Questo è l’undicesimo approfondimento di CrescitaZero, la serie di articoli scritti insieme a Elia Bidut per capire cos’è successo alla crescita italiana. Qui trovi il manifesto.
In Italia, oggi, il 5 per cento delle imprese più produttive concentra circa il 40 per cento degli investimenti e contribuisce per quasi il 30 per cento alla crescita della produttività del lavoro nel settore privato. Eppure, il loro successo non basta a far crescere allo stesso ritmo il resto dell’economia. Secondo un’analisi di Banca d’Italia, tra il 2019 e il 2023 queste aziende, pur rappresentando solo un ventesimo delle società di capitale, occupavano oltre un quinto dei lavoratori. Gli economisti le definiscono imprese “alla frontiera”: realtà capaci di ottenere risultati molto superiori rispetto alle altre del proprio settore. L’Italia affronta una stagnazione della produttività che dura da almeno tre decenni, legata anche a fattori strutturali come la dimensione delle imprese, i sindacati, la formazione e le competenze di chi guida le aziende. Ma osservare soltanto la media nasconde un aspetto decisivo: una minoranza di imprese in Italia è altamente competitiva e produttiva. Capire che cosa fanno di diverso, perché non diventano necessariamente più grandi e come le loro pratiche possano diffondersi è l’obiettivo di questa analisi.
Le imprese alla frontiera sono quelle che riescono a ottenere i migliori risultati di produttività all’interno del proprio settore. Non sono necessariamente le più grandi, quelle con più dipendenti o quelle che fatturano di più: sono quelle che riescono a generare più valore combinando il lavoro e il capitale a propria disposizione, la misura chiave della produttività che stiamo investigando in questa serie. Il concetto è relativo al settore di appartenenza, perché un’impresa può essere tra le più produttive nel proprio mercato senza esserlo necessariamente rispetto alle aziende di altri settori o ai leader internazionali.
Per comprendere il fenomeno bisogna inquadrarlo nella sua cornice storica: due studi della Banca d’Italia ci aiutano. Occorre partire da una ricerca pubblicata nel 2019, che analizza il periodo 1995-2016, e confrontarla con uno studio più recente, dedicato agli anni 2019-2023.
Il ruolo delle imprese alla frontiera tra il 1995 e il 2016
La ricerca della Banca d’Italia mostra che, tra il 1995 e il 2016, il 10 per cento delle imprese più produttive di ciascun settore ha contribuito in misura decisiva alla crescita della produttività in Italia. Il peso variava sensibilmente tra i settori: nella manifattura, nell’ospitalità e nei trasporti queste imprese erano responsabili, in media, di circa il 50-60 per cento della crescita, mentre nel commercio, nei servizi alle imprese e nelle attività immobiliari e di costruzione la quota arrivava all’80-90 per cento. Avevano alcune caratteristiche riconoscibili: disponevano di più capitale, investivano maggiormente, ottenevano una redditività operativa superiore e presentavano una minore probabilità di fallimento. Erano inoltre relativamente giovani, con un’età media di circa 13-14 anni, pur non essendo necessariamente imprese appena nate. La frontiera non era quindi composta soltanto da grandi aziende storiche o da nuove imprese: comprendeva realtà che avevano sviluppato nel tempo un vantaggio produttivo. Un altro risultato riguarda la stabilità di questo vantaggio. Le imprese collocate nella fascia più alta della produttività tendevano a restare tra le migliori nel tempo: oltre il 70 per cento di quelle inizialmente nel 10 per cento più produttivo era ancora, cinque anni dopo, almeno nel 30 per cento superiore della distribuzione. Il dato indica persistenza del vantaggio, non che tutte conservassero la posizione esatta di partenza.
Investimenti e debito: come si finanziano le imprese migliori?
