La legislatura scade il 13 ottobre del 2027 e nel centrodestra si discute da mesi se anticipare il voto alla primavera, magari accorpandolo alle comunali nelle principali città italiana. Se finisse così mancherebbero poco più di sei mesi alle elezioni. La campagna, intanto, è già cominciata e da qui alle urne ogni singola rilevazione verrà letta come un segnale o come una smentita, con la solita coda di titoli sul sorpasso della settimana.
Per seguire quei numeri senza dipendere dal sondaggio del giorno ho costruito doppiacifra.it. È un sito che calcola la media dei sondaggi politici italiani e la aggiorna da solo, ogni notte, senza che nessuno debba trascrivere niente a mano. Accanto alla media nazionale ci sono il gradimento del governo e la fiducia nei singoli leader, più l’archivio completo delle rilevazioni depositate, consultabile sondaggio per sondaggio. Con il calendario elettorale si aggiungeranno altre cose, a partire dalle regionali.
Come funziona il sito
La fonte di partenza è il sito del governo. Chi pubblica un sondaggio politico o elettorale è tenuto per legge a depositarne la documentazione completa presso il Dipartimento per l’informazione e l’editoria, che la mette online in PDF: metodologia, committente, testo delle domande e tabelle dei risultati. È la base più completa che esista in Italia, molto più di qualunque rassegna giornalistica, ed è anche la più scomoda da usare. Ogni istituto compila quei documenti a modo suo, chiama le liste come vuole, cambia formato da un anno all’altro e spesso deposita immagini invece che tabelle.
Ogni notte il sistema scarica i nuovi depositi, li legge, riconosce le liste anche quando sono scritte in venti modi diversi, ricalcola la media e ripubblica il sito. Il ritardo mediano fra la fine della rilevazione e il deposito è di tre giorni, quindi la media di oggi contiene quasi sempre i sondaggi di cui si è letto nei giorni scorsi. Nel 2026 sono arrivati 242 sondaggi nazionali da 17 istituti diversi, circa sei a settimana: sono abbastanza perché una media abbia senso e troppi perché un lettore possa tenerne il conto da solo.
Come si calcola la media
Sommare tutti i sondaggi e dividere per il loro numero sarebbe la soluzione più semplice e sarebbe anche quella sbagliata. Gli istituti non pubblicano con la stessa frequenza, non hanno la stessa precisione e soprattutto non partono dallo stesso punto: ognuno tende a misurare certi partiti sistematicamente più in alto e altri più in basso rispetto agli altri. È quello che in letteratura si chiama house effect e in Italia vale spesso più di un punto percentuale, cioè più della differenza che separa due partiti in classifica.
La media di doppiacifra.it è una stima statistica giornaliera e il principio è semplice. Il consenso vero di un partito esiste in ogni singolo giorno, però nessuno lo può osservare: quello che si osserva sono i sondaggi, che di quel valore invisibile sono misure imprecise, come termometri tarati ciascuno un po’ diversamente. Il modello prova a risalire al valore invisibile partendo da due assunzioni, cioè che il consenso di un partito cambi poco da un giorno all’altro e che ogni rilevazione sbagli di una quantità stimabile. Quello che ne esce è la linea che spiega meglio, giorno per giorno, tutti i sondaggi disponibili in quel momento.
Dentro quel conto le rilevazioni non pesano allo stesso modo. Un campione di duemila persone conta più di uno di ottocento e un sondaggio chiuso ieri conta più di uno di un mese fa. A ogni istituto viene poi sottratto il suo effetto casa, cioè la quantità di cui tende a misurare quel partito sopra o sotto il resto del mercato, e quel che resta entra nella media con un peso legato agli errori che quell’istituto ha commesso davvero alle elezioni passate. Ne viene fuori una linea continua per ogni partito, dal 20 ottobre del 2000 a oggi, 151.851 punti in tutto.
