produttivit&#224; &#232; aumentata troppo poco rispetto agli altri paesi.</p><p>Le cose che servono sono note e non promettono risultati rapidi: imprese capaci di crescere di dimensione, perch&#233; un&#8217;azienda troppo piccola non sfrutta bene la tecnologia e fatica a esportare e a fare ricerca; un costo dell&#8217;energia allineato a quello dei paesi concorrenti; investimenti nelle competenze tecniche e manageriali, che sono il punto in cui il capitale gi&#224; speso non si &#232; tradotto in efficienza. Una politica industriale pu&#242; aiutare, ma solo alle condizioni che la rendono efficace, cio&#232; obiettivi chiari e la disponibilit&#224; a interrompere il sostegno a ci&#242; che non funziona invece di proteggerlo a tempo indeterminato.</p><p>I governi italiani hanno alternato per anni annunci e silenzi, trattando l&#8217;industria a volte come un&#8217;emergenza da sussidiare, pi&#249; spesso come un tema assente dalle leggi di bilancio. Il declino industriale italiano non &#232; soltanto il prezzo della globalizzazione o del caro-energia, ma in larga parte il risultato di vent&#8217;anni di produttivit&#224; ferma. Finch&#233; la politica economica non mette quel problema al centro, la parte di industria che ancora regge continuer&#224; lentamente a restringersi.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Come la Repubblica vinse 80 anni fa]]></title><description><![CDATA[Il 2 e il 3 giugno 1946 votarono quasi 25 milioni di italiani con un&#8217;affluenza dell&#8217;89 per cento. La Repubblica vinse con 12,7 milioni di voti contro 10,7 della Monarchia]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/come-la-repubblica-vinse-80-anni</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/come-la-repubblica-vinse-80-anni</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Tue, 02 Jun 2026 07:30:31 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!3GEd!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F4445fd29-76ff-4ba6-8848-bc7d4c1d793d_2400x2400.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Ottant&#8217;anni fa, il 2 e il 3 giugno 1946, gli italiani decisero per la prima volta con quale forma di Stato volevano essere governati. Erano 28 milioni gli aventi diritto al voto, ne andarono ai seggi quasi 25 milioni, pari all&#8217;89 per cento. La Repubblica vinse con 12,7 milioni di voti contro 10,7 della Monarchia, una distanza di circa due milioni di schede e un margine sui voti validi del 54 contro 46 per cento. Lo stesso giorno gli elettori scelsero anche i 556 deputati dell&#8217;Assemblea Costituente, l&#8217;organo che avrebbe scritto la nuova carta fondamentale. Era il primo voto libero dopo ventiquattro anni di regime e di guerra.</p><p>Quel voto fu il primo a suffragio universale pieno della storia italiana. Per la prima volta a livello nazionale potevano votare anche le donne, dopo che un decreto del febbraio 1945, firmato dal governo Bonomi aveva esteso loro il diritto. Andarono ai seggi 13 milioni di donne contro 12 milioni di uomini.</p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><p>Non tutta l&#8217;Italia partecip&#242; al referendum. La provincia di Bolzano, che contava circa 300 mila abitanti, rest&#242; fuori perch&#233; non era stato possibile formare le liste elettorali. Restava aperta infatti la questione della cittadinanza dei sudtirolesi che nel 1939, in base agli accordi fra Mussolini e Hitler, avevano scelto di trasferirsi nel Reich tedesco rinunciando alla cittadinanza italiana. Esclusi furono anche i territori della Venezia Giulia ancora contesi, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara, per circa 1,3 milioni di abitanti sotto amministrazione militare alleata o jugoslava. Restarono fuori dal voto le centinaia di migliaia di prigionieri di guerra ancora trattenuti all&#8217;estero e gli internati militari italiani in lento rientro dalla Germania. La normativa escluse anche chi era rientrato in Italia fra la chiusura delle liste, ad aprile 1946, e il giorno del voto.</p><h2>La Repubblica al Nord, la Monarchia al Sud</h2><p>Letti per regione, i risultati raccontano la narrazione classica delle due Italie. La Repubblica vinse in tutte le regioni del Centro-Nord, con punte estreme in Trentino-Alto Adige all&#8217;85 per cento e in Emilia-Romagna al 77. La Monarchia vinse in tutte le regioni del Sud pi&#249; il Lazio, con massimi in Campania al 76 per cento e in Molise al 69. Nel mezzo, fra le regioni centrali, l&#8217;Umbria al 72 per cento di consensi repubblicani, la Toscana al 72, le Marche al 70, la Liguria al 69. La Lombardia vot&#242; Repubblica al 64 per cento, il Veneto al 58, il Piemonte al 57. La Valle d&#8217;Aosta, altro feudo storico dei Savoia, al 63. La provincia di Roma si ferm&#242; sul filo, con la Monarchia avanti di poco meno di 26 mila voti su un milione.</p><p>Lo storico Maurizio Ridolfi ha proposto una lettura pi&#249; sfumata di quel voto. Le percentuali raccontano due Italie contrapposte, ma se si guardano i numeri assoluti l&#8217;immagine cambia. Il 52 per cento di chi vot&#242; per la Monarchia veniva dalle regioni del Nord. Piemonte, Lombardia e Veneto da soli contribuirono al 28 per cento dei voti monarchici complessivi. Nel Sud la Repubblica raccolse 2,6 milioni di voti. In una decina di province ottenne intorno al 40 per cento e in alcune fasce, l&#8217;Abruzzo settentrionale, Trapani, Latina, Pescara, Viterbo e Teramo, prevalse del tutto. Una piccola Repubblica c&#8217;era anche nel Sud, una piccola Monarchia c&#8217;era anche nel Nord.