Perchè il nucleare ha senso in Italia, ma adottarlo è complicato
I dati danno ragione a chi sostiene il ritorno al nucleare, ma le tempistiche e le condizioni reali sono molto più lunghe di quelle promesse
L’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz hanno evidenziato ancora una volta la dipendenza dell’Europa e dell’Italia dall’energia estera. A fine aprile la Commissione Europea ha stimato che l’Unione aveva speso 24 miliardi in più del previsto per far fronte all’aumento dei prezzi dei combustibili fossili.
Come a ogni crisi energetica, si torna in parte a parlare di energia nucleare. La stessa Unione europea lo vede come una parte fondamentale dell’AccelerateEU, un piano in cinque pilastri per ridurre la dipendenza dalle fonti estere. La presidente Ursula von der Leyen ha definito l’uscita dal nucleare un “errore strategico”. Anche in Italia negli ultimi anni, con il governo di centrodestra di Giorgia Meloni, si è tornati a parlare della possibilità di costruire centrali nucleari.
Ma ha senso tornare al nucleare? La risposta breve è: sì, ha senso discuterne come scelta industriale di lungo periodo; no, non ha senso presentarlo come soluzione alla prossima crisi energetica.
Prima di guardare ai dati, però bisogna partire dal fatto che famiglie e imprese italiane pagano la corrente sensibilmente di più degli altri grandi paesi e della media dell’Unione Europea e che la produzione di energia e di elettricità per l’Italia dipende ancora molto da fonti fossili che importiamo in gran parte dall’estero, tendenzialmente da paesi non particolarmente democratici.
Perché in Italia non abbiamo il nucleare
Nei primi anni Sessanta l’Italia fu per un breve periodo tra i principali produttori mondiali di elettricità nucleare: secondo la Banca d’Italia, risultò terza in termini assoluti e seconda per quota di elettricità prodotta. Poi è arrivato Chornobyl1, nell’aprile del 1986, e con esso il referendum dell’8 novembre 1987. I tre quesiti non chiedevano formalmente di abolire il nucleare ma di abrogare le compensazioni ai comuni ospitanti, la partecipazione di ENEL ad attività nucleari all’estero e i contributi statali agli impianti. I governi successivi hanno interpretato l’esito come una bocciatura politica di fatto e hanno chiuso il programma.
Vent’anni dopo il governo Berlusconi IV ha provato a invertire la rotta nel 2010. Il rilancio è durato poco più di un anno. Il referendum del 12 e 13 giugno 2011, tenuto in piena emergenza Fukushima, ha visto il 94 per cento dei votanti opporsi al nucleare con un’affluenza al 55 per cento. Da allora SOGIN ha gestito lo smantellamento delle centrali e l’Italia ha accumulato circa 33 mila metri cubi di rifiuti radioattivi distribuiti in venti depositi temporanei. La Carta Nazionale delle Aree Idonee per il deposito unico individua 51 aree in sei regioni e l’unica autocandidatura è arrivata da Trino Vercellese (che l’ha poi ritirata). Tutto il resto del territorio italiano ha detto no al deposito che dovrebbe contenere le scorie del nucleare già prodotto, prima ancora di parlare di reattori nuovi.
Chi ce l’ha nel resto d’Europa
Al primo dicembre 2025 risultano operativi in Europa 165 reattori per circa 148 gigawatt elettrici netti, con nove unità in costruzione. Il nucleare ha generato il 24 per cento dell’elettricità dell’Unione nel 2025 e quasi metà di quella a basse emissioni. La Francia con 57 reattori produce il 67 per cento del suo mix elettrico con l’atomo. La Slovacchia è al 60 per cento, l’Ungheria al 47, la Finlandia al 42, il Belgio al 41. Anche la Svezia, paese spesso considerato modello ambientale, ha il nucleare al 29 per cento del mix.
Dopo Fukushima diversi paesi avevano scelto la via dell’uscita. La Germania ha disconnesso gli ultimi tre reattori il 15 aprile 2023 e la Spagna ha confermato un piano di phase-out tra il 2027 e il 2035 (anche se per ora ha un 20 per cento di elettricità che viene dal nucleare). Tra il 2022 e il 2025 la rotta si è invertita. Belgio, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Romania, Slovacchia, Ungheria e Svezia hanno tutti annunciato piani di nuova costruzione o di estensione di vita degli impianti esistenti. La Francia ha ordinato sei nuovi reattori EPR2 con opzione per altri otto. La Polonia, partita da zero come l’Italia, ha firmato con Westinghouse e Bechtel per tre reattori con inizio della costruzione nel 2028 e produzione tra il 2033 e il 2035.