Tra i risultati più interessanti dello studio del 2019 c’è il modo in cui le imprese alla frontiera finanziano la propria attività. In media, investivano proporzionalmente di più e ottenevano profitti più elevati delle aziende meno produttive. La differenza emerge anche osservando i prestiti bancari. Il ricorso a finanziamenti a breve termine, usati soprattutto per sostenere le spese correnti, era abbastanza simile tra imprese più e meno produttive. I prestiti a lungo termine, spesso destinati ad acquistare macchinari o finanziare altri investimenti, avevano invece un peso minore nei bilanci delle imprese più efficienti. Questo non significa che non ricorressero al credito. La Banca d’Italia interpreta il risultato come un possibile segnale della loro maggiore capacità di finanziare gli investimenti con risorse generate internamente, oppure attraverso altri canali come il credito commerciale. Poiché la maggior parte delle imprese considerate non era quotata in Borsa, non si può spiegare il dato semplicemente con il ricorso al mercato azionario. La maggiore redditività potrebbe quindi renderle meno dipendenti dal debito bancario di lungo periodo.
Il quadro complessivo è quindi quello di imprese che combinavano maggiore produttività, più investimenti, redditività elevata e minore rischio di fallimento, pur senza essere necessariamente le più grandi in termini di occupazione. La loro dimensione economica, misurata attraverso ricavi e valore aggiunto, era superiore, ma in alcuni settori le aziende collocate appena sotto la frontiera avevano più dipendenti.
Se le imprese alla frontiera erano più produttive, investivano di più e avevano risultati economici migliori, ci si potrebbe aspettare che nel tempo conquistassero una quota sempre maggiore dell’economia. Lo studio del 2019 non trova però evidenze di un fenomeno generalizzato di questo tipo. La quota di occupazione delle imprese alla frontiera non aumentò sistematicamente e diminuì in alcuni settori importanti, come la manifattura. Anche la loro quota di ricavi manifatturieri, aumentata dopo la Grande recessione del 2008, tornò successivamente verso i livelli precedenti alla crisi. Lo studio non individua una causa unica: l’OCSE segnala, tra le possibili spiegazioni, ostacoli alla crescita dimensionale, al capitale e alle competenze. I “grandi freni” del sistema economico italiano che abbiamo visto nelle precedenti analisi.
Che cosa è cambiato negli ultimi anni?
La nuova analisi della Banca d’Italia, dedicata al periodo 2019-2023, conferma che le imprese alla frontiera occupano una posizione centrale nell’economia italiana. Il 5 per cento delle imprese più produttive di ciascun settore occupava oltre un quinto dei lavoratori e realizzava circa il 40 per cento degli investimenti. Nello stesso periodo contribuivano per quasi il 30 per cento alla crescita della produttività del lavoro nel settore privato. La loro presenza è particolarmente rilevante nella manifattura ad alto contenuto tecnologico e nei servizi ad alta intensità di conoscenza.
Il dato più significativo riguarda la distanza tra le imprese migliori e quelle collocate intorno alla media. Dopo un periodo di relativa stabilità, dal 2020 il divario si è ampliato, perché la produttività delle imprese alla frontiera è cresciuta più rapidamente. La dinamica ha interessato diversi settori, mentre nella manifattura e nei servizi avanzati ha rafforzato una tendenza già emersa nella seconda metà del decennio precedente. La pandemia, la crisi energetica e le tensioni internazionali hanno messo alla prova il sistema produttivo, ma una parte delle imprese italiane ha dimostrato di saper reagire e migliorare i propri risultati; il problema è che questa capacità si è concentrata soprattutto nelle aziende già più produttive.
Questo ampliamento del divario non sembra essere accompagnato nuovamente da una maggiore concentrazione delle quote di mercato nelle imprese alla frontiera, né da una riduzione della concorrenza nei mercati dei beni. La Banca d’Italia rileva inoltre un lieve aumento del ricambio tra le imprese che occupano le posizioni più avanzate. Non emerge quindi una spiegazione semplice in cui poche aziende avrebbero aumentato il proprio vantaggio soltanto perché hanno conquistato il mercato. La differenza riguarda soprattutto la velocità con cui le imprese migliorano la propria produttività: quelle alla frontiera sono riuscite a crescere più rapidamente, mentre le altre non hanno recuperato terreno allo stesso ritmo.
Questa distanza si osserva anche nei salari, sebbene le imprese più produttive e quelle che offrono le retribuzioni migliori non coincidano necessariamente. Secondo la stessa analisi, nell’ultimo decennio i salari reali sono diminuiti nella maggioranza delle imprese e sono aumentati soltanto in quelle collocate al vertice della distribuzione per politiche retributive. I servizi tecnologici e professionali hanno mostrato dinamiche salariali migliori, accrescendo il proprio peso tra le imprese che pagano di più rispetto ai servizi tradizionali e all’industria. Ma le imprese più produttive non sono necessariamente quelle che pagano di più: il rapporto non è automaticamente causale.