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!3GEd!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F4445fd29-76ff-4ba6-8848-bc7d4c1d793d_2400x2400.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!3GEd!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F4445fd29-76ff-4ba6-8848-bc7d4c1d793d_2400x2400.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!3GEd!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F4445fd29-76ff-4ba6-8848-bc7d4c1d793d_2400x2400.png 848w, 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class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><div class="callout-block" data-callout="true"><p><strong><a href="https://progetti.lorenzoruffino.it/referendum-1946/"><mark data-color="#ffe599" style="background-color: rgb(255, 229, 153); color: rgb(0, 0, 0);">Cliccando qui trovi la versione interattiva della mappa.</mark></a></strong><mark data-color="#ffe599" style="background-color: rgb(255, 229, 153); color: rgb(0, 0, 0);"> Puoi guardare i dati comune per comune, cercare il comune, la provincia o la regione che ti interessa. </mark></p></div><h2>Province e comuni, una geografia frastagliata</h2><p>A livello provinciale la geografia si fa ancora pi&#249; frastagliata. Quattro province settentrionali votarono per la Monarchia: Cuneo, Asti, Bergamo e Padova. Cinque province del Centro-Sud votarono Repubblica, Viterbo, Latina, Teramo, Pescara e Trapani. Le sfide pi&#249; tirate andarono ad Agrigento, dove la Monarchia vinse per appena lo 0,8 per cento, ad Asti per l&#8217;1,2, a Bergamo per l&#8217;1,5. Sull&#8217;altro versante, la provincia di Lecce con l&#8217;85 per cento di voti monarchici fu la pi&#249; filo-sabauda d&#8217;Italia, seguita dalle province di Caserta e Napoli, oltre il 78 per cento.</p><p>Scendendo al livello dei singoli comuni, su 7.180 municipi in cui si vot&#242;, 4.095 scelsero la Repubblica e 3.085 la Monarchia. Il comune pi&#249; repubblicano d&#8217;Italia fu Alfonsine, in provincia di Ravenna, con il 97 per cento di s&#236;, terra di tradizione contadina e di Resistenza partigiana. Lo seguivano Massa Lombarda, Ziano di Fiemme, Volano, Roncone, San Lorenzo in Banale, tutti in Romagna o nel Trentin e tutti sopra il 94 per cento. Sull&#8217;altro versante, il comune pi&#249; monarchico fu Santa Cesarea Terme nel Salento, con il 99 per cento di voti per la Monarchia, seguito da Stilo in Calabria con la stessa quota, Corsano nel Leccese, Ficarazzi e Bolognetta in Sicilia, tutti sopra il 98 per cento.</p><p>Anche le citt&#224; grandi raccontano questa geografia. Milano vot&#242; Repubblica al 68 per cento, Genova al 74, Bologna al 68, Firenze al 63, Venezia al 62, Verona al 65. Torino, la capitale storica dei Savoia, al 61. Trento tocc&#242; l&#8217;80 per cento. Roma si ferm&#242; al 46, Napoli al 20, Palermo al 16, Catania al 19, Bari al 25, Cagliari al 28. Il margine delle grandi citt&#224; del Mezzogiorno fu schiacciante per la Monarchia. A Napoli i voti monarchici furono oltre 690 mila contro meno di 200 mila voti repubblicani, a Palermo oltre 200 mila contro meno di 40 mila.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!C_Fz!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2e6f10e2-f796-480f-999a-858d9c0acc33_2400x2400.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!C_Fz!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2e6f10e2-f796-480f-999a-858d9c0acc33_2400x2400.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!C_Fz!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2e6f10e2-f796-480f-999a-858d9c0acc33_2400x2400.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!C_Fz!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2e6f10e2-f796-480f-999a-858d9c0acc33_2400x2400.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!C_Fz!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2e6f10e2-f796-480f-999a-858d9c0acc33_2400x2400.png 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!C_Fz!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2e6f10e2-f796-480f-999a-858d9c0acc33_2400x2400.png" width="1456" height="1456" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/2e6f10e2-f796-480f-999a-858d9c0acc33_2400x2400.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1456,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:478711,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/i/199070254?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2e6f10e2-f796-480f-999a-858d9c0acc33_2400x2400.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!C_Fz!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2e6f10e2-f796-480f-999a-858d9c0acc33_2400x2400.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!C_Fz!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2e6f10e2-f796-480f-999a-858d9c0acc33_2400x2400.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!C_Fz!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2e6f10e2-f796-480f-999a-858d9c0acc33_2400x2400.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!C_Fz!