Perché il nucleare è considerato un’energia pulita
L’argomento principale a favore del nucleare è di natura climatica. Quando si calcolano le emissioni di anidride carbonica di una fonte energetica si tiene conto dell’intero ciclo, dall’estrazione del minerale fino alla costruzione dell’impianto, all’esercizio e alla gestione dei rifiuti. Uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology nel 2023 calcola che il nucleare emetta circa 6 grammi di anidride carbonica per chilowattora prodotto, l’IPCC nel suo sesto rapporto del 2022 indica un valore mediano di 12 grammi. Il carbone produce tra 820 e 1.200 grammi, il gas tra 380 e 490, l’eolico circa 11, il fotovoltaico circa 40. Il nucleare è quindi tra le fonti meno inquinanti che esistano, allo stesso livello di sole e vento. Our World in Data calcola che dal 1971 al 2023 il nucleare nel mondo abbia evitato 72 miliardi di tonnellate di anidride carbonica.
Il secondo argomento è il consumo di territorio. Anche qui la direzione del confronto è chiara, ma i numeri dipendono molto da che cosa si misura: area fisicamente occupata, perimetro del sito o, nel caso dell’eolico, distanza tra turbine. Una centrale nucleare da 1 GW occupa pochi chilometri quadrati e produce elettricità quasi tutto l’anno. Per ottenere la stessa produzione annua con fotovoltaico a terra servono in genere decine di chilometri quadrati, nell’ordine di 60-80 km². Per l’eolico l’area complessiva del parco può essere molto più grande, ma gran parte del terreno tra le turbine può restare utilizzabile per agricoltura o pascolo. In un paese come l’Italia, dove i vincoli paesaggistici, agricoli e autorizzativi pesano molto, questa differenza conta.
C’è poi il fattore di carico, l’indice che misura quanto un impianto produce rispetto alla sua capacità massima teorica. Il nucleare ha valori molto elevati: nel 2024 la media mondiale è stata dell’83 per cento, e in alcuni parchi, come quello nordamericano, si è avvicinata al 90. Fotovoltaico ed eolico hanno valori più bassi e variabili: in Italia il fotovoltaico è nell’ordine del 15 per cento, mentre l’eolico terrestre è intorno al 20-25 per cento a seconda degli anni e dei siti. Questo non significa che siano fonti poco utili, ma che per produrre la stessa quantità annua di elettricità serve installare molta più potenza nominale e integrare il sistema con reti, accumuli e fonti programmabili. Su questa caratteristica si fonda l’argomento più forte del nucleare, la capacità di fornire elettricità in modo costante 24 ore su 24. È il motivo per cui le grandi aziende tecnologiche americane, da Microsoft ad Amazon, da Google a Meta, hanno cominciato a firmare contratti pluriennali con operatori nucleari per alimentare i centri dati di intelligenza artificiale.
L’ultimo argomento è di sicurezza energetica. Una volta in esercizio il combustibile rappresenta solo il 5-15 per cento dei costi totali del nucleare, contro il 60-80 per cento del gas. Lo stoccaggio in sito copre 18-24 mesi. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, a livello globale il nucleare evita ogni anno circa 1,5 miliardi di tonnellate di emissioni e 180 miliardi di metri cubi di domanda di gas.
Quanto è davvero pericoloso
Il giudizio dei cittadini sul nucleare è stato segnato per quarant’anni dalla memoria di Chornobyl e Fukushima. I dati raccolti da Our World in Data sulla base delle Nazioni Unite raccontano una storia diversa.
A Chornobyl morirono direttamente 30 persone, due nell’esplosione e 28 nelle settimane successive per sindrome acuta da radiazioni. La stima migliore della letteratura scientifica, considerando anche i tumori della tiroide nei bambini esposti al latte contaminato e altri effetti di lungo periodo, colloca il bilancio reale tra 300 e 500 morti. A Fukushima il bilancio diretto è di un solo morto per tumore al polmone tra i lavoratori esposti, mentre i circa 2.300 decessi documentati sono attribuiti allo stress fisico e psicologico dell’evacuazione di 165 mila persone, non alle radiazioni.
Calcolando i morti per terawattora prodotto, Our World in Data colloca il nucleare allo stesso livello di sicurezza di solare ed eolico, con 0,03 morti per terawattora, contro i 24,6 del carbone, i 18 del petrolio e i 2,8 del gas. Una città di 150 mila abitanti alimentata interamente a carbone produrrebbe almeno 25 morti l’anno per inquinamento dell’aria, se fosse invece alimentata interamente a nucleare avrebbe in media una vittima ogni 33 anni. I combustibili fossili sono un ordine di grandezza più pericolosi del nucleare e delle rinnovabili moderne.