Il problema, quindi, non è soltanto che l’Italia abbia una produttività media bassa, ma che la capacità di migliorare i risultati sia distribuita in modo diseguale. Una parte delle imprese investe, si adatta agli shock e aumenta la produttività; molte altre non riescono a tenere lo stesso passo. Come sottolinea la Banca d’Italia, se questa vitalità rimane concentrata in una porzione limitata del sistema produttivo, può diventare un freno alla crescita complessiva: per migliorare la produttività del Paese, l’innovazione e la capacità di adattamento devono estendersi a una quota più ampia delle imprese.
La frontiera italiana è anche quella mondiale?
Essere tra le imprese più produttive del proprio Paese non significa necessariamente competere allo stesso livello delle aziende migliori del mondo. La distinzione è centrale nello studio dell’OCSE sulla frontiera tecnologica e sulla diffusione dell’innovazione: la frontiera nazionale comprende le migliori aziende del Paese; quella globale è un riferimento internazionale, costruito per settore, non limitato agli Stati Uniti. Un’impresa può essere molto produttiva rispetto ai concorrenti italiani e conservare comunque una distanza significativa dai leader mondiali.
Il confronto dell’OCSE mostra che le imprese italiane alla frontiera della manifattura sono relativamente piccole rispetto a quelle che guidano la produttività a livello globale, pur essendo competitive in termini di produttività. La dimensione è una parte rilevante della distanza: secondo le stime dello studio, se le imprese italiane alla frontiera nazionale avessero raggiunto sia la produttività sia le dimensioni dei leader globali, la produttività del lavoro dell’intero settore manifatturiero sarebbe stata circa il 20 per cento più alta. Lo studio stima inoltre che circa tre quarti di questo divario siano riconducibili alla dimensione relativamente ridotta delle imprese italiane alla frontiera nazionale.
L’OCSE trova una situazione diversa negli Stati Uniti, dove le imprese alla frontiera nazionale della manifattura sono già più grandi di quelle del riferimento globale. Il riferimento globale raccoglie imprese di Paesi diversi. Secondo la stima, la produttività del lavoro dell’intera manifattura statunitense sarebbe circa il 10 per cento più alta se quelle aziende raggiungessero la produttività dei leader mondiali.
La dimensione, dunque, non è un obiettivo fine a sé stesso, ma può permettere a un’impresa di sfruttare capacità che possiede già e di sostenere attività più complesse. Un’azienda produttiva può competere con successo in una nicchia, ma incontrare difficoltà quando deve ampliare la propria presenza commerciale, investire in ricerca, sviluppare nuovi prodotti o coordinare attività in più mercati. L’OCSE richiama ostacoli regolatori, finanziari e organizzativi alla crescita. Se l’impresa non riesce a espandersi, parte del suo potenziale rimane inutilizzata.
Competenze e tecnologia fanno la differenza
La ricerca dell’OCSE aiuta anche a capire perché le imprese alla frontiera globale siano così difficili da raggiungere. I leader internazionali tendono a essere più produttivi, più grandi e più redditizi; sono mediamente più giovani e più presenti nell’attività brevettuale e nei mercati internazionali. Il loro vantaggio non dipende quindi da un singolo fattore, ma dalla capacità di combinare investimenti, competenze, organizzazione e innovazione. Tra le pratiche rilevanti: ricerca, formazione, tecnologie integrate nei processi e management capace di coordinare attività complesse. Non sono una ricetta universale, ma fattori ricorrenti nella letteratura OCSE.
