(Questa newsletter è stata scritta dopo 9 ore di diretta notturna su YouTube a commentare il voto. Mi scuso in anticipo per eventuali errori).
Alle elezioni di metà mandato del 3 novembre i democratici hanno vinto con un margine maggiore di quello delle loro ultime due grandi vittorie, il 2006 e il 2018. Secondo i dati delle 8.00 di mattina del 4 novembre, ora italiana, al Senato i democratici hanno vinto 54 seggi su 100 (e manca ancora l’Alaska), partendo con una minoranza di 47 seggi contro i 53 dei repubblicani. Alla Camera il New York Times stima che i democratici abbiano vinto tra i 255 e i 256 seggi su 435, circa quaranta in più di quelli che avevano prima delle elezioni.
Le elezioni di metà mandato, o midterm, sono quelle che si tengono a metà del mandato del presidente per rinnovare completamente la Camera dei rappresentanti e parzialmente il Senato (circa un terzo). Ieri erano in palio 35 seggi al Senato. Di solito le elezioni di metà mandato portano a votare contro il presidente in carica e il suo partito perde seggi. Quest’anno la sconfitta dei repubblicani è stata più ampia di quanto previsto dai sondaggi e dai modelli. I repubblicani hanno perso anche in quegli stati dove Trump aveva vinto con più di dieci punti, a cominciare dal Texas.
Il voto nazionale
La Camera è composta da 435 seggi e si raggiunge la maggioranza con 218. Alle ore 7.30 Associated Press ha assegnato 221 seggi ai democratici e 129 ai repubblicani. Tra i seggi assegnati, 19 sono passati da repubblicani a democratici, mentre nessuno da democratici a repubblicani. Ci sono ancora diversi distretti da assegnare. Secondo il New York Times, che tiene conto anche dei voti non ancora contati, i democratici dovrebbero arrivare tra i 255 e i 256 seggi, mentre nel 2024 ne avevano vinti 215 (tre in meno della maggioranza).
Il voto nazionale per la Camera è il totale dei voti ottenuti dai candidati di ogni partito nei 435 collegi ed è il dato più vicino a un voto popolare in un’elezione di metà mandato. È stato contato circa l’82 per cento dei voti, poco più di 100 milioni di schede: i democratici hanno ottenuto il 55 per cento contro il 44 per cento dei repubblicani, con una differenza di 11 punti. Per fare un confronto, alle elezioni presidenziali del 2024 Trump aveva superato Kamala Harris di circa un punto e mezzo nel voto popolare, mentre nel 2018, a metà del primo mandato di Trump, i democratici erano avanti di poco meno di 9 punti nel voto per la Camera. Il dato finale lo avremo fra qualche giorno, dopo il conteggio dei voti per posta, ma non ci aspettiamo grandi variazioni.
Per capire che cosa sta succedendo, ho confrontato il margine tra democratici e repubblicani nella corsa al Senato con il margine delle elezioni presidenziali del 2024. Ho considerato solo le contee dove è stato conteggiato almeno l’85 per cento dei voti, ossia 2.002.
In media il margine si è spostato di 15 punti verso i democratici, nella stessa direzione in 99 contee su cento. Per tipologia di contea, nelle zone rurali lo spostamento è di 15 punti, nelle suburbane di 16 e nelle grandi contee urbane di 16. Lo spostamento è compatto in tutte le aree, dalle città alla campagna. A livello di stato, pesando le contee per il numero di votanti, il Texas ha uno spostamento di 23 punti, il più alto, mentre South Carolina e North Carolina sono a 21. Michigan e Minnesota sono a circa 5, i più bassi. Va comunque considerato che stiamo confrontando un voto per il Senato con un voto presidenziale: il confronto risente anche della forza dei singoli candidati, in alcuni stati molto diversa da quella di Trump e Harris.
