L’Italia destina all’istruzione l’8 per cento della spesa pubblica, il valore più basso tra i 27 paesi dell’Unione europea, contro una media del 9,7 per cento e il 14 per cento della Svezia, secondo i dati Eurostat. Allo stesso tempo, per un bambino della scuola primaria l’Italia ha speso circa 9 mila euro a parità di potere d’acquisto, contro i 7.400 della Francia e gli 8.100 della Germania. I due numeri sono veri insieme e il modo in cui stanno insieme spiega buona parte di quello che non funziona nella scuola italiana.
In questi giorni sta incominciando il nuovo anno scolastico e vale la pena usare l’occasione per guardare la scuola italiana nel suo insieme. Quello che emerge è un sistema che spende poco in totale e quasi tutto in stipendi, che ha tanti insegnanti su classi piccole e paga poco ciascuno di loro, che lascia poco o niente a edifici e servizi e che da trent’anni viene riformato quasi solo nell’esame finale.
Poco in totale, molto per alunno
Secondo Eurostat nel 2024 la spesa pubblica per l’istruzione è stata in Italia il 4 per cento del PIL (la quota dell’8 per cento vista sopra misura invece il peso dell’istruzione dentro il bilancio pubblico), contro il 4,8 della media europea, il 5,1 della Francia, il 4,5 della Germania e il 4,1 della Spagna. Nel 2010 era il 4,4 per cento. La quota sul totale della spesa pubblica è scesa nello stesso periodo dall’8,8 all’8,0 per cento, mentre la media europea passava dal 9,9 al 9,7. In quattordici anni l’Italia ha spostato risorse dalla scuola ad altre voci del bilancio più di quanto abbia fatto il resto d’Europa ed è questa la parte vera del luogo comune sul sottofinanziamento.
La spesa per studente racconta una storia diversa a seconda del livello. Nella primaria l’Italia spende, come visto, più di Francia e Germania. Nella secondaria superiore spende 8.500 euro per studente a parità di potere d’acquisto, sotto la media europea di 9.000 e molto sotto i 10.600 della Francia e i 12.100 della Germania. All’università la spesa pubblica per studente è di 9 mila dollari a parità di potere d’acquisto contro una media OCSE (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che riunisce 38 paesi ad alto reddito e produce la maggior parte dei confronti internazionali sull’istruzione) di 15 mila, secondo Education at a Glance 2025. L’Italia è l’unico grande paese avanzato in cui la spesa per studente diminuisce salendo di livello, mentre sull’università il sottofinanziamento è particolarmene grave.
Il dato alto della primaria si spiega in gran parte con il calo degli alunni. Gli iscritti alle scuole statali e paritarie (esclusa l’infanzia) sono passati da 7,06 a 6,52 milioni in nove anni, oltre 540 mila in meno. Il calo delle nascite, iniziato dopo il 2008, ha svuotato prima gli asili e le elementari, sta arrivando adesso alle medie e toccherà le superiori nei prossimi anni per una semplice questione di età, quindi quello che è già successo nei primi ordini di scuola succederà anche negli altri. Nella scuola dell’infanzia fra il 2015 e il 2022 la spesa totale è scesa dell’8,6 per cento mentre i bambini iscritti scendevano del 19 per cento, così la spesa per bambino è salita senza che nessuno avesse deciso di investire di più. Sull’intero sistema, fra il 2015 e il 2022 la spesa reale per studente è cresciuta in Italia del 6,5 per cento contro il 10,5 della media OCSE, nonostante un calo di studenti molto più forte. Il “miglioramento” per alunno è l’effetto di un denominatore che si restringe più in fretta del numeratore.
