Martedì 3 novembre 2026 si terranno le elezioni di metà mandato (in inglese midterm), due anni dopo le elezioni presidenziali. In gioco ci sono l’intera Camera dei rappresentanti (435 seggi), 35 seggi su 100 al Senato, 36 governatori e migliaia di cariche a livello locale.
Donald Trump non è candidato: rimarrà presidente fino a gennaio 2029, qualunque cosa accada. Ma in gioco c’è il suo potere nei due anni finali del mandato. Con il Congresso in mano ai democratici, le leggi e la maggior parte delle nomine saranno soggette a trattative con l’opposizione. In questi due anni, con il Congresso a maggioranza repubblicana, il presidente ha avuto pochissime opposizioni. Le sue scelte su dazi e guerre, con conseguenze enormi fuori dagli Stati Uniti, hanno costretto i mercati e i governi alleati ad adattarsi a decisioni spesso annunciate e poi modificate. Il Congresso è il principale contrappeso al presidente: può bloccare le leggi, negare i fondi, avviare indagini parlamentari sull’amministrazione e convocare audizioni sotto giuramento dei funzionari. Questi poteri sono stati poco usati negli ultimi due anni, ma potrebbero riprendere a gennaio, quando si insedierà il nuovo Congresso. È anche questo uno dei motivi per cui è importante seguire il voto anche dall’Europa.
Su Focus America, un sito dedicato alla politica statunitense, ho sviluppato un modello di previsione per capire che cosa potrebbe succedere. Secondo l’aggiornamento del nostro modello di lunedì 2 novembre, i democratici hanno 98 possibilità su 100 di vincere la Camera e 79 su 100 di vincere il Senato. In altre parole, su cento elezioni in condizioni identiche, il Senato andrebbe ai democratici 79 volte e ai repubblicani 21. C’è un chiaro vantaggio, ma ai repubblicani resta circa una possibilità su cinque.
Vediamo chi potrebbe essere eletto, perché il partito al governo perde abitualmente le elezioni di metà mandato, quanto sono affidabili i sondaggi e quando arriveranno i risultati.
Che cosa si vota
Il Congresso è composto da due camere con regole diverse. La Camera dei rappresentanti è formata da 435 membri eletti in collegi uninominali dove vince il candidato che prende più voti, anche per un solo voto. Il mandato dura due anni, quindi a ogni elezione, presidenziale o di metà mandato, c’è un rinnovo completo. I collegi hanno una popolazione simile, circa 760 mila abitanti. Il numero di collegi per stato è proporzionale al numero di abitanti: la California ne ha 52, mentre stati piccoli come Alaska e Wyoming ne hanno uno solo. Per avere la maggioranza alla Camera servono 218 seggi. Attualmente i repubblicani ne hanno 218, i democratici 214, c’è un indipendente e due seggi vacanti. Ai democratici serve quindi un guadagno netto di quattro seggi.
Il Senato è composto da 100 membri, due per stato indipendentemente dal numero di abitanti, con un mandato di sei anni. Le scadenze sono sfalsate: ogni due anni si vota per circa un terzo dei seggi, mentre il Senato non viene mai rinnovato in blocco. Quest’anno sono in palio 35 seggi: 33 ordinari e due straordinari (Ohio e Florida). In Ohio si completa il mandato di JD Vance, oggi vicepresidente, mentre in Florida quello di Marco Rubio, oggi segretario di Stato. Il Senato ha la competenza esclusiva su alcune materie, come la conferma delle nomine presidenziali, per esempio di ministri e giudici della Corte suprema, oltre alla ratifica dei trattati, mentre le leggi devono essere approvate da entrambe le camere. Attualmente il Senato è composto da 53 repubblicani e 47 democratici, considerando i due indipendenti che votano con loro.
A seconda dello stato, si eleggono anche 36 governatori, i capi dei governi statali. Si rinnovano 88 delle 99 camere dei parlamenti statali, che hanno competenze su tasse, scuola, sanità e aborto, oltre che sul disegno dei collegi elettorali. Si votano anche i segretari di Stato in 26 stati, che negli Stati Uniti sono i funzionari che gestiscono le elezioni e certificano i risultati. A livello locale si eleggono sindaci, sceriffi, presidenti delle contee e consigli scolastici. In totale ci sono 145 referendum in 39 stati, con l’aborto al voto in Missouri, Nevada, Idaho e Virginia, e in Alaska un referendum sull’abolizione del sistema elettorale usato oggi per eleggere i senatori.
