In Italia ci sono pochi laureati e mal impiegati
Il 20 per cento dei laureati occupati in Italia svolge un lavoro che non richiede la laurea
In Italia lavorano 6,2 milioni di laureati e quasi 1,3 milioni di loro occupano una posizione che, per essere svolta, non richiederebbe il titolo di studio che possiedono. È il fenomeno della sovraistruzione e riguarda il 20 per cento dei laureati che lavorano.
La sovraistruzione misura la distanza tra il titolo di studio di chi lavora e la qualifica del lavoro che svolge. Nella definizione internazionale un laureato risulta sovraistruito quando occupa una professione a media o bassa qualifica, mentre restano fuori i dirigenti, le professioni intellettuali e quelle tecniche, cioè le posizioni per cui la laurea è la norma. L’indicatore quindi non dice se il lavoratore è scontento o malpagato, ma solo che il suo titolo è più alto di quello che il lavoro richiede.
La misura che usiamo in questo articolo è ricostruita dai microdati Istat1 e guarda alla professione svolta e non all’opinione di chi lavora. Quando si chiede direttamente ai laureati la quota sale e nell’indagine Istat sui giovani circa un laureato su quattro dichiara di fare un lavoro per cui sarebbe bastato un titolo più basso.
Cosa raccontano i dati
Nel 2015 i laureati sovraistruiti erano il 19 per cento, nel 2022 sono arrivati al 22 e nel 2025 sono tornati al 20 per cento. La quota, insomma, non si muove molto e nemmeno le fasi del ciclo economico l’hanno spostata davvero.
A cambiare è stato il numero dei laureati. La loro quota sugli occupati è passata dal 21 al 26 per cento in dieci anni, e i laureati al lavoro sono saliti da 4,7 a 6,3 milioni, quasi un terzo in più. Una percentuale ferma su una platea che si allarga ci dice che la domanda di lavoro qualificato è cresciuta allo stesso ritmo dell’offerta e non più in fretta. In valore assoluto i laureati impiegati sotto il proprio titolo erano circa 900 mila nel 2015 mentre oggi sfiorano 1,3 milioni, quasi 400 mila in più in un decennio.
Le posizioni qualificate restano poche perché a crearle dovrebbero essere soprattutto le imprese grandi che in Italia scarseggiano. Il Paese è fatto di aziende minuscole, spesso a conduzione familiare, con circa sei milioni di persone che lavorano in imprese sotto i dieci addetti, una quota che non ha eguali tra le grandi economie europee. Secondo i dati OCSE il 65 per cento delle imprese italiane produce un solo prodotto e l’85 per cento di quelle micro-imprese è monoprodotto. In queste realtà mancano proprio i posti dove una laurea serve, dai ruoli manageriali alla ricerca alle funzioni specialistiche. E non è un caso che nelle aziende guidate da un laureato, come documentava già Banca d’Italia, ci siano tre volte più dipendenti laureati che nelle altre: chi ha studiato tende ad assumere chi ha studiato. Ma in Italia solo il 18 per cento dei lavoratori autonomi e imprenditori ha una laurea, contro una media europea del 33 per cento.
Secondo il rapporto Excelsior-Unioncamere 2025 solo il 12 per cento dei posti di lavoro previsti dalle imprese è riservato ai laureati (673 mila su 5,8 milioni), contro il 40 per la qualifica o il diploma professionale e quasi il 24 per chi ha solo la scuola dell’obbligo. Non solo: per i laureati la difficoltà di reperimento tocca il 51 per cento, cioè le imprese faticano a trovare un laureato su due tra quelli che cercano. Il dato peggiora per gli ingegneri elettronici e i laureati chimico-farmaceutici, dove la quota di profili introvabili supera il 70 per cento. A mancare sono sia la domanda sia l’incontro tra ciò che le imprese cercano e ciò che i laureati sanno fare.
Avere una laurea resta comunque conveniente. L’82 per cento dei laureati tra i 20 e i 64 anni ha un lavoro, contro il 69 per cento di chi si è fermato al diploma e il 55 per cento di chi ha solo la licenza media. Il titolo paga sull’accesso al lavoro. Il problema italiano si gioca sul gradino successivo, cioè sulla qualità della posizione che si riesce a ottenere. Va comunque considerato che chi ha una laurea tende ad avere una progressione di stipendio maggiore e in generale i laureati sono pagati di più. Il premio laurea quindi, seppur minore rispetto al resto d’Europa, esiste anche in Italia.