In questo quadro, il capitale umano e la qualità del management hanno un ruolo rilevante. Secondo una ricerca dell’OCSE sulle competenze, le caratteristiche dei lavoratori e dei manager sono associate a circa un terzo del divario di produttività del lavoro tra le imprese alla frontiera e quelle mediane. Il rapporto, tuttavia, può funzionare in entrambe le direzioni: le imprese più produttive possono attrarre persone qualificate, mentre lavoratori e manager competenti possono contribuire a renderle più produttive. Le aziende più efficienti, inoltre, sembrano capaci di combinare meglio competenze e organizzazione: una tecnologia avanzata non genera automaticamente un aumento della produttività se mancano le persone e i processi per utilizzarla. È un risultato che si collega ai temi affrontati nei precedenti articoli di CrescitaZero sulla formazione e sulle competenze di chi guida le imprese. Le competenze contribuiscono alla capacità dell’impresa di adottare tecnologie, migliorare i processi e organizzare il lavoro; allo stesso modo, una buona gestione può rendere più produttivi gli investimenti.
L’OCSE sottolinea inoltre che la produttività delle imprese alla frontiera globale è cresciuta molto più rapidamente di quella delle aziende più lontane dalla frontiera. Tra il 2003 e il 2020, la produttività dei leader globali è aumentata di oltre la metà nella manifattura e di oltre due terzi nei servizi, mentre per le imprese più lontane dalla frontiera la crescita è rimasta inferiore al 5 per cento. Il dato riguarda il confronto internazionale e un periodo più lungo rispetto all’analisi recente della Banca d’Italia, ma il meccanismo è simile: le imprese più avanzate migliorano rapidamente, mentre una parte del sistema fatica a recuperare il ritardo.
La questione non è soltanto quanto siano innovative le imprese migliori, ma quanto il resto dell’economia riesca ad adottare le tecnologie e le pratiche che esse utilizzano. L’OCSE descrive un percorso nel quale le innovazioni sviluppate dai leader globali vengono adattate dalle imprese alla frontiera nazionale e possono poi diffondersi alle altre aziende attraverso i rapporti con clienti e fornitori, la circolazione dei lavoratori, le imprese internazionali e l’imitazione delle soluzioni dei concorrenti. Se questi collegamenti funzionano male, le imprese più avanzate possono continuare a crescere senza produrre un beneficio proporzionato per il resto del sistema.
Il paradosso italiano
Le tre ricerche descrivono aspetti dello stesso problema. Banca d’Italia mostra che le imprese più produttive investono di più e ottengono risultati economici migliori senza necessariamente conquistare una quota crescente di occupazione e ricavi; dal 2020, inoltre, il divario rispetto alle imprese mediane si è ampliato. L’OCSE aggiunge che anche le imprese italiane più efficienti restano relativamente piccole rispetto ai leader globali, limitando il contributo che potrebbero offrire all’economia.
Il problema italiano si articola quindi in tre passaggi. Il primo è permettere a un numero maggiore di imprese di raggiungere livelli elevati di produttività; il secondo è consentire alle imprese che hanno già dimostrato di essere efficienti di crescere e raggiungere una scala adeguata; il terzo è fare in modo che le tecnologie, le competenze e le pratiche organizzative delle aziende più avanzate si diffondano al resto del sistema. Nessuno di questi passaggi garantisce automaticamente gli altri.
È qui che il tema delle imprese alla frontiera si collega ai nodi strutturali affrontati in questa serie, dalla dimensione aziendale alle competenze e alla formazione. Questi fattori contribuiscono a determinare non soltanto quanto un’impresa sia produttiva oggi, ma anche la sua capacità di investire, crescere e adattarsi ai cambiamenti. Allo stesso tempo, la diffusione delle innovazioni dipende dai collegamenti tra le imprese e dalla possibilità che le soluzioni sviluppate da quelle più avanzate vengano adottate anche altrove.
Il paradosso italiano è che le imprese capaci di competere esistono, ma il loro successo non basta a trascinare l’intera economia. Una parte del sistema produttivo investe e migliora, mentre altre imprese restano indietro; persino le aziende più produttive non sempre raggiungono la scala dei leader internazionali, e il loro vantaggio non si trasferisce automaticamente al resto del sistema. Finché questi passaggi rimarranno incompleti, l’Italia continuerà a dipendere da una minoranza di imprese efficienti senza riuscire a trasformare pienamente il loro successo in una crescita diffusa. La domanda decisiva, quindi, non è soltanto perché il Paese abbia poche imprese alla frontiera, ma perché fatichi a farle diventare più grandi, a rinnovarle e a trasferire i loro risultati al resto dell’economia.


