Il 23 giugno la commissione di esperti e politici istituita a gennaio dal governo tedesco ha consegnato al cancelliere Friedrich Merz un rapporto di 76 pagine con 33 raccomandazioni per modificare le pensioni. Le proposte più pesanti sono quattro: l’età legale agganciata alla speranza di vita dal 2031, con otto mesi di lavoro in più per ogni anno di vita guadagnato (67 anni e mezzo nel 2041, 68 nel 2051, 70 verso il 2091); la fine dell’uscita senza penalità dopo 45 anni di contributi; un fattore di sostenibilità più severo, che dal 2032 scarica sui pensionati, con rivalutazioni più basse, un terzo del costo dell’invecchiamento; e un contributo aggiuntivo del 2 per cento, in arrivo tra il 2028 e il 2031, da investire sui mercati in conti individuali. Il 2 luglio la coalizione ha deciso di recepirle “nella loro totalità”, con una legge attesa al Bundestag entro la fine dell’anno.
L’aliquota contributiva tedesca, la fetta dello stipendio lordo che ogni mese va alle pensioni, è oggi al 18,6 per cento e senza correzioni salirebbe verso il 20 per cento nel 2028 e oltre il 21 a metà anni Trenta. La riforma serve a fermare la corsa prima che schiacci il costo del lavoro. Sommando anche sanità e assistenza, i contributi sociali complessivi sono saliti dal 39,7 al 42,3 per cento dello stipendio dal 2019 e senza riforme puntano verso il 50, calcola nel rapporto di primavera il Consiglio degli esperti economici, i cinque saggi che consigliano il governo federale. L’Italia i contributi pensionistici li ha al 33 per cento da trent’anni, il livello più alto dell’area OCSE, e ci ha costruito sopra tutto il resto del sistema.
Quando a luglio ho scritto che il sistema italiano, “come quasi tutti quelli pubblici europei, funziona a ripartizione”, un lettore ha chiesto il resto del quadro: che cosa fanno gli altri e se c’è qualcuno da cui copiare (leggo tutti i commenti e le email, anche se non rispondo sempre). Funzionare a ripartizione vuol dire che i contributi versati ogni mese da chi lavora escono subito per pagare gli assegni di chi è in pensione, senza accumulare niente; l’alternativa, la capitalizzazione, mette invece i versamenti in un conto individuale, li investe e alla fine restituisce a ognuno quello che il suo risparmio ha fruttato. I paesi messi meglio, dalla Danimarca all’Olanda, sono quelli che accanto alla pensione pubblica hanno accumulato risparmio vero.
Il triste primato italiano
Nel 2023 l’Italia ha destinato alle pensioni il 15,5 per cento del PIL, la quota più alta dell’Unione europea secondo i dati armonizzati di Eurostat¹. Seguono la Francia con il 14,6 per cento, la Grecia con il 14, la Spagna con il 13,2 e la Germania con l’11,5, mentre la media dell’Unione si ferma al 12,3. Il primato è recente, perché fino a un paio di anni fa davanti c’era la Grecia, che con le riforme imposte dai creditori ha tagliato quasi due punti di PIL dal picco. Le traiettorie contano più della fotografia: dal 2000 la spesa spagnola è cresciuta di quasi quattro punti di PIL, la più veloce tra i grandi paesi, quella italiana di un punto e mezzo, mentre Germania e Svezia spendono oggi una quota più bassa di allora.
Si potrebbe pensare che il primato italiano dipenda da un numero eccezionale di pensionati. I dati dicono altro: la Francia paga almeno una pensione al 32 per cento dei suoi abitanti, quasi uno su tre, la Germania al 28 per cento e l’Italia al 27, con la Spagna staccata al 21. Noi paghiamo meno assegni degli altri, ma li paghiamo più ricchi e più a lungo. Già nel 2021 l’importo medio per pensionato italiano, misurato a parità di potere d’acquisto, era il più alto dell’Unione dopo il Lussemburgo, il 21 per cento sopra la media.
C’è poi la parte del conto che i contributi non coprono: in Germania i trasferimenti federali alla previdenza sono arrivati nel 2024 a 87,8 miliardi di euro, il 22 per cento delle uscite del sistema secondo i conti della previdenza pubblica tedesca, e sono la prima voce del bilancio dello Stato. In Spagna lo Stato copre il 25 per cento delle risorse della previdenza, la quota più alta mai registrata, in Francia le imposte e i trasferimenti valgono circa il 20 per cento delle entrate del sistema e in Italia la fiscalità generale finanzia circa un quarto della spesa, secondo i conti dell’OCSE. La ripartizione pura, ovunque, ha smesso di bastare a sé stessa da un pezzo.