Ci sono, poi, due scelte che contano più delle altre. La prima è che il giorno del voto la serie riparte dal risultato vero: fino alla vigilia la media riassume i sondaggi, dal lunedì successivo riparte da quello che hanno detto le urne e il salto visibile nel grafico è la ricalibrazione degli istituti, non un movimento dell’elettorato. La seconda riguarda il silenzio elettorale. Nei quindici giorni prima del voto la pubblicazione dei sondaggi è vietata, ma alcune rilevazioni chiuse in quella finestra vengono depositate dopo l’apertura delle urne, quando l’esito è già noto: sono i sondaggi più precisi di tutti, per ovvie ragioni, e restano fuori dalla media. Nel 2018 bastavano tre di quelle rilevazioni per far salire il Movimento 5 Stelle di quasi cinque punti durante il blackout, cioè per disegnare una rimonta che in quei giorni nessuno poteva vedere.
Su quanto sia affidabile questa media esiste un numero. Prendendo le ultime undici elezioni nazionali, dal 2001 al 2024, e confrontando la stima della vigilia con il risultato di ogni lista sopra l’uno per cento, l’errore medio è di 1,56 punti percentuali e quello mediano di 0,89. Vuol dire che nella metà dei casi la media della vigilia ha azzeccato la lista entro nove decimi di punto e che qualche volta ha sbagliato molto di più. Sul sito ogni grafico ha due bande attorno alla linea: quella stretta dice quanto è precisa la media, quella larga dice quanto può oscillare un singolo sondaggio attorno a quella linea prima di essere considerato una sorpresa.
Quali istituti sono più affidabili
Nell’archivio ci sono 74 istituti di sondaggi. Di questi, 49 hanno abbastanza storia per essere valutati, sulla base di 485 confronti fra quello che avevano misurato alla vigilia e quello che è poi uscito dalle urne: 139 confronti su elezioni nazionali ed europee, 281 su regionali e 65 su referendum. Gli errori recenti pesano più di quelli vecchi, con un’emivita di tre anni e mezzo, all’incirca la durata di una legislatura, perché un istituto che ha sbagliato nel 2006 e poi ha corretto il tiro merita di risalire.
Alla fine di questo conto due istituti risultano molto affidabili, SWG e Ipsos, che sono anche i due con la storia più lunga alle spalle, oltre 480 e 270 rilevazioni nazionali ciascuno dal 2000. Subito sotto, nella fascia degli affidabili, ci sono Bidimedia, EMG ed Euromedia Research. La maggior parte degli istituti attivi finisce nella fascia intermedia, che è il posto normale in cui stare, e sette scendono sotto la soglia bassa. Il punteggio di ciascuno, con il numero di confronti su cui è calcolato e gli scarti medi per blocco politico, è pubblicato nella pagina dedicata.
Il giudizio guarda il record grezzo, cioè quanto un istituto ha sbagliato nelle elezioni in cui l'abbiamo potuto misura. Il peso con cui i suoi sondaggi entrano nella media è un'altra cosa, perché è la stessa misura resa prudente: quanto più le prove sono poche, tanto più quel peso viene riportato verso la media di tutti. Un istituto con due soli confronti può quindi prendere un giudizio severo e continuare a pesare quasi quanto gli altri, perché due elezioni non bastano a dimostrare niente. Inoltr, chi ha un giudizio basso non sta necessariamente lavorando male oggi. Gli istituti con poche prove alle spalle, per questo, sono segnalati come provvisori e non possono salire sopra la fascia intermedia.
Una precisazione di trasparenza: qualche anno fa ho scritto degli articoli su Bidimedia e per alcuni anni ho collaborato con Quorum/YouTrend per la parte redazionale (e non dei sondaggi). Il punteggio è assegnato con una formula che misura la distanza fra le stime della vigilia e i risultati reali, applicata a tutti allo stesso modo, e i due istituti finiscono infatti in due punti diversi della scala.
Che cosa dicono i numeri oggi
Il 15 settembre il Senato ha approvato in seconda lettura la nuova legge elettorale, che ora torna alla Camera per il via libera definitivo. Il sistema è proporzionale con un premio di maggioranza: alla lista o alla coalizione che supera il 42 per cento dei voti vanno 70 seggi in più alla Camera e 35 al Senato, fino a un tetto di 220 e 113. Se nessuno arriva al 42 per cento il riparto resta proporzionale puro e la maggioranza si costruisce in Parlamento, dopo il voto. Restano le soglie di sbarramento del 3 per cento per le liste e del 10 per cento per le coalizioni, mentre il Senato ha cancellato la norma che escludeva dal conteggio del premio i voti delle liste coalizzate sotto il 3 per cento: adesso anche i partiti più piccoli portano in dote i loro decimali.