Con una vittoria ampia, è possibile avere un controllo democratico completo (governatore più entrambe le camere statali) in sei stati decisivi per le elezioni presidenziali, come Pennsylvania e Michigan. L’affluenza alle elezioni di metà mandato è molto più bassa rispetto alle presidenziali. Secondo l’Election Lab dell’Università della Florida, che calcola l’affluenza sui cittadini maggiorenni con diritto di voto, nel 2022 è stata del 46 per cento, nel 2018, un’elezione molto partecipata, del 50 per cento, alle presidenziali del 2020 del 66 per cento e alle presidenziali del 2024 del 64 per cento. Per confronto, alle politiche italiane del 2022 è stata del 64 per cento, sebbene con un metodo di calcolo leggermente diverso. Negli Stati Uniti non si presta molta attenzione all’affluenza come numero: quello che conta è chi vota, perché i cambiamenti nella composizione dell’elettorato spostano di più i risultati rispetto ai cambiamenti di opinione.
Perché il partito del presidente perde quasi sempre
Dal 1934 in poi, su 23 elezioni di metà mandato, in 20 il partito del presidente ha perso seggi alla Camera, con una media di 27 seggi persi. Ci sono state tre eccezioni: nel 1934, con il New Deal di Franklin Roosevelt; nel 1998, quando i repubblicani furono penalizzati dall’impeachment di Bill Clinton; e nel 2002, un anno dopo l’11 settembre. Nel 2018, durante il primo mandato di Trump, i repubblicani persero 41 seggi e la Camera, ma guadagnarono due seggi al Senato grazie a una mappa elettorale favorevole.
Questo fenomeno si spiega con il cosiddetto modello termostatico, di cui abbiamo già parlato in un articolo dell’anno scorso. Secondo la teoria del politologo Christopher Wlezien, l’opinione pubblica funziona come un termostato domestico: se il governo va troppo in una direzione, gli elettori si spostano nella direzione opposta. È come un impianto che si spegne quando la stanza diventa troppo calda e si riaccende quando fa freddo. Le elezioni di metà mandato sono il momento in cui avviene la correzione: arrivano dopo due anni di attuazione del programma presidenziale. Gli elettori del presidente, soddisfatti, sono meno motivati a votare, mentre quelli che hanno subito le sue politiche sono più motivati.
C’è poi il fatto che il presidente non è presente nella scheda elettorale e che il voto è un giudizio su di lui, senza un avversario concreto. Al 1 novembre, secondo la media di Focus America dei sondaggi, l’approvazione di Trump era al 37 per cento e la disapprovazione al 60 per cento, con un saldo negativo di quasi 23 punti. A inizio ottobre 2018, un mese prima della perdita della Camera, il saldo era negativo di 11 punti, la metà. Trump è il presidente più impopolare alla vigilia di una midterm da quando esistono i sondaggi, lasciando molto spazio all’effetto termostatico. Le cause principali sono il costo della vita, con l’inflazione di nuovo in crescita, e la guerra con l’Iran.
La Camera e il generic ballot
Non esistono sondaggi a livello nazionale sui candidati alla Camera, perché ogni collegio ha i propri. Si fa riferimento al cosiddetto generic ballot, che chiede agli elettori per quale partito voteranno alla Camera, senza fare nomi dei candidati. Il generic ballot è comunque utile per capire che cosa sta succedendo a livello nazionale, dal momento che il voto per la Camera dipende sempre di più dal partito e sempre meno dal candidato.
Al 2 novembre, nella media dei sondaggi del nostro modello i democratici sono al 51,1 per cento e i repubblicani al 42,5, con un vantaggio dei democratici di 8,4 punti. Il distacco è rimasto stabile intorno ai 5 punti fino all’estate, per poi crescere in modo quasi continuo da agosto. Nel 2018, durante l’ultima grande ondata democratica, la media del giorno del voto era stata del +7,2 per i democratici e il risultato del voto popolare per la Camera del +8,6.