Secondo le previsioni demografiche dell’Istat, nello scenario mediano, la popolazione fra i 6 e i 18 anni passerà da 6,94 milioni nel 2025 a 5,19 milioni nel 2040, un quarto in meno in quindici anni, quindi il denominatore continuerà a restringersi. A parità di spesa la scuola italiana avrà a disposizione per ogni alunno un terzo di risorse in più rispetto a oggi. Che cosa farne è la vera decisione di politica scolastica dei prossimi anni. Per capirla bisogna prima vedere dove vanno i soldi adesso.
La spesa in istruzione è fatta da tre quarti in stipendi
Nella scuola dalla primaria alla secondaria l’Italia destina agli stipendi del personale il 75 per cento della spesa, contro il 72 della Francia, il 71,5 della Germania, il 54 della Finlandia e una media del 70 per cento nei paesi OCSE per cui il dato è disponibile. Nella secondaria di primo grado la quota sale all’84 per cento, la più alta del gruppo. Quello che resta è poco. La spesa in conto capitale, che nella contabilità OCSE comprende costruzione e ristrutturazione degli edifici e l’acquisto di attrezzature durevoli, era il 3,7 per cento della spesa scolastica italiana nel 2013, è scesa all’1,1 per cento nel 2017, un sesto della media OCSE, è risalita al 3 per cento nel 2019 e al 5,4 nel 2023 grazie al PNRR, comunque sotto la media OCSE, che in tutto il periodo è rimasta fra il 7 e il 9 per cento. In dollari a parità di potere d’acquisto l’Italia ha speso in edifici e attrezzature 106 dollari per studente nel 2017 e 800 nel 2023, contro i 1.200 della media OCSE, i 1.700 della Germania e i 1.950 dei Paesi Bassi. Nel bilancio 2026 del Ministero dell’istruzione i redditi da lavoro dipendente sono l’87 per cento del totale e il funzionamento ordinario delle scuole, cioè quello che serve a farle andare avanti ogni giorno oltre agli stipendi, vale 596 milioni, l’1 per cento.
Nella primaria italiana ci sono 10,7 alunni per docente contro 13,4 della media europea e 18,1 della Francia, mentre le classi hanno in media 17,9 alunni contro 20 nell’area OCSE, 21,6 in Francia e 21,1 in Germania. Gli stipendi pesano tanto perché gli insegnanti sono tanti e a questo si aggiunge dato (forse) meno noto: gli studenti italiani ricevono più ore di lezione della media, 917 all’anno nella primaria contro 804, mentre ogni insegnante ne fa meno, 752 contro 784. Più ore da coprire, classi più piccole e meno ore per docente vogliono dire, a parità di alunni, molti più insegnanti. Secondo la serie storica ricostruita dall’Osservatorio sui conti pubblici, i docenti della scuola statale sono passati da 335 mila nel 1960 a 793 mila nel 1985, quando gli alunni erano al massimo storico di quasi 10 milioni, mentre da allora oscillano fra 800 e 870 mila mentre gli alunni scendevano. Il taglio di 85 mila cattedre della riforma Gelmini è stato riassorbito dalla Buona Scuola del 2015 e dal 2015 a oggi i docenti sono cresciuti di altri 142 mila mentre gli alunni calavano dell’8 per cento.
Di quei 142 mila, 124 mila sono docenti di sostegno. Nella scuola statale sono passati da 126 mila nel 2015/16 a 250 mila nel 2024/25 e oggi sono un docente su quattro, mentre gli alunni con disabilità certificata sono 377 mila, il 4,8 per cento degli iscritti, quasi il doppio di dieci anni fa. Il capitolo vale 8,8 miliardi, il 15 per cento del bilancio del ministero. Il 56 per cento di chi lo fa funzionare è precario, perché la crescita è passata quasi tutta dai posti “in deroga”, quelli autorizzati anno per anno oltre l’organico. Va detto che l’Italia ha scelto la forma più radicale di inclusione: il 97 per cento degli alunni con disabilità sta in classe ordinaria per almeno l’80 per cento del tempo, contro il 44 per cento della Germania, che ne manda più della metà in scuole speciali, o il 37 della Francia, che li affianca con accompagnatori non docenti a tempo parziale. Il Portogallo però, con un tasso di inclusione in classe dell’87 per cento, ci arriva con un docente di sostegno ogni tredici alunni con disabilità, mentre in Italia ce n’è uno ogni 1,4.
