La trappola del "piccolo è bello": perché il nanismo aziendale soffoca l’Italia
L’Italia è il secondo paese EU per numero di imprese attive. Ma la dimensione media è un terzo di quella tedesca. Sono troppo piccole per innovare, investire, pagare salari competitivi.
Questo è il quarto approfondimento di CrescitaZero, la serie di articoli scritti insieme a Elia Bidut per capire cos’è successo alla crescita italiana. Negli episodi precedenti abbiamo visto perché la produttività è ferma da trent’anni, perché la crescita è la condizione che tiene in piedi la democrazia e perché i salari italiani non sono cresciuti. Oggi entriamo dentro il tessuto produttivo del Paese.
Nel dibattito sulla produttività italiana, una parola torna spesso: dimensione. Le imprese italiane sono troppo piccole. L’affermazione è talmente ripetuta da essere diventata quasi uno sfondo, una di quelle cose che si sanno senza che nessuno si fermi davvero a mostrare cosa significano i numeri e perché la questione è più complessa, e più urgente, di quanto sembri. Proviamo a farlo qui.
Un paese di imprese che non crescono
Nel 2023 l’Italia era il secondo Paese europeo per numero di imprese attive, circa 4,5 milioni, dietro solo alla Francia con 5 milioni, secondo i dati del Rapporto Italia Generativa 2024 elaborati su dati Eurostat. Non siamo un Paese con poche imprese. Siamo un paese con molte imprese che restano piccole.
Infatti, in Italia ogni impresa occupa in media 4 addetti, mentre la media dell’Unione europea è 5 e quella della Germania è 12. Detto in un altro modo: un’impresa tedesca occupa in media tre volte le persone di un’impresa italiana.
Questa differenza non riguarda solo la manifattura, ma si estende a quasi tutti i settori. Secondo un’analisi di Istat pubblicata nel 2025 su dati 2022, il 95 per cento delle imprese italiane ha meno di dieci addetti; sono quelle che nelle statistiche europee si chiamano microimprese. E sono il cuore del problema della mancata crescita.
Quanto costa essere piccoli
La dimensione di un’impresa non è solo una questione organizzativa, ma è la condizione che determina quanto un’impresa può investire, cosa può permettersi di fare e quanto può pagare chi ci lavora.
I dati Istat sui conti economici delle imprese lo mostrano con una chiarezza difficile da ignorare. Nel 2022, il valore aggiunto per addetto, la misura più diretta di produttività, era in media di 56.600 euro in Italia. Ma questa media nasconde una divaricazione importante: le microimprese producevano 36.400 euro per addetto, le grandi imprese 81.600. Il salto più netto è quello tra la fascia micro e tutte le altre.
I salari seguono la stessa curva. Nelle microimprese lo stipendio lordo medio di un dipendente è di 26.600 euro, nelle grandi di 46.400. Chi lavora in una microimpresa guadagna in media oltre il quaranta per cento in meno di chi lavora in una grande. Questo spiega una parte consistente del problema dei salari italiani di cui abbiamo parlato nell’episodio precedente: non è solo che le imprese pagano poco, è che la struttura produttiva del paese è concentrata nella fascia dimensionale dove si paga di meno.
Secondo elaborazioni degli Osservatori del Politecnico di Milano su dati Eurostat, le microimprese italiane generano circa 30.000 euro di valore aggiunto per addetto, contro i 46.000 di Francia e Germania e i 35.000 della media europea. Nella fascia micro, il gap negativo con la Germania è del 33 per cento. Il problema italiano è quindi sia di avere molte imprese piccole sia del fatto che queste producono mediamente meno delle loro concorrenti in altri Paesi.
I dati più recenti, relativi al 2024, mostrano che la situazione non migliora. Secondo la stima anticipata Istat sui conti economici delle imprese, le classi dimensionali 0-9 e 10-19 addetti sono state le uniche a registrare una riduzione del valore aggiunto rispettivamente del 1,8 e dello 0,9 per cento, mentre le grandi imprese crescevano del 3,2 per cento. La forbice si allarga.
Piccole imprese e innovazione: un problema di soglie
C’è un motivo preciso per cui la dimensione conta così tanto per la produttività. Innovare, infatti, costa. Comprare macchinari, assumere ingegneri, formare i dipendenti sulle nuove tecnologie, adottare software gestionali: sono tutti investimenti con costi fissi che si ammortizzano su un volume di attività. Una grande impresa li distribuisce su migliaia di addetti, mentre una microimpresa non può permetterseli.
Secondo il report Istat su imprese e ICT del 2024, gli specialisti informatici sono presenti nel 75 per cento delle grandi imprese italiane e nell’11 per cento delle piccole medie imprese (PMI). Solo il 17 per cento delle PMI organizza corsi di formazione informatica per i propri addetti, contro il 67 per cento delle grandi. Il divario nell’adozione di intelligenza artificiale segue lo stesso schema: nel 2025 la usa il 53,1 per cento delle grandi imprese, contro il 15,7 per cento delle piccole e medie imprese, secondo dati Istat-Eurostat.