Tra chi si è laureato in area medico-sanitaria i sovraistruiti sono il 7,6 per cento, la quota più bassa, seguiti da architettura e ingegneria civile al 10 per cento, ingegneria industriale al 13, informatica al 15 e insegnamento al 16 per cento. All’estremo opposto le discipline economiche, le scienze sociali e della comunicazione, le arti e i servizi superano tutte il 29 per cento, quasi quattro volte tanto. La differenza si vede anche nella professione, perché chi ha studiato architettura o ingegneria lavora come professionista intellettuale in sette casi su dieci, chi viene da economia in poco più di un terzo.
Tra i lavoratori sovraistruiti, secondo i dati OCSE dell’indagine PIAAC, il 79 per cento possiede in realtà competenze adeguate al lavoro che svolge: è quella che viene chiamata apparent over-qualification, la sovraistruzione solo apparente. Il titolo di studio quindi comunica male quello che un laureato sa fare davvero ed è per questo che tanti finiscono in posizioni dove non serve una laurea. La quota di sovraistruiti genuini, quelli con competenze davvero superiori al ruolo, arriva al 28 per cento tra i laureati in discipline scientifiche e informatiche e si ferma all’8 per cento tra chi ha studiato insegnamento o agraria.
Secondo l’Osservatorio dei Conti Pubblici, quasi metà della domanda di laureati delle imprese si concentra su economia e ingegneria, il 26 e il 23 per cento. L’offerta però non va nella stessa direzione, perché da economia esce solo il 17 per cento dei laureati e da ingegneria il 12, mentre un altro 17 per cento arriva dagli indirizzi politico-sociali e di comunicazione, per i quali la domanda delle imprese si ferma al 2 per cento dei posti. Tra il 2001 e il 2021 i laureati in giurisprudenza sono comunque scesi dal 14 al 6 per cento e quelli in ambito scientifico e informatico sono cresciuti, segno che qualche aggiustamento alle richieste del mercato c’è, però è lento e i numeri restano insufficienti.
Tra i laureati under 30 i sovraistruiti sono il 26 per cento, scendono al 22 nella fascia tra 30 e 39 anni, al 18 tra i 50 e i 59 e arrivano al 13 per cento oltre i 60. Il disallineamento è soprattutto un fenomeno d’ingresso e con gli anni di esperienza una parte dei laureati raggiunge la posizione adeguata al titolo, quindi il calo è in buona misura un effetto di carriera. Pesa però anche la generazione, visto che chi entra oggi si trova in una platea di laureati molto più ampia di quella di vent’anni fa e con più concorrenza per lo stesso numero di posizioni qualificate. In un decennio la quota dei più giovani non è migliorata, e molti accettano un primo lavoro sotto il titolo sperando di spostarsi più avanti.
Tra le laureate occupate le sovraistruite sono il 24 per cento, contro il 17 per cento dei laureati uomini, sette punti di differenza. Le donne sono più numerose tra i laureati al lavoro e mediamente più istruite, eppure dal titolo ottengono un rendimento peggiore, anche perché sono più presenti nelle discipline dove il disallineamento è più alto.
Al Centro la quota di sovraistruiti è del 22 per cento, al Nord del 20 e nel Mezzogiorno ancora del 20. Si tratta di un dato interessante se consideriamo i classici divari tra Nord e Sud, ma si spiega probabilmente con un effetto di selezione dovuto a chi lascia le regioni meridionali perché non trova lavoro spostandoli in quelle settentrionali.
Una ricerca su dati Inapp mostra che per i laureati sovraistruiti con un contratto a termine la probabilità di scivolare verso la disoccupazione arriva al 25 per cento, mentre circa quattro laureati su dieci svolgono mansioni ripetitive e standardizzate. Restare a lungo sovraistruiti insomma ha un costo e per una parte di questi laureati il disallineamento finisce per consolidarsi invece di restare una tappa passeggera.