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F2e6f10e2-f796-480f-999a-858d9c0acc33_2400x2400.png 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><h2>Lo spoglio e il passaggio di poteri</h2><p>Lo scrutinio cominci&#242; la sera del 3 giugno. Tutte le schede dovevano essere contate nello stesso luogo, la Sala della Lupa di Montecitorio, alla presenza della Corte di Cassazione, degli ufficiali angloamericani della Commissione alleata e dei giornalisti. Furono i voti del Sud ad arrivare per primi, e la mattina del 4 giugno la Monarchia risultava in vantaggio. Il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, in carica dal dicembre 1945, scrisse al ministro della Real Casa Falcone Lucifero invitando alla prudenza, perch&#233; i risultati erano ancora troppo parziali per essere conclusivi.</p><p>La sera del 5 giugno, con il distacco repubblicano ormai consolidato dai voti del Nord, il ministro dell&#8217;Interno Giuseppe Romita, socialista, annunci&#242; ufficiosamente la vittoria della Repubblica in una conferenza stampa al Viminale. Il giorno dopo il Corriere della Sera usc&#236; in apertura con &#8220;&#200; nata la Repubblica italiana&#8221;, La Stampa con &#8220;&#200; nata l&#8217;Italia repubblicana&#8221;. L&#8217;annuncio non aveva valore giuridico, ma fu un atto politico di peso che orient&#242; l&#8217;opinione pubblica nei giorni successivi.</p><p>Il 10 giugno alle 18, nella Sala della Lupa, la Corte di Cassazione presieduta da Giuseppe Pagano proclam&#242; i risultati provvisori, 12,67 milioni di voti alla Repubblica, 10,69 milioni alla Monarchia. La proclamazione conteneva una clausola sospensiva, perch&#233; la Corte rinviava al 18 giugno il giudizio definitivo sui ricorsi e l&#8217;integrazione delle sezioni mancanti. I monarchici si aggrapparono a quella formula. La loro tesi era che la &#8220;maggioranza degli elettori votanti&#8221; richiesta dalla legge istitutiva del referendum andasse calcolata conteggiando anche le schede bianche e nulle. Senza queste, sostenevano, la Repubblica non aveva raggiunto la met&#224; pi&#249; uno. All&#8217;Unione Monarchica Italiana arrivarono migliaia di segnalazioni di presunti brogli, raccolte in circa 21 mila ricorsi. Nessuno di quei ricorsi avrebbe trovato riscontro nelle verifiche successive della Cassazione.</p><p>Il governo De Gasperi, temendo che un ulteriore rinvio innescasse il caos, decise di non aspettare. Nella notte fra il 12 e il 13 giugno il Consiglio dei ministri stabil&#236; che, sulla base della proclamazione del 10, le funzioni di Capo provvisorio dello Stato spettavano al presidente del Consiglio in carica. La decisione pass&#242; con tutti i voti favorevoli, tranne quello del ministro liberale Leone Cattani. Umberto II, informato del passaggio, diffuse un proclama in cui denunci&#242; un &#8220;gesto rivoluzionario&#8221; del governo e nel pomeriggio del 13 giugno part&#236; in aereo da Ciampino per il Portogallo, dove si stabil&#236; a Cascais. Non abdic&#242; mai. Lasci&#242; comunque il Paese in modo pacifico, perch&#233; il generale alleato Maurice Stanley Lush gli aveva fatto sapere che gli Alleati non sarebbero intervenuti a sua difesa. Era stato re per 36 giorni.</p><p>Il 18 giugno la Corte di Cassazione, con dodici voti contro sette, stabil&#236; che la &#8220;maggioranza degli elettori votanti&#8221; doveva essere interpretata come maggioranza dei voti validi, schede bianche e nulle escluse. Respinse tutti i ricorsi e proclam&#242; i risultati definitivi, 12,7 milioni di voti alla Repubblica, 10,7 milioni alla Monarchia, 1,5 milioni di voti nulli. Anche conteggiando le schede invalidate, peraltro, la Repubblica avrebbe avuto la maggioranza assoluta dei votanti.</p><div class="callout-block" data-callout="true"><p><strong><a href="https://progetti.lorenzoruffino.it/referendum-1946/"><mark data-color="#ffe599" style="background-color: rgb(255, 229, 153); color: rgb(0, 0, 0);">Cliccando qui trovi la versione interattiva della mappa.</mark></a></strong></p></div><h2>La Costituente e le prime parlamentari</h2><p>Lo stesso 2 giugno gli elettori scelsero anche i 556 deputati dell&#8217;Assemblea Costituente, su 573 previsti. Mancavano i seggi delle aree dove non si era votato. La Democrazia Cristiana ottenne la maggioranza relativa con il 35 per cento dei voti e 207 seggi. Seguirono il Partito Socialista Italiano di Unit&#224; Proletaria al 21 per cento con 115 seggi e il Partito Comunista Italiano al 19 per cento con 104 seggi. I tre partiti che sarebbero diventati i protagonisti della storia repubblicana valsero insieme il 75 per cento dei consensi. Le forze schierate per la Monarchia, l&#8217;Unione Democratica Nazionale al 7 per cento e il Blocco Nazionale della Libert&#224; al 3, raccolsero meno del 10 per cento, ben sotto al 46 per cento ottenuto dalla Monarchia nel referendum. Molti elettori monarchici, soprattutto cattolici del Sud, alla Costituente votarono comunque DC. Il Fronte dell&#8217;Uomo Qualunque, che si era dichiarato neutrale, ottenne il 5 per cento e 30 seggi, il Partito Repubblicano il 4 e 23 seggi, il Partito d&#8217;Azione di Ferruccio Parri appena l&#8217;1,5 con 7 seggi.</p><p>Fra i 556 eletti c&#8217;erano 21 donne, le prime parlamentari italiane. Nove erano della DC, da Maria Federici a Elisabetta Conci, da Angela Maria Guidi Cingolani a Vittoria Titomanlio. Nove erano del PCI, da Nilde Jotti a Teresa Mattei, da Teresa Noce a Nadia Gallico Spano. Due erano del PSIUP, Lina Merlin e Bianca Bianchi, una dell&#8217;Uomo Qualunque, Ottavia Penna Buscemi. Cinque entrarono nella Commissione dei 75 incaricata di scrivere la Costituzione. Nilde Jotti, trentatr&#233; anni dopo, sarebbe diventata la prima donna a presiedere la Camera dei deputati.