Gli stati che hanno deciso il Senato
Il Senato è composto da 100 membri, due per stato, con un mandato di sei anni. Per i democratici la soglia magica è 51 seggi, perché con 50 a 50 il voto decisivo spetterebbe al vicepresidente JD Vance, repubblicano. I democratici dovevano conquistare almeno quattro seggi e finora ne hanno conquistati sette: Texas, North Carolina, Ohio, Kansas, Iowa, South Carolina e Maine.
In Texas Trump aveva vinto nel 2024 con quasi 14 punti e l’ultimo senatore democratico è stato eletto nel 1988. Qui James Talarico, un deputato statale di 37 anni che in passato è stato insegnante, ha vinto contro il procuratore generale Ken Paxton, che alle primarie aveva battuto il senatore uscente John Cornyn. Con l’87 per cento dei voti contati Talarico è al 55 per cento e Paxton al 43. I modelli alla vigilia davano Talarico avanti di 3 punti, ma il margine reale finora è di 12 punti. La corsa a governatore del Texas è stata vinta dalla democratica Gina Hinojosa che ha battuto Greg Abbott, che puntava al quarto mandato, con il 53 per cento contro il 46. La contea di Starr, sul confine messicano, dove oltre il 95 per cento degli abitanti sono di origine latinoamericana, ha visto Trump avanti di 16 punti nel 2024 e Talarico avanti di 56 punti quest’anno. Si tratta di uno spostamento di più di 70 punti, segno di come il voto dei latinos sia cambiato. Anche le contee di Hidalgo e Webb, sempre sul confine, hanno avuto uno spostamento di circa 50 punti. Nelle grandi aree metropolitane lo spostamento è tra i 20 e i 30 punti. Infine, nelle contee di Tarrant e Collin, nella periferia di Dallas, Trump ha vinto nel 2024 e Talarico quest’anno.
In Michigan il candidato democratico Abdul El-Sayed ha ottenuto il 52 per cento contro il 46 di Mike Roger. El-Sayed sarà il primo mussulmano a essere eletto al Senato, dopo essere stato pesantemente attaccato dai repubblicano su questo in campagna elettorale. In South Carolina, dove non veniva eletto un senatore democratico dal 1998, la pediatra dem Annie Andrews ha vinto con il 51 per cento dei voti contro il 47 della senatrice repubblicana Darline Graham, nominata al posto di suo fratello Lindsey Graham dopo la morte di lui in estate. Nel 2024 Trump aveva vinto in questo stato con 18 punti. In North Carolina l’ex governatore Dem Roy Cooper ha ottenuto il 59 per cento contro il 39 di Michael Whatley, mentre nel 2024 Trump aveva vinto con 3 punti. In Georgia il senatore democratico Jon Ossoff è stato rieletto con il 59 per cento contro il 41 di Mike Collins, mentre nel 2024 Trump aveva vinto con 2 punti. In Ohio è tornato al Senato Sherrod Brown (dopo essere stato sconfitto nel 2024), che ha vinto con il 49 per cento contro il 46 del repubblicano Jon Husted. In Kansas Adam Hamilton ha vinto contro il senatore repubblicano Roger Marshall con il 51 per cento contro il 46. In Maine il Dem Troy Jackson ha vinto contro la senatrice Susan Collins, in carica dal 1997, con il 53 per cento contro il 47.
In Mississippi, la gara ad ora più aperta, nel 2024 Trump aveva vinto con 23 punti. Alla vigilia, la repubblicana Cindy Hyde-Smith, senatrice uscente, era dava avanti di 9 punti. Al 97 per cento dello spoglio, ci sono poche decine voti di distanza tra Hyde-Smith e il democratico Scott Colom, procuratore distrettuale, su più di 945 mila, quindi di fatto sono in parità. Le schede ancora da contare sono circa 20 mila e secondo il New York Times, i voti mancanti darebbero un leggero vantaggio a Hyde-Smith, ma non sono sufficienti per dichiarare un vincitore. Tra i seggi tenuti dai repubblicani ci sono la Florida, dove Ashley Moody ha vinto con il 51 per cento contro il 48 di Angie Nixon, in uno stato vinto da Trump con 13 punti, e la Louisiana, dove Julia Letlow ha vinto con il 51 per cento contro il 49, in uno stato vinto da Trump con 22 punti.