Il confronto con l’Europa
Tra i laureati di 25-64 anni i sovraistruiti in Italia sono il 21 per cento, lo stesso valore della media dell’Unione: siamo a metà classifica, decimi tra i ventisette. In cima stanno la Spagna, con un terzo dei laureati sovraistruiti, e la Grecia al 31 per cento, in fondo il Lussemburgo al 6,4 e i Paesi Bassi al 12.
Secondo i dati Eurostat 2025, però, solo il 31 per cento degli italiani tra i 25 e i 34 anni ha un titolo terziario, contro una media europea del 45 e punte del 56 in Francia e del 53 in Spagna: è una delle quote più basse dell’Unione, penultima davanti alla sola Romania (23 per cento). Tra i 55 e i 64 anni il divario è ancora più profondo, 14 per cento in Italia contro il 29 in Germania, e se si guarda a tutta la popolazione tra i 25 e i 74 anni la laurea ce l’ha solo il 20 per cento degli italiani, di nuovo la quota più bassa dell’Unione dopo la Romania. Tre laureati su quattro del resto sono figli di genitori senza laurea, e il ritardo è antico e si tramanda.
Un tasso di sovraistruzione nella media europea pesa così su una base molto più ristretta che altrove e il problema quindi non è soltanto che sprechiamo una parte dei laureati, ma che di laureati ne abbiamo pochi.
Il sistema universitario italiano è anche tra i meno finanziati d’Europa. La spesa pubblica per l’istruzione terziaria è dello 0,89 per cento del Pil, contro l’1,16 della media europea, l’1,17 della Francia, l’1,28 della Germania e l’1,71 della Svezia. Per ogni studente universitario l’Italia spende circa 9.600 euro a parità di potere d’acquisto, un quarto in meno della media dell’Unione, mentre la Francia arriva a 14.500, la Germania a 15.500 e la Svezia a 18.700, quasi il doppio. L’OCSE ci aggiunge un dettaglio che quasi nessun altro paese ha e cioè che in Italia lo Stato spende per uno studente universitario meno di quanto spenda per un alunno delle scuole, 8.992 dollari contro 12.666. Non va meglio con la ricerca e sviluppo, dove nel 2024 l’Italia ha messo l’1,38 per cento del Pil contro il 2,18 della Francia, il 3,13 della Germania e il 3,56 della Svezia, e la spesa delle imprese si ferma allo 0,79 per cento, poco più della metà di quella francese.
Secondo l’OCSE, il vantaggio economico netto di una laurea sull’intera vita lavorativa è in Italia di circa 198 mila dollari a parità di potere d’acquisto, contro i 280 mila della Germania e i 300 mila della Francia, quasi il 50 per cento in più. La retribuzione media netta italiana è di circa 21.500 euro l’anno, contro i 28 mila della Francia, i 32 mila della Germania e i 36 mila del Regno Unito e anche a parità di costo della vita il gap resta consistente.
Il problema poi non è solo il livello delle retribuzioni, ma la loro progressione. In Italia un adulto tra i 25 e i 54 anni guadagna in media solo il 25 per cento in più di un giovane sotto i 24 anni, il differenziale più basso tra i paesi avanzati, dove la media è intorno al 35, mentre gli over 64 guadagnano il 18,5 per cento in più degli adulti, contro il 6,6 della media europea. Le carriere insomma sono lentissime e il premio per l’esperienza arriva tardi. Per i giovani è un disincentivo forte visto che altrove il loro valore viene riconosciuto molto prima.
La fuga dei laureati
La sovraistruzione e i bassi rendimenti della laurea spingono una quota crescente di laureati a cercare lavoro all’estero. Secondo i dati Istat, tra il 2013 e il 2023 l’Italia ha perso in media 56 mila persone l’anno al netto dei rimpatri, di cui 15 mila laureati. L’Osservatorio dei Conti Pubblici ha però incrociato i dati dei paesi di destinazione e ha scoperto che gli espatri sono di circa il 45 per cento superiori, perché i numeri ufficiali si basano sulle iscrizioni all’AIRE e all’AIRE si iscrive solo una parte di chi parte: la perdita netta effettiva sarebbe di circa 80 mila persone l’anno.