</p><p>Il 28 giugno l&#8217;Assemblea elesse Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, giurista liberal-democratico, con 396 voti su 501 al primo scrutinio. Il 1&#176; gennaio 1948, con l&#8217;entrata in vigore della Costituzione, sarebbe diventato il primo presidente della Repubblica. Il primo articolo della nuova carta, &#8220;L&#8217;Italia &#232; una Repubblica democratica fondata sul lavoro&#8221;, usc&#236; da una discussione lunga mesi che vide contrapposte la formulazione "di lavoratori" sostenuta dalla sinistra e le obiezioni di liberali e cattolici, fino al compromesso finale. L&#8217;articolo 139, scritto come reazione esplicita al rischio di un ritorno della monarchia, stabilisce che &#8220;la forma repubblicana non pu&#242; essere oggetto di revisione costituzionale&#8221;. </p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Perché il salario minimo non è la soluzione]]></title><description><![CDATA[Un salario minimo non risolverebbe il problema dei bassi salari o della povert&#224; tra i lavoratori.]]></description><link>https://www.lorenzoruffino.it/p/salario-minimo-italia</link><guid isPermaLink="false">https://www.lorenzoruffino.it/p/salario-minimo-italia</guid><dc:creator><![CDATA[Lorenzo Ruffino]]></dc:creator><pubDate>Wed, 27 May 2026 08:01:48 GMT</pubDate><enclosure url="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!EWjb!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F982ea942-4421-41cb-8060-5d85a3cad9f7_1760x1320.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Italia ha un problema di salari bassi e in calo rispetto al passato. Periodicamente si torna a parlare di salario minimo e a proporlo come soluzione al problema italiano. Ma &#232; davvero cos&#236;? Adottare uno stipendio minimo di 9 euro l&#8217;ora &#232; la soluzione ai mali italiani e alla povert&#224; lavorativa? Non proprio. </p><p class="button-wrapper" data-attrs="{&quot;url&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?&quot;,&quot;text&quot;:&quot;Iscriviti ora&quot;,&quot;action&quot;:null,&quot;class&quot;:null}" data-component-name="ButtonCreateButton"><a class="button primary" href="https://www.lorenzoruffino.it/subscribe?"><span>Iscriviti ora</span></a></p><h2>Cosa dice la teoria economica</h2><p>Partiamo dal modello base, quello dei mercati concorrenziali. In un mercato del lavoro in cui molti datori competono per molti lavoratori, ogni dipendente viene pagato esattamente quanto produce in pi&#249; per l&#8217;azienda, cio&#232; la sua produttivit&#224; marginale. Se un&#8217;impresa pagasse meno, un&#8217;altra le porterebbe via il lavoratore offrendogli qualche centesimo in pi&#249;. Se pagasse di pi&#249;, avrebbe perdite e fallirebbe. Il salario che si forma sul mercato corrisponde quindi alla produttivit&#224; di chi lavora.</p><p>In questo modello fissare per legge un salario minimo sopra il livello di mercato produce un effetto preciso. I lavoratori la cui produttivit&#224; &#232; inferiore alla soglia non vengono pi&#249; assunti, perch&#233; tenerli al lavoro costerebbe all&#8217;impresa pi&#249; di quanto rendono. Il risultato &#232; una perdita di occupazione che colpisce in modo selettivo i lavoratori meno produttivi, cio&#232; i giovani al primo impiego, gli immigrati appena arrivati, le donne con poca esperienza, esattamente le categorie che il salario minimo dovrebbe aiutare.</p><p>Era la posizione dominante della professione fino agli anni Ottanta. Una <a href="https://www.jstor.org/stable/2724487">rassegna</a> pubblicata nel 1982 sul <em>Journal of Economic Literature</em> stimava che un aumento del 10 per cento del salario minimo riducesse l&#8217;occupazione giovanile dell&#8217;1-3 per cento. Nel 1978 un sondaggio dell&#8217;American Economic Association registrava il 90 per cento degli economisti americani concordi sul fatto che la misura facesse aumentare la disoccupazione tra i lavoratori a bassa qualifica.</p><p>Uno <a href="https://www.jstor.org/stable/2118030">studio</a> pubblicato nel 1994 sull&#8217;<em>American Economic Review</em> da David Card e Alan Krueger ha cambiato il quadro. Ha confrontato l&#8217;occupazione nei fast food del New Jersey, dove il salario minimo era stato alzato, con quella della vicina Pennsylvania, dove era rimasto invariato. Non c&#8217;&#232; stata alcuna riduzione di occupazione nello stato che aveva alzato il minimo. Da allora un filone di ricerca ha utilizzato confronti tra contee confinanti, riforme statali e variazioni del minimo federale americano per produrre centinaia di studi. Una rassegna del 2014 e quella pi&#249; ampia commissionata dal governo britannico nel 2019 <a href="https://www.gov.uk/government/publications/impacts-of-minimum-wages-review-of-the-international-evidence">hanno</a> consolidato un&#8217;evidenza ricorrente. Aumenti moderati del salario minimo, fino a circa il 60 per cento della retribuzione mediana locale, producono perdite di occupazione molto piccole, spesso non distinguibili da zero in senso statistico. Card ha ricevuto il premio Nobel per l&#8217;economia nel 2021 anche per il contributo metodologico legato a questa letteratura.