In Italia non si trova lavoro su Linkedin
Il 60% degli occupati ha trovato lavoro grazie a un contatto diretto con l'azienda o alla rete informale di amici e parenti
In Italia il modo più efficace per trovare un’occupazione non è rispondere a un annuncio. È conoscere qualcuno. Secondo i microdati Istat del 20251, un occupato su quattro dichiara di aver ottenuto il proprio impiego grazie alla rete informale, cioè attraverso amici, conoscenti, ex colleghi, parenti o familiari. Se a questo si aggiunge chi si è presentato direttamente a un datore di lavoro o ne è stato contattato, il quadro è quello di un mercato dove le relazioni personali contano molto più dei canali ufficiali.
Tra i circa 24 milioni di occupati, il 26 per cento ha trovato lavoro presentandosi direttamente all’azienda, il 16 per cento grazie ad amici e conoscenti, il 9 per cento tramite parenti. Un ulteriore 5,5 per cento è stato contattato dal datore di lavoro. Sommando queste voci, oltre il 57 per cento degli occupati è arrivato al proprio posto attraverso una qualche forma di relazione diretta. All’estremo opposto, gli annunci su giornali, siti e piattaforme online pesano appena il 4,2 per cento. Fare un confronto con l’estero è complicato in quanto non sono disponibili dati comparabili e facilmente accessibili per il resto d’Europa.
Il primato della rete informale
La rete informale vale complessivamente il 25 per cento, sono circa 6,1 milioni di persone che devono il proprio lavoro a una segnalazione o un passaparola all’interno della propria cerchia.
Le differenze tra uomini e donne sulla rete informale sono minime: 26 per cento per gli uomini, 25 per cento per le donne. A cambiare è il peso dei canali istituzionali, cioè concorsi pubblici, centri per l’impiego e agenzie. Le donne li utilizzano nel 21 per cento dei casi, gli uomini nel 13 per cento, riflesso di una maggiore presenza femminile nel settore pubblico: il 17 per cento delle donne ha ottenuto il lavoro tramite concorso, contro il 10 per cento degli uomini.
I più giovani sono quelli che dipendono di più dalla rete informale: tra chi ha meno di venti anni il dato raggiunge il 37 per cento, e nella fascia 20-29 anni si attesta al 30 per cento. In queste fasce d’età il contatto diretto con il datore di lavoro è ancora più rilevante, arrivando al 43 per cento per i giovanissimi e al 37 per cento tra i ventenni. In pratica, quando si è alle prime esperienze lavorative, ci si presenta o ci si fa presentare. Man mano che l’età avanza il peso della rete informale scende gradualmente fino al 21 per cento per gli over 60, mentre crescono i canali istituzionali, che passano dal 7 per cento dei giovanissimi al 21 per cento degli ultrasessantenni, e il lavoro autonomo.
Cercare lavoro è diverso da trovarlo
I dati Istat permettono di osservare il mercato del lavoro da due prospettive: come gli occupati hanno effettivamente trovato il proprio impiego e quali metodi utilizzano i circa 1,6 milioni di persone attualmente in cerca di occupazione.
Tra chi cerca lavoro, i canali digitali e gli annunci sono utilizzati dal 75 per cento delle persone: il 57 per cento esamina offerte, il 54 per cento invia il curriculum, il 40 per cento risponde ad annunci (la somma fa più di 100 perché una persona può usare più modalità di ricerca lavoro). Eppure, guardando chi il lavoro lo ha effettivamente ottenuto, gli annunci pesano solo il 4,2 per cento. Quasi quattro disoccupati su dieci rispondono ad annunci, ma solo quattro occupati su cento dichiarano che è stato quel canale a far trovare loro il lavoro. La rete informale viene anch’essa molto utilizzata nella ricerca, il 71 per cento contatta amici e conoscenti e il 61 per cento i parenti, ma qui lo scarto con il risultato effettivo è meno drammatico: il rapporto tra investimento e risultato è assai più favorevole rispetto agli annunci.
Un aspetto particolarmente interessante emerge osservando come cambiano i metodi di ricerca al crescere della durata della disoccupazione. Chi è senza lavoro da meno di un mese utilizza la rete informale e i canali digitali in misura sostanzialmente paritaria: il 52 per cento contatta amici o parenti e il 50 per cento usa annunci e strumenti online. Ma più il tempo passa, più la rete personale prende il sopravvento. Dopo uno-cinque mesi la rete informale sale al 68 per cento, dopo sei-undici mesi al 76 per cento, e tra chi è disoccupato da oltre due anni raggiunge l’86 per cento. I canali digitali seguono un percorso diverso: salgono fino alla fascia sei-undici mesi, dove toccano l’83 per cento, per poi ridiscendere al 75 per cento tra i disoccupati di lunghissima durata. Più la disoccupazione si prolunga, più le persone sentono di aver esaurito le possibilità offerte dagli strumenti formali e si affidano con crescente intensità alla propria cerchia. Il dato sui parenti è emblematico: dal 43 per cento di chi cerca da meno di un mese si arriva al 73 per cento di chi è senza lavoro da oltre due anni. La rete familiare diventa, in un certo senso, l’ultimo appiglio.
