In Italia si muore sempre di meno
Il tasso di mortalità standardizzato ha toccato nel 2025 il minimo storico, con un calo del 12 per cento rispetto al periodo prepandemico.
Nel 2025 in Italia sono morte 652 mila persone, praticamente le stesse dell’anno precedente. A prima vista la notizia sembra modesta. Tra il 2015 e il 2019, prima della pandemia, i morti erano in media 646 mila all’anno, circa 6 mila in meno di oggi. Significa che le cose sono peggiorate? No, significa che la popolazione italiana è nel frattempo diventata più vecchia: i residenti sono scesi da 60,1 a 58,9 milioni e la quota di anziani è cresciuta. In una popolazione più anziana ci si aspetta un numero maggiore di decessi semplicemente perché ci sono più persone nelle fasce di età dove il rischio di morte è elevato. Confrontare la mortalità tra periodi diversi usando i decessi in valore assoluto può infatti portare a conclusioni fuorvianti quando la composizione per età della popolazione cambia nel tempo, un problema particolarmente rilevante per l’Europa e il Giappone1.
Per fare un confronto corretto si utilizza il tasso di mortalità standardizzato per età, lo stesso metodo adottato da Eurostat e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nei confronti internazionali. Il principio è semplice: si sceglie una popolazione di riferimento, in questo caso quella italiana del 2025, e si calcola quanti decessi ci sarebbero stati in ciascun anno passato se la struttura per età e genere fosse sempre stata quella del 2025. In pratica, si suddivide la popolazione in ventidue fasce di età per ciascun genere, si calcola il rischio di morte specifico di ogni gruppo, e lo si pesa in proporzione alla quota che quel gruppo rappresenta nella popolazione di riferimento. In questo modo, le differenze tra un anno e l’altro dipendono esclusivamente dal rischio effettivo di morire a ogni età, non dall’invecchiamento della popolazione.
Applicando questa correzione ai dati Istat sulla mortalità giornaliera dei comuni otteniamo un quadro molto diverso. Il tasso standardizzato era pari a 1.250 decessi ogni 100 mila abitanti nella media 2015-2019, è salito a 1.355 nel 2020 con la pandemia ed è poi sceso progressivamente fino a 1.106 nel 2025, il valore più basso mai registrato: in calo del 2 per cento rispetto al 2024 e dell’11,5 per cento rispetto al periodo prepandemico. A parità di struttura demografica, nel 2025 si è morti il 18 per cento in meno rispetto al picco del 2020.
Il calo per fasce di età e per genere
La riduzione della mortalità ha interessato tutte le fasce di età senza eccezioni, ma con intensità diverse. I miglioramenti più marcati rispetto alla media 2015-2019 si osservano nelle fasce dove la mortalità pesa di più in termini assoluti. Tra i 50 e i 59 anni il tasso di mortalità è diminuito del 14,1 per cento, e del 14,1 per cento tra i 60 e i 69. Tra gli 80 e gli 89 anni la mortalità è scesa del 10,8 per cento, tra i 70 e i 79 del 10,3 per cento. Tra gli ultranovantenni la riduzione è stata del 5,7 per cento, un dato comunque rilevante considerate le dimensioni del rischio a quelle età. Tra i bambini sotto i dieci anni il calo percentuale è il più forte in assoluto, pari al 22,8 per cento, ma va letto tenendo conto che la mortalità infantile e pediatrica riguarda fortunatamente numeri molto piccoli in valore assoluto, il che rende le variazioni percentuali più ampie e più sensibili a oscillazioni casuali. Lo stesso vale per le fasce giovanili: il calo è del 9,5 per cento tra i ventenni e del 9,7 per cento tra i quarantenni, del 6,8 per cento tra i trentenni, e del 2,2 per cento tra i dieci e i diciannove anni, ma in tutte queste classi di età i decessi sono una quota marginale del totale.
Guardando i tassi in termini percentuali sulla popolazione di ciascuna fascia, nel 2025 tra i sessantenni è morto lo 0,7 per cento, tra i settantenni il 2,0 per cento, tra gli ottantenni il 6,6 per cento e tra gli ultranovantenni il 21,1 per cento. In ciascun caso il valore del 2025 è il più basso dell’intera serie considerata.