</p><p>La spiegazione teorica pi&#249; accreditata &#232; che i mercati del lavoro reali, soprattutto nei settori a bassa qualificazione, non sono perfettamente concorrenziali. Le aziende hanno una certa capacit&#224; di pagare un salario inferiore alla produttivit&#224; del lavoratore senza per questo perdere tutto il personale, perch&#233; cambiare lavoro ha dei costi, dal cercarne uno nuovo allo spostarsi al ricominciare daccapo. Gli economisti chiamano <em>monopsonio</em> questa quota di potere di mercato dal lato del datore. Entro certi limiti un salario minimo restringe lo spazio di estrazione di rendita e alza le retribuzioni senza ridurre l&#8217;occupazione, perch&#233; i lavoratori erano pagati meno di quanto producevano. I <a href="https://kentclarkcenter.org/surveys/the-us-minimum-wage-2/">sondaggi</a> tra gli economisti accademici mostrano oggi una posizione prevalentemente neutra o favorevole, contro l&#8217;opposizione netta degli anni Ottanta.</p><p>Negli ultimi anni il consenso si &#232; ulteriormente <a href="https://marginalrevolution.com/marginalrevolution/2025/02/the-new-consensus-on-the-minimum-wage.html">sfumato</a>. Una nuova generazione di studi ha spostato l&#8217;attenzione su aspetti diversi dall&#8217;occupazione totale. Una serie di lavori sui dati dei supermercati americani tra il 2001 e il 2012 ha <a href="https://gspp.berkeley.edu/research-and-impact/publications/the-pass-through-of-minimum-wages-into-us-retail-prices-evidence-from-supermarket-scanner-data">scoperto</a> che un aumento del 10 per cento del salario minimo si traduce in un aumento dei prezzi della spesa intorno allo 0,36 per cento, coerente con un trasferimento del costo del lavoro sui prezzi al consumo. Risultati analoghi sono <a href="https://www.journals.uchicago.edu/doi/pdfplus/10.1086/718190">emersi</a> sui prezzi della ristorazione fast food americana. Quando si disaggrega l&#8217;effetto sull&#8217;occupazione per gruppo, le perdite di posti di lavoro <a href="https://www.nber.org/papers/w33437">risultano</a> molto pi&#249; marcate per i lavoratori con disabilit&#224; severe e per i lavoratori afroamericani, anche dove l&#8217;effetto medio &#232; piccolo. Un&#8217;analisi pubblicata nel 2024 <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S004727272400183X">stima</a> inoltre che aumenti grandi del salario minimo siano associati a un aumento del 4,6 per cento degli infortuni sul lavoro, plausibilmente per l&#8217;intensificazione dei ritmi richiesti dopo l&#8217;aumento del costo orario. Il quadro che ne emerge non smentisce l&#8217;evidenza di un effetto medio piccolo sull&#8217;occupazione totale, ma chiarisce che l&#8217;idea che il salario minimo alzi i salari senza contropartite &#232; in larga parte falsa.</p><p>Resta la questione del livello. Il riferimento pi&#249; usato &#232; il rapporto rispetto alle retribuzioni medie o mediane del paese. La direttiva europea del 2022 <a href="https://eur-lex.europa.eu/eli/dir/2022/2041/oj">indicava</a> come adeguati i livelli pari al 50 per cento del salario medio lordo o al 60 per cento di quello mediano, soglia che la letteratura internazionale considera ancora compatibile con bassi effetti occupazionali. Sopra queste soglie cominciano a registrarsi perdite di occupazione anche nei modelli con monopsonio.</p><p>Una seconda questione &#232; la differenza tra livello nazionale e livello locale. Una soglia uguale per tutto il paese rischia di essere troppo bassa nelle aree dinamiche, dove i salari di mercato sono gi&#224; pi&#249; alti, e troppo alta nelle aree economicamente fragili, dove pu&#242; creare disoccupazione. &#200; un argomento centrale nel dibattito americano. Il salario minimo federale negli Stati Uniti &#232; di 7,25 dollari l&#8217;ora dal 2009, ma molti stati hanno fissato livelli pi&#249; alti, fino ai 16 dollari della California. Una soglia federale uniforme allineata ai livelli pi&#249; alti sarebbe troppo alta per gli stati del Sud, dove costo della vita e salari medi sono nettamente inferiori. L&#8217;argomento si applica a maggior ragione a un paese come l&#8217;Italia, dove costo della vita e livelli salariali tra Nord e Sud divergono in modo significativo. Studi della Banca d&#8217;Italia stimano che un salario minimo differenziato per provincia in base al costo della vita locale, sull&#8217;esempio della Germania post-2015, produrrebbe in Italia effetti positivi sui salari pi&#249; bassi e sull&#8217;occupazione complessiva, rispetto a una soglia nazionale uniforme.</p><h2>I dati Inps sui salari italiani</h2><p>Per analizzare la situazione italiana il punto di riferimento pi&#249; solido sono i dati amministrativi dell&#8217;Inps, che coprono tutti i dipendenti privati senza i limiti di campionamento delle indagini campionarie. </p><p>I dati dell&#8217;<a href="https://servizi2.inps.it/servizi/osservatoristatistici/13">Osservatorio Inps</a> sui lavoratori dipendenti per il 2024 contano 17,7 milioni di dipendenti privati extra-agricoli e una retribuzione lorda media annua di 24.490 euro. Il dato mette insieme realt&#224; molto diverse. La quota dipende prima di tutto da quante settimane si &#232; lavorato durante l&#8217;anno e a quale orario. I 7,2 milioni di dipendenti privati che hanno lavorato a tempo pieno per tutto l&#8217;anno hanno una retribuzione media di 39.215 euro lordi, oltre tre volte i 12.234 euro di chi ha avuto almeno un rapporto part-time durante l&#8217;anno. Sono due popolazioni che il dibattito pubblico tratta come una sola e che dal punto di vista del problema salariale non lo sono.