Nel 1995 in Italia si produceva più ricchezza in un’ora di lavoro rispetto alla Svezia. Se la produttività oraria media europea è pari a 100, nel 1995 in Italia era pari a 131, mentre in Svezia a 121. Il salario medio svedese nel 1995, a parità di costo della vita, era pari a circa i tre quarti di quello italiano. Nei trent’anni successivi la situazione si è capovolta: la produttività svedese è scesa a 109, mentre quella italiana a 96. Oggi il salario medio in Svezia è del 18 per cento superiore a quello italiano. La pressione fiscale, ossia il peso di tasse e contributi sul PIL, è oggi più bassa in Svezia che in Italia.
A maggio il Wall Street Journal ha definito la trasformazione svedese come la conversione capitalista più sorprendente del mondo, mentre ad agosto l’Economist ha pubblicato un lungo articolo sui “libertari con lo Stato grande”, ossia un paese con mercati molto liberi e uno Stato che finanzia i servizi per tutti. Come abbiamo spiegato la settimana scorsa nel nostro articolo, il modello spagnolo è un modello da non seguire. La Svezia è un caso più interessante perché la sua crescita è stata trainata dalla produttività e non dall’aumento delle ore lavorate. E la produttività è un ambito in cui l’Italia non cresce da trent’anni.
La crisi che cambiò la Svezia
Negli anni Settanta e Ottanta l’aliquota marginale massima sul lavoro in Svezia era superiore all’85 per cento, secondo la ricostruzione storica di tre economisti dell’IFN, un istituto di ricerca di Stoccolma. Con questo si intende la quota di imposta che pagavano i contribuenti più ricchi sull’ultima corona di reddito. Nel 1976 l’autrice di Pippi Calzelunghe Astrid Lindgren calcolò che la sua aliquota marginale sul reddito da lavoro autonomo era del 102 per cento, a causa dell’effetto combinato di imposta e contributi. Lindgren scrisse un racconto satirico su questo episodio, che contribuì alla prima sconfitta elettorale dei socialdemocratici dopo quarant’anni. Il primo ministro Olof Palme ammise persino in televisione che il calcolo della scrittrice era corretto.
Tra il 1990 e il 1991 il governo socialdemocratico, con il sostegno dei liberali, approvò la cosiddetta “riforma fiscale del secolo” (così viene ancora chiamata in Svezia). L’aliquota massima sul lavoro fu dimezzata, arrivando a circa il 51 per cento e si introdusse un’imposta piatta del 30 per cento, identica per tutti, sui redditi da capitale (interessi, dividendi e plusvalenze di borsa). In cambio, furono eliminate le deduzioni e i regimi speciali per allargare la base imponibile. La riforma fece sì che per circa l’85 per cento dei contribuenti restasse solo l’imposta comunale (in media intorno al 31 per cento).
La riforma entrò in vigore proprio mentre la Svezia entrava nella crisi più grave dal dopoguerra. Tra il 1991 e il 1993 il Paese registrò tre anni consecutivi di calo del PIL, mentre scoppiava la bolla immobiliare, alimentata dalla liberalizzazione del credito negli anni Ottanta. Il salvataggio pubblico delle grandi banche costò, al lordo, circa il 4 per cento del PIL, cifra che fu in gran parte recuperata negli anni seguenti grazie alla vendita degli attivi. Nel 1993 la spesa pubblica raggiunse il massimo, circa il 70 per cento del PIL, cifra spesso citata erroneamente come il livello normale di quegli anni. La corona era all’epoca legata alle valute europee con un cambio fisso e nel settembre del 1992, per difenderlo, la banca centrale portò per alcuni giorni al 500 per cento il tasso overnight (a un giorno). Il 19 novembre 1992 la Svezia rinunciò a questa politica e lasciò fluttuare la corona, che si svalutò di circa un quinto.