Il calo della mortalità standardizzata ha riguardato entrambi i generi, ma con intensità diversa. Il tasso standardizzato maschile è passato da 1.261 nella media 2015-2019 a 1.087 decessi per centomila persone nel 2025, con un calo del 14 per cento. Quello femminile è sceso da 1.240 a 1.124, una riduzione del 9,3 per cento. Gli uomini partivano da un livello di mortalità leggermente più alto e hanno recuperato più rapidamente, tanto che nel 2025 il tasso maschile risulta inferiore a quello femminile: 1.087 contro 1.124. Rispetto al 2024, il calo è stato del 2,4 per cento per gli uomini e dell’1,6 per cento per le donne.
La mortalità scende in tutte le regioni
Il calo della mortalità standardizzata rispetto alla media 2015-2019 è generalizzato a tutte le regioni, ma con intensità molto diverse. In testa si colloca la Valle d’Aosta con una riduzione del 19,6 per cento, un dato che risente però delle piccole dimensioni della regione e della conseguente maggiore volatilità statistica. Seguono il Friuli-Venezia Giulia con il 13,4 per cento in meno, la Sicilia con il 13,3 e il Lazio con il 13,1.
Nella parte bassa della classifica si trovano le regioni dove il miglioramento è stato meno pronunciato: la Sardegna registra un calo del 7,4 per cento, la Basilicata dell’8,9 per cento e il Molise del 9,0 per cento. Si tratta comunque di riduzioni significative, ma inferiori alla media nazionale dell’11,5 per cento. Tra le grandi regioni, la Lombardia ha registrato un calo dell’11,1 per cento, l’Emilia-Romagna del 9,9, il Veneto del 12,2 e il Piemonte del 12,1.
Il Trentino-Alto Adige si conferma la regione con il tasso di mortalità standardizzato più basso d’Italia, pari a 916, seguito dalla Campania con 1.011 e dalla Lombardia con 1.041. All’estremo opposto, la Liguria registra il valore più alto con 1.389, seguita dal Molise con 1.307 e dal Piemonte con 1.247. Ovviamente in questi casi pesa molto la struttura demografica delle regioni.
Il calo non si spiega con l’effetto harvesting
Di fronte a questo calo una delle obiezioni riguarda il cosiddetto effetto harvesting, che in italiano si può tradurre come “mietitura”: il Covid avrebbe ucciso in anticipo persone già molto fragili, lasciando una popolazione residua mediamente più sana e quindi meno esposta alla morte negli anni successivi. Se così fosse, la riduzione della mortalità post-pandemica non rappresenterebbe un reale miglioramento ma una semplice compensazione meccanica.
Per verificare questa ipotesi ho analizzato i dati di mortalità comunale Istat su circa 6.400 comuni con almeno 500 abitanti, calcolando per ciascuno il tasso di mortalità standardizzato per età in tre periodi: la baseline prepandemica 2015-2019, il periodo Covid 2020-2022 e il periodo post-Covid 2023-2025. Se l’harvesting fosse il meccanismo principale, ci si aspetterebbe che i comuni più colpiti durante la pandemia, quelli con il maggiore eccesso di mortalità rispetto alla baseline, mostrassero nel triennio successivo una mortalità particolarmente bassa, anche sotto i livelli storici, perché le persone più fragili sarebbero già morte. In termini statistici, dovrebbe emergere una correlazione negativa tra l’eccesso pandemico e la variazione post-pandemica.
L’analisi mostra l’opposto. La correlazione tra eccesso di mortalità durante il Covid e variazione nel post-Covid rispetto alla baseline è positiva, con un coefficiente di Pearson di 0,40, un beta di 0,38 e un valore statisticamente significativo. I comuni più colpiti dalla pandemia hanno ancora oggi una mortalità sopra la norma storica, non sotto. Questo risultato esclude l’harvesting come spiegazione principale del calo osservato nel confronto diretto tra i due trienni.