Quando si esce e quanto si prende
L’età effettiva di uscita dal lavoro, calcolata dall’OCSE nel rapporto Pensions at a Glance pubblicato a novembre 2025, è per gli uomini di 61,9 anni in Francia, 62,4 in Spagna, 64 in Italia e 64,2 in Germania, contro una media OCSE di 64,7. Il futuro però diverge molto più del presente: per chi entra oggi nel mercato del lavoro a 22 anni l’età piena di pensionamento, quella alla quale l’assegno arriva intero, resterà a 65 anni in Francia e in Spagna, le uniche grandi economie dove non salirà. Arriverà invece a 67 in Germania, a 70 in Italia, in Svezia e nei Paesi Bassi e a 74 in Danimarca, che nel maggio 2025 votò di portare l’età a 70 anni dal 2040 (81 sì, 21 no). L’aggancio automatico all’aspettativa di vita, che in Italia si applica dal 2013, esiste già in nove paesi dell’Unione e con la riforma la Germania sarà il decimo.
Gli over 65 italiani dispongono del 99 per cento del reddito medio della popolazione, il valore più alto dell’Unione. Nella fascia tra i 66 e i 75 anni arrivano al 108 per cento, cioè stanno meglio di chi lavora. Dal 2000 hanno guadagnato 13,3 punti in questo rapporto, mentre in Spagna i pensionati sono saliti di 15,7 punti fino al 96,7 per cento; in Francia stanno al 94,3 per cento e in Germania all’86,6. Il fenomeno dei pensionati che avanzano rispetto a chi lavora riguarda due terzi dei paesi OCSE, ma Italia e Spagna sono i casi estremi, mentre in Francia e in Germania i pensionati hanno leggermente perso terreno. Lo conferma un’altra misura: in Italia e in Spagna la pensione mediana di chi ha tra i 65 e i 74 anni vale l’80 per cento degli stipendi di fine carriera, in Germania il 48.
I sistemi mediterranei, generosi in media, convivono però con sacche di povertà che altri hanno chiuso. Con la soglia di Eurostat, fissata per convenzione al 60 per cento del reddito mediano, il valore che divide la popolazione esattamente a metà, nel 2025 era a rischio povertà il 19,5 per cento degli anziani tedeschi contro il 17,2 di quelli italiani e appena l’11,6 dei francesi; con la soglia più bassa usata dall’OCSE, il 50 per cento del mediano, la Danimarca e i Paesi Bassi scendono sotto il 5 per cento. Ogni paese, insomma, ha il suo punto debole. Per l’Italia è la spesa, per la Francia l’uscita precoce dal lavoro. Per la Germania è la povertà degli anziani, ed è per questo che Berlino difende il livello minimo delle pensioni proprio mentre taglia tutto il resto; per la Spagna è il conto che arriverà tra vent’anni.
Promesse contro salvadanai
Alla fine del 2024 i fondi pensione danesi custodivano un patrimonio pari al 206 per cento del PIL, il doppio di quello che il paese produce in un anno, quelli olandesi al 151 e quelli svedesi al 116, mentre la Francia si ferma al 12,9 per cento, l’Italia all’11,7, la Spagna al 10,8 e la Germania al 6,4, meno di noi. Nei Paesi Bassi il 39 per cento del reddito degli over 65 arriva dai fondi e questo permette di tenere bassa la pensione pubblica. È questa, più del metodo di calcolo degli assegni, la differenza profonda tra i sistemi europei.
Eurostat prova a misurare anche il lato opposto, cioè le promesse: quanto valgono, tutte insieme, le pensioni che lavoratori e pensionati hanno già maturato e che nessun risparmio copre, per cui andranno pagate con i contributi e le tasse di chi verrà. Il totale vale il 496 per cento del PIL in Spagna (quasi cinque volte quello che il paese produce in un anno), il 429 in Italia, il 397 in Francia e il 320 in Germania, contro il 210 dei Paesi Bassi, il 192 della Svezia e una ventina di punti della Danimarca, come risulta dai conti patrimoniali europei del 2021. Non è un debito in senso giuridico, perché lo Stato può sempre ridurre quelle promesse con una riforma, ed è appunto quello che le riforme fanno. Colpisce però che le due classifiche siano una l’inverso dell’altra: i paesi che hanno accumulato più risparmio sono quelli che hanno meno promesse da coprire.
