In Italia c’è questo luogo comune, molto diffuso, secondo cui i politici sono “tutti dei bugiardi”. Giovanni Zagni è il direttore di Pagella Politica, una testata che si occupa di verificare le dichiarazioni dei politici ed è attiva dal 2012, e la reazione tipica di chi sente che lavoro fa è: “Eh, ne avrai di lavoro da fare”.
Proprio da questa reazione è partito il nuovo libro di Zagni, Perché i politici dicono bugie, pubblicato da Piemme a ottobre 2026. Il libro parte da questa reazione e arriva a due conclusioni inattese, se si guarda solo al titolo: la crisi della verità (un tema che si sente spesso dal 2016 in poi) è meno recente di come ci viene raccontata e la responsabilità di chi ascolta è pari a quella di chi parla. Molti contenuti del libro sono già noti a chi si occupa di questo tema, ma alcune idee sono quasi del tutto assenti dal dibattito italiano e sono più interessanti perché provengono da un fact-checker di professione. Per la massima trasparenza, io conosco Zagni da anni e in passato ho collaborato con Pagella Politica. Dopo aver letto il libro, gli ho posto alcune domande su alcuni punti lasciati aperti dal libro e le risposte sono qui.
Una crisi meno nuova di quanto sembri
Il termine “post-verità” è entrato nell’uso comune nel 2016. Dopo la Brexit e l’elezione di Donald Trump, Oxford Dictionaries lo ha scelto come parola dell’anno. Il 10 settembre 2016, l’Economist ha pubblicato una copertina con il titolo Art of the lie (l’arte della bugia). All’epoca la lettura più diffusa era che le bugie dei politici stessero peggiorando il dibattito democratico e che un dibattito peggiore stesse alimentando politici poco attenti ai fatti. Un circolo vizioso. Già nel 1967 la filosofa Hannah Arendt considerava la menzogna uno strumento del mestiere di ogni politico, anche dei migliori. Argomentazioni molto simili a quelle dei commentatori di cinquant’anni dopo.
“Pare davvero difficile individuare un’epoca in cui invece la discussione politica era improntata al rispetto, al confronto civile e al rigoroso rispetto dei dati e della scienza”, ha scritto Zagni, aggiungendo che nel Novecento, con i totalitarismi, le menzogne sono state molto più gravi di quelle attuali. C’è il rischio che, attribuendo le falsità a una sola parte politica, si finisca per considerare i suoi elettori incapaci di ragionare. Zagni ha sentito “più volte, con un certo sgomento, avanzare idee di un patentino di idoneità alle urne”, una proposta che secondo lui è “aberrante”. Secondo Zagni, l’errore è credere “che le menzogne siano tutte da un lato” e che un accordo sui fatti farebbe sì che “scomparirebbero d’un tratto sia le controversie politiche sia i successi elettorali dei partiti che non ci piacciono”. In Italia, dopo ogni vittoria elettorale di un partito populista, torna la spiegazione secondo cui gli elettori che votano male lo fanno per incomprensione. Il libro contesta questa spiegazione e lo fa dalla posizione di chi verifica ogni giorno i numeri dei politici.
Perché i politici mentono
Come ha detto Zagni, i politici mentono, ma in un certo senso questo fa parte del gioco. Il lavoro di un politico è quello di convincere il pubblico e di spingere gli elettori a votare per lui o per il suo partito. Spetta al giornalismo rappresentare la realtà nel modo più fedele possibile, mentre il politico seleziona i fatti utili e li presenta a proprio vantaggio.
La menzogna, secondo Zagni, non garantisce da sola la vittoria elettorale, ma è vantaggiosa. Questo perché c’è l’ancoraggio, un meccanismo studiato dagli psicologi secondo cui nelle stime si parte dal primo numero ascoltato e lo si corregge in misura insufficiente. Per esempio, una cifra molto alta su quanti migranti ci sono o sul costo di un provvedimento diventa il punto di riferimento del dibattito, anche dopo che è stata smentita. Un politico scaltro “ha quindi tutto l’interesse a esagerare una cifra a suo favore”.