L’OCSE, nel Compendium of Productivity Indicators 2025, ha confermato che in media nei paesi avanzati le grandi imprese producono circa il doppio di valore aggiunto per ora lavorata rispetto alle piccole imprese, anche perché adottano più facilmente le nuove tecnologie. La dimensione non è solo un indicatore di scala, ma è la precondizione per fare quelle cose che nel lungo periodo fanno crescere la produttività.
Negli episodi precedenti abbiamo visto che l’Italia ha mancato la rivoluzione dell’ICT negli anni Duemila, il decennio in cui internet stava ridisegnando l’economia mondiale. La struttura produttiva del paese,frammentata in milioni di microimprese che non potevano permettersi di investire in tecnologia, è una delle spiegazioni di quel fallimento, anche se non l’unica: come vedremo, contano anche la qualità del management, la spesa in ricerca e sviluppo e le competenze della forza lavoro.
Il sistema che premia il restare piccoli
A questo punto la domanda è ovvia: perché le imprese italiane restano piccole? È una scelta degli imprenditori, oppure c’è qualcosa nel sistema che li spinge a non crescere?
er decenni, crescere in Italia ha avuto un costo specifico e misurabile. Lo Statuto dei Lavoratori, cioè la legge del 1970 che ha introdotto forti tutele per i dipendenti e limiti più stringenti ai licenziamenti nelle imprese sopra certe soglie dimensionali, e in particolare l’articolo 18, si applicava solo alle imprese con più di quindici dipendenti. Superare quella soglia significava esporsi a vincoli e costi di gestione del personale molto più stringenti. La letteratura economica, a partire da uno studio di Fabiano Schivardi e Roberto Torrini pubblicato nel 2008, ha documentato una flessione statisticamente significativa nella distribuzione delle imprese italiane proprio attorno ai quindici addetti.
Il Jobs Act del 2015 introdotto dal governo di Matteo Renzi ha ridotto quell’effetto di soglia, ma non lo ha eliminato. Ancora oggi superare i quattordici dipendenti attiva una serie di obblighi aggiuntivi che rendono la crescita più costosa. Nel luglio 2025 la Corte Costituzionale, nella sentenza n. 118, ha definito “anacronistico” il criterio dei quindici dipendenti come discrimine tra piccole e grandi imprese, pur intervenendo nel merito specifico sui massimali risarcitori per licenziamento, non sulla soglia in sé. Un segnale che anche sul piano giuridico quel confine è sempre più difficile da difendere.
Ma il disincentivo normativo è solo parte della storia. L’altra parte è culturale e storica, e affonda le radici nel modello di sviluppo che ha fatto grande l’Italia nel dopoguerra.
Il miracolo economico italiano, quello delle grandi fabbriche, dell’acciaio e dell’automobile, si era esaurito già alla fine degli anni Sessanta. A partire dagli anni Settanta emerse però un secondo modello: quello dei distretti industriali della cosiddetta Terza Italia. Piccole imprese specializzate, radicate nel territorio del Nordest e del Centro, collegate da reti informali di subfornitura. Fu Giacomo Becattini, con il suo lavoro del 1987 Mercato e forze locali: il distretto industriale, a teorizzarne la logica: queste imprese non competevano da sole, ma come sistema. Un ambiente in cui i legami sociali e la fiducia permettono di cooperare senza le strutture formali che solo le grandi organizzazioni possono permettersi.
Per circa un ventennio, dagli anni Settanta alla metà degli anni Novanta, quel sistema ha funzionato. Ha prodotto il made in Italy, ha esportato moda, meccanica, alimentare in tutto il mondo, ha generato benessere diffuso in aree che non avevano mai avuto una tradizione industriale. Poi il mondo è cambiato e il modello non ha saputo cambiare con lui.
Quando negli anni Duemila internet ha cominciato a ridisegnare le catene del valore globali, a moltiplicare le economie di scala nei servizi, a rendere la tecnologia digitale il principale driver di produttività, le piccole imprese dei distretti si sono trovate strutturalmente escluse. Il problema non era tanto che i loro imprenditori fossero meno capaci, ma che la dimensione non permetteva loro di investire abbastanza per stare al passo. Come ha mostrato uno studio degli economist Pellegrino e Zingales, tra le ragioni del crollo della produttività totale dei fattori italiana dopo il 2000 c’è la scarsa diffusione di pratiche meritocratiche nelle imprese, un tratto tipico del capitalismo familiare e della gestione basata sulla fedeltà che funziona nelle piccole imprese, ma diventa un freno quando si tratta di adottare tecnologie che richiedono organizzazioni più complesse.