La risposta alla crisi arrivò con una serie di misure, adottate da governi di orientamento diverso. A inizio 1993 la Riksbank, la banca centrale svedese, scelse come obiettivo un’inflazione al 2 per cento: cioè un impegno pubblico della banca centrale a tenere l’aumento dei prezzi vicino a quel valore, agendo sui tassi di interesse. Oggi è una pratica diffusa, ma all’epoca fu adottata da pochissime banche centrali. Tra il 1995 e il 1998 il socialdemocratico Göran Persson avviò un risanamento dei conti con una correzione vicina agli otto punti di PIL, fatta sia di tagli sia di nuove entrate. Nel 1997 il Parlamento introdusse tetti di spesa triennali e l’obiettivo di avere un avanzo di bilancio in media sul ciclo economico. La procedura di bilancio fu modificata in modo che si votasse prima sulla spesa complessiva e poi sulla divisione tra i ministeri. Erano già stati introdotti in precedenza i voucher scolastici (1992) e un accordo sulle pensioni (1994). Negli anni seguenti vennero poi liberalizzate le poste, i taxi, le farmacie e l’elettricità. Furono abolite l’imposta di successione (2004) e la patrimoniale (2007).
La ripresa dei primi anni fu in gran parte dovuta alla svalutazione e al boom globale delle telecomunicazioni, di cui la grande azienda svedese Ericsson era già pronta a beneficiare. Lars Jonung, l’economista svedese che ha studiato più a fondo quella crisi, ha evidenziato come l’effetto delle riforme fu più lento, ma più profondo. Secondo Jonung, le riforme svedesi hanno evitato il ritorno degli squilibri degli anni Ottanta e dato credibilità ai conti pubblici nei decenni seguenti. Per l’Italia, questo è rilevante perché nell’euro non si può contare sulla svalutazione: la competitività si può recuperare solo con una produttività che cresce più dei costi. Qui si confronta un processo che dura anni con un cambio che fa perdere un quinto in pochi mesi.
Lo Stato paga, i privati erogano
Il Wall Street Journal ha descritto di recente lo Stato svedese come uno Stato dimagrito, sulla base della spesa sociale (pensioni, sanità, sussidi e assistenza), pari al 24 per cento del PIL. L’Economist ha invece scritto che la spesa pubblica svedese è una delle più alte al mondo, sulla base della spesa totale, pari a quasi la metà del PIL. Entrambi i dati sono corretti, ma misurano due aggregati diversi: la spesa sociale è solo una componente della spesa totale. In realtà la spesa pubblica totale in Svezia è poco sotto il 50 per cento del PIL.
Lo Stato svedese finanzia ancora per tutti asili, scuole, sanità e assistenza agli anziani, ma una parte crescente della fornitura di questi servizi è affidata a operatori privati in concorrenza, pagati con fondi pubblici e gratuiti per gli utenti. In Svezia questo sistema è conosciuto come welfare di mercato. Le scuole indipendenti (in svedese friskolor) esistono dal 1992 e sono finanziate con un sistema a voucher. Il voucher è un buono pubblico pari al costo di un anno di scuola che segue lo studente nella scuola scelta dalla famiglia, sia essa pubblica o privata. Durante l’anno scolastico in corso, le friskolor hanno il 16 per cento degli alunni della scuola dell’obbligo e circa un terzo degli iscritti alle superiori.
Lo studio accademico più solido sugli effetti a lungo termine di questo sistema è stato pubblicato nel 2015 e ha evidenziato che ci sono benefici reali, ma di piccole dimensioni. I comuni con un aumento di dieci punti della quota di scuole indipendenti hanno registrato un miglioramento degli studenti pari a circa due posizioni su cento nella graduatoria nazionale. I benefici derivano soprattutto dalla concorrenza sulle scuole pubbliche e gli effetti si sono visti solo dieci anni dopo la riforma. I costi documentati sono invece i voti gonfiati nelle catene di scuole a scopo di lucro. In particolare, i voti degli insegnanti sono sistematicamente più alti dei risultati degli stessi studenti nei test nazionali corretti da esaminatori esterni. Nei test internazionali OCSE sui quindicenni (PISA), la Svezia è calata fino al minimo del 2012, è risalita fino al 2018 e nel 2022 è tornata a calare. In matematica la Svezia ha 482 punti contro i 471 dell’Italia e resta comunque oltre la media OCSE. Il dibattito svedese si è ora concentrato sui profitti delle scuole. Il governo di centrodestra, tra il 2025 e il 2026, ha proposto tetti ai dividendi delle scuole e regole di trasparenza, mentre i socialdemocratici, in campagna elettorale, hanno promesso di vietare l’estrazione di utili dall’istruzione.