I reattori di terza generazione e terza generazione avanzata, come AP1000, EPR e Hualong One, integrano sistemi di sicurezza più ridondanti e, in alcuni casi, passivi rispetto ai reattori più vecchi. Resta una vulnerabilità nuova, di natura climatica. Il parco francese nel 2022 ha avuto metà dei reattori fermi per fenomeni di corrosione e per la siccità. La produzione è scesa a 279 terawattora contro una media decennale di 395. La Cour des Comptes ha avvertito che la frequenza di blocchi estivi per scarsa portata fluviale potrebbe triplicare entro il 2050. La fonte che dovrebbe combattere il cambiamento climatico viene a sua volta complicata dal cambiamento climatico.
Le scorie ad alta attività sono i rifiuti più pericolosi del nucleare e restano radiotossici per oltre centomila anni. La soluzione tecnica considerata definitiva dalla comunità scientifica è il deposito geologico profondo, una rete di gallerie scavata in roccia stabile a centinaia di metri sotto terra, dove i rifiuti vengono sigillati in contenitori a tenuta. Oggi nessun deposito di questo tipo è in operazione al mondo. Il primo, Onkalo in Finlandia, dovrebbe attivarsi a breve. Tutti gli altri paesi conservano le scorie in depositi temporanei nei pressi delle vecchie centrali. Non significa che il problema sia irrisolvibile, perché la roccia stabile esiste e la tecnologia è matura, ma significa che la soluzione di lungo periodo è ancora in fase di costruzione.
I piccoli reattori modulari
Buona parte del dibattito italiano si concentra sui piccoli reattori modulari, gli SMR. Sono reattori sotto i 300 megawatt elettrici, circa un terzo della potenza di una centrale tradizionale. La differenza con le centrali classiche è che dovrebbero essere prodotti come moduli prefabbricati in fabbrica e poi assemblati sul sito, mentre i grandi reattori vengono costruiti pezzo per pezzo in cantiere. Per produrre la stessa quantità di energia di una centrale convenzionale servirebbero da tre a venti SMR, ma ogni unità sarebbe più piccola, più economica e in teoria più adatta a località diverse, anche distretti industriali. La promessa è di abbattere tempi e costi grazie alla standardizzazione di fabbrica.
La realtà del 2026 è diversa dalle promesse. Solo sette degli oltre 127 design SMR a livello mondiale sono operativi o in costruzione. I pochi SMR oggi effettivamente in esercizio o vicini all’esercizio commerciale sono concentrati soprattutto in Russia e Cina e hanno richiesto dodici anni di costruzione contro i tre o quattro promessi, con sforamenti di costo del 300-400 per cento. Negli Stati Uniti la società NuScale, l’unica ad aver ottenuto la certificazione di design, ha cancellato a fine 2023 il progetto in Idaho dopo che i costi erano saliti a circa 21.500 dollari per chilowatt.
C’è una ragione strutturale che preoccupa anche gli economisti. Le economie di scala funzionano al contrario per i reattori piccoli rispetto a quelli grandi. Una centrale da mille megawatt non costa cinque volte una da duecento, perché molti costi fissi non scalano con la potenza. Lo studio dell’Australian Academy of Technological Sciences and Engineering del 2024 conclude che gli SMR non saranno pronti per essere installati in Australia prima degli anni Quaranta, troppo tardi per gli obiettivi climatici. Gli SMR oggi sono una promessa industriale, non una tecnologia di mercato.
Nucleare e rinnovabili, complementari
Una delle domande più diffuse è se il nucleare sia un’alternativa o un complemento alle rinnovabili. La risposta è la seconda. Solare ed eolico sono fonti intermittenti, producono solo quando il sole splende o il vento soffia. Per gestire i loro periodi di assenza un sistema elettrico ha bisogno di accumuli di energia, batterie nel breve periodo e idrogeno o pompaggio idroelettrico nel lungo periodo. Servono inoltre centrali capaci di accendersi quando serve. Oggi quel ruolo è svolto soprattutto dal gas, che è anche il combustibile che fissa il prezzo all’ingrosso dell’elettricità in molte ore della giornata. Il nucleare può sostituirlo in larga misura, fornendo elettricità costante e a basse emissioni.