Edifici piccoli, vecchi e senza mensa
L’anagrafe dell’edilizia scolastica del ministero censisce 39 mila edifici statali per 7.900 istituti autonomi, cioè cinque edifici per istituto e 178 alunni per edificio. Il 44 per cento degli edifici ospita cinque classi o meno. Fuori dai capoluoghi di provincia, dove stanno tre edifici su quattro, la quota sale a uno su due, con 151 alunni per edificio contro 268 nelle città. Nel confronto internazionale disponibile, quello del questionario PISA del 2015 (la rilevazione che ogni tre anni misura le competenze dei quindicenni in lettura, matematica e scienze in oltre ottanta paesi), una scuola secondaria italiana ha in media 874 studenti contro 921 della media OCSE e una scuola media 506 contro 668. Un sistema così frammentato costa di più per alunno in riscaldamento, personale non docente e manutenzione.
Solo il 37 per cento degli edifici ha il certificato di agibilità, il 34 per cento quello di prevenzione incendi e il 14 per cento è stato progettato con criteri antisismici, mentre quasi metà del patrimonio immobiliare è precedente al 1976. Quattro edifici su dieci sono senza mensa e senza palestra. La mensa c’è nel 51 per cento degli edifici del Nord-Ovest contro il 22 per cento delle Isole. Alla primaria il tempo pieno copre il 44 per cento degli alunni, con il Lazio al 64 per cento e la Sicilia al 14, mentre lo chiede il 53 per cento delle famiglie. Mense e trasporto sono a carico dei comuni e in questa voce l’Italia spende lo 0,2 per cento del PIL contro lo 0,3 della media europea e lo 0,7 della Francia, con i comuni del Sud che spendono per abitante un terzo di quelli del Centro. I presidi lo confermano nell’indagine TALIS 2024 dell’OCSE, quella che ogni sei anni interroga insegnanti e dirigenti sulle condizioni di lavoro: il 47 per cento di quelli italiani segnala infrastrutture inadeguate, il valore peggiore dell’Unione europea contro una media del 25 per cento, mentre per il materiale didattico si lamenta il 7 per cento, meno della media.
Il PNRR avrebbe dovuto colmare una parte di questo ritardo con 2,1 miliardi del piano Scuola 4.0. L’obiettivo originario di 100 mila aule trasformate in ambienti innovativi è sparito nella revisione del piano di novembre 2025. Il 5 settembre 2026 il ministro Giuseppe Valditara ha dichiarato 156 mila aule trasformate, senza un dato pubblico che lo verifichi, mentre il monitoraggio ufficiale a giugno contava 1.200 progetti conclusi su 8.213.
Insegnanti pagati poco e sempre meno
Un insegnante di scuola primaria in Italia inizia con uno stipendio statutario, cioè quello fissato dal contratto per un orario pieno, di circa 33 mila dollari a parità di potere d’acquisto (i dollari convertiti con un cambio che tiene conto del diverso costo della vita, così che cento dollari comprino le stesse cose in ogni paese) e arriva al massimo, 48 mila, dopo 35 anni di carriera. Sono i dati OCSE riferiti al 2022, gli ultimi con una media internazionale disponibile. Nei paesi OCSE si parte da 36.600 dollari e si arriva a 60.500, in Francia da 34.600 a 58.800, in Spagna da 44.700 a 63.900, in Germania da 70.400 a 91.700. In euro, secondo la base dati Eurydice sull’anno scolastico 2024/25, una maestra italiana guadagna 25.200 euro lordi a inizio carriera e 36.700 al massimo, un docente delle superiori 27.200 e 42.100. Sono le cifre delle tabelle del contratto 2019-2021, tredicesima e indennità fissa comprese.