</p><p>Il quadro pi&#249; dettagliato emerge dal <a href="https://www.inps.it/it/it/dati-e-bilanci/rapporti-annuali.html">Rapporto annuale Inps</a>, che pubblica i percentili delle retribuzioni annue per i dipendenti pubblici e privati (esclusi domestici e operai agricoli) che hanno lavorato tutte le 52 settimane dell&#8217;anno. Per il 2024 questa platea di 9,3 milioni di lavoratori a tempo pieno per tutto l&#8217;anno ha una retribuzione mediana annua di 33.027 euro lordi e una media di 40.256 euro. Il dieci per cento che guadagna di meno sta sotto i 23.103 euro lordi annui, il dieci per cento che guadagna di pi&#249; sopra i 61.821 euro. Per i 2,4 milioni di lavoratori a tempo parziale per tutto l&#8217;anno la mediana scende a 17.109 euro lordi annui e la media a 18.519, con il primo decile sotto i 9.836 euro.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!EWjb!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F982ea942-4421-41cb-8060-5d85a3cad9f7_1760x1320.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!EWjb!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F982ea942-4421-41cb-8060-5d85a3cad9f7_1760x1320.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!EWjb!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F982ea942-4421-41cb-8060-5d85a3cad9f7_1760x1320.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!EWjb!,w_1272,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F982ea942-4421-41cb-8060-5d85a3cad9f7_1760x1320.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!EWjb!,w_1456,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F982ea942-4421-41cb-8060-5d85a3cad9f7_1760x1320.png 1456w" sizes="100vw"><img src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!EWjb!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F982ea942-4421-41cb-8060-5d85a3cad9f7_1760x1320.png" width="1456" height="1092" data-attrs="{&quot;src&quot;:&quot;https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/982ea942-4421-41cb-8060-5d85a3cad9f7_1760x1320.png&quot;,&quot;srcNoWatermark&quot;:null,&quot;fullscreen&quot;:null,&quot;imageSize&quot;:null,&quot;height&quot;:1092,&quot;width&quot;:1456,&quot;resizeWidth&quot;:null,&quot;bytes&quot;:166975,&quot;alt&quot;:null,&quot;title&quot;:null,&quot;type&quot;:&quot;image/png&quot;,&quot;href&quot;:null,&quot;belowTheFold&quot;:true,&quot;topImage&quot;:false,&quot;internalRedirect&quot;:&quot;https://www.lorenzoruffino.it/i/196781252?img=https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F982ea942-4421-41cb-8060-5d85a3cad9f7_1760x1320.png&quot;,&quot;isProcessing&quot;:false,&quot;align&quot;:null,&quot;offset&quot;:false}" class="sizing-normal" alt="" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!EWjb!,w_424,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F982ea942-4421-41cb-8060-5d85a3cad9f7_1760x1320.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!EWjb!,w_848,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F982ea942-4421-41cb-8060-5d85a3cad9f7_1760x1320.png 848w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!EWjb!,w_1272,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F982ea942-4421-41cb-8060-5d85a3cad9f7_1760x1320.png 1272w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!EWjb!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F982ea942-4421-41cb-8060-5d85a3cad9f7_1760x1320.png 1456w" sizes="100vw" loading="lazy"></picture><div class="image-link-expand"><div class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" class="lucide lucide-maximize2 lucide-maximize-2"><polyline points="15 3 21 3 21 9"></polyline><polyline points="9 21 3 21 3 15"></polyline><line x1="21" x2="14" y1="3" y2="10"></line><line x1="3" x2="10" y1="21" y2="14"></line></svg></button></div></div></div></a></figure></div><p>L&#8217;analisi pi&#249; dettagliata della distribuzione dei salari italiani &#232; contenuta nel <a href="https://www.inps.it/it/it/dati-e-bilanci/rapporti-annuali/xxii-rapporto-annuale.html">XXII Rapporto annuale</a> dell&#8217;Inps, presentato al Parlamento nel luglio 2023, che dedica una parte specifica al tema del <em>working poor</em> italiano sulla base dei dati amministrativi di ottobre 2022. Per misurare il salario orario il rapporto isola i dipendenti a tempo pieno e calcola la retribuzione giornaliera lorda, divisa poi per le ore di un orario standard. Il dieci per cento di lavoratori a tempo pieno che guadagna di meno sta sotto i 55,9 euro lordi al giorno, che corrispondono a circa 8,40 euro lordi l&#8217;ora<a class="footnote-anchor" data-component-name="FootnoteAnchorToDOM" id="footnote-anchor-1" href="#footnote-1" target="_self">1</a>.<sup> </sup>Il dipendente mediano a tempo pieno &#232; intorno agli 80,6 euro al giorno, cio&#232; 12 euro l&#8217;ora. Per il part-time il quadro &#232; ancora pi&#249; compresso. Il dieci per cento che guadagna meno sta sotto i 22,4 euro al giorno e la mediana &#232; di 41,5 euro, cio&#232; 1.079 euro lordi mensili che al netto diventano 991. </p><h2>Chi sono i lavoratori poveri</h2><p>Il rapporto Inps applica la definizione standard di lavoratore povero, cio&#232; chi guadagna meno del 60 per cento della retribuzione mediana del proprio gruppo. &#200; una soglia statistica convenzionale, non una soglia di povert&#224; reale. La soglia di povert&#224; assoluta calcolata dall&#8217;Istat &#232; in genere pi&#249; bassa, perch&#233; tiene conto di come una famiglia spende il proprio reddito complessivo, non solo del salario individuale. La soglia del 60 per cento serve a identificare chi, dentro il mondo del lavoro dipendente, sta nella parte pi&#249; bassa della distribuzione, e quindi &#232; pi&#249; esposto al rischio di povert&#224;.