Nel 2025 il Pil della Spagna è cresciuto del 2,8 per cento, contro l’1,4 per cento dell’eurozona e lo 0,5 per cento dell’Italia. Da sola la Spagna ha generato un quinto della crescita dell’area euro pur pesando per l’11 per cento della sua economia. Da un paio d’anni il “modello spagnolo” è così diventato un argomento ricorrente anche nel dibattito italiano, di solito con una punta di invidia verso un paese che sembra aver trovato la ricetta che a noi manca.
Ma da dove viene quella crescita? Per rispondere l’ho scomposta, per la Spagna e per l’Italia, nelle sue componenti¹: popolazione, occupati, ore lavorate e produzione per ora. Quello che esce è una crescita vera, ma costruita quasi tutta sull’aggiunta di persone. La produttività, cioè quanto si produce in un’ora di lavoro, è quasi ferma da trent’anni, ed è l’unica fonte di crescita che conta sul lungo periodo, perché è quella che permette di alzare i salari e di pagare il welfare senza dover aggiungere ogni anno nuovi lavoratori.
Da dove viene la crescita
Tra il 1995 e il 2025 il Pil reale spagnolo è cresciuto dell’83 per cento, quasi quattro volte quello italiano (+22 per cento). Scomponendo questa crescita, però, si scopre che 67 punti su 83 vengono dall’aumento della popolazione e della quota di occupati, cioè l’81 per cento del totale, mentre la produttività oraria contribuisce per 24 punti e il calo delle ore lavorate toglie il resto. Nell’Unione europea le proporzioni sono rovesciate: dei 62 punti di crescita degli ultimi trent’anni, 44 vengono dalla produttività; in Germania la quota arriva all’85 per cento. Detto in un altro modo: l’Europa è cresciuta soprattutto imparando a produrre di più con le stesse persone, la Spagna soprattutto aggiungendo persone.
Dal 2019 al 2025 il Pil spagnolo è salito del 10 per cento, contro il 6,4 dell’Italia, il 5,7 della Francia e lo 0,3 della Germania: nemmeno il ciclo iniziato dopo la pandemia, quello di cui tutti parlano, fa eccezione. La popolazione ha contribuito per 4,8 punti e l’aumento della quota di occupati per altri 5,6, mentre la produttività oraria ha aggiunto appena 2,6 punti. In sei anni la Spagna ha guadagnato 2,2 milioni di residenti, più o meno gli abitanti di Milano e Torino messe insieme.
Tra il 2019 e il 2025, però, il Pil pro capite spagnolo è cresciuto del 5,2 per cento e quello italiano del 7,8: guardando la ricchezza per abitante, il quadro si rovescia. Proprio negli anni in cui si è cominciato a parlare di modello, la Spagna ha smesso di recuperare terreno sull’Italia (il rapporto tra i due Pil pro capite aveva toccato il massimo nel 2019). Il confronto di lungo periodo con la media europea è ancora meno lusinghiero: in standard di potere d’acquisto il Pil pro capite spagnolo valeva il 91 per cento della media UE nel 1995, salì al 105 per cento nel 2006 sull’onda del boom edilizio, crollò con la crisi e oggi è al 92. Trent’anni di modello spagnolo hanno prodotto un punto percentuale di convergenza.
La Spagna ha del resto già percorso questa strada una volta e sappiamo come è finita. Tra il 1995 e il 2007 il Pil crebbe del 54 per cento con la produttività oraria quasi ferma, +2,6 per cento in dodici anni; poi tra il 2007 e il 2013 il paese perse il 7,7 per cento del Pil e un occupato su sei. L’unico periodo in cui la produttività spagnola è salita davvero, +10 per cento durante la crisi, è un effetto statistico, perché erano spariti i posti di lavoro a bassa produttività e la media di chi restava saliva da sola.
Nel secondo trimestre del 2026 il Pil spagnolo è cresciuto del 2,7 per cento sull’anno, ma le ore lavorate sono cresciute del 2,8, il che vuol dire che la produttività oraria è leggermente scesa; dei 486 mila occupati guadagnati nel trimestre, la metà è straniera. A gennaio persino il vicepresidente della Bce Luis de Guindos, spagnolo, ha fatto questo conto: gli iscritti stranieri alla previdenza crescono del 7,1 per cento l’anno, ma togliendo gli stranieri la crescita dell’occupazione spagnola si ferma all’1,6 per cento. Il Banco de España ha calcolato che fra il 2022 e il 2024 la popolazione straniera ha aggiunto fino a 0,7 punti l’anno alla crescita del Pil pro capite, quasi tutti attraverso il tasso di occupazione, mentre il suo contributo alla produttività oraria è stato lievemente negativo.