Quando il vento non soffia e il sole non splende, ha sintetizzato il Comitato Economico e Sociale Europeo, il nucleare tiene le luci accese e i prezzi stabili. Lo stesso ragionamento si applica ai settori industriali difficili da decarbonizzare, come acciaio, cemento e chimica, che possono usare il calore nucleare ad alta temperatura. La Repubblica Ceca ha lanciato un progetto per portare il calore della centrale di Dukovany alla città di Brno, che ha più di 250 mila abitanti.
Lo scenario Net Zero Emissions dell’IEA al 2050 prevede che la capacità nucleare globale più che raddoppi, dai 417 gigawatt del 2022 a 916 gigawatt nel 2050, pur scendendo dal 9 all'8 per cento della generazione elettrica complessiva. Le rinnovabili crescono molto più velocemente, con la capacità totale installata che arriva a essere otto volte quella del 2022, e con solare ed eolico che insieme producono il 70 per cento dell'elettricità globale. Uno studio del MIT del 2018 stima che senza nucleare i costi della decarbonizzazione profonda siano da due a quattro volte più alti. Il Princeton Net-Zero America del 2021 mostra invece che la decarbonizzazione è possibile anche con sole rinnovabili, ma allo scenario senza nucleare corrispondono tassi di costruzione di solare ed eolico storicamente senza precedenti. La Germania genera molta più elettricità da rinnovabili rispetto alla Francia, circa il 59 contro il 28 per cento, ma la sua rete emette oltre 16 volte più anidride carbonica per unità di energia, perché la generazione non rinnovabile tedesca è dominata da carbone e gas mentre quella francese è quasi totalmente nucleare.
Quanto tempo serve all’Italia
L’Italia parte da zero. Manca un’autorità di sicurezza nucleare operativa, manca il know-how industriale di costruzione e manutenzione, non ci sono siti pronti ad accogliere le centrali e l’opposizione tra la cittadinanza è forte. Come benchmark internazionale la Polonia ha previsto che ci vorranno 8-12 anni dall’inizio del programma alla prima centrale, gli Emirati Arabi Uniti hanno impiegato 11 anni dalla decisione politica al primo collegamento alla rete.
Va anche considerato che i costi e tempi dei progetti tendono sempre a essere maggiori di quanto preventivano. Flamanville-3 in Francia ha richiesto 17 anni di lavori e oltre 13 miliardi di euro contro i 3,3 stimati. Olkiluoto-3 in Finlandia è entrato in servizio nel 2023 dopo 18 anni, costando 11 miliardi contro i 3 previsti, e ha portato Areva al fallimento. Hinkley Point C nel Regno Unito dovrebbe essere finito nel 2030 con un costo che a prezzi correnti potrebbe raggiungere 46-48 miliardi di sterline contro i 18 stimati nel 2015. Vogtle 3 e 4 negli Stati Uniti sono costati oltre 34 miliardi di dollari contro i 14 stimati nel 2009. In tutti i casi i costi sono raddoppiati o triplicati e i tempi si sono allungati di sette-dodici anni. Anche la Francia, leader del nucleare europeo, fa fatica. Il primo dei sei nuovi EPR2 ordinati da Macron è già slittato di tre anni al 2038.
La Banca d’Italia nel suo working paper L’atomo fuggente del 2025 calcola che servano circa 2 miliardi di euro di investimento pubblico per la «predisposizione del tessuto nazionale» e almeno 40 miliardi per costruire centrali per 8 gigawatt elettrici. Secondo Banca d’Italia, l’elettronucleare potrebbe ridurre la volatilità dei prezzi, ma difficilmente avrebbe un impatto significativo sul livello dei prezzi finali; sulla dipendenza energetica gli effetti sarebbero ambigui, perché alla minore importazione di gas si sommerebbe la necessità di importare combustibile e tecnologia nucleare.
Al problema dei tempi si somma quello dei siti. La densità della popolazione italiana, la sismicità appenninica e il rischio idrogeologico riducono di molto l’idoneità geografica del territorio. La Carta delle Aree Idonee per il deposito dei rifiuti già esistenti ha suscitato opposizione in tutte le regioni interessate tranne Trino Vercellese. Eolico e fotovoltaico incontrano la stessa sindrome NIMBY, l’acronimo inglese di “not in my backyard”, non nel mio cortile, che ha rallentato lo sviluppo delle rinnovabili negli anni in cui sarebbero costate molto poco. Per costruire centrali nucleari servirà una spinta nazionale coordinata, una procedura di selezione dei siti simile a quella adottata da Polonia o Finlandia e il superamento dei conflitti che, lasciati al solo livello locale, paralizzerebbero qualsiasi progetto.