Trump è oggi molto più impopolare rispetto al 2018, ma il vantaggio dei democratici è simile a quello di otto anni fa. Come abbiamo analizzato a inizio ottobre su Focus America, con la stessa approvazione del presidente, i democratici sarebbero circa tre punti sotto rispetto al 2018. C’è quindi un forte legame tra il generic ballot e l’impopolarità di Trump, ma non è automatico. Una parte di chi disapprova Trump sono elettori conservatori, critici nei sondaggi ma comunque elettori dei candidati repubblicani. Un’altra parte è delusa anche dal partito democratico, ancora poco popolare. Il voto per la Camera è un giudizio sul presidente mediato dall’identità di partito, una delle cose più stabili negli Stati Uniti.
Otto punti di vantaggio nazionale non si traducono automaticamente in seggi per due motivi. Da un lato c’è la geografia: gli elettori democratici sono concentrati nelle grandi città, dove vincono i collegi con margini molto ampi e ci sono molti voti sprecati, mentre gli elettori repubblicani sono distribuiti meglio. Dall’altro lato c’è il gerrymandering, ossia la tendenza a tracciare i collegi per avvantaggiare la maggioranza del parlamento statale (una spiegazione più dettagliata è disponibile qui). Di norma il ridisegno dei collegi avviene ogni dieci anni dopo il censimento, ma durante l’estate del 2025 Trump ha chiesto ai repubblicani texani di tracciare una nuova mappa prima della scadenza decennale, con l’obiettivo di guadagnare cinque seggi. Questo ha poi dato il via a una corsa al ridisegno in più di dieci stati. Le mappe repubblicane sono state ridisegnate in Texas, Florida, Ohio e North Carolina, e dopo la sentenza della Corte suprema di aprile che ha ridotto le tutele per le minoranze della legge sul diritto di voto, anche in Tennessee, Louisiana e Alabama. I democratici hanno reagito con un referendum in California, che vale cinque seggi, e nello Utah la mappa è stata ridisegnata da un tribunale. Le nuove mappe sono state bloccate in Missouri e Virginia.
Complessivamente, sulla base di queste modifiche, i repubblicani avrebbero teoricamente circa nove seggi in più, ma le stime più recenti suggeriscono che il vantaggio reale sia di circa due seggi, perché con un clima nazionale così negativo per i repubblicani anche i collegi disegnati come sicuri possono diventare contendibili. Il modello di Focus America stima i collegi uno per uno, tenendo conto di questi fattori. Al momento i democratici avrebbero 228 seggi favoriti, i repubblicani 175 e 32 sarebbero in bilico. Se assegniamo i seggi in bilico a chi è in vantaggio, i democratici avrebbero 243 seggi e i repubblicani 192, con la maggioranza a 218. Nove volte su dieci i democratici sarebbero tra i 224 e i 265 seggi. Per mantenere la Camera ai repubblicani, servirebbe un errore dei sondaggi molto grande e concentrato nei collegi decisivi, con una probabilità inferiore alle due su cento.
Il Senato
Al Senato il calcolo è diverso perché si vota solo in 35 stati e la mappa di partenza è sfavorevole ai democratici. Dei seggi in palio 13 sono dei democratici e 22 dei repubblicani. Per arrivare a 51 senatori, i democratici devono vincere tutti i propri seggi e conquistarne almeno altri quattro, in stati che sono stati quasi tutti vinti da Trump nel 2024. La soglia dei 51 è importante perché il vicepresidente è il presidente del Senato per Costituzione e vota solo per spezzare i pareggi. In caso di 50-50, JD Vance risolverebbe l’impasse e la maggioranza rimarrebbe repubblicana.
Nel modello, i democratici hanno 79 possibilità su 100 di conquistare il Senato. Se assegniamo le sfide in bilico a chi è più avanti, i democratici avrebbero 54 seggi contro i 46 repubblicani. A inizio agosto le probabilità dei democratici erano a 54 su 100, quasi un testa a testa, ma la crescita si è concentrata tra metà settembre e l’inizio di novembre, in parallelo alla salita del generic ballot e con l’arrivo di centinaia di sondaggi negli stati. Gli ultimi sondaggi del New York Times con il Siena College, usciti domenica, danno i democratici avanti in tutti e sette gli stati rilevati, da meno di un punto in Iowa agli 11 punti del Michigan.