Più occupati, salari fermi
Il modo più chiaro di vedere il modello all’opera è scomporre il reddito disponibile delle famiglie per fonte, come ha fatto un economista spagnolo in un’analisi molto discussa, che ho replicato. Tra il 1995 e il 2024 il reddito reale per abitante è salito di circa 5.700 euro, il 38 per cento. Ma il contributo del salario netto per lavoratore dipendente è negativo: il dipendente medio spagnolo porta a casa oggi, in termini reali, il 3,6 per cento in meno di trent’anni fa. Tutto l’aumento viene dall’avere più occupati per abitante (+2.900 euro a testa), dai redditi da capitale (+1.500) e da pensioni e trasferimenti (+2.100). Le famiglie spagnole stanno meglio perché in casa lavorano più persone e perché ricevono più trasferimenti pubblici, mentre chi lavorava già guadagna come prima o meno di prima.
La stessa scomposizione applicata all’Italia dà un risultato ancora più magro: il reddito reale per abitante è salito di 274 euro in trent’anni, l’1,2 per cento, e il salario netto per dipendente è sceso del 10 per cento. Eppure anche da noi il lavoro è aumentato parecchio: gli occupati hanno superato i 24 milioni, il massimo storico, oltre 700 mila in più rispetto al 2019, e il tasso di occupazione non è mai stato così alto. La serie OCSE dei salari medi reali racconta la stessa storia da un’altra angolazione. Dal 1995 la Spagna ha guadagnato il 7,8 per cento e l’Italia il 2,3, mentre la media dei paesi OCSE cresceva di quasi un terzo. Su questo terreno, va detto, l’Italia sta messa peggio della Spagna.
La spesa pubblica spagnola è salita dal 42 per cento del Pil del 2019 al 45,3 del 2025, un livello vicino a quello di trent’anni fa ma sette punti sopra i minimi toccati prima della crisi finanziaria: l’espansione dello Stato è un fatto recente. Una parte crescente dei nuovi posti è poi pubblica, perché secondo le affiliazioni alla previdenza analizzate da Fedea i dipendenti delle amministrazioni sono aumentati del 22 per cento dal 2019, il doppio del settore privato, e spiegano quasi un quarto degli iscritti guadagnati dal sistema. La spesa primaria corre intanto al doppio di quanto la regola di spesa consentirebbe. Quei 2.100 euro di pensioni e trasferimenti in più nel reddito delle famiglie hanno insomma dietro un settore pubblico che si allarga, pagato da una base contributiva che cresce soltanto per addizione di persone.
Perché i salari spagnoli non crescono, se nel frattempo il paese ha accumulato capitale e sfornato laureati? Un lavoro dell’economista Manuel Hidalgo mostra che negli ultimi venticinque anni i fattori che di solito fanno salire le buste paga, cioè più macchinari e tecnologia per ogni addetto, una forza lavoro più istruita e lo spostamento degli occupati verso settori più qualificati, avrebbero dovuto alzare i salari reali spagnoli di oltre trenta punti. L’aumento vero è stato del 9,6 per cento. A mangiarsi la differenza è stata la produttività totale dei fattori, un indicatore che misura quanto bene un’economia combina lavoro e capitale: a parità di macchinari e di ore lavorate, un’economia ben organizzata produce di più di una piena di inefficienze. In Spagna questa efficienza è peggiorata e il peggioramento ha cancellato da solo diciannove dei trenta punti attesi.
I venti punti che mancano all’appello non sono finiti nei profitti: se le imprese li avessero trattenuti per sé, la quota del prodotto che va al lavoro sarebbe scesa, mentre è rimasta stabile per tutto il periodo. Quei punti non li ha intascati nessuno perché la ricchezza corrispondente non è mai stata prodotta. La Spagna ha accumulato macchinari e laureati, ma ogni anno li ha combinati un po’ peggio.
Il cuneo fiscale, cioè la quota del costo del lavoro che finisce in imposte e contributi invece che in busta paga, in Spagna è attorno al 41 per cento, meno che in Italia o in Germania dove supera il 45, ma nel 2019 era al 39 e sta crescendo in fretta. Secondo l’indagine INE sul costo del lavoro, fra il 2019 e il 2024, tolta l’inflazione, il costo che un’impresa paga per un dipendente medio è salito di 123 euro l’anno mentre il netto che quel dipendente porta a casa è sceso di 696. La differenza è andata in parte nei contributi aggiuntivi introdotti per finanziare le pensioni e in parte nell’imposta sul reddito, che cresce per un meccanismo preciso, il fiscal drag: gli scaglioni non vengono adeguati all’inflazione, così quando i salari nominali salgono per inseguire i prezzi il contribuente scivola verso aliquote più alte e paga di più pur non guadagnando di più in termini reali. Nel 2025 è successo di nuovo, con il salario medio cresciuto del 3,8 per cento nominale, cioè dell’1,2 al netto dell’inflazione, e il potere d’acquisto dopo le tasse sceso dello 0,3.