Indipendenza energetica? L’uranio viene da qualche parte
L’indipendenza energetica è uno degli argomenti centrali di chi sostiene il ritorno al nucleare. È un argomento solido ma da maneggiare con cura. L’Italia importa circa il 75 per cento dell’energia consumata, contro il 57 per cento della media europea. Ma l’uranio si importa. L’Unione Europea importa il 97 per cento dell’uranio naturale, con il 27 per cento dal Kazakistan, il 25 dal Niger, il 22 dal Canada e il 17 dalla Russia. Sull’arricchimento, la fase tecnicamente più sensibile della filiera, la Russia controlla tra il 44 e il 50 per cento della capacità globale, il consorzio europeo Urenco circa il 30, la francese Orano il 12. L’indipendenza dal gas che il nucleare può offrire è quindi reale, ma viene parzialmente compensata da nuove dipendenze. È un cambio di vulnerabilità più che un’eliminazione.
Cosa succede negli altri paesi
La distinzione che emerge guardando l’estero è tra chi sa costruire e chi no. La Cina in dieci anni è arrivata a 59 reattori operativi e oltre 28 in costruzione, con una capacità nucleare installata che secondo Bloomberg sorpasserà quella francese nel 2026 e quella statunitense entro il 2032. I tempi medi di costruzione cinesi sono di 6,3 anni e il costo unitario di circa 2.300 dollari per chilowatt. Uno studio pubblicato su Nature del 2025 stima un costo di 2 dollari per watt per gli impianti standardizzati cinesi, contro 4 dollari per i francesi e fino a 15 per gli statunitensi. La Corea del Sud ha consegnato il complesso di Barakah negli Emirati Arabi Uniti, quattro reattori APR-1400 per 5,6 gigawatt complessivi, in dodici anni a circa 24-32 miliardi di dollari.
Le ragioni del divario sono strutturali. Lo Stato cinese finanzia il 70 per cento dei costi a tassi intorno all’1,4 per cento, irraggiungibili dal capitale privato occidentale, e si appoggia a un design standardizzato, l’Hualong One. Questa continuità ha permesso al paese di accumulare una curva di apprendimento che in Europa e Stati Uniti è invece andata persa nel lungo silenzio successivo a Chornobyl. La filiera è quasi interamente nazionale, con componenti, manodopera e tecnologie prodotti in casa per circa il 90 per cento, ed elimina i colli di bottiglia che hanno bloccato i cantieri occidentali. I permessi sono centralizzati e prevedibili e il programma ha una scala dichiarata.
In conclusione
Guardando i dati senza ideologia, il nucleare è una tecnologia a basse emissioni, sicura quanto le rinnovabili moderne e complementare a solare ed eolico in qualsiasi scenario realistico di decarbonizzazione. Per un paese che paga l’elettricità il doppio della Francia, importa tre quarti della propria energia ed è esposto come pochi alle crisi geopolitiche, includere il nucleare nella strategia di lungo periodo è una scelta tecnica prima ancora che ideologica.
Il dibattito italiano tende però a sottovalutare le difficoltà che sono il cuore della questione. La prima è il tempo, perché i reattori non saranno operativi prima di un decennio da quando si parte. La seconda è il costo, perché le cifre richieste competono con investimenti alternativi più rapidi e oggi più convenienti. La terza è la filiera, perché senza autorità di sicurezza, regolamentazione moderna e formazione tecnica si rischia di replicare l’esperienza occidentale dei cantieri infiniti. La quarta è la dipendenza, dall’uranio e dall’arricchimento, che riduce ma non elimina la vulnerabilità geopolitica.
Non ci sono soluzioni magiche e nemmeno scorciatoie. Se l’Italia vuole davvero puntare sul nucleare deve farlo nella consapevolezza che è una scelta di lungo periodo, che impegna risorse e priorità per decenni e non per una legislatura. Prima ancora dei decreti attuativi e dei siti serve però qualcosa che oggi non c’è, un dibattito pubblico serio sull’argomento. I partiti, sia di maggioranza sia di opposizione, hanno finora alternato annunci e rifiuti ideologici senza mai entrare nel merito dei tempi, dei costi e delle alternative. L’Italia ha già detto no due volte con due referendum. È una circostanza che non si può ignorare né superare con una legge votata in fretta. Il nucleare va trattato per quello che è, una scelta industriale di lungo periodo che richiede di tornare a parlarne davvero con i cittadini, non una scorciatoia per risolvere la prossima bolletta.
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In questo articolo usiamo la traslitterazione dall'ucraino "Chornobyl" anziché quella dal russo "Chernobyl", forma più nota in Italia perché entrata in uso al tempo dell'incidente, quando l'Ucraina faceva parte dell'Unione Sovietica