Il meccanismo che ha prodotto questa divisione lo descrissero già negli anni Sessanta due economisti americani, Paul Samuelson, che avrebbe vinto il Nobel nel 1970, e Henry Aaron, per decenni il riferimento sul welfare della Brookings Institution, un centro di ricerca di Washington. In un sistema a ripartizione i contributi non vengono accantonati da nessuna parte: escono dalla busta paga di chi lavora ed entrano, lo stesso mese, nell’assegno di chi è in pensione. Chi versa oggi riceve in cambio una promessa, quella che domani verseranno altri per lui. Quanto rende questo scambio dipende perciò da quanti lavoratori ci saranno e da quanto guadagneranno: se l’occupazione e gli stipendi crescono, ogni generazione può dare alla precedente più di quanto ha ricevuto, e il sistema frutta come un investimento senza che nessuno abbia investito nulla. Succedeva nell’Europa del dopoguerra, quando la prima generazione incassò pensioni senza aver quasi versato. Con pochi nati e salari fermi il segno si è invertito: oggi un euro lasciato nella ripartizione rende meno di un euro investito sui mercati.
Nicholas Barr, economista della London School of Economics, ricorda da anni il limite di questo ragionamento: anche chi andrà in pensione con un fondo spenderà i suoi risparmi in beni e servizi che dovranno produrre i lavoratori di domani. Se saranno pochi, il problema si ripresenta, fondi o non fondi. La capitalizzazione ha però due vantaggi: i fondi possono investire all’estero, dove la demografia è più favorevole, e rendono visibile il costo delle promesse, che nella ripartizione non compare in nessun bilancio finché il conto non arriva.
L’IMK, l’istituto di ricerca economica della fondazione dei sindacati tedeschi, ha calcolato che un uomo nato nel 1940 con una carriera media ha versato circa 147 mila euro di contributi e ne ha ricevuti in tutto circa 306 mila, più del doppio; l’INSEE, l’istituto di statistica francese, stima che il rapporto tra ricevuto e versato scenda da 1,6 volte per i nati nel 1950 a 1,2 per i nati nel 1980; per l’Italia uno studio del 2023 sui dati amministrativi del fondo dei dipendenti privati trova che quasi tutti i pensionati usciti tra il 1996 e il 2019 hanno ricevuto più di quanto versato. La frase “io la pensione me la sono pagata”, che a luglio avevo messo alla prova con i numeri italiani, è falsa più o meno ovunque in Europa.
Quello che fanno gli altri
Il Cile nel 1981 chiuse la ripartizione e mandò tutti i lavoratori in conti individuali gestiti da fondi privati, con un contributo del 10 per cento dello stipendio: è il modello della capitalizzazione pura. Quarant’anni dopo, per chi è andato in pensione tra il 2015 e il 2022, l’assegno pagato dal proprio conto valeva in metà dei casi meno del 17 per cento dell’ultimo stipendio, perché i versamenti erano bassi e le carriere piene di buchi. Lo Stato ha dovuto aggiungere una pensione di base pagata con le tasse. Nel gennaio 2025 il paese ha aggiunto un contributo a carico del datore che salirà all’8,5 per cento entro il 2034, in parte ai conti individuali e in parte a una nuova pensione di base garantita: la capitalizzazione pura ha dovuto reinventarsi un pezzo di ripartizione. Nessun paese europeo, del resto, sta convertendo il sistema alla capitalizzazione, perché la transizione obbligherebbe una generazione a pagare due volte, i contributi per le pensioni correnti più il proprio salvadanaio. In direzione opposta, l’Ungheria nazionalizzò nel 2010 i fondi obbligatori e la Polonia, a cui il buco della transizione era arrivato a costare un punto e mezzo di PIL l’anno, prima dirottò i versamenti e poi trasferì allo Stato i titoli pubblici in mano ai fondi. Un salvadanaio nazionale è una preda comoda per un governo in difficoltà.
La Svezia ha trovato la strada più praticabile con la riforma del 1994-1998: dalla fine degli anni Novanta di ogni stipendio il 16 per cento va alla ripartizione e un altro 2,5 per cento finisce in un conto individuale investito sui mercati, la premium pension. La capitalizzazione cresce così sui contributi nuovi, anno dopo anno, e nessuno paga due volte per gli assegni di chi è già in pensione; quei conti tra il 2000 e il 2020 hanno reso in media il 7,6 per cento l’anno. Il sistema pubblico ha poi un freno automatico che sospende da solo le rivalutazioni quando le promesse da pagare superano le risorse in cassa, senza voti in parlamento: tra il 2010 e il 2018 è scattato davvero e il conto è stato diviso tra pensionati e lavoratori.