Il motore demografico
Il 97 per cento della crescita demografica spagnola degli ultimi trent’anni è immigrazione, con 9,7 dei 9,9 milioni di abitanti guadagnati dal 1995 arrivati dal saldo migratorio. Il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e morti, è negativo senza interruzioni dal 2015. La fecondità è scesa a 1,10 figli per donna, il minimo storico e uno dei valori più bassi d’Europa (l’Italia è a 1,18). Tra il 2022 e il 2025 il saldo migratorio è stato attorno alle 650 mila persone l’anno, come se ogni anno si aggiungesse una città delle dimensioni di Palermo; in Italia, nello stesso periodo, sono state 280 mila. Oggi quasi un residente su cinque, circa 9 milioni di persone, è nato all’estero e quattro su dieci di loro sono arrivati dopo il 2021.
Per capire quanto l’immigrazione abbia cambiato i conti della Spagna basta guardare l’indice di dipendenza degli anziani, cioè quante persone con più di 65 anni ci sono ogni cento in età da lavoro. Fra il 2000 e il 2009 questo indice è rimasto fermo al 24 per cento, mentre in Italia saliva dal 27 al 31: dieci anni di invecchiamento cancellati dall’arrivo di milioni di adulti giovani. Quel congelamento però è finito e l’invecchiamento rinviato si presenta adesso tutto insieme. Oggi la Spagna è a 31 e l’Italia a 39, ma le proiezioni Eurostat portano la Spagna a 48 nel 2040 e a 59 nel 2050, un aumento più rapido del nostro. Il livello italiano di oggi verrà raggiunto già nel 2033.
La popolazione spagnola fra i 15 e i 64 anni, 32,6 milioni di persone, è poi al massimo storico proprio adesso, un dato di cui si parla poco. Da qui al 2050 è attesa calare del 14 per cento, un ritmo simile a quello previsto per l’Italia, con la differenza che noi il picco lo abbiamo passato nel 2011: la Spagna sta entrando adesso, con quindici anni di ritardo, nella stessa fase di declino che l’Italia conosce bene.
Va poi considerato che la Spagna trattiene molto meno di quanto attrae. Secondo uno studio della fondazione Funcas, dei 15 milioni di stranieri arrivati dal 2002 ne sono rimasti 7, circa uno su due, uno dei tassi di permanenza più bassi d’Europa (lo studio non dice dove vadano gli altri, se tornino nei paesi d’origine o proseguano verso altri paesi europei). I dati contributivi mostrano la stessa fragilità da un’altra angolazione: circa metà dei lavoratori extracomunitari smette di versare entro il terzo anno e i registri non permettono di distinguere chi ha lasciato il paese da chi è scivolato nel lavoro nero; in entrambi i casi la previdenza perde i contributi, anche se chi resta nel sommerso continua almeno a pagare le imposte sui consumi. Nell’ultimo anno, del resto, la popolazione nata all’estero è cresciuta di 540 mila persone mentre gli occupati crescevano di 226 mila. La base contributiva che l’immigrazione allarga è quindi una base provvisoria, perché metà di chi arriva riparte e chi resta invecchia maturando gli stessi diritti pensionistici di tutti gli altri.
L’immigrazione come politica economica
Ad aprile del 2026 il governo Sánchez ha aperto per decreto una regolarizzazione straordinaria per chi si trovava in Spagna dall’inizio dell’anno. In dieci settimane sono arrivate quasi 1,2 milioni di domande, il 2,3 per cento dell’intera popolazione del paese e più del doppio dei 500 mila beneficiari che il governo si aspettava. Quasi nove richiedenti su dieci sono in età da lavoro; Colombia, Marocco e Venezuela sono le prime nazionalità.
Il decreto è arrivato ventisette giorni dopo che il Congresso aveva approvato, con 176 voti contro 172, una mozione che chiedeva al governo di rinunciare alla regolarizzazione di massa; il governo ha proceduto lo stesso, perché lo strumento è regolamentare e non richiede un voto parlamentare. La via ordinaria aveva del resto promesso di più e prodotto meno: il nuovo regolamento sull’immigrazione, in vigore da maggio 2025, ha ridotto da tre a due anni la permanenza richiesta per la regolarizzazione per radicamento (arraigo) con un obiettivo dichiarato di 300 mila regolarizzazioni l’anno, ma nel 2025 le autorizzazioni sono state 222 mila, in lieve calo sull’anno prima.