Una parte delle dichiarazioni false trovate dai fact-checker non sono bugie intenzionali. Interviste, discorsi e post sui social sono materiali preparati in gran parte dagli staff di comunicazione dei politici e i partiti coordinano i dati da ripetere. Chi parla può quindi riferire in buona fede un numero sbagliato che ha ricevuto da altri. Il fact-checking lascia da parte le intenzioni, che non si possono quasi mai conoscere, e guarda al contenuto delle dichiarazioni. Come ha detto Zagni, “meglio concentrarsi sul peccato e non sul peccatore, insomma”.
Il reale e il preferibile
Se un politico inizia un discorso dicendo “poiché la criminalità è in aumento” e un altro “poiché io credo nella famiglia tradizionale”, solo la prima frase è verificabile. Qui c’è una distinzione che fa Zagni tra le premesse sul “reale”, che dovrebbero essere condivise da tutti, e le premesse sul “preferibile”, ossia i valori e le priorità di chi parla. Qui il disaccordo è normale.
Anche le previsioni e le promesse non rientrano nel campo della verifica, anche se il fact-checking può fornire un contesto su di esse. Per esempio, le stime di Pagella Politica mostrano che il 96 per cento delle promesse nei programmi per le politiche 2022 non indicava le coperture. Un altro esempio, tratto dal libro, sono i video generati con l’intelligenza artificiale con Roberto Vannacci, il fondatore di Futuro Nazionale, che in veste di generale romano condanna gli avversari nell’arena. Molti commentatori li hanno classificati come disinformazione, ma secondo Zagni si tratta della costruzione di un personaggio, senza che venga trasmessa alcuna informazione. I video sono grossolani e provocatori, ma “la dimensione del vero e del falso non c’entra nulla”.
Applicare il criterio del vero e del falso a ogni contenuto politico è come usare il martello di Maslow: se hai un martello in mano, tutto ti sembra un chiodo. C’è il rischio di “confondere ciò che troviamo sbagliato secondo le nostre convinzioni personali con ciò che è falso”, un rischio familiare a chi lavora con i dati. Per Zagni la politica è una scelta tra alternative, nessuna delle quali è obbligata. L’idea che gli esperti possano indicare l’unica soluzione giusta ai problemi concreti è un’illusione tecnocratica. I fatti possono descrivere un problema, ma la scelta di quale soluzione adottare è politica, perché ogni soluzione ha dei vincitori e dei perdenti. “Nessun problema politico ha un rimedio esclusivo o perfetto”, sottolinea Zagni. Questo punto vale anche per gli economisti che presentano le proprie proposte come le uniche ragionevoli.
Come sbagliano davvero i politici
Secondo Zagni “i casi di totali invenzioni spacciate per vere sono in realtà piuttosto rari nel discorso politico”. Il problema più frequente nelle dichiarazioni verificate è quello dei numeri privi del contesto necessario. Per esempio, il 2 settembre 2024 Giorgia Meloni ha dichiarato che in Italia ci sono 24,2 milioni di occupati, un dato “più alto da quando Giuseppe Garibaldi ha unificato l’Italia”. È vero in valore assoluto, ma poco significativo: all’Unità la popolazione era di circa 26 milioni. L’8 luglio 2026 Elly Schlein ha detto che in Italia ci sono “quattro milioni di lavoratori poveri”, mentre la stima Istat del 2025 delle persone a rischio di povertà lavorativa è di circa 2,5 milioni.
I politici quasi mai citano la fonte di queste cifre. In una ricerca del 2019 sui discorsi in Parlamento in Italia in un decennio, la fonte è presente solo nel 10 per cento dei casi. Il 26 marzo 2025 il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha dichiarato che per l’Italia c’è stato “il record di esportazioni di vino a livello mondiale”. È vero che l’Italia è prima nelle quantità (circa 21 milioni di ettolitri di esportazione annua), ma non nel valore economico: la Francia è a circa 12 miliardi di euro, mentre l’Italia è sotto gli 8. Come ha osservato Zagni, nelle classifiche la posizione dell’Italia è “esagerata in meglio, quando il dato serve a dimostrare un successo, o in peggio, se è per alimentare una critica”. La verità della frase è quindi decisa dall’indicatore scelto.