I democratici hanno quattro seggi da difendere. In Georgia il senatore uscente Jon Ossoff affronta il deputato repubblicano Mike Collins ed è avanti di 10,6 punti. In New Hampshire la senatrice Jeanne Shaheen non si è ricandidata e il deputato Chris Pappas è avanti di 8,5 punti sull’avversario John E. Sununu, già senatore. In Minnesota il seggio è libero e la vicegovernatrice Peggy Flanagan è avanti di 6,4 punti su Michele Tafoya, in passato giornalista sportiva. Infine in Michigan il progressista Abdul El-Sayed è avanti di 4,8 punti sul repubblicano Mike Rogers, già deputato. Tutti e quattro i democratici sono avanti nei sondaggi, ma nessuno è ancora deciso.
Tra i seggi repubblicani, il North Carolina è quello più a rischio: per il seggio lasciato da Thom Tillis che non si ricandida, l’ex governatore democratico Roy Cooper è avanti di 8,1 punti su Michael Whatley. In Ohio, invece, l’ex senatore Sherrod Brown, che ha perso le elezioni nel 2024, è avanti di 3,9 punti sul suo avversario Jon Husted, che ha sostituito Vance per nomina.
Ci sono poi sei sfide che sono praticamente in bilico. In Iowa, dove Joni Ernst non si è ricandidata, il candidato democratico Josh Turek e la repubblicana Ashley Hinson sono separati da meno di un punto. In Kansas il candidato democratico Adam Hamilton è avanti di meno di un punto sul senatore Roger Marshall. In South Carolina la pediatra Annie Andrews è indietro di 2,4 punti rispetto alla senatrice Darline Graham, che ha sostituito a luglio il fratello Lindsey Graham, morto improvvisamente. In Florida la deputata statale Angie Nixon è indietro di 5,3 punti rispetto alla senatrice Ashley Moody.
In Texas i democratici non vincono un’elezione statale dal 1994. Nel 2018 il democratico Beto O’Rourke perse di 2,6 punti contro Ted Cruz. Oggi il deputato statale James Talarico è avanti di 3 punti nella stima del nostro modello rispetto al suo avversario Ken Paxton, il procuratore generale del Texas, che ha molti problemi giudiziari, mentre nel 2018 i sondaggi davano Cruz avanti di circa sei punti. Il motivo principale di questo cambiamento è lo spostamento degli elettori ispanici, che nel 2024 sono stati decisivi per Trump, che ha vinto in tutte e quattro le contee della Rio Grande Valley, la zona di confine con il Messico. Il Wall Street Journal ha rilevato a livello nazionale che l’approvazione di Trump tra gli ispanici è al 26 per cento, mentre i candidati democratici al Congresso sono avanti di venti punti in questo segmento demografico. I sondaggi di The Argument hanno rilevato che rispetto al 2024 c’è stato uno spostamento verso i democratici di 17 punti tra gli ispanici e di 23 tra gli under 30, i due gruppi che nel 2024 si erano spostati di più verso Trump. Va però sottolineato che il successo in una midterm con un presidente molto impopolare è poco indicativo di quanto avverrà negli anni successivi. Il Texas sarà stabilmente in bilico solo se lo spostamento degli ispanici resisterà anche nel 2028, quando Trump non sarà il candidato in corsa.
L’Alaska e il Maine sono gli unici due Stati che usano il voto a preferenze ordinate (ranked choice voting), un sistema che avevo spiegato in passato su Pagella Politica. In sostanza, gli elettori classificano i candidati in ordine di preferenza e, se nessuno ottiene la maggioranza assoluta dei voti, si elimina il candidato con meno voti e si ridistribuiscono le sue schede in base alla seconda preferenza, e così via, fino a che qualcuno non ottiene la maggioranza. In Alaska, l’ex deputata democratica Mary Peltola si contrappone al senatore Dan Sullivan e attualmente è avanti di 2,4 punti. Va comunque considerato che sulla scheda c’è anche un omonimo del senatore. In Alaska, lo stesso giorno, si terrà anche un referendum per abolire il ranked choice voting: due anni fa un tentativo simile era fallito per 743 voti.