Nel settore della sanità, la libera scelta del medico di base è stata resa obbligatoria per legge nel 2010 e ha portato all’apertura di centinaia di ambulatori privati e a un aumento delle visite. Le agenzie pubbliche di valutazione hanno evidenziato come la nuova offerta si sia concentrata nelle zone urbane più ricche. Uno studio del 2024, basato su archivi sanitari con dati a livello di singolo paziente, ha mostrato che nelle regioni con la maggiore espansione del privato si è registrato un calo più rapido dei ricoveri evitabili, ossia quelli che un’assistenza di base efficace dovrebbe prevenire. Nelle stesse regioni si è anche registrato un aumento dei divari di accesso tra persone con più e meno istruzione e reddito. In breve: si è guadagnato in efficienza, ma si è persa equità. Anche in sanità il finanziamento resta pubblico e universale, mentre la qualità dei risultati è legata al disegno dei rimborsi: a quanto incentivano a curare i pazienti complessi invece di moltiplicare le prestazioni semplici.
Il sorpasso sull’Italia
Tra il 1995 e il 2025 la Svezia ha registrato una crescita del PIL di quasi il 90 per cento, mentre l’Italia del 22 per cento, contro una media europea del 62 per cento (dati Eurostat). Nel 2002 la Svezia ha superato l’Italia nella produttività oraria e da allora le due crescite si sono sempre più allontanate. In trent’anni la Svezia ha aumentato la ricchezza prodotta per ora lavorata del 52 per cento, mentre l’Italia solo del 5,5 per cento. I salari hanno seguito l’andamento della produttività, ma con circa dieci anni di ritardo. Nel 2011 i salari svedesi hanno superato quelli italiani, a parità di costo della vita (dati OCSE). Il salario medio italiano è ancora oggi più basso di quello del 1990, un fenomeno quasi unico tra i paesi ricchi.
La scomposizione della crescita che abbiamo già usato per la Spagna, in popolazione, occupati, ore lavorate e produttività, è utile anche per la Svezia. In questo modo si vede che la crescita svedese è stata trainata dalla produttività, oltre che dal contributo di una popolazione in crescita grazie all’immigrazione. Nel 1995 l’età mediana, quella che divide a metà la popolazione, era di 38 anni in entrambi i paesi, mentre oggi in Svezia è di 41 anni e in Italia di 49 anni.
La spesa pubblica svedese è passata dal 63 per cento del PIL nel 1995 al 50 per cento di oggi, mentre quella italiana è rimasta stabile al 51 per cento. Dal 2020 la spesa pubblica italiana è diventata più alta di quella svedese in rapporto al PIL. La pressione fiscale è stata superata nel 2012: oggi in Italia è al 43 per cento, mentre in Svezia al 42 per cento. Il debito pubblico svedese è sceso dal 69 al 35 per cento del PIL, mentre quello italiano è salito dal 119 al 137 per cento. Di conseguenza, gli interessi sul debito pubblico in Svezia pesano per lo 0,6 per cento del PIL, mentre in Italia per il 3,9 per cento. La spesa al netto degli interessi, ossia quella per servizi e prestazioni, è pari al 49 per cento del PIL in Svezia e al 47 per cento in Italia.
L’occupazione femminile tra i 20 e i 64 anni in Svezia è pari all’80 per cento, mentre in Italia al 58 per cento. Nel 1995 la Svezia era già al 75 per cento, una percentuale più alta della media europea attuale. Il vantaggio svedese è dunque di lunga data. Tra i 25 e i 34 anni, il 54 per cento della popolazione svedese ha un diploma universitario, contro il 31 per cento italiano, ancora sotto il livello svedese del 2000. La spesa in ricerca e sviluppo in Svezia è pari al 3,6 per cento del PIL, la più alta dell’Unione europea e superiore a quella degli Stati Uniti. Quasi i tre quarti della spesa è a carico delle imprese. In Italia la spesa in ricerca privata è pari allo 0,8 per cento del PIL.
Dal 2012 in Svezia esiste un conto di investimento con una piccola imposta annuale sul valore del conto, al posto dell’imposta sulle plusvalenze che si paga a ogni vendita di titoli. Lo usano oltre 4 milioni di persone, in un paese di dieci milioni e mezzo di abitanti. Anche per questo motivo la borsa di Stoccolma ha più di 900 società quotate, con una capitalizzazione vicina al doppio del PIL. Negli ultimi anni è stata la prima borsa europea per nuove quotazioni. L’OCSE ha pubblicato quest’anno un rapporto dedicato alla borsa svedese.