Nord, Centro, Mezzogiorno
Le differenze territoriali rispecchiano tre strutture economiche diverse. Il Mezzogiorno presenta il peso più elevato del contatto diretto con il datore di lavoro, al 35 per cento, ma anche la quota più bassa di annunci: appena l’1,9 per cento. Al Nord gli annunci pesano il 5,9 per cento, più del triplo. Il dato più emblematico riguarda le agenzie private di somministrazione: al Nord valgono il 4,2 per cento, al Mezzogiorno lo 0,7 per cento. Dove c’è più industria e imprese strutturate i canali formali funzionano, dove il mercato è più frammentato il contatto diretto e il passaparola restano le vie principali.
La rete informale vale il 27 per cento al Nord e al Centro, ma scende al 21 per cento nel Mezzogiorno. Il dato potrebbe sembrare controintuitivo, ma si spiega con il peso molto maggiore che al Sud ha il contatto diretto: il 31 per cento si è presentato personalmente all’azienda. Anche dal lato della ricerca le differenze sono nette: al Nord il 33 per cento dei disoccupati si rivolge a un’agenzia privata, al Mezzogiorno il 14 per cento.
Anche i settori economici mostrano differenze significative. L’agricoltura è il comparto dove la rete informale pesa di più, il 39 per cento, con i parenti che da soli valgono il 23 per cento. L’industria è il terreno delle agenzie private al 5,7 per cento e degli amici e conoscenti al 20 per cento. I servizi mostrano il peso maggiore dei concorsi pubblici al 18 per cento, coerente con la presenza della pubblica amministrazione, della sanità e dell’istruzione.
Istruzione e contratto
Il livello di istruzione è una delle variabili che differenzia più nettamente i canali di accesso al lavoro, ed è anche un indicatore indiretto del livello di reddito, dato che le due dimensioni sono correlate. Per chi ha al massimo la licenza media la rete informale è il canale dominante: vale il 35 per cento, con amici e conoscenti al 23 per cento e parenti al 13 per cento. I canali istituzionali pesano appena il 7,1 per cento. Il quadro si ribalta completamente per i laureati: la rete informale scende al 12 per cento, mentre i canali istituzionali salgono al 29 per cento, trainati dal concorso pubblico al 27 per cento. Gli annunci valgono il 5,3 per cento per i laureati e il 2,6 per cento per chi ha la licenza media.
Le stesse differenze si ritrovano tra chi cerca lavoro. I disoccupati con bassa istruzione si affidano alla rete informale nell’80 per cento dei casi, contro il 62 per cento dei laureati, che usano di più i canali digitali (81 per cento contro 67 per cento) e Internet (68 per cento contro 49 per cento). Chi ha meno istruzione e tendenzialmente un reddito più basso dipende maggiormente dalle relazioni personali sia per cercare sia per trovare lavoro.
Il tipo di contratto conferma queste dinamiche. Tra i dipendenti a tempo indeterminato i canali istituzionali valgono il 22 per cento, sostenuti dal concorso pubblico al 18 per cento. Per i lavoratori a tempo determinato la quota scende al 14 per cento, mentre il contatto diretto con il datore sale al 41 per cento e la rete informale al 30 per cento. Chi ha un contratto più precario, in sostanza, lo ha ottenuto in gran parte attraverso presentazione diretta o passaparola. Il lavoro autonomo rappresenta un mondo a parte: l’80 per cento degli imprenditori e dei liberi professionisti ha avviato un’attività in proprio, e la rete familiare pesa l’11 per cento, probabilmente legata alla trasmissione intergenerazionale delle imprese.
In conclusione
Questi dati non offrono istruzioni su come trovare lavoro, ma aiutano a capire come funziona il mercato del lavoro italiano nel suo complesso. È importante leggerli con cautela in quanto le medie nazionali nascondono nicchie e settori dove i singoli canali possono avere un peso molto diverso. In ambiti come la tecnologia o la consulenza, ad esempio, gli annunci su piattaforme dedicate hanno probabilmente un ruolo ben più rilevante di quel 4,2 per cento complessivo.
Allo stesso modo, il peso della rete informale non va letto necessariamente come un’anomalia tutta italiana. Anche nelle aziende più strutturate, in Italia e all’estero, i programmi di referral interni, in cui i dipendenti segnalano candidati dalla propria rete professionale, sono tra gli strumenti di selezione più utilizzati e considerati più affidabili dai datori di lavoro. Conoscere qualcuno, in altre parole, non significa sempre scavalcare il merito: spesso è il modo in cui domanda e offerta riescono a incontrarsi in un mercato dove le informazioni circolano ancora in modo frammentato.


Ottimo articolo,l'ho condiviso.