</p><p>Nel 2022 i lavoratori dipendenti privati sotto questa soglia erano 871.800, il 6,3 per cento del totale. Tra i 354 mila lavoratori a tempo pieno con bassa retribuzione annua, circa otto su dieci sono apprendisti, lavoratori intermittenti oppure dipendenti che durante l&#8217;anno hanno avuto periodi prolungati di cassa integrazione, malattia o maternit&#224;. Per ognuno di questi gruppi la retribuzione annua &#232; effettivamente pi&#249; bassa, ma per ragioni che un salario minimo orario non risolverebbe. L&#8217;apprendistato prevede per legge uno stipendio orario ridotto come contropartita del periodo di formazione. Il lavoro intermittente paga solo le ore in cui il dipendente &#232; chiamato in azienda, che possono essere poche. Cassa integrazione, indennit&#224; di malattia e di maternit&#224; sostituiscono solo una parte dello stipendio durante i periodi in cui il dipendente non lavora. In nessuno di questi casi il problema &#232; il salario orario di mercato. </p><p>Tra i 517 mila lavoratori poveri a part-time la composizione &#232; ancora pi&#249; sbilanciata. Sette su dieci sono donne, contro il 41 per cento di donne nel totale dei dipendenti privati. Il fenomeno &#232; concentrato al Sud, dove il 17 per cento dei dipendenti part-time sta sotto la soglia contro l&#8217;11 per cento del Nord, in valori assoluti 209 mila al Sud contro 200 mila al Nord nonostante quest&#8217;ultimo abbia una platea di dipendenti molto pi&#249; ampia. Tre su dieci hanno un contratto a tempo determinato e l&#8217;orario lavorato &#232; in media il 60 per cento di un orario standard. &#200; un mondo di part-time involontario e di poche ore, prevalentemente femminile e meridionale. Anche qui il problema &#232; il numero di ore, non l&#8217;euro per ora.</p><p>Quando si isolano i dipendenti a tempo pieno, tempo indeterminato, senza periodi di assenza retribuita dall&#8217;Inps durante l&#8217;anno e con bassa retribuzione per ragioni esclusivamente di salario orario, restano 20.300 persone, lo 0,2 per cento di tutti i dipendenti privati. Sono concentrate in pochi contratti collettivi. I primi tre per numero di lavoratori sono quelli delle agenzie di somministrazione di lavoro, che da soli pesano per circa 5.800 casi su 20 mila. Seguono il terziario della distribuzione, il turismo, la logistica, l&#8217;edilizia, i servizi socio-sanitari assistenziali, la vigilanza privata, i servizi di pulizia, i servizi alle famiglie. &#200; una platea precisa, identificabile per contratto e settore, non un fenomeno diffuso.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!4UWI!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6ee83f41-0e78-4cf5-9f0b-4eb15c49c303_2200x2090.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!4UWI!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F6ee83f41-0e78-4cf5-9f0b-4eb15c49c303_2200x2090.png 424w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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La quasi totalit&#224; dei minimi contrattuali standard &#232; gi&#224; allineata o superiore alla soglia dei 9 euro lordi. </p><h2>Il confronto europeo</h2><p>In ventidue paesi dell&#8217;Unione esiste un salario minimo legale, in cinque la materia &#232; demandata alla contrattazione collettiva. Eurostat <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/earn_mw_avgr2/default/table">misura</a> ogni anno il rapporto tra salario minimo mensile e retribuzione media lorda. Nel 2024 i valori sono attorno al 55 per cento nei Paesi Bassi, al 54 in Portogallo e Polonia, al 53 in Slovenia, al 52 in Spagna. Tra i grandi paesi, la Francia &#232; al 47 per cento, la Germania al 45. Nei paesi dell&#8217;Est i livelli scendono al 41 per cento in Cechia ed Estonia, al 40 in Bulgaria. L&#8217;intervallo tipico &#232; tra il 40 e il 55 per cento, con una mediana europea intorno al 48.</p><div class="captioned-image-container"><figure><a class="image-link image2 is-viewable-img" target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Uab1!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa32ff653-7738-433f-9e39-456b27c1ab84_1980x1980.png" data-component-name="Image2ToDOM"><div class="image2-inset"><picture><source type="image/webp" srcset="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Uab1!,w_424,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa32ff653-7738-433f-9e39-456b27c1ab84_1980x1980.png 424w, https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Uab1!,w_848,c_limit,f_webp,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa32ff653-7738-433f-9e39-456b27c1ab84_1980x1980.png 848w, 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class="pencraft pc-display-flex pc-gap-8 pc-reset"><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container restack-image"><svg aria-hidden="true" width="20" height="20" viewBox="0 0 20 