L’OCSE misura di solito questi stipendi rispetto a quelli degli altri lavoratori laureati. Su quella scala una maestra italiana guadagna il 65 per cento di un laureato a tempo pieno contro l’87 per cento della media OCSE, il 74 della Francia e il 97 della Germania. Si potrebbe pensare che il confronto sia distorto, perché in Italia i laureati sono pochi e quindi ben pagati. I dati dicono il contrario. Il premio salariale della laurea in Italia è tra i più bassi dell’OCSE, 133 contro 156 fatto 100 lo stipendio di un diplomato, perché i laureati italiani sono pochi e anche pagati poco. Rifacendo il conto con un altro denominatore, il salario medio annuo di tutti i lavoratori dipendenti, il quadro cambia poco. Una maestra italiana con 15 anni di carriera guadagna il 91 per cento del salario medio nazionale, contro il 106 per cento della media dei 35 paesi con dati completi, il 144 della Germania, il 119 della Spagna e l’82 della Francia. L’Italia è ventunesima su 35 e cambiando denominatore lo svantaggio si dimezza ma resta.
Quel rapporto fra lo stipendio di una maestra con quindici anni di servizio e il salario medio valeva 1,00 nel 2005 e ancora 1,00 nel 2020, cioè per quindici anni un’insegnante ha guadagnato esattamente quanto il lavoratore dipendente medio italiano, poi è sceso a 0,91 nel 2022 e a 0,87 nel 2025, perché fra il 2020 e il 2025 il salario medio italiano è cresciuto di quasi il 20 per cento in termini nominali e lo stipendio statutario di un docente del 3,8. In termini reali, posto uguale a 100 lo stipendio statutario del 2015, nel 2024 l’Italia era a 89,4 e la media OCSE a 103,6, con la Francia a 99,5, la Germania a 96,9 e la Spagna a 97,3. Nessun altro grande paese ha tagliato tanto il potere d’acquisto dei propri insegnanti.
Allargando lo sguardo al 2010 e usando le retribuzioni contrattuali dell’Istat deflazionate con l’inflazione, la scuola ha perso il 14 per cento contro il 12 dell’intera pubblica amministrazione, il 5,7 dell’economia nel suo complesso e un aumento dello 0,5 per cento nell’industria. Dentro il pubblico impiego il comparto scuola è l’ultimo per retribuzione media, 31.700 euro lordi nel 2024 contro 39.800 della media dei dipendenti pubblici secondo il Conto annuale della Ragioneria dello Stato.
L’età media di un insegnante italiano è di 48 anni secondo l’indagine TALIS, la più alta fra i paesi OCSE. Nella primaria il 58 per cento dei docenti ha più di 50 anni contro il 34 per cento della media OCSE, il 27 della Francia, il 37 della Germania e il 30 della Spagna, mentre i docenti sotto i 30 anni sono il 3 per cento. Un docente su quattro non è di ruolo, erano uno su otto nel 2015. Nell’indagine TALIS il 96 per cento degli insegnanti italiani si dice soddisfatto del proprio lavoro e il 23 per cento del proprio stipendio.
Una carriera senza gradini
In Italia lo stipendio di un insegnante dipende da una sola variabile, gli anni passati in cattedra. Sei scatti in trentacinque anni portano chi va in pensione a guadagnare 1,46 volte quello che prendeva il giorno dell’assunzione, contro una media OCSE di 1,65 raggiunta in ventisei anni. Il rapporto italiano era identico nel 2022 e nel 2025. Il Portogallo ha dieci scaglioni con quote di accesso ai più alti e una forbice di 2,16 fra fine e inizio carriera, i Paesi Bassi hanno tre funzioni diverse assegnate dalle singole scuole e il massimo si tocca in dodici anni con un rapporto di 2,04, l’Inghilterra chiede una domanda motivata per passare dalla fascia base a quella superiore.
