Come stanno cambiando le imprese italiane
Dal 2021 in Italia nascono più imprese di quante ne chiudano, per la prima volta in vent’anni. Ma le aperture restano sotto i livelli pre-crisi e il ricambio del tessuto produttivo è ai minimi.
Il 13 luglio l’Istat ha pubblicato i nuovi dati sulla demografia d’impresa, che misurano quante imprese nascono e quante chiudono ogni anno. Nel 2024 ne sono nate quasi 293 mila e ne sono cessate 256 mila: il saldo è positivo per il quarto anno di fila e nella serie storica non era mai successo, perché dal 2008 al 2020 il segno era stato sempre negativo. Il punto è che questo saldo positivo non arriva dalle nascite, che restano sotto i livelli di vent’anni fa, ma dal fatto che si chiude poco: le chiusure del 2022-2024 sono le più basse mai registrate.
Le tavole pubblicate dall’Istat coprono periodi diversi, così per ricostruire il quadro completo ho unito quelle di quattro edizioni del report, uscite tra il 2011 e il 2026, ottenendo una serie continua dal 2004 al 20241. Questi numeri contano solo le nascite e le cessazioni “vere”, cioè le imprese create dal nulla o dissolte per davvero, mentre restano fuori fusioni, scorpori, trasformazioni e riattivazioni. Per questo sono più bassi delle iscrizioni e cancellazioni che diffonde il sistema camerale con Movimprese: lì le imprese registrate a fine 2025 sono 5,8 milioni, contro i 4,75 milioni di attive del registro statistico.
Il ricambio si è fermato
Il calo riguarda soprattutto le uscite. Tra il 2021 e il 2024 il tasso di natalità delle imprese, cioè le nuove nate ogni cento attive, è stato in media del 7,5 per cento, mentre negli anni prima della crisi finanziaria era al 7,8. La mortalità invece è crollata al 6,4 per cento nel 2023, il valore più basso di tutta la serie, quando nel 2013, in piena crisi del debito, aveva toccato l’8,8. Vuol dire che le cessazioni sono passate da 345 mila nel 2013 a 254 mila nel 2023, un quarto in meno, ed è da queste mancate chiusure che nasce il saldo positivo degli ultimi quattro anni.
Prima della crisi del 2008 natalità e mortalità sommate, cioè la quota del tessuto produttivo che ogni anno si rinnova in un senso o nell’altro, superavano il 15 per cento delle imprese attive; nel 2021-2024 il ricambio resta sotto il 14, con il minimo assoluto toccato nel 2020. Tutte e 21 le regioni e province autonome ne hanno oggi uno più basso di vent’anni fa. Un sistema in cui entrano ed escono meno imprese è anche un sistema in cui la concorrenza seleziona di meno.
La demografia delle imprese funziona come quella delle persone: un paese dove nascono pochi bambini e si muore sempre meno mantiene stabile la popolazione ma invecchia. Lo stesso vale per un’economia dove aprono poche imprese e ne chiudono pochissime: lo stock resta fermo, 4,75 milioni di attive nel 2024, in crescita del 7 per cento dal 2012, e la composizione invecchia. Per le imprese, però, la mortalità svolge una funzione: sposta lavoratori e capitale dalle aziende meno produttive verso quelle migliori. Gli economisti la chiamano distruzione creatrice e la sua frenata va oltre l’Italia: uno studio dell’OCSE su 18 paesi trova ingressi e ricambio in calo da vent’anni, mentre negli Stati Uniti il declino del dinamismo imprenditoriale è documentato fin dagli anni Duemila.
Sommando i saldi annui, tra il 2004 e il 2024 le cessazioni hanno superato le nascite di circa 222 mila unità, con il fondo (quasi 385 mila) toccato a fine 2020. Parte del recupero recente potrebbe però essere un rinvio, perché gli anni delle chiusure ai minimi sono anche quelli delle moratorie sui prestiti e dei sostegni pubblici. Uno studio su dati Cerved ha stimato in circa 81 mila le imprese beneficiarie di garanzie statali prive di prospettive di redditività: se una parte delle uscite è solo rimandata, il saldo positivo di questi anni è meno solido di quanto appaia.
Sei nuove imprese su dieci nascono nei servizi
Nel 2004 il commercio generava 79 mila nuove imprese l’anno, il 26 per cento del totale; nel 2024 ne ha generate 54 mila, il 19 per cento. Il suo saldo tra nate e cessate è stato negativo in tutti e 21 gli anni della serie, per un cumulato di 347 mila imprese, il peggiore tra i macrosettori. Dietro c’è la trasformazione della distribuzione, tra commercio online e grandi catene, che da vent’anni erode la base dei negozi indipendenti.