20" fill="none" stroke-width="1.5" stroke="var(--color-fg-primary)" stroke-linecap="round" stroke-linejoin="round" xmlns="http://www.w3.org/2000/svg"><g><path d="M2.53001 7.81595C3.49179 4.73911 6.43281 2.5 9.91173 2.5C13.1684 2.5 15.9537 4.46214 17.0852 7.23684L17.6179 8.67647M17.6179 8.67647L18.5002 4.26471M17.6179 8.67647L13.6473 6.91176M17.4995 12.1841C16.5378 15.2609 13.5967 17.5 10.1178 17.5C6.86118 17.5 4.07589 15.5379 2.94432 12.7632L2.41165 11.3235M2.41165 11.3235L1.5293 15.7353M2.41165 11.3235L6.38224 13.0882"></path></g></svg></button><button tabindex="0" type="button" class="pencraft pc-reset pencraft icon-container view-image"><svg xmlns="http://www.w3.org/2000/svg" width="20" height="20" viewBox="0 0 24 24" fill="none" stroke="currentColor" stroke-width="2" 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Al 50 per cento (riferimento della direttiva europea e livello di Germania e Spagna) salirebbe a 1.680 euro. Al 53 per cento (livello tipico di Paesi Bassi, Polonia e Slovenia) arriverebbe a 1.780 euro. Al 60 per cento &#8212;(oglia massima considerata sicura dalla letteratura internazionale) toccherebbe i 2.013 euro.</p><p>In termini orari, ipotizzando un orario standard di circa 173 ore al mese, i corrispondenti valori vanno dai 9,3 euro lordi del livello francese ai 9,7 del livello tedesco e spagnolo, fino a 10,3 del livello olandese e polacco e ai 11,6 della soglia massima letteraria. La cifra dei 9 euro circolata nel dibattito italiano si colloca quindi proprio sul livello francese, nel mezzo basso della fascia europea, ben sotto i livelli di Paesi Bassi, Polonia e Portogallo.</p><p>La maggior parte della platea che il dibattito politico associa al salario minimo, cio&#232; i lavoratori poveri, sta nel mondo del part-time involontario, dell&#8217;intermittente, dell&#8217;apprendistato. &#200; una platea che un salario minimo orario tocca solo in piccola parte, perch&#233; il problema non &#232; lo stipendio orario ma il numero di ore.</p><p>C&#8217;&#232; poi la questione dell&#8217;aggiornamento. Si proponeva 9 euro l&#8217;ora nel 2019 e si continua a riproporre la stessa cifra oggi, ignorando l&#8217;inflazione e l&#8217;aumento del costo della vita degli ultimi sei anni. 9 euro del 2019 corrispondono a circa 10,9 euro oggi a parit&#224; di potere d&#8217;acquisto. O si riconosce che 9 euro vada bene adesso e quindi era troppo alto nel 2019, oppure si pensa che fosse giusto allora e debba essere aggiornato a circa 11 euro oggi. Continuare a proporre la stessa cifra nominale a sei anni di distanza vuol dire proporre, di fatto, un salario minimo reale pi&#249; basso.</p><h2>In conclusione</h2><p>La povert&#224; da lavoro in Italia esiste ma &#232; prima di tutto una povert&#224; di ore. La quasi totalit&#224; dei dipendenti che restano sotto soglia non lo &#232; per uno stipendio orario troppo basso, lo &#232; perch&#233; lavora part-time involontariamente, &#232; apprendista, ha un contratto intermittente o ha avuto periodi di cassa integrazione, malattia o maternit&#224;. Un salario minimo legale non agisce su nessuna di queste situazioni, perch&#233; non aumenta le ore di lavoro.</p><p>Per far crescere gli stipendi nel medio periodo servono crescita economica e aumento della produttivit&#224;, che &#232; ci&#242; che permette alle retribuzioni di salire senza creare disoccupazione. La produttivit&#224; cresce attraverso investimenti in capitale umano, in ricerca e in dimensioni aziendali maggiori, oltre a riforme di concorrenza che facciano emergere le imprese pi&#249; produttive. Servono inoltre politiche per l&#8217;occupazione femminile e giovanile, dato che la quota di part-time involontario in Italia &#232; circa il doppio della media europea, e un cuneo fiscale meno punitivo.</p><p>Un salario minimo legale a 9 o 10 euro l&#8217;ora si pu&#242; introdurre, anche per coprire i pochi contratti pirata e dare un riferimento ai settori dove la contrattazione &#232; pi&#249; debole. Ma &#232; uno strumento di portata limitata. Pensare che il salario minimo sia il modo principale per far salire gli stipendi italiani &#232; confondere il sintomo con la causa.</p><div class="footnote" data-component-name="FootnoteToDOM"><a id="footnote-1" href="#footnote-anchor-1" class="footnote-number" contenteditable="false" target="_self">1</a><div class="footnote-content"><p>Il salario orario lordo &#232; qui calcolato come retribuzione annua diviso giornate retribuite diviso otto ore di lavoro standard. Le giornate retribuite Inps includono ferie, festivi infrasettimanali e malattia retribuita, e moltiplicarle per otto restituisce le ore retribuite durante l&#8217;anno, non quelle effettivamente lavorate. &#200; la base di calcolo corretta per il confronto con un salario minimo legale orario, perch&#233; i contratti di lavoro dipendente pagano ferie e festivi alla stessa tariffa oraria contrattuale. Sui dati Inps 2024 la retribuzione giornaliera media dei lavoratori a tempo pieno &#232; di 118 euro lordi, che diviso otto ore restituisce un salario orario medio di circa 14,8 euro lordi. Applicando a questo valore le percentuali europee si ottengono i livelli orari del salario minimo italiano citati nel testo. La stessa convenzione viene utilizzata dal rapporto annuale Inps per calcolare i percentili del salario orario</p></div></div>]]></content:encoded></item></channel></rss>