Gli arrivi irregolari via mare, quelli che dominano il dibattito, sono stati 37 mila nel 2025, in calo del 43 per cento e pari a circa il 6 per cento del saldo migratorio. Il grosso arriva in aereo con un visto turistico, in prevalenza dall’America Latina, e diventa regolare per via amministrativa. A rendere attraente la Spagna c’è anche il codice civile, che concede la cittadinanza dopo due anni di residenza legale ai cittadini dei paesi iberoamericani, contro i dieci richiesti agli altri. Nel 2025 le naturalizzazioni sono state 300 mila, il massimo di sempre, con nove dei primi dieci paesi di origine latinoamericani o caraibici.
Presentando a fine giugno un piano di integrazione da 500 milioni, Sánchez ha detto che “senza immigrazione la Spagna perderebbe il 19 per cento del Pil nel 2050 e il 22 per cento nel 2075”, citando un rapporto di prospettiva del suo stesso governo, e ha rivendicato che quasi metà della crescita dal 2022 viene dall’arrivo dei migranti. È il governo stesso, cioè, a descrivere la crescita spagnola come una funzione del numero di persone che entrano nel paese.
Nel 2024 sono arrivate dall’estero in Italia 451 mila persone, il massimo da sedici anni, e il decreto flussi ha autorizzato 500 mila ingressi per lavoro fra il 2026 e il 2028, la cifra più alta di sempre per uno strumento che fino al 2020 ne programmava fra 13 e 30 mila l’anno. Anche l’Italia, cioè, sta puntando sull’immigrazione regolare per rispondere al calo demografico e alla carenza di manodopera, come ho raccontato a gennaio. La differenza è che Sánchez lo rivendica come strategia, mentre i governi italiani aprono i flussi e parlano d’altro.
Sull’efficacia della sanatoria i conti dell’AIReF, l’autorità indipendente dei conti pubblici, sono però più freddi: l’impatto stimato sulle entrate contributive vale appena 0,03 punti di Pil, perché chi viene regolarizzato oggi avrebbe ottenuto comunque il permesso, in media, dopo quasi tre anni di attesa. In pratica la sanatoria anticipa una data. Le persone erano già in Spagna e molte lavoravano già, in nero o con permessi in arrivo; i primi risultati confermano l’ordine di grandezza, con 262 mila nuove iscrizioni alla previdenza al 30 luglio a fronte di 1,2 milioni di domande. Il precedente storico invita alla stessa cautela: nella regolarizzazione del 2005 ogni dieci regolarizzati produssero circa cinque posti di lavoro formali netti in due anni e mezzo, mentre le sei sanatorie fatte fra il 1986 e il 2005 non hanno spostato il tasso di sommerso.
In dieci anni, intanto, la Spagna è passata da 46 a quasi 50 milioni di abitanti, mentre case e infrastrutture restavano dimensionate per il paese di prima: è il conto più concreto della crescita per addizione. El País l’ha raccontata come “un paese da 50 milioni di abitanti con infrastrutture pensate per 40 milioni”, con gli investimenti pubblici crollati dopo la crisi del debito e fermi al 2,9 per cento del Pil contro il 3,8 della media europea. La popolazione cresce di circa mezzo milione l’anno mentre le nuove costruzioni bastano per circa metà delle nuove famiglie, così mancano all’appello 700 mila abitazioni e i prezzi salgono a doppia cifra: è sulla casa che lo squilibrio si vede meglio.
Le conseguenze si leggono nei sondaggi del CIS, l’istituto demoscopico pubblico. Alla domanda su quali siano i principali problemi del paese, il 43 per cento degli spagnoli cita la casa, la voce più indicata in assoluto, mentre l’immigrazione si ferma al 23 per cento. Gli spagnoli, in altre parole, sentono più i costi della congestione, a partire dagli affitti, che la presenza straniera in sé.
Il conto delle pensioni
Il sistema pensionistico spagnolo è a ripartizione, cioè le pensioni di oggi sono pagate con i contributi di chi lavora oggi, ed è a prestazione definita: l’assegno dipende dagli anni di contribuzione e dagli ultimi salari, quale che sia la somma effettivamente versata, e dal 2022 è di nuovo indicizzato all’inflazione. Un sistema così sta in equilibrio solo se la massa dei contributi cresce almeno quanto la spesa. Quella massa è, meccanicamente, il numero degli occupati moltiplicato per i salari su cui versano; con i salari fermi da trent’anni tutto il peso dell’equilibrio è finito sul numero degli occupati, cioè sulla demografia. Ogni immigrato in età da lavoro è un contribuente in più oggi, anche se sarà un pensionato in più domani.