L’industria in senso stretto mostra la stessa dinamica con numeri più piccoli. Le nuove imprese industriali sono scese da quasi 25 mila nel 2004 a poco più di 16 mila nel 2024, un terzo in meno, con un tasso di natalità (4,3 per cento) che vale poco più della metà di quello dell’economia; anche qui il saldo è negativo da 21 anni. Il dettaglio più eloquente riguarda la tecnologia: nel 2024 in tutta Italia sono nate 176 imprese manifatturiere ad alta tecnologia e la natalità della manifattura a medio-alta tecnologia, il 2,7 per cento, è la più bassa dell’intera economia. Il nuovo tessuto produttivo si forma quasi tutto fuori dagli stabilimenti.
A tenere in piedi il saldo nazionale sono gli altri servizi, cioè il terziario escluso il commercio: unico macrosettore con più nascite che cessazioni nel ventennio, 299 mila in attivo, e ormai culla di sei nuove imprese su dieci, dal 47 per cento del 2004 al 60 per cento del 2024. Dentro questo blocco è cambiata la qualità, perché tra le nate nei servizi la quota ad alta intensità di conoscenza è salita dal 48 per cento del 2014 al 61 per cento del 2024. I servizi professionali e tecnici, dalla consulenza all’ingegneria, valgono da soli il 39 per cento di tutte le imprese nate in Italia nel 2024, mentre i servizi tecnologici hanno il tasso di natalità più alto dell’economia, sopra il 10 per cento.
Le costruzioni raccontano invece quanto la demografia d’impresa risponda alla politica economica. La natalità del settore crollò dall’11 per cento del 2007 al 7,1 per cento del 2014, dopo lo scoppio della bolla immobiliare; con il superbonus le nuove imprese edili balzarono da 38 mila nel 2020 a 50 mila nel 2021, un terzo in più in un anno, mentre il saldo del settore è in attivo da cinque anni. L’onda ha lasciato anche scorie, perché circa 11 mila imprese edili aperte dopo settembre 2020 risultavano già cessate entro tre anni, il segnale classico delle aperture opportunistiche. Con la fine degli incentivi il riflusso è cominciato e nel 2024 le nate sono scese a 46 mila.
Al Sud si aprono, a Bolzano durano
La geografia della natalità ribalta le attese: le regioni dove si aprono più imprese sono Campania e Lazio, con un tasso medio del 9,2 per cento in vent’anni, mentre in fondo stanno le aree più ricche del paese, cioè Bolzano (5,2 per cento), Trento (5,6) e il Friuli-Venezia Giulia (6,0). La mortalità segue però la stessa classifica, con la Calabria in testa al 9,4 per cento medio. Il risultato è che in Campania il tessuto d’impresa ruota quasi al doppio della velocità di Bolzano, perché sommando aperture e chiusure ogni anno si rinnova quasi il 19 per cento del tessuto campano contro il 10 per cento di quello altoatesino. Dove il ricambio è alto l’impresa è più spesso un tentativo di breve durata, dove è basso è un’attività che dura e si tramanda.
Sommando i saldi relativi dei ventun anni, 18 territori su 21 chiudono in negativo e i tre in attivo sono Bolzano (più 7,4 punti cumulati), Trento (più 3,8) e appena la Lombardia (più 0,3). La classifica dei peggiori però mescola le due Italie: dopo la Calabria (meno 15,6) vengono Liguria (meno 12,9) e Friuli-Venezia Giulia (meno 12,5), mentre l’Emilia-Romagna (meno 10,2) sta peggio di Campania (meno 3,7) e Puglia (meno 3,9). Sono punti percentuali accumulati, una misura di quanto il tessuto si è ristretto in rapporto alla propria dimensione, perché per le regioni l’Istat pubblica solo i tassi. La mappa della contrazione attraversa quindi entrambe le Italie.
Il Covid congelò le aperture: nel 2020 la natalità nazionale scese dal 7,4 al 6,5 per cento, il minimo della serie, con il colpo più duro proprio nel Mezzogiorno ad alta rotazione (la Campania perse 1,7 punti, Bolzano 0,1), mentre le chiusure calarono anche loro grazie a moratorie e sostegni. Il rimbalzo del 2021 fu pieno e dal 2021 al 2024 il Sud è tornato a essere l’area con più aperture, con una natalità dell’8,3 per cento contro il 6,3 del Nord-Est. Il saldo migliore però è del Nord-Ovest, più 1,2 punti l’anno in media con la Lombardia in testa nel 2024: il Mezzogiorno genera più imprese lorde, il motore netto della ripresa sta nel Nord-Ovest.
Metà delle nuove imprese muore entro cinque anni
Delle imprese nate nel 2004 era ancora attiva dopo cinque anni il 50,5 per cento; tra le nate nel 2009, dentro la crisi, la quota scende al 44,8 per cento, tra le nate nel 2014 al 44,2, mentre tra le nate nel 2019 risale al 49,4. La regola di fondo resta che circa una nuova impresa su due sparisce prima del quinto compleanno, con oscillazioni dettate dal ciclo. Il recupero della coorte 2019, cioè del gruppo di imprese nate quell’anno e seguite fino al 2024, coincide con gli anni in cui si è smesso di chiudere e va letto alla luce di quel congelamento.
