Come la Repubblica vinse 80 anni fa
Il 2 e il 3 giugno 1946 votarono quasi 25 milioni di italiani con un’affluenza dell’89 per cento. La Repubblica vinse con 12,7 milioni di voti contro 10,7 della Monarchia
Ottant’anni fa, il 2 e il 3 giugno 1946, gli italiani decisero per la prima volta con quale forma di Stato volevano essere governati. Erano 28 milioni gli aventi diritto al voto, ne andarono ai seggi quasi 25 milioni, pari all’89 per cento. La Repubblica vinse con 12,7 milioni di voti contro 10,7 della Monarchia, una distanza di circa due milioni di schede e un margine sui voti validi del 54 contro 46 per cento. Lo stesso giorno gli elettori scelsero anche i 556 deputati dell’Assemblea Costituente, l’organo che avrebbe scritto la nuova carta fondamentale. Era il primo voto libero dopo ventiquattro anni di regime e di guerra.
Quel voto fu il primo a suffragio universale pieno della storia italiana. Per la prima volta a livello nazionale potevano votare anche le donne, dopo che un decreto del febbraio 1945, firmato dal governo Bonomi aveva esteso loro il diritto. Andarono ai seggi 13 milioni di donne contro 12 milioni di uomini.
Non tutta l’Italia partecipò al referendum. La provincia di Bolzano, che contava circa 300 mila abitanti, restò fuori perché non era stato possibile formare le liste elettorali. Restava aperta infatti la questione della cittadinanza dei sudtirolesi che nel 1939, in base agli accordi fra Mussolini e Hitler, avevano scelto di trasferirsi nel Reich tedesco rinunciando alla cittadinanza italiana. Esclusi furono anche i territori della Venezia Giulia ancora contesi, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara, per circa 1,3 milioni di abitanti sotto amministrazione militare alleata o jugoslava. Restarono fuori dal voto le centinaia di migliaia di prigionieri di guerra ancora trattenuti all’estero e gli internati militari italiani in lento rientro dalla Germania. La normativa escluse anche chi era rientrato in Italia fra la chiusura delle liste, ad aprile 1946, e il giorno del voto.
La Repubblica al Nord, la Monarchia al Sud
Letti per regione, i risultati raccontano la narrazione classica delle due Italie. La Repubblica vinse in tutte le regioni del Centro-Nord, con punte estreme in Trentino-Alto Adige all’85 per cento e in Emilia-Romagna al 77. La Monarchia vinse in tutte le regioni del Sud più il Lazio, con massimi in Campania al 76 per cento e in Molise al 69. Nel mezzo, fra le regioni centrali, l’Umbria al 72 per cento di consensi repubblicani, la Toscana al 72, le Marche al 70, la Liguria al 69. La Lombardia votò Repubblica al 64 per cento, il Veneto al 58, il Piemonte al 57. La Valle d’Aosta, altro feudo storico dei Savoia, al 63. La provincia di Roma si fermò sul filo, con la Monarchia avanti di poco meno di 26 mila voti su un milione.
Lo storico Maurizio Ridolfi ha proposto una lettura più sfumata di quel voto. Le percentuali raccontano due Italie contrapposte, ma se si guardano i numeri assoluti l’immagine cambia. Il 52 per cento di chi votò per la Monarchia veniva dalle regioni del Nord. Piemonte, Lombardia e Veneto da soli contribuirono al 28 per cento dei voti monarchici complessivi. Nel Sud la Repubblica raccolse 2,6 milioni di voti. In una decina di province ottenne intorno al 40 per cento e in alcune fasce, l’Abruzzo settentrionale, Trapani, Latina, Pescara, Viterbo e Teramo, prevalse del tutto. Una piccola Repubblica c’era anche nel Sud, una piccola Monarchia c’era anche nel Nord.