Il 15 ottobre 2022 il deputato di Fratelli d’Italia Fabio Rampelli ha dichiarato che “Giorgia Meloni non ha mai detto di voler uscire dall’euro”, mentre nel programma di FdI per le europee 2014 si parlava dello scioglimento concordato dell’eurozona, cosa che Meloni ha ripetuto più volte sui social negli anni seguenti. Il 9 agosto 2022 Matteo Renzi ha accusato Nicola Fratoianni di aver “votato 55 volte la sfiducia” all’esecutivo Draghi, ma Fratoianni sedeva alla Camera, dove le fiducie al governo Draghi furono 27: Fratoianni ha votato contro 19 volte ed era assente 8 volte. La coerenza è rivendicata per sé e contestata agli avversari con uguale disinvoltura. Come ha osservato Zagni, quando si usano formule come “ho sempre detto” o “non ho mai detto”, “viene quasi il sospetto che frasi così categoriche nascondano il più delle volte qualche problema”.
Un altro esempio è l’inflazione: è stata oltre l’8 per cento nel 2022 ed è scesa nel 2023. Il governo ha più volte rivendicato il merito di questo calo, ma nel Documento programmatico di bilancio il ministero dell’Economia ha spiegato a ottobre 2023 che il calo è stato dovuto all’energia diventata meno costosa sui mercati e ai tassi della Banca centrale europea.
Al referendum sulla giustizia di marzo 2026 hanno votato No più di 14 milioni di persone ed Elly Schlein ha detto che quei voti dimostravano “che esiste una maggioranza diversa da quella in carica”. Ma il nesso è debole: il voto referendario non equivale all’adesione ai partiti che si sono schierati per il Sì o per il No. Come spiega Zagni, i nessi causali sono una categoria di errore più complessa da verificare perché le ricerche in grado di provare una causa sono disponibili solo dopo mesi o anni, mentre le dichiarazioni politiche sono immediate. Ci sono poi l’italiano come “quarta lingua più studiata del mondo” o i “60 miliardi” che ogni anno la corruzione costa all’economia. Questi sono i cosiddetti “numeri zombie”: cifre che non hanno una base solida e che durano anni nonostante le smentite. Alla mia domanda sul perché resistano, Zagni ha risposto che “confermano rappresentazioni di noi stessi a cui siamo molto affezionati, l’idea che ci siamo fatti di chi siamo e del nostro posto nel mondo”, come l’attenzione del mondo verso la nostra cultura o il costo attribuito alla corruzione. Gli ho chiesto anche se ci siano casi di politici che abbandonano un numero dopo un fact-checking. “Sì, è capitato diverse volte”, ha risposto Zagni. Ma è difficile stabilire, in assenza di ammissioni esplicite, se sia effetto del fact-checking “o del semplice ricambio delle parole d’ordine e delle dichiarazioni ricorrenti”.
Il problema siamo anche noi
Un rapporto Ipsos del 2023 ha stimato che gli italiani pensano che gli immigrati siano il 21 per cento della popolazione, quando in realtà sono l’11 per cento, quasi la metà. Esempi di questo tipo sono usati da Zagni nel capitolo sugli elettori, l’altra metà della risposta al titolo del libro. “Siamo disposti a votare politici che sappiamo benissimo essere dei bugiardi”, scrive Zagni.