La Grecia dal 2022 fa versare i nuovi assunti in conti individuali per la pensione integrativa e la Germania arriva adesso sulla stessa strada, citando proprio il modello svedese. Il 2 per cento aggiuntivo, metà a carico del datore, andrà in un fondo pubblico modellato su quello che già gestisce i risparmi per lo smaltimento delle scorie nucleari (si chiama KENFO), con pochi fondi privati certificati come alternativa e costi massimi dello 0,1 per cento l’anno. È un primo passo più che una svolta: Bruegel, un centro di ricerca di Bruxelles, calcola che nel 2031 quel 2 per cento varrà circa 35 miliardi l’anno, lo 0,8 per cento del PIL, contro aliquote tra il 10 e il 18 per cento nei fondi danesi e olandesi. Dal gennaio 2027 anche i vecchi piani Riester a capitale garantito, dove giacciono 225 miliardi, lasceranno il posto a conti d’investimento agevolati con commissioni massime dell’1 per cento.
Il compromesso lo ha raccontato il Corriere della Sera: la SPD ha rinunciato a una resistenza storica contro la capitalizzazione obbligatoria, la CDU ha accettato che la pensione pubblica resti il pilastro principale. Perfino il pacchetto più criticato passò a dicembre solo dopo la rivolta dei diciotto deputati più giovani della maggioranza: è quello che congela fino al 2031 il livello minimo delle pensioni, cioè il rapporto tra l’assegno di una carriera piena e lo stipendio medio del momento, al 48 per cento. Ora la partita si è spostata nell’Est, dove tre persone su quattro contano solo sulla pensione pubblica e il 6 settembre si vota in Sassonia-Anhalt con l’AfD data oltre il 40 per cento. I presidenti CDU delle regioni orientali chiedono di salvare l’uscita senza penalità dopo 45 anni di contributi, che più di due tedeschi su tre non vogliono toccare.
Al primo gennaio 2026 erano passati al nuovo sistema olandese 30 fondi con dieci milioni di iscritti, oltre metà del totale. I Paesi Bassi stanno trasformando le loro pensioni di categoria, già piene di risparmio vero, da promesse di assegno fisso a conti individuali il cui valore segue i mercati: è la conversione più radicale in corso in Europa. Per il milione e mezzo di pensionati coinvolti l’assegno è salito in media del 14 per cento, perché nel nuovo schema i fondi possono distribuire una parte maggiore dei rendimenti. Va detto che quegli aumenti arrivano da fondi che avevano in cassa tra il 125 e il 140 per cento di quanto promesso: la conversione ha distribuito un tesoro che c’era già.
Madrid tra il 2021 e il 2023 ha riagganciato tutte le pensioni all’inflazione e ha scommesso su due cose: sull’immigrazione, che tra il 2019 e il 2024 ha spiegato oltre il 70 per cento della crescita dell’occupazione, e su contributi via via più alti. Il controllo è affidato a un esame triennale dell’autorità fiscale indipendente e il primo, nel marzo 2025, è stato superato, ma con l’avvertenza che “la sostenibilità del sistema non è migliorata”. Gli incentivi a restare al lavoro funzionano, visto che le pensioni chieste più tardi del dovuto, in cambio di un assegno maggiorato, sono passate dal 4,8 per cento delle nuove nel 2019 al 12 di quest’anno, ma il conto complessivo cresce. Le proiezioni della Commissione europea, riviste al rialzo di 7 punti di PIL “anche per la parziale marcia indietro sulle riforme del 2011 e del 2013”, vedono la spesa spagnola a un picco del 17,3 per cento del PIL attorno al 2050, la gobba più alta d’Europa. È un percorso che somiglia molto a quello già scritto per l’Italia.
La Francia ha fatto perfino un passo indietro: la riforma del 2023, che portava l’età da 62 a 64 anni, è stata sospesa fino al 2028 in cambio della sopravvivenza del governo. L’età resta ferma a 62 anni e 9 mesi, il costo dichiarato è di 100 milioni nel 2026 e di 1,4 miliardi nel 2027, e la copertura è stata trovata rivalutando meno le pensioni già in pagamento: per non alzare l’età, Parigi taglia gli assegni. Il rapporto annuale del comitato francese di vigilanza sulle pensioni, pubblicato a giugno, prevede che il deficit del sistema si aggravi dal 2045 e rinvia ogni scelta vera alle presidenziali del 2027.