Quella soglia cambia il modo di leggere la media. Sommando i partiti che oggi stanno nel perimetro del centrosinistra, cioè Partito Democratico al 21,3 per cento, Movimento 5 Stelle al 12,5, Alleanza Verdi e Sinistra al 6,4, Italia Viva al 2,4 e Più Europa all’1,5, si arriva al 44,1 per cento. Il centrodestra di governo, con Fratelli d’Italia al 26,5 per cento, Forza Italia al 7,6, la Lega al 5,4 e Noi Moderati all’1,1, si ferma al 40,5. Con queste cifre il premio andrebbe al centrosinistra. E andrebbe a una coalizione che alle politiche del 2022 non esisteva: quattro anni fa il centrodestra prese il 43,8 per cento e vinse largamente, mentre il campo alternativo si presentò spezzato in tre tronconi, il 25,5 per cento della coalizione guidata dal Partito Democratico, il 15,4 del Movimento 5 Stelle e il 7,8 della lista Azione-Italia Viva.
Fratelli d’Italia oggi è al 26,4 per cento, praticamente lo stesso 26 con cui ha vinto le elezioni, quindi il partito della presidente del Consiglio non ha perso quasi nulla in quattro anni di governo. Il Partito Democratico è salito dal 19 al 21,3 per cento e Alleanza Verdi e Sinistra dal 3,6 al 6,4, mentre il Movimento 5 Stelle è sceso dal 15,4 al 12,5. La somma dei primi due campi si è spostata perché il centrosinistra ha ricucito e perché la Lega è crollata dall’8,8 al 5,5 per cento.
C’è poi il fattore nuovo, che nel 2022 non era sulla scheda. Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci all’inizio di quest’anno, oggi è al 7,4 per cento e corre fuori dalla coalizione di governo, avendo superato sia la Lega da cui proviene il suo fondatore sia Alleanza Verdi e Sinistra. Se restasse fuori, il centrodestra resterebbe sotto la soglia del premio; se ci rientrasse, il totale salirebbe al 47,9 per cento e il premio cambierebbe campo. La legge elettorale che la maggioranza sta approvando, insomma, obbliga di fatto il centrodestra a rimettersi in coalizione con il partito nato dalla scissione del suo alleato più fragile e a cedergli una quota di seggi. Va detto che il perimetro delle alleanze è un’ipotesi e non un fatto, perché nessuno dei due schieramenti ha sciolto il nodo: questi numeri servono a capire gli incentivi, non a fare previsioni.
Il terzo spazio, quello che nel 2022 aveva raccolto il 7,8 per cento con una lista sola, oggi è frammentato in quattro pezzi. Azione di Carlo Calenda vale il 3 per cento, il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin l’1,2, Ora! di Michele Boldrin lo 0,8, mentre Italia Viva al 2,4 per cento viene contata dentro il perimetro di centrosinistra. Messi insieme farebbero poco più di sette punti, quanti ne prende da solo il partito di Vannacci; presi uno per uno, con la soglia al 3 per cento, tre di questi quattro non manderebbero in Parlamento nessuno.
Qui la nuova legge elettorale funziona quasi come una tentazione. Con la norma anti-frammentazione cancellata dal Senato, una lista all’uno per cento dentro una coalizione non ottiene seggi propri, però i suoi voti contribuiscono al raggiungimento del 42 per cento e quindi al premio. L’incentivo a coalizzarsi è fortissimo e la condizione per restare autonomi è raddoppiare i consensi in pochi mesi: è esattamente il problema che il centro italiano non riesce a risolvere da dieci anni.