I problemi della Svezia
Il PIL pro capite svedese era nel 2014 il 5 per cento sotto la media dei paesi OCSE della metà superiore per ricchezza e nel 2024 il 9 per cento sotto (ultimo rapporto OCSE sulla competitività). Negli ultimi dieci anni il reddito pro capite svedese è cresciuto dello 0,9 per cento all’anno, contro l’1,4 per cento della media europea. Il recupero svedese si è concentrato soprattutto negli anni Novanta e Duemila.
La disoccupazione in Svezia è all’8,8 per cento, contro il 6,1 per cento dell’Italia. È l’unico indicatore importante in cui siamo messi meglio. Il divario interno è però tra i più ampi d’Europa: tra i nati in Svezia la disoccupazione è intorno al 6 per cento, mentre tra i nati all’estero supera il 16 per cento. Nel 2015 sono state presentate 163 mila domande di asilo, poi sono state introdotte regole più restrittive, fino ad arrivare a meno di 10 mila domande all’anno. La svolta è stata avviata dai socialdemocratici e completata dall’attuale governo di destra.
La violenza delle gang, tema dominante della cronaca recente, ha superato il picco. Nel 2022 ci sono state 391 sparatorie, nel 2025 158 e il calo è continuato nel 2026. Gli affitti sono negoziati tra i proprietari e le associazioni di inquilini e non sono determinati dal mercato. È il controllo più rigido dell’area OCSE. A Stoccolma quasi 900 mila persone sono in coda nella lista comunale per avere una casa ad affitto regolato: in media attendono nove anni, ventuno nel centro. Nel 1993 una commissione presieduta da Assar Lindbeck (l’economista svedese più noto del dopoguerra) ha consegnato al governo oltre cento proposte di riforma e quella sugli affitti non è mai stata attuata. Il debito delle famiglie, quasi interamente composto da mutui, è pari al 77 per cento del PIL, mentre la media europea è poco più della metà di questo valore. I prezzi delle case sono sopravvalutati di quasi un quinto secondo la Commissione europea.
L’indice di Gini misura la disuguaglianza dei redditi in una popolazione: va da 0, dove tutti hanno lo stesso reddito, a 1, dove tutto il reddito è concentrato in una persona. In Svezia è passato da 0,21 a 0,29 dal 1995 (dati OCSE), mentre in Italia è rimasto sostanzialmente lo stesso. La differenza tra i due Paesi è ormai di pochi centesimi. Il principale fattore che ha fatto aumentare la disuguaglianza sono stati i redditi da capitale, che hanno un’aliquota piatta più bassa di quella sul lavoro e sono concentrati nelle famiglie più ricche. In Svezia sono state abolite le imposte di successione e patrimoniale. Sulla prima casa si paga un’imposta comunale con un tetto di circa mille euro all’anno, uguale per una villa e per un monolocale. La redistribuzione è molto forte sui redditi da lavoro e molto bassa sui patrimoni. Secondo le classifiche di Forbes, in Svezia ci sono più miliardari per abitante che negli Stati Uniti.
Il 13 settembre in Svezia ci saranno le elezioni e i sondaggi di fine agosto danno i socialdemocratici oltre il 30 per cento, primo partito, con il blocco di opposizione avanti di qualche punto. La campagna elettorale sembra essere il segnale che il consenso sulla trasformazione è ormai diffuso. Nessun grande partito sta proponendo di tornare al cambio fisso, alle aliquote degli anni Settanta, al vecchio sistema pensionistico o al monopolio pubblico nella fornitura dei servizi. I socialdemocratici sono stati tra i promotori delle riforme delle pensioni e del bilancio.