La classe dirigente politica ha continuato nel frattempo a celebrare il piccolo come un valore in sé. “Piccolo è bello” è rimasto lo slogan implicito di decenni di politica industriale italiana, ben oltre il momento in cui era ancora vero. Il risultato è che l’Italia è entrata nel terzo millennio con una struttura produttiva pensata per l’economia del secondo.
Il paradosso delle medie imprese
Le imprese italiane che riescono però a crescere di dimensione non sono solo competitive., ma sono addirittura tra le più competitive d’Europa.
Secondo il XXIV Rapporto sulle medie imprese industriali italiane elaborato da Mediobanca, Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne nel 2025, le 3.650 medie imprese industriali italiane (definite come quelle con proprietà familiare, tra 50 e 499 addetti e un fatturato tra 19 e 415 milioni di euro) hanno aumentato la propria produttività del 31,3 per cento tra il 2014 e il 2023.. È un dato migliore del 20 per cento francese, del 30 per cento spagnolo e anche del 26 per cento tedesco.
Il problema dell’Italia è che troppo poche riescono a raggiungere la taglia in cui diventano competitive. Mentre in Germania le imprese con più di 250 addetti rappresentano lo 0,48 per cento del totale, in Italia sono lo 0,09 per cento,cinque volte meno, secondo una ricostruzione degli Osservatori del Politecnico di Milano. Questa differenza è il segmento che guida l’innovazione, trascina i fornitori, forma le competenze, paga i salari più alti. Se l’Italia avesse la stessa proporzione di grandi imprese della Germania, l’intera curva della produttività si sposterebbe verso l’alto.
Cosa fare: aggregare, non proteggere
La soluzione non è distruggere il tessuto di microimprese che dà lavoro a milioni di persone. Ma è creare le condizioni perché quelle con il potenziale per crescere lo facciano, perché le risorse si spostino progressivamente verso usi più produttivi. Questo richiede di agire su più leve contemporaneamente.
La prima è normativa e in particolar modo superare i disincentivi alla crescita dimensionale. Che nella pratica significa ripensare il modo in cui il sistema regolatorio distingue tra imprese piccole e grandi, evitando che ogni soglia dimensionale diventi un muro invisibile. È necessario disegnare regole che non scoraggino la crescita di chi vuole crescere.
La seconda è finanziaria e riguarda il finanziamento delle imprese. Le imprese italiane che crescono, infatti, si finanziano quasi esclusivamente tramite banche. Il mercato dei capitali italiano è sottosviluppato rispetto a quello tedesco, francese e britannico e questo limita la disponibilità di risorse per le imprese in espansione. La Germania ha costruito il suo Mittelstand anche grazie alla KfW, la banca pubblica di sviluppo che fornisce credito a lungo termine alle imprese medie a condizioni che il mercato ordinario non offre. L’Italia non ha un equivalente altrettanto efficace.
La terza è culturale e manageriale. Il capitalismo familiare italiano ha storicamente privilegiato il controllo sulla crescita: meglio restare piccoli e indipendenti che crescere aprendo il capitale a soci esterni o assumendo manager professionali. Questo è comprensibile, ma ha un costo. Solo un terzo delle imprese familiari italiane supera il primo ricambio generazionale e appena il 4 per cento arriva al quarto. Ogni passaggio generazionale è un rischio di ridimensionamento o dissoluzione. Le politiche che facilitano la successione, la quotazione in borsa, l’ingresso di fondi di investimento nelle PMI vanno nella direzione giusta, ma sono ancora troppo marginali nel dibattito pubblico italiano.
La quarta leva è quella delle aggregazioni di filiera. I contratti di rete, introdotti in Italia nel 2009, permettono a più imprese di collaborare mantenendo l’autonomia giuridica. Sono uno strumento utile ma ancora sottoutilizzato, spesso perché gli incentivi fiscali non sono stati abbastanza robusti da compensare i costi di coordinamento. Incentivare fusioni e acquisizioni nella stessa filiera, con meccanismi analoghi a quelli usati in altri paesi europei, potrebbe accelerare il processo di consolidamento senza richiedere alle imprese di rinunciare alla propria identità.
Nessuna di queste leve produce risultati immediati. La struttura dimensionale di un sistema produttivo cambia in decenni, non in anni. Ma il punto di partenza è riconoscere che il problema esiste, che ha cause identificabili e che ha soluzioni conosciute. Paesi europei con punti di partenza non lontani dall’Italia, la Spagna, il Portogallo, la Polonia negli anni Novanta, hanno cambiato la composizione del loro tessuto produttivo quando hanno costruito le condizioni istituzionali e finanziarie per farlo.
La narrazione del “piccolo è bello” ha avuto il suo tempo. Quello che serve ora è una narrazione diversa: le imprese italiane che crescono sono le più produttive d’Europa. Il problema è che sono troppo poche.
Nel prossimo episodio di CrescitaZero vedremo perché la spesa italiana in ricerca e sviluppo è tra le più basse d’Europa e cosa succederebbe se riuscissimo a portarla anche solo alla media europea.