Il meccanismo centrale è il ragionamento motivato: quando un dato è sgradito, lo esaminiamo con severità, mentre quando è favorevole lo accettiamo quasi senza domande. La stessa notizia sarà pesata in modo diverso a seconda che rafforzi o metta a rischio l’identità del proprio gruppo. Un risultato sorprendente delle ricerche riportate da Zagni è che “più una persona è istruita e interessata alla politica, più ci riflette e si informa in merito, più è facile che abbia una posizione netta”. Maggiore istruzione si traduce in difese più elaborate delle proprie opinioni. Anche le persone più istruite e informate, dunque, cioè il pubblico abituale del fact-checking, spesso ragionano con la pancia. Gli ho chiesto allora quale utilità abbia il suo lavoro. “Non serve a far votare la gente diversamente, né a convincere chi ha già forti preferenze per un leader o un partito”, ha risposto Zagni. Secondo lui esiste però un pubblico ampio, attento alla politica più che ai partiti, di persone che “non hanno problemi a riconoscere errori nelle dichiarazioni di leader che pure sarebbero genericamente della loro parte politica”. Per Zagni la dichiarazione che dà il via alla verifica “è quasi un pretesto per andare a vedere se un certo fenomeno esiste, se una certa teoria è vera”.
Che cosa resta del fact-checking
Come ha spiegato Zagni, prima di tutto il fact-checking è una forma di giornalismo. Il suo ruolo è fornire contesto, senza pretendere di giudicare la verità. È “il contrario della censura”: si entra nel dettaglio di quanto dicono i politici, prendendoli sul serio. Il fact-checking “aggiunge visibilità, non la toglie”. Pagella Politica da tempo ha smesso di usare giudizi del tipo vero o falso. Per esempio, è difficile classificare una dichiarazione di Meloni del 9 aprile 2026, secondo cui il Fondo sanitario nazionale aveva raggiunto 143 miliardi. La cifra è corretta ed è stata la più alta in valore assoluto. La spesa sanitaria sul Pil è rimasta stabile intorno al 6 per cento tra il 2022 e il 2025, più bassa del 7 per cento circa del 2011.
Dal 2016 Meta paga i fact-checker per controllare i contenuti che circolano sulle sue piattaforme e Pagella Politica ne fa parte attraverso Facta, una testata gemella che si occupa di disinformazione online. Un’indagine del 2025 dell’associazione mondiale dei fact-checker ha evidenziato che per il 38 per cento dei progetti il programma di Meta valeva oltre metà degli incassi e per il 21 per cento oltre tre quarti. A gennaio 2025 Mark Zuckerberg ha annunciato la fine del programma negli Stati Uniti, sostituendolo con un sistema basato su qualcosa di simile alle Community Notes di X (ossia le correzioni scritte dagli utenti), un argomento che non viene trattato nel libro. Zagni, in risposta a me, ha spiegato che la collaborazione con Meta continua in Italia e ovunque tranne che negli Stati Uniti. Le Community Notes sono secondo Zagni “un esperimento interessante nell’uso della ‘saggezza collettiva’”, un concetto che si avvicina al fact-checking, visto che molte note rimandano ad articoli di fact-checking come fonte. Il problema principale delle Community Notes è che su questioni molto divisive (alcuni temi medici o politici) è improbabile che ci sia consenso tra utenti di schieramenti opposti e quindi il sistema “rimarrà silente”. Un altro problema è il progressivo calo di interesse degli utenti a scrivere note.
La ricerca sull’efficacia del fact-checking è molto vasta e i risultati sono discordanti e il libro lo riconosce. Secondo Zagni “chi prova a vendere certezze come ‘il fact-checking non funziona’ o il suo contrario sta solo facendo una presentazione parziale degli studi in materia”. La verifica dei fatti lavora sulle basi del ragionamento politico, sui mattoni di un discorso: mostrare quelli difettosi “forse non ci farà cambiare idea, ma ci aiuterà a costruire un edificio migliore”.
In conclusione
Ricapitolando: le bugie dei politici ci sono e vanno controllate, ma quanto circolano dipende anche dal nostro ascolto. Etichettare come disinformazione ogni dichiarazione sgradita danneggia il lavoro di verifica dei fatti.
Il principale pregio del libro è però il tono. In un dibattito pubblico che divide i politici in sinceri e bugiardi, Zagni ci ricorda che la politica è in gran parte valori e promesse, su cui il disaccordo è normale. I fatti aiutano a discutere quelle scelte, ma la decisione resta nostra. Chiedere ai politici numeri corretti è giusto, sapendo che i nostri pregiudizi funzionano come i loro. Il fact-checking è utile soprattutto a chi accetta di porsi qualche domanda in più.
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