Tra il 2013 e il 2021 i laureati erano il 23 per cento degli espatriati netti, mentre nel biennio 2022-2023 sono saliti al 46. Tra i 25 e i 39 anni, nel 2022-2023, era laureato il 51 per cento di chi se n’è andato, contro il 32 del periodo precedente. Il saldo migratorio dei laureati è peggiorato del 388 per cento in meno di dieci anni e del 489 per quelli sotto i 40, quindi chi se ne va è sempre più spesso chi ha studiato. Tra il 2002 e il 2016 circa 11 mila ricercatori hanno lasciato l’Italia, il numero più alto dell’Unione Europea.
Gli sgravi fiscali per i lavoratori impatriati, che abbattono l’imponibile del 70 per cento per cinque anni, hanno più che raddoppiato i beneficiari dopo il decreto Crescita del 2019. Uno studio recente stima però che solo 30 rientri su 100 siano attribuibili all’incentivo: gli altri 70 sarebbero avvenuti comunque. Per docenti e ricercatori, che godono di un’esenzione al 90 per cento dal 2010, i beneficiari sono rimasti stabili o in calo, e le politiche per i rientri finora hanno spostato poco. Le indagini tra i ricercatori italiani all’estero dicono poi che la remunerazione e il fisco sono solo uno dei fattori: pesa di più l’instabilità dei contratti, un’università percepita come poco trasparente e la sfiducia sulle prospettive di carriera.
In conclusione
Quello che questi dati ci dicono è che in Italia l’economia va a creare poche posizioni qualificate, perché è fatta di imprese piccole, spesso familiari e poco managerializzate, che stanno nei settori tradizionali dove la laurea serve poco. Metà degli occupati italiani lavora in comparti in cui il titolo non è richiest e con una domanda di competenze così bassa anche chi ha studiato finisce ad accettare mansioni sotto il suo titolo, oppure se ne va all’estero a cercare quel rendimento che qui non trova.
Le scelte di studio contano, perché chi va a studiare medicina, ingegneria o le materie scientifiche trova molto più spesso un lavoro coerente con il titolo, ma anche se l’offerta fosse perfettamente allineata alla domanda il problema resterebbe, visto che la domanda di laureati è bassa dove si fa poca innovazione.
Per cambiare le cose servono imprese che crescono e si spostano verso settori a maggior valore aggiunto, così da andare a pagare le competenze abbastanza da trattenere chi ha studiato di più. E servono percorsi tecnici più solidi, visto che gli ITS da noi coinvolgono appena lo 0,4 per cento degli iscritti al terziario contro il 37 delle Fachhochschule tedesche, oltre a più gente che studia e si laurea. Quindi il punto non è che in Italia ci siano troppi laureati: i laureati sono pochi e li impieghiamo pure male.
I dati di sovraistruzione di questo articolo vendono da un’elaborazione dei microdati della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat. Per ogni laureato che lavora ho confrontato il livello del titolo con il gruppo professionale del lavoro svolto, classificato secondo lo standard internazionale ISCO. Chi ha una laurea ma occupa una posizione di un gruppo a media o bassa qualifica, dagli impiegati esecutivi agli addetti di commercio e servizi fino a operai e mansioni non qualificate, è contato come sovraistruito, e il tasso è la quota di questi sul totale dei laureati occupati.





Bravo Lorenzo, c'è una cosa però che non mi torna: come si tiene insieme il fatto che l'Italia sia un paese di micro imprese, col fatto che l'Italia sia anche un paese esportatore, anche i settori avanzati come la farmaceutica e la meccanica? Per esportare devi specializzarti e avere competenze specifiche, no?
Hanno tenuto conto delle lauree triennali, chi ti sei laureato ma sono poco spendibili. Per avere valore serve la magistrale, altri due anni. Cosi hanno artificiosamente aumentato i laureati e certo fanno lavori non da laureato, lo sono a metà. Era meglio prima col sistema delle lauree magistrali di almeno 4 anni di durata ma saremo stati al di sotto della media europea e le università avrebbero avuto meno soldi. Lo.dico con cognizione di causa. Un mio caro amico professore in una facolta di fisica mi dice che il mantra adesso e passare passare passare se possibile con voti alti.