Nel Maine, l’unica repubblicana al Senato ad essere eletta da uno Stato dove nel 2024 ha vinto Kamala Harris, Susan Collins si contrappone a Troy Jackson, ex presidente del Senato statale. Jackson è stato nominato a luglio, ma prima di lui c’era stato il candidato Graham Platner, che si è ritirato per un’accusa di violenza sessuale. Jackson è avanti di 2,1 punti, mentre Collins è storicamente una candidata che fa meglio dei sondaggi: nel 2020 era stata data per sconfitta, ma alla fine ha vinto con quasi nove punti di margine.
In Nebraska non c’è nessun candidato democratico, ma il partito ha deciso di appoggiare il candidato indipendente Dan Osborn, un ex sindacalista, contro il senatore Pete Ricketts. Osborn è indietro di 2,7 punti. Osborn non ha dichiarato con quale gruppo vorrebbe votare, ma con un Senato diviso a metà potrebbe essere decisivo.
Cosa dicono i modelli predittivi
Ci sono altri modelli di previsione negli Stati Uniti, come quello di Nate Silver sulla sua newsletter Silver Bulletin, quello dell’Economist, quello di 50+1 (fondato da G. Elliott Morris), quello di VoteHub e quello di Split Ticket, pubblicato da The Argument. C’è anche quello di Decision Desk HQ, una società che raccoglie i risultati la notte delle elezioni. Tutti questi modelli si basano sui sondaggi e sui risultati delle elezioni precedenti, combinati in modi diversi. Alcuni usano anche i giudizi degli esperti, i fondi raccolti dai candidati o le quote dei mercati delle scommesse.
Tutti i modelli danno i democratici favoriti in entrambe le camere. Alla Camera, le previsioni vanno da 84 su 100 (Decision Desk HQ) a 99 su 100 (50+1). La media è 92 su 100, senza il nostro modello. I seggi democratici attesi sono simili in tutti i modelli, tra i 236 e i 244. Al Senato la forbice è più ampia: Silver Bulletin dà 80 su 100, 50+1 77, Split Ticket 72, Decision Desk HQ 64, VoteHub 63 e l’Economist 54, ossia quasi parità. La media dei sei modelli esterni è 68 su 100, undici punti in meno del nostro. Le differenze sono dovute all’equilibrio tra i sondaggi statali (molto favorevoli ai democratici in Texas e Alaska) e la storia elettorale di quegli stati (dove i democratici non vincono da tempo), e alla fiducia nei mercati delle scommesse, più cauti dei sondaggi.
I sondaggi possono sbagliare di nuovo?
Nelle ultime tre presidenziali i sondaggi hanno sottostimato Trump. Nel 2020 la media nazionale era sbilanciata di circa quattro punti verso i democratici, mentre nel 2024, secondo il rapporto dell’AAPOR (l’associazione americana dei ricercatori di opinione pubblica), c’è stato un errore di circa due punti e mezzo sia a livello nazionale sia negli stati in bilico. È dunque legittimo chiedersi se il vantaggio democratico attuale sia un’illusione, anche per il forte miglioramento registrato nelle ultime settimane.
Alle elezioni di metà mandato i sondaggi hanno funzionato molto meglio. Nel 2018 la media dei sondaggi sul voto per la Camera è stata quasi esatta: ha sottostimato i democratici di circa mezzo punto, cioè li dava avanti di poco meno di quanto sono stati davvero. Nel 2022 i sondaggi nei singoli stati sono stati i più precisi degli ultimi anni, con un errore medio di 1,7 punti. Quella volta a sbagliare di più è stato il sondaggio nazionale per la Camera, che ha sopravvalutato i democratici di circa due punti. A metà ottobre su Focus America ho analizzato che cosa sarebbe successo se ci dovessero essere gli stessi errori delle quattro elezioni precedenti. In uno scenario con errori tipo 2018 o 2022, le probabilità dei democratici sarebbero simili a quelle attuali, mentre con l’errore del 2020 il Senato sarebbe andato ai repubblicani nove volte su dieci, mentre la Camera sarebbe rimasta ai democratici in tutti gli scenari. Già nel modello abbiamo posto un’ipotesi prudente, spostando il voto nazionale di 2,9 punti verso i repubblicani, pari all’errore medio dei sondaggi fatti tre settimane prima del voto, dal 2010 in poi.