Il governo ai minimi, Meloni davanti a tutti
Il gradimento del governo Meloni è al punto più basso da quando si è insediato. Oggi lo approva il 35,3 per cento degli italiani e lo disapprova il 61,6, quasi due su tre fra quanti si esprimono. Nell’ottobre del 2022 il consenso era al 48,4 per cento, quindi la perdita netta è di tredici punti in quattro anni, distribuiti in una discesa lenta e piuttosto regolare. La media dell’intera esperienza di governo resta al 40,2 per cento, un valore che nella serie storica dal 2002 lo colloca sotto il governo Draghi, che viaggiava intorno al 55, e sopra la seconda metà dei governi Berlusconi.
Sulla fiducia nei leader la classifica ha una forma diversa. Giorgia Meloni è prima con il 38,6 per cento, davanti a Giuseppe Conte al 34,2, Antonio Tajani al 26,9 ed Elly Schlein al 25,4. La presidente del Consiglio raccoglie quindi poco più di tre punti in più del suo stesso governo, uno scarto piccolo ma costante, e più in generale la fiducia personale nei leader regge meglio del giudizio sulle politiche. Più in basso si vede il travaso in corso dentro il centrodestra: Roberto Vannacci è al 21,4 per cento e Matteo Salvini al 19,5, un sorpasso che nei sondaggi sulla fiducia è arrivato prima che in quelli sul voto.
Ventisei anni di sondaggi
L’archivio del sito parte dal 20 ottobre del 2000 e arriva a oggi: 4.712 sondaggi nazionali, 442 regionali e 110 referendari, cioè una rilevazione nazionale ogni due giorni per ventisei anni, con 87 partiti che nascono e muoiono dentro le stesse serie storiche. A mia conoscenza è il più grande archivio di sondaggi italiani consultabile liberamente online (o almeno, non ne ho trovati altri).
Arrivarci è stata la parte più lunga del lavoro. I sondaggi depositati fra il 2000 e il 2012 non esistono come tabelle: sono 11.955 immagini, spesso storte e a volte illeggibili, allegate a 3.326 depositi diversi. Sono state digitalizzate con un sistema di intelligenza artificiale, rilette quando la trascrizione automatica degenerava e ricondotte a un registro di quasi novanta finestre temporali, che tiene insieme cose come i Democratici di Sinistra e la Margherita che diventano il Partito Democratico, o il passaggio da Forza Italia al Popolo della Libertà e ritorno.
Poi tutto è stato controllato, prima a campione e poi sui casi dubbi uno per uno: tavole con le colonne invertite, sondaggi depositati due volte con date diverse, percentuali che il lettore automatico aveva stimato a occhio da un grafico senza cifre. Ogni correzione applicata a mano è registrata in un file di correzioni, così che il risultato resti ricostruibile e non dipenda dalla memoria di chi l’ha fatta. I dati della media si possono scaricare dalla pagina dedicata, con licenza Creative Commons per usi non commerciali. Se voleste usarli per scopi commerciali, mandatemi un’email.
In conclusione
Nelle prossime settimane questa newsletter tornerà spesso sui sondaggi, perché sono uno strumento che vale la pena capire meglio di come se ne parla di solito. Hanno inftti grossi problemi, ma restano però l’unico strumento che misura che cosa succede nel Paese fra un’elezione e l’altra.
Il caso di Futuro Nazionale lo mostra bene: un partito nato a febbraio, che in pochi mesi ha superato la Lega, finora esiste soltanto nei sondaggi, perché nessun voto lo ha ancora certificato. Senza i sondaggi, della più grande ricomposizione in corso nel centrodestra ci accorgeremmo il giorno dopo il voto. In un sistema che assegna un premio a chi supera il 42 per cento, con una coalizione appena sopra quella soglia e l’altra appena sotto, la loro importanza è destinata a crescere ancora.
Il sito continuerà a crescere insieme al calendario elettorale. Su Instagram, Twitter/X e Telegram escono tre post a settimana con i numeri aggiornati, per chi preferisce seguirli lì. Se avete richieste o proposte di argomenti legati ai sondaggi, potete lasciare un commento, rispondere a questa email o scrivere a [email protected].





Chapeau, da follower di Nate Silver non ti posso che fare un lungo applauso e ringraziarti per portare un sito di sondaggi così completo in Italia. Veramente, complimenti!