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Province e comuni, una geografia frastagliata
A livello provinciale la geografia si fa ancora più frastagliata. Quattro province settentrionali votarono per la Monarchia: Cuneo, Asti, Bergamo e Padova. Cinque province del Centro-Sud votarono Repubblica, Viterbo, Latina, Teramo, Pescara e Trapani. Le sfide più tirate andarono ad Agrigento, dove la Monarchia vinse per appena lo 0,8 per cento, ad Asti per l’1,2, a Bergamo per l’1,5. Sull’altro versante, la provincia di Lecce con l’85 per cento di voti monarchici fu la più filo-sabauda d’Italia, seguita dalle province di Caserta e Napoli, oltre il 78 per cento.
Scendendo al livello dei singoli comuni, su 7.180 municipi in cui si votò, 4.095 scelsero la Repubblica e 3.085 la Monarchia. Il comune più repubblicano d’Italia fu Alfonsine, in provincia di Ravenna, con il 97 per cento di sì, terra di tradizione contadina e di Resistenza partigiana. Lo seguivano Massa Lombarda, Ziano di Fiemme, Volano, Roncone, San Lorenzo in Banale, tutti in Romagna o nel Trentin e tutti sopra il 94 per cento. Sull’altro versante, il comune più monarchico fu Santa Cesarea Terme nel Salento, con il 99 per cento di voti per la Monarchia, seguito da Stilo in Calabria con la stessa quota, Corsano nel Leccese, Ficarazzi e Bolognetta in Sicilia, tutti sopra il 98 per cento.
Anche le città grandi raccontano questa geografia. Milano votò Repubblica al 68 per cento, Genova al 74, Bologna al 68, Firenze al 63, Venezia al 62, Verona al 65. Torino, la capitale storica dei Savoia, al 61. Trento toccò l’80 per cento. Roma si fermò al 46, Napoli al 20, Palermo al 16, Catania al 19, Bari al 25, Cagliari al 28. Il margine delle grandi città del Mezzogiorno fu schiacciante per la Monarchia. A Napoli i voti monarchici furono oltre 690 mila contro meno di 200 mila voti repubblicani, a Palermo oltre 200 mila contro meno di 40 mila.
Lo spoglio e il passaggio di poteri
Lo scrutinio cominciò la sera del 3 giugno. Tutte le schede dovevano essere contate nello stesso luogo, la Sala della Lupa di Montecitorio, alla presenza della Corte di Cassazione, degli ufficiali angloamericani della Commissione alleata e dei giornalisti. Furono i voti del Sud ad arrivare per primi, e la mattina del 4 giugno la Monarchia risultava in vantaggio. Il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, in carica dal dicembre 1945, scrisse al ministro della Real Casa Falcone Lucifero invitando alla prudenza, perché i risultati erano ancora troppo parziali per essere conclusivi.
La sera del 5 giugno, con il distacco repubblicano ormai consolidato dai voti del Nord, il ministro dell’Interno Giuseppe Romita, socialista, annunciò ufficiosamente la vittoria della Repubblica in una conferenza stampa al Viminale. Il giorno dopo il Corriere della Sera uscì in apertura con “È nata la Repubblica italiana”, La Stampa con “È nata l’Italia repubblicana”. L’annuncio non aveva valore giuridico, ma fu un atto politico di peso che orientò l’opinione pubblica nei giorni successivi.
Il 10 giugno alle 18, nella Sala della Lupa, la Corte di Cassazione presieduta da Giuseppe Pagano proclamò i risultati provvisori, 12,67 milioni di voti alla Repubblica, 10,69 milioni alla Monarchia. La proclamazione conteneva una clausola sospensiva, perché la Corte rinviava al 18 giugno il giudizio definitivo sui ricorsi e l’integrazione delle sezioni mancanti. I monarchici si aggrapparono a quella formula. La loro tesi era che la “maggioranza degli elettori votanti” richiesta dalla legge istitutiva del referendum andasse calcolata conteggiando anche le schede bianche e nulle. Senza queste, sostenevano, la Repubblica non aveva raggiunto la metà più uno. All’Unione Monarchica Italiana arrivarono migliaia di segnalazioni di presunti brogli, raccolte in circa 21 mila ricorsi. Nessuno di quei ricorsi avrebbe trovato riscontro nelle verifiche successive della Cassazione.