Il problema delle elezioni presidenziali si concentra su un gruppo di elettori: quelli che votano raramente, che vivono nelle zone rurali e più repubblicane e che sono poco disponibili a rispondere ai sondaggi. Sono stati portati a votare da Trump nel 2016, nel 2020 e nel 2024, ma sono difficili da raggiungere per i sondaggisti. Un’analisi di G. Elliott Morris uscita la settimana scorsa ha evidenziato come nei campioni ci siano troppi elettori di Trump provenienti dalle zone più democratiche e troppo pochi di quelle repubblicane, cosa che fa apparire il vantaggio dei democratici gonfiato di circa un punto. La differenza quest’anno è che Trump non c’è sulla scheda, quindi si potrebbe anche leggere questo dato in modo opposto, ossia che quegli elettori potrebbero non votare. Un’altra analisi di 50+1 ha evidenziato come gli elettori meno coinvolti nella politica abbiano votato Trump con 13 punti di vantaggio nel 2024, mentre ora mostrino una leggera preferenza per i democratici, uno spostamento di 15 punti, mentre l’altra metà più coinvolta dell’elettorato si sia spostata di soli 4 punti.
A novembre 2025 ci sono state le elezioni per i governatori di Virginia e New Jersey e in entrambi i casi i democratici sono stati sottostimati. In Virginia Abigail Spanberger era avanti di circa 10 punti nella media e ha vinto di 15, mentre in New Jersey Mikie Sherrill era avanti di 3-5 punti nelle medie e ha vinto di 14. Un’analisi di Silver Bulletin ha evidenziato come nel 2025 i sondaggi abbiano avuto complessivamente un errore medio di 6 punti a favore dei repubblicani. Non ci sono elementi che indichino la direzione dell’errore di martedì. L’idea che ci sia una sottostima sicura dei repubblicani deriva dalle elezioni presidenziali, mentre nelle elezioni senza Trump candidato spesso è andata diversamente.
Gli altri segnali: suppletive e voto anticipato
Da gennaio 2025 si sono tenute 110 elezioni suppletive per riempire i seggi vacanti per dimissioni o morte, dai parlamenti statali al Congresso. Sono un indicatore utile perché permettono di vedere quanto si sono spostati gli elettori prima delle elezioni di metà mandato. Come abbiamo spiegato ad agosto su Focus America, in queste elezioni i democratici hanno ottenuto in media 12,5 punti in più rispetto al margine di Harris nel 2024. I democratici hanno strappato agli avversari 31 seggi statali e non ne hanno perso nessuno. Nel ciclo del 2018 lo scarto medio era stato di 10,6 punti, poco sotto quello attuale. C’è però un limite: dal 2018 le suppletive sono sempre state più favorevoli ai democratici rispetto al voto di novembre, perché gli elettori democratici, più istruiti e informati, votano in modo più regolare anche nelle elezioni minori.
Un altro indicatore che si può guardare dal voto reale è quello del voto anticipato, che è possibile in quasi tutti gli stati, di persona nelle settimane precedenti o per posta, con regole molto diverse tra loro. Otto stati (tra cui California e Colorado) e la capitale Washington inviano la scheda a tutti gli elettori, mentre negli altri la scheda va richiesta e in pochi stati serve una giustificazione. La pagina di Focus America con i dati stato per stato mostra che al 1 novembre sono già stati espressi 54,3 milioni di voti, oltre i 45,8 milioni dell’intero voto anticipato delle elezioni di metà mandato del 2022. Una mia analisi su Focus America di fine ottobre mostra che rispetto al 2022 le contee rurali hanno un voto anticipato che è del 12 per cento sotto la crescita del resto dello stato, mentre le grandi città e le periferie sono un paio di punti sopra. In North Carolina, uno stato con la registrazione di partito, tra i voti anticipati i democratici registrati sono il 38 per cento e i repubblicani il 26, un distacco quasi doppio rispetto allo stesso momento del 2022 (va però considerato che non vuol dire che chi è registrato come democratico voti necessariamente democratico). In Texas sono stati espressi 7,7 milioni di voti anticipati, il 41 per cento in più rispetto a quattro anni fa, e le contee a maggioranza ispanica hanno raggiunto il 94 per cento dei voti anticipati totali del 2024, mentre le contee rurali sono al 74 per cento.