L’Italia una capitalizzazione ce l’ha già, piccola: è la previdenza complementare e il pezzo che funziona meglio sono i fondi di categoria istituiti dai contratti collettivi. Non hanno scopo di lucro e costano pochissimo, lo 0,47 per cento l’anno contro il 2,17 dei piani individuali venduti dalle assicurazioni, quasi cinque volte tanto, secondo la Relazione annuale della COVIP. Chi si iscrive riceve poi un contributo aggiuntivo del datore di lavoro, in genere tra l’1 e il 2 per cento dello stipendio, che chi resta fuori perde e basta. Il limite è però che appena il 7 per cento degli iscritti sceglie le linee azionarie, quelle che investono di più in borsa, che nel decennio hanno reso tra il 4,2 e il 5,6 per cento l’anno. Le linee garantite e obbligazionarie sono invece rimaste sotto l’1 per cento, meno della rivalutazione del TFR lasciato in azienda. Eppure per chi andrà in pensione con il contributivo pieno, cioè con l’assegno calcolato solo sui contributi versati, per di più su stipendi fermi da trent’anni, quell’integrazione sarà la differenza tra un assegno decoroso e uno insufficiente.
Dal primo luglio di quest’anno i neoassunti del settore privato vengono iscritti in automatico al fondo del proprio contratto, con dentro il TFR e il contributo del datore, salvo rinuncia entro sessanta giorni. È il passo che si rinviava da vent’anni, arrivato con l’ultima legge di bilancio, e se ne è parlato pochissimo.
In Italia gli over 65 sono un quarto della popolazione ma circa il 30 per cento del corpo elettorale, perché tra i residenti più giovani molti non hanno la cittadinanza o l’età per votare. Secondo le proiezioni demografiche l’età mediana degli aventi diritto salirà dai 51 anni di oggi verso i 57 del 2040: ogni anno di attesa sposta l’equilibrio politico un po’ più in là.
In conclusione
Quello che emerge è che i problemi sono gli stessi dappertutto, perché dappertutto si vive più a lungo e nascono meno bambini, mentre le pensioni promesse quando i conti tornavano vanno pagate oggi, con i contributi di lavoratori che sono sempre di meno. Le risposte invece dividono: c’è chi la correzione la scrive dentro meccanismi automatici, come la Svezia con il suo freno o la Danimarca con l’età fissata per legge, e c’è chi invece la va a nascondere dentro deroghe e sospensioni, e lì dentro ci siamo noi insieme alla Francia.
Nessuno chiede all’Italia di smontare la ripartizione, che va difesa perché è l’unico contratto possibile con chi è già in pensione; il grosso della correzione sulla carta, del resto, lo abbiamo già fatto, con il contributivo e con un’età legale tra le più alte. Quello che manca è la seconda gamba, cioè difendere l’aggancio all’aspettativa di vita senza andare a congelarlo a ogni legge di bilancio e costruire finalmente il risparmio previdenziale dei più giovani, che con i tassi di sostituzione promessi dal contributivo ne avranno bisogno per mantenere un tenore di vita accettabile. Gli strumenti ci sono già e costano poco. Quello che non si può fare è continuare a rinviare, perché ogni anno che passa i pensionati aumentano e la correzione necessaria in futuro diventa un po’ più cara.
¹ Armonizzati vuol dire che gli istituti nazionali di statistica riclassificano la spesa con le stesse definizioni, fissate da Eurostat nel manuale Esspros: contano come pensioni sia le prestazioni di vecchiaia e di anzianità sia quelle di invalidità e ai superstiti, pubbliche o private purché abbiano funzione di protezione sociale, al lordo delle imposte e indipendentemente da come ogni paese le chiama o le finanzia. Per questo i numeri possono differire da quelli dei bilanci nazionali, costruiti con definizioni proprie: la Ragioneria generale dello Stato, per esempio, conta per l’Italia il 15,2 per cento del PIL nel 2025.





Sebbene non più parte dell’UE, sarebbe interessante un confronto anche con il modello britannico.
Per amor di precisione, in Danimarca (dove vivo) per quel che so la legge vigente prevede sì l'allungamento dell'età pensionabile a 70 anni (ma di un anno alla volta ogni 5 anni per ogni anno di allungamento dell'età pensionabile fino ai 70), ma la cifra diffusa in ogni dove del limite a 74 anni è in realtà una proiezione statistica che andrà rivotata con 15 anni di preavviso oltre i 70 anni: in altre parole, al momento il limite è di 67 anni, nel 2030 salirà a 68 anni, nel 2035 a 69 e nel 2040 a 70 anni. Nel 2031 si voterà in Parlamento per avallare l'allungamento a 71 anni che entrerà in vigore nel 2046 per chi è nato nel 1975, nel 2036 si voterà per l'allungamento a 72 anni che entrerà in vigore nel 2051 per chi è nato nel 1979, e la legge prevede poi scatti di 0,5 anni. Si dovrebbe arrivare così a 74 anni per l'età pensionabile solo nel 2070. Almeno questo è ciò che io ho compreso