Il governo De Gasperi, temendo che un ulteriore rinvio innescasse il caos, decise di non aspettare. Nella notte fra il 12 e il 13 giugno il Consiglio dei ministri stabilì che, sulla base della proclamazione del 10, le funzioni di Capo provvisorio dello Stato spettavano al presidente del Consiglio in carica. La decisione passò con tutti i voti favorevoli, tranne quello del ministro liberale Leone Cattani. Umberto II, informato del passaggio, diffuse un proclama in cui denunciò un “gesto rivoluzionario” del governo e nel pomeriggio del 13 giugno partì in aereo da Ciampino per il Portogallo, dove si stabilì a Cascais. Non abdicò mai. Lasciò comunque il Paese in modo pacifico, perché il generale alleato Maurice Stanley Lush gli aveva fatto sapere che gli Alleati non sarebbero intervenuti a sua difesa. Era stato re per 36 giorni.
Il 18 giugno la Corte di Cassazione, con dodici voti contro sette, stabilì che la “maggioranza degli elettori votanti” doveva essere interpretata come maggioranza dei voti validi, schede bianche e nulle escluse. Respinse tutti i ricorsi e proclamò i risultati definitivi, 12,7 milioni di voti alla Repubblica, 10,7 milioni alla Monarchia, 1,5 milioni di voti nulli. Anche conteggiando le schede invalidate, peraltro, la Repubblica avrebbe avuto la maggioranza assoluta dei votanti.
La Costituente e le prime parlamentari
Lo stesso 2 giugno gli elettori scelsero anche i 556 deputati dell’Assemblea Costituente, su 573 previsti. Mancavano i seggi delle aree dove non si era votato. La Democrazia Cristiana ottenne la maggioranza relativa con il 35 per cento dei voti e 207 seggi. Seguirono il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria al 21 per cento con 115 seggi e il Partito Comunista Italiano al 19 per cento con 104 seggi. I tre partiti che sarebbero diventati i protagonisti della storia repubblicana valsero insieme il 75 per cento dei consensi. Le forze schierate per la Monarchia, l’Unione Democratica Nazionale al 7 per cento e il Blocco Nazionale della Libertà al 3, raccolsero meno del 10 per cento, ben sotto al 46 per cento ottenuto dalla Monarchia nel referendum. Molti elettori monarchici, soprattutto cattolici del Sud, alla Costituente votarono comunque DC. Il Fronte dell’Uomo Qualunque, che si era dichiarato neutrale, ottenne il 5 per cento e 30 seggi, il Partito Repubblicano il 4 e 23 seggi, il Partito d’Azione di Ferruccio Parri appena l’1,5 con 7 seggi.
Fra i 556 eletti c’erano 21 donne, le prime parlamentari italiane. Nove erano della DC, da Maria Federici a Elisabetta Conci, da Angela Maria Guidi Cingolani a Vittoria Titomanlio. Nove erano del PCI, da Nilde Jotti a Teresa Mattei, da Teresa Noce a Nadia Gallico Spano. Due erano del PSIUP, Lina Merlin e Bianca Bianchi, una dell’Uomo Qualunque, Ottavia Penna Buscemi. Cinque entrarono nella Commissione dei 75 incaricata di scrivere la Costituzione. Nilde Jotti, trentatré anni dopo, sarebbe diventata la prima donna a presiedere la Camera dei deputati.
Il 28 giugno l’Assemblea elesse Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, giurista liberal-democratico, con 396 voti su 501 al primo scrutinio. Il 1° gennaio 1948, con l’entrata in vigore della Costituzione, sarebbe diventato il primo presidente della Repubblica. Il primo articolo della nuova carta, “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, uscì da una discussione lunga mesi che vide contrapposte la formulazione "di lavoratori" sostenuta dalla sinistra e le obiezioni di liberali e cattolici, fino al compromesso finale. L’articolo 139, scritto come reazione esplicita al rischio di un ritorno della monarchia, stabilisce che “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”.