Ricordiamo che i limiti del voto anticipato sono semplici: si sa quanti hanno votato e, dove esiste, il partito in cui si sono registrati, ma il voto resta segreto. Dal 2024 c’è più voto anticipato anche tra i repubblicani, quindi fare confronti con il passato è difficile. Insieme ai sondaggi e alle suppletive, i dati ci dicono che l’elettorato democratico è più motivato di quello repubblicano, in linea con il modello termostatico.
Come seguire la notte elettorale
Lo spoglio dei voti negli Stati Uniti è più complicato di quello in Italia. I seggi chiudono in orari diversi, perché ci sono più fusi orari e gli orari sono decisi da ogni stato. I seggi non chiudono necessariamente alla stessa ora neppure all’interno dello stesso stato. In alcuni stati viene conteggiato prima il voto anticipato (tendenzialmente più democratico), mentre in altri il voto del giorno delle elezioni (più repubblicano). Questo fa sì che i risultati parziali possano dare l’impressione che stia vincendo chi alla fine invece perde. Per capire se uno sta davvero prendendo un vantaggio, bisogna guardare da dove provengono i voti contati e quanti ne mancano altrove.
Considerando gli orari italiani, a mezzanotte chiudono i seggi in parte dell’Indiana e del Kentucky; all’una Georgia, Virginia, South Carolina e Vermont; all’una e mezza North Carolina e Ohio; alle due quasi tutti gli stati dell’est e del Midwest (Pennsylvania, Michigan, Maine, Texas quasi per intero); alle tre Iowa, Nebraska, Wisconsin e Arizona; alle quattro Nevada e Montana; alle cinque California e gli altri stati della costa del Pacifico; alle sei del mattino Alaska e Hawaii. Se ci sarà un’ampia onda democratica, la Camera sarà chiara già nella notte, come avvenuto nel 2018. Se invece i risultati saranno molto combattuti, ci vorrà molto più tempo. Nel 2022 la maggioranza repubblicana alla Camera è stata assegnata il 16 novembre, a otto giorni dal voto.
In Pennsylvania e in Wisconsin le schede del voto anticipato possono essere aperte solo a partire dalla mattina del giorno delle elezioni (in altri Stati invece non le contano prima ma possono prepararle in modo da contarle appena chiudono i seggi), mentre in California quelle con il timbro entro il 3 novembre possono essere contate fino a sette giorni dopo. In California il conteggio delle schede richiederà quindi settimane e il motivo principale di questi ritardi è il voto per posta. In Alaska se nessun candidato otterrà il 50% la notte delle elezioni bisognerà attendere fino al 18 novembre perché vengano contate le seconde e terze preferenze. Con il Senato legato a queste elezioni, è possibile che il controllo si conosca solo a metà novembre.
Bisogna anche considerare che a differenza d’Italia non c’è un ministero dell’Interno che raccoglie i dati ma ogni Stato raccoglie i dati per sé e poi vengono aggregati da televisioni e giornali che fanno anche le cosiddette chiamate quando sono sicuri che un candidato ha vinto. A differenza d’Italia anche gli exit poll funzionano in modo diverso in quanto non danno i risultati dei candidati ma si concentrano sulla composizione dell’elettorato.
La notte del 3 novembre, dalle ore 23 fino almeno alle 8 di mercoledì, ci sarà la diretta di Focus America su YouTube. Durante la diretta commenteremo i dati in tempo reale e spiegheremo il peso dei risultati parziali. Il nostro vantaggio rispetto alle dirette generaliste è che conosciamo la geografia del voto, ossia quali zone di ogni stato votano per quale partito e quanto pesano, e che proviamo a spiegare le cose il più semplicemente possibile, perché leggere un voto americano richiede attenzione. La pagina dei risultati sul nostro sito sarà aggiornata tutta la notte. Mercoledì, se i risultati saranno abbastanza definiti, arriverà una breve guida in questa newsletter su com’è andata e cosa cambia per gli ultimi due anni di Trump.