Come è stato possibile
Per capire come si sono mossi gli elettori, si possono guardare gli exit poll, ossia le interviste condotte durante i giorni delle elezioni o fuori dai seggi a chi ha votato, per capire come ha scelto e quali sono le caratteristiche di chi ha votato in termini di età, sesso, istruzione e origine. Quest’anno Fox News ha chiuso la sua Fox News Voter Analysis, che faceva insieme all’Associated Press dal 2018, e al suo posto ha lanciato il Fox News Voter Poll, un consorzio tra Fox, AP e altre cinque reti televisive, realizzato dall’istituto SSRS. Il Fox News Voter Poll ha intervistato quasi 80 mila elettori dal 19 ottobre al 3 novembre, online, via telefono e di persona ai seggi.
Per avere un confronto con il 2024, bisogna guardare all’ultima Fox News Voter Analysis condotta dal NORC dell’Università di Chicago, che ha intervistato circa 120 mila persone. Nella pagina del 2024 non c’è il dato della Camera, quindi il confronto lo facciamo con il voto presidenziale Trump-Harris, che è lo stesso riferimento che abbiamo usato per le contee. Va comunque considerato che gli istituti sono diversi, che le domande sono in parte diverse e che l’elettorato delle elezioni di metà mandato è diverso da quello delle elezioni presidenziali, essendo più anziano. Il peso degli over 65 tra i votanti passa dal 27 al 35 per cento, mentre quello dei 18-29enni dal 16 all’11 per cento. I dati del 2026 sono provvisori: nei giorni successivi alle elezioni gli exit poll vengono riallineati in base ai risultati effettivi. Al momento gli exit poll danno i democratici avanti di 10 punti nel voto per la Camera, ma lo spoglio li dà a 11. La differenza è già piccola.
Il 62 per cento dà un giudizio negativo a Donald Trump e il 38 per cento uno positivo. Nel 2024 l’approvazione del suo primo mandato era stata pari al 52 per cento. Il 43 per cento ha votato per opporsi al presidente e il 16 per cento per sostenerlo. Il 63 per cento ha considerato una decisione sbagliata l’intervento militare contro l’Iran. Il Partito democratico è ancora impopolare, con un giudizio negativo del 53 per cento degli elettori, ma il Partito repubblicano è ancora peggio, con il 59 per cento.
Nel 2024 il 64 per cento degli elettori ha dato un giudizio negativo sull’economia del paese, un gruppo che ha votato per Trump con un margine di 40 punti. Nel 2026 questo giudizio negativo è salito al 75 per cento, ma questa volta quegli elettori hanno votato per i democratici, ancora con un margine di 40 punti. La stessa insoddisfazione economica questa volta ha portato a votare contro il partito del presidente. Il 62 per cento ha dato la colpa principalmente alle politiche di Trump per l’aumento dei prezzi, il 65 per cento pensa che i dazi abbiano danneggiato l’economia e il 44 per cento ha detto che la propria famiglia è in condizioni peggiori rispetto a due anni fa. In entrambi gli anni il 39 per cento degli elettori ha indicato l’economia come il problema principale: da +24 per Trump a +5 per i democratici.
Chi ha cambiato voto
Tra gli under 30 Harris era avanti di 4 punti nel 2024 e i democratici di 47 nel 2026, il maggior cambiamento. Tra i 30 e i 44 anni il vantaggio dei democratici è passato da 3 a 24 punti, mentre gli over 65 hanno votato in modo simile a due anni fa, con un leggero vantaggio repubblicano.