Chi ha aperto durante la pandemia è sopravvissuto più di chi aveva aperto prima. Ha superato il primo anno l’84 per cento delle imprese nate nel 2020 e l’85 per cento di quelle nate nel 2021, il valore più alto dalla coorte 2009, contro il 78 per cento delle nate nel 2018; il minimo della serie resta il 76 per cento delle nate nel 2012, colpite dalla crisi del debito. Sostegni a fondo perduto e blocco delle procedure hanno tenuto in vita anche progetti che in tempi normali sarebbero usciti subito dal mercato.
Sulla probabilità di durare il settore pesa molto più del territorio. Nella coorte 2019 l’industria in senso stretto arriva a cinque anni con il 55 per cento di sopravvissute, le costruzioni con il 52 e il commercio con il 46; nella coorte 2009 le costruzioni erano precipitate al 37 per cento, il minimo di qualunque settore in qualunque coorte, prima di risalire di 14 punti nell’era del superbonus. Tra le ripartizioni geografiche lo scarto massimo, misurato sulla coorte 2004, l’unica osservata per territorio, è invece di neanche 4 punti. Fare impresa nel settore giusto conta più che farla nel posto giusto.
Le nuove imprese italiane nascono quasi tutte senza dipendenti: nella finestra 2009-2014, l’unica con questo dettaglio, il tasso di natalità tra le imprese senza personale era dell’8,6 per cento contro l’1,2 di quelle con almeno dieci addetti. Per l’Istat circa otto nuove imprese su dieci partono senza dipendenti, in linea con la media europea, e l’Osservatorio sulle partite IVA del Ministero dell’Economia ne conta 498 mila di nuove nel 2024, quasi metà in regime forfettario. Chi parte, parte minuscolo, con 1,4 addetti medi che diventano 2,4 dopo cinque anni tra chi sopravvive. Le chiusure si mangiano circa metà dei posti di lavoro creati da ogni generazione di imprese, mentre le sopravvissute arrivano quasi a raddoppiare i propri: la selezione funziona con la logica del crescere o uscire, ma parte da una base così piccola che il risultato netto resta modesto.
Poche nascite anche rispetto all’Europa
Il confronto europeo colloca l’anomalia italiana sugli ingressi: nel 2023, secondo i dati Eurostat, il tasso di natalità delle imprese italiane era del 7,8 per cento contro il 10,5 della media UE, il valore più basso tra i grandi paesi. La Francia stava al 14 per cento, la Spagna al 9,1, la Germania all’8,4. Il dato francese va preso con cautela per il peso del regime dei micro-imprenditori, che gonfia le aperture, ma la distanza dell’Italia dalla media europea è stabile da almeno un decennio.
Sulla capacità di durare l’Italia è invece un paese normale. La sopravvivenza a cinque anni delle imprese italiane, misurata sul 2020, ultimo anno confrontabile, è attorno al 46 per cento come la media UE, sopra la Germania (37 per cento) e sotto la Francia (51); anche la quota di nate senza dipendenti, l’83 per cento, coincide con la media europea. Il tratto distintivo italiano è la porta d’ingresso stretta: si prova a fare impresa meno che altrove, mentre chi prova ha le stesse probabilità degli altri europei di farcela.
In conclusione
Questi dati ci mostrano che in Italia chiudono meno aziende ma la natalità non sta aumentando, al netto del rimbalzo dopo la pandemia. Potrebbe sembrare una buona notizia, ma non lo è: con pochi ingressi e poche uscite il ricambio si ferma e così anche la selezione che sposta lavoro e capitale verso le aziende migliori.
Il sistema italiano, in particolare quello fiscale fatto di bonus, moratorie e regimi agevolati, va invece a premiare le aziende che restano piccole e lotta contro la selezione. Ma per avere un tessuto più produttivo, che possa permettere di avere una vera crescita economica che arricchisca tutti, è necessario avere una maggiore concorrenza nei servizi protetti, capitali che aiutino la crescita aziendale e procedure concorsuali rapide, così come un fisco che incentivi la crescita.
Le imprese nascono e crescono nei paesi dove conviene crescere e non in quelli dove abbondano i sussidi. Quindi il saldo positivo non è una brutta notizia, ma non è la premessa per avere una sostenuta crescita nel futuro.
La serie 2004-2024 unisce le tavole statistiche di quattro edizioni del report Istat “Demografia d’impresa” (2011, 2016, 2021 e 2026), che coprono periodi consecutivi di sei anni; per gli anni presenti in due edizioni ho usato la più recente, perché la mortalità dell’ultimo anno di ogni edizione è una stima poi rivista; per lo stesso motivo il 2024 è provvisorio. I tassi sono calcolati sulle imprese attive di industria e servizi di mercato del registro statistico ASIA; nascite e cessazioni escludono fusioni, scorpori, trasformazioni e riattivazioni. I dati camerali di Movimprese misurano invece atti amministrativi di iscrizione e cancellazione su una platea più ampia, che comprende anche l’agricoltura, motivo per cui i numeri sono diversi. La serie ricostruita coincide con quella pubblicata dall’Istat per gli anni comuni alle diverse edizioni.