Le prove su che cosa funzioni non sono a senso unico. I bonus una tantum legati ai punteggi, provati a New York e a Nashville con premi fino a 15 mila dollari, non hanno prodotto nulla, mentre in Portogallo le graduatorie a quote del 2007 hanno peggiorato i risultati agli esami e gonfiato i voti interni, secondo uno studio dell’economista Pedro Martins. Quello che ha funzionato è diverso. In Inghilterra dal 2000 un insegnante può chiedere di passare a una fascia di stipendio superiore, e per ottenerla deve dimostrare che i suoi alunni fanno progressi. Uno studio di economisti di Bristol ha confrontato i risultati degli stessi alunni prima e dopo che i loro insegnanti hanno fatto quel passaggio, trovando un miglioramento pari a quasi mezzo voto in più nell’esame di fine ciclo. Conta la struttura della carriera più del premio di fine anno. L’Italia ha provato due volte la strada del premio e ha fallito due volte, con il concorsone del 2000 finito in uno sciopero e con il bonus merito della Buona Scuola del 2015, svuotato nel 2019 quando le sue risorse sono state versate nel fondo per il salario accessorio di ogni scuola e distribuite a tutti. Uno stipendio piatto per trentacinque anni non seleziona chi entra e non trattiene chi è bravo. Con un rapporto fra docenti e studenti così alto la stessa spesa divisa per meno persone basterebbe a portare le buste paga ai livelli europei.
Risultati sopra la media, grazie al calo degli altri
Nei test PISA 2025 i quindicenni italiani hanno ottenuto 468 punti in matematica, 474 in lettura e 483 in scienze, contro medie OCSE di 463, 461 e 482. I punteggi PISA sono costruiti su una scala in cui la media dei paesi OCSE nella prima edizione del 2000 valeva 500 punti, mentre l’OCSE stima che una ventina di punti corrispondano più o meno a un anno di scuola. È la prima volta che l’Italia sta sopra la media in lettura e matematica, ma il sorpasso è quasi tutto relativo. Tutto l’Occidente è in calo: la media OCSE in lettura ha perso 14 punti in tre anni, il calo più forte mai registrato, mentre dal 2015 l’Italia e la media OCSE hanno perso entrambe 24 punti in matematica. Nell’ultima edizione l’Italia ha perso 7 punti in lettura e 4 in matematica rispetto al 2022, meno della Francia (18 in lettura) e della Spagna (23), quindi il risultato italiano è una tenuta dentro un calo generale. Il quadro dei flussi è comunque in miglioramento: la dispersione implicita misurata dall’INVALSI, cioè la quota di diplomati con competenze da terza media, è scesa dall’8,7 al 6,3 per cento nel 2026, mentre gli abbandoni precoci fra i 18 e i 24 anni sono all’8,2 per cento contro il 18,6 del 2010, per la prima volta sotto la media europea del 9,1.
I laureati fra i 25 e i 34 anni sono il 31 per cento contro il 45 della media europea, penultimi nell’Unione, mentre il 37 per cento degli adulti fra i 25 e i 64 anni ha competenze di lettura al livello più basso o sotto, contro il 27 per cento della media OCSE secondo l’indagine PIAAC del 2023, la versione per adulti dei test PISA. Gli stock restano fermi mentre i flussi migliorano. La scuola italiana produce risultati nella media fino a quindici anni e li disperde dopo, oltre a distribuirli in modo molto diseguale. In matematica i quindicenni del Nord-Ovest fanno 492 punti e quelli del Sud 437, 55 punti di distanza, mentre in lettura i liceali fanno 516 punti e gli studenti dei professionali 388, 130 punti, cioè parecchi anni di scuola nella scala del test.