Lo spostamento è stato lo stesso per uomini e donne, circa 12 punti. Tra gli uomini Trump era avanti di 12 punti nel 2024 e nel 2026 c’è parità, mentre tra le donne il vantaggio democratico è passato da 6 a 18 punti. I latinos, tra i gruppi che hanno registrato la maggiore crescita di Trump nel 2024, hanno visto il vantaggio democratico passare da 12 a 27 punti. Gli uomini latinos, che due anni fa erano in parità, sono passati da 2 a 16 punti. Gli uomini afroamericani sono passati da 49 a 72 punti. Tra gli indipendenti il vantaggio democratico è passato da 6 a 22 punti e tra i moderati da 16 a 31 punti. Il minor cambiamento si è registrato tra i maschi bianchi non laureati, il gruppo con la maggiore fedeltà a Trump: Trump era avanti di 39 punti nel 2024 e i repubblicani di 30 nel 2026.
Bisogna considerare che l’affluenza è diversa. Tra i votanti del 2026, il 48 per cento ha dichiarato di aver votato Harris nel 2024 e il 45 per cento per Trump. In realtà Trump ha vinto di circa un punto e mezzo su Harris, quindi c’è stata più astensione tra gli elettori di Trump. I passaggi di campo sono stati sbilanciati: il 6,5 per cento degli elettori di Trump del 2024 ha votato per i democratici, mentre solo il 2,3 per cento di chi aveva votato Harris è andato verso i repubblicani. Chi nel 2024 non aveva votato, il 4,5 per cento dei votanti del 2026, ha scelto i democratici con 44 punti di vantaggio. Va comunque considerato che il voto del 2024 ricordato dagli intervistati è una misura non molto precisa, per via degli errori di memoria di una parte di loro.
In Texas, dove i latinos sono un quarto degli elettori, nel 2024 erano quasi in parità, ma nel 2026 Talarico li ha vinti con 34 punti di vantaggio. Tra gli uomini latinos si passa da Trump +7 a Talarico +22, mentre tra gli under 30 da repubblicani +6 a democratici +59. La presenza del candidato Paxton pesa anche perché il 62 per cento degli elettori texani ne ha un’opinione negativa, Paxton è stato coinvolto in varie inchieste negli ultimi anni e per il 66 per cento non ha la stoffa giusta per il Senato. L’11 per cento degli elettori texani che hanno votato Trump nel 2024 è andato a Talarico.
In Georgia, tra gli afroamericani il vantaggio democratico passa da 71 a 86 punti, mentre nelle zone suburbane, quasi in parità nel 2024, Ossoff ha vinto con 31 punti di vantaggio. In Mississippi, dove gli afroamericani sono quasi un terzo degli elettori, il 97 per cento di loro ha votato Colom. La parità è dovuta soprattutto agli elettori bianchi: Trump ha preso +65 nel 2024, mentre Hyde-Smith +43 nel 2026. In South Carolina c’è un movimento simile tra i bianchi, che passano da repubblicani +46 a repubblicani +14.
In conclusione
La lettura degli exit poll ci dice che il voto del 3 novembre è stato soprattutto un giudizio su Trump e sull’economia. Gli elettori insoddisfatti dei prezzi hanno votato contro i democratici al governo nel 2024 e hanno votato contro i repubblicani nel 2026, per lo stesso motivo. Questo spostamento è stato ampio e quasi identico tra città e campagne, ma più forte tra i giovani e i latinos, che sono stati decisivi per la vittoria di Trump due anni fa.
La vittoria democratica è dovuta in gran parte al giudizio negativo sul presidente, ma il partito democratico è ancora sgradito a più di metà degli elettori. Questo fa sì che il consenso dei democratici sia volatile, come quello di Trump due anni fa. Nei prossimi due anni Trump avrà un Congresso a maggioranza democratica, che potrà bloccare le sue leggi e indagare sull’amministrazione, e le elezioni presidenziali del 2028 partiranno da questa situazione.