Cosa si può copiare
L’accordo sulle pensioni del 1994 è l’elemento svedese che può essere più utile per l’Italia. Cinque partiti, che insieme detenevano circa l’85 per cento dei seggi parlamentari, hanno approvato il sistema contributivo, dove la pensione è calcolata in base ai contributi versati durante la vita lavorativa e all’aspettativa di vita al momento del pensionamento. È stato introdotto un freno automatico che taglia la rivalutazione annuale delle pensioni quando peggiorano i conti del sistema pensionistico. È stato inoltre creato un gruppo permanente con un rappresentante per ogni partito e da allora ogni modifica è stata decisa all’unanimità. Questo gruppo è rimasto in piedi con tutti i governi. In Italia il sistema contributivo è stato adottato l’anno successivo (con la riforma Dini), ma non è stata creata un’istituzione a sua tutela. In Italia le pensioni sono oggetto di discussioni a ogni legge di bilancio, mentre in Svezia, dopo la crisi del 2008, il freno automatico ha ridotto la rivalutazione delle pensioni senza la necessità di una nuova legge.
Lo stesso principio è stato applicato alle finanze pubbliche nel quadro di bilancio del 1997: il Parlamento vota prima il tetto di spesa triennale e poi la ripartizione.
Un altro esempio di come si è costruito il consenso sulle liberalizzazioni è la riforma del lavoro del 2022. Le imprese hanno ottenuto una maggiore libertà di licenziamento, mentre i lavoratori, con un accordo sottoscritto dai sindacati prima dell’approvazione della legge, hanno ottenuto il diritto di riprendere gli studi a metà carriera, con un aiuto pubblico per quasi un anno fino all’80 per cento della retribuzione. La flessibilità è stata accompagnata da enti di ricollocazione, con fondi di imprese e sindacati, che aiutano la maggior parte di chi viene licenziato a trovare un nuovo lavoro. La fiducia negli altri e nelle istituzioni in Svezia è tra i livelli più alti al mondo e la contrattazione collettiva copre quasi nove lavoratori su dieci. Gli studiosi del modello svedese, come l’economista Andreas Bergh e il politologo Bo Rothstein, avvertono che gli stessi strumenti, in contesti con poca fiducia e amministrazioni deboli, rischiano di essere catturati e abusati invece di generare concorrenza. Questo avvertimento è particolarmente rilevante per l’Italia.
In conclusione
Ricapitolando: la Svezia ha cambiato il funzionamento dello Stato con due scelte. Da un lato ha introdotto regole automatiche su pensioni e conti pubblici; dall’altro ha introdotto la concorrenza nella fornitura dei servizi pubblici, mantenendo il finanziamento pubblico. Queste riforme sono state fatte con accordi tra partiti e i dati degli ultimi trent’anni mostrano come la crescita della produttività abbia trainato quella dei salari, ossia quello che manca all’Italia.
Dire di voler fare la Svezia vuol dire voler copiare il metodo svedese. E questo significa porre un tetto alla spesa totale prima di suddividerla, introdurre regole sulle pensioni che durano oltre i singoli governi, introdurre la concorrenza nei settori protetti con rimborsi e controlli ben disegnati e allargare le basi imponibili per ridurre le aliquote.
Queste riforme hanno un costo politico immediato e i benefici si vedono solo più avanti. Per questo motivo è necessario fare ampi accordi che proteggano le riforme dall’esito delle elezioni successive. Oggi la Svezia è più ricca dell’Italia grazie a molte misure che in Italia sono considerate impossibili da fare. Ma non è così. In Italia manca solo il coraggio politico. Ma per vincere un’elezione regionale, per evitare tensioni con gli alleati di coalizione o per poter rivendicare di avere il governo più lungo della storia della Repubblica, questo coraggio non c’è.






Purtroppo credo che in Italia manchi anche un senso civico e , ma anche una cultura del lavoro e dell’apertura all’innovazione e al cambiamento ma anche alla “work life balance” che non si imparano a scuola ma vengono da secoli di esperienze storiche. credo che si possa dire la stessa cosa di altri paesi come i Paesi Bassi, dove vivo. Per questo trovo difficilissimo realizzare tutto questo in Italia.
Grazie per l'ottimo approfondimento. Vivendo in un altro paese scandinavo (Danimarca) con parecchie differenze consolidate sia rispetto all'Italia che alla Svezia, trovo molto istruttivo poter fare una qualche triangolazione tra tutte queste osservazioni e il poco che ne so. Auspico futuri approfondimenti - e confronti a livello europeo dove possibile - su temi simili, come la qualità della spesa pubblica per esempio.