Tredici riforme dell’esame di maturità in trent’anni
Dal 1996 a oggi l’esame di Stato è stato modificato tredici volte, sette delle quali in modo strutturale, una ogni quattro anni e mezzo. Si va dalle tre prove e i cento punti del 1997 alla riforma del 2025, che ha ripristinato il nome “maturità”, reso obbligatorio il colloquio e limitato a quattro le discipline dell’orale, passando per commissioni interne e miste, buste, esami solo orali e ritorni degli scritti. Uno studente entrato alle superiori nel 2013 e uscito nel 2023 ha attraversato un solo impianto di programmi e cinque regimi d’esame. La formazione iniziale dei docenti è stata rifatta cinque volte in venticinque anni.
I programmi sono stati toccati più di quanto si dica, perché le Indicazioni nazionali sono state riscritte nel 2007, nel 2012 e di nuovo nel 2025 per il primo ciclo e nel 2026 per i licei, mentre nel 2010 il riordino delle superiori ha tagliato ore e indirizzi. Ogni segmento di scuola vede però una revisione organica del curricolo ogni tredici-sedici anni e nessuna di queste revisioni ha mai toccato il monte ore (fra il 2022 e il 2025, secondo Eurydice, l’unica variazione italiana sono state 66 ore di educazione motoria in più alla primaria). Nessuna riforma, dell’esame o dei programmi, viene poi valutata: il Consiglio di Stato ha sospeso il parere sulle Indicazioni 2025 per l’assenza di un’analisi d’impatto, mentre il liceo quadriennale è stato esteso a mille scuole senza uno studio sugli effetti dei primi anni di sperimentazione. In Germania gli standard nazionali sono nati nel 2003 insieme a un istituto che ne misura gli effetti ogni anno.
L’esame è la riforma che la politica preferisce perché è visibile, arriva subito e non costa nulla, mentre gli orari, gli organici e gli stipendi sono più difficili da cambiare. Un simbolo del modo di governare in Italia.
In conclusione
Quello che emerge da questi dati è che la scuola italiana spende meno degli altri paesi in totale, ma spende più di loro per ogni alunno delle elementari perché ha molti più insegnanti, su classi più piccole, in edifici più piccoli e con più ore di lezione per gli studenti, mentre ognuno di questi insegnanti viene pagato meno che in qualsiasi altro grande paese europeo e ogni anno un po’ meno in termini reali. Il risultato è una scuola che funziona discretamente alle elementari, che tiene alle superiori grazie al calo generale dei paesi ricchi e che poi non riesce a portare abbastanza ragazzi alla laurea e alle competenze da adulti.






Grazie dell'analisi. Quello che manca, naturalmente, è ciò che non dipende dai dati, ma che potrebbe, forse, emergere se ci fosse un sondaggio serio per gli insegnanti, con forti garanzie di anonimato (ma non so se emergerebbe dalla maggioranza delle risposte). Si tratta, in Italia, di un mondo variegato fatto di abusi e ingerenze nei confronti di chi ha a cuore la didattica seria (ciò che alla fine produce effettivamente i risultati), di chi sceglie la carriera per poi scaldare il posto, regalando voti, accontentando i genitori che altrimenti sono pronti a sfoderare ricorsi in tribunale, dove ci si attacca alla burocrazia più che alla sostanza; di conseguenza, ciò che muove dirigenti, collaboratori scolastici, e di conseguenza insegnanti, è il rispetto della forma a discapito del contenuto. Il tutto nel quadro sconfortante fatto di dati che ci riporti fedelmente. Il mio è ovviamente un resoconto parziale, ma questi e simili meccanismi spiegano gli scarsi risultati a fronte dei tanti insegnanti a supporto degli studenti.
Quando di presentano questi numeri si dovrebbe sempre ricordare che l’italia è gravata da un enorme debito pubblico e quella è l’unica voce cui il nostro paese, ainoi, destina più risorse degli altri membri.