L’Italia questo sistema lo conosceva bene, perché era anche il suo, e lo ha smontato con le riforme degli anni Novanta legando gli assegni ai contributi effettivamente versati: la sostenibilità è stata comprata al prezzo di pensioni future più basse e, come ho spiegato a luglio, resta comunque parziale. La Spagna quella riforma ce l’ha ancora davanti; finora ha potuto rinviarla proprio perché l’immigrazione le ha fornito ogni anno centinaia di migliaia di contribuenti in più.
Dal 2005 le prestazioni contributive sono cresciute del 94 per cento in termini reali mentre i contributi che dovrebbero pagarle sono cresciuti del 35: il sistema è già in perdita adesso, nel momento demografico più favorevole possibile. Secondo i conti del centro studi Fedea, nel 2024 i contributi hanno coperto il 76 per cento della spesa pensionistica contributiva: vuol dire che quasi un euro di pensione su quattro è pagato dalla fiscalità generale. Il deficit contributivo è cresciuto del 58 per cento rispetto al 2018 nonostante 2,8 milioni di iscritti in più. Lo Stato copre il buco con 53 miliardi di trasferimenti l’anno e dal 2010 ne ha versati 501, circa metà dell’aumento del debito pubblico spagnolo nello stesso periodo.
L’AIReF prevede che la spesa pensionistica passi da 13 a più di 16 punti di Pil nel 2050 e che il debito pubblico arrivi al 123 per cento, mentre l’OCSE raccomanda di allungare il calcolo dell’assegno a 35 anni di contributi e critica l’assenza di un aggancio automatico all’aspettativa di vita. Il divario di spesa con l’Italia, che di punti in pensioni ne spende già più di 15, si è intanto dimezzato dal 2007. La Spagna converge verso i livelli italiani con quindici anni di ritardo e senza avere ancora fatto la sua riforma.
Applicando alla popolazione proiettata il tasso di occupazione di oggi, gli occupati per ogni persona con più di 65 anni passerebbero in Spagna da 2,1 a 1,1 nel 2050, cioè da due lavoratori per anziano a uno; per mantenere il rapporto attuale servirebbe un tasso di occupazione del 122 per cento, più occupati che persone in età da lavoro. È un’aritmetica che non lascia scappatoie. L’AIReF arriva alla stessa conclusione da un’altra strada, calcolando che per tenere 2,4 lavoratori per pensionato la Spagna dovrebbe quadruplicare gli ingressi permanenti di immigrati, che invece sono in lieve calo e solo per il 6 per cento sono migrazione per lavoro. Gli immigrati invecchiano e maturano pensioni come tutti gli altri. Il flusso necessario a compensare l’invecchiamento di nativi e migranti già arrivati dovrebbe crescere all’infinito.
Quello che funziona
Due vantaggi del modello spagnolo restano comunque reali. Il primo è l’energia: i prezzi dell’elettricità sono passati da circa il 10 per cento sopra la media europea al 17 per cento sotto, grazie a un mix fatto per il 42 per cento di eolico e solare e per il 19 per cento di nucleare, di cui Madrid ha appena prorogato la vita (la centrale di Almaraz chiuderà nel 2030 anziché nel 2027). Per l’industria è un vantaggio competitivo vero, che l’Italia non ha e che dipende da scelte di politica energetica, quelle sì replicabili.
Il secondo è l’integrazione nel mercato del lavoro, che funziona meglio di quanto il dibattito lasci intendere. Il tasso di attività degli stranieri sfiora il 70 per cento, sopra quello degli spagnoli, e la produttività oraria degli immigrati, pur più bassa di un quinto, cresce dal 2019 a un ritmo doppio rispetto a quella dei nativi. Dare agli immigrati la colpa del ristagno della produttività contrasta quindi con i dati, che puntano semmai alla taglia piccola delle imprese e alla specializzazione in settori a basso valore aggiunto come turismo e costruzioni.
La Catalogna conta 2.400 startup con 30 mila addetti, un terzo in più in un anno, e Barcellona è, fra i grandi hub europei, il primo per quota di fondatori arrivati dall’estero: l’attrazione funziona anche in cima alla scala delle qualifiche. In quelle imprese quasi un dipendente su quattro è straniero e fra gli stranieri gli italiani sono la terza nazionalità, dopo argentini e colombiani. Contribuisce il fisco, con il regime per chi si trasferisce, la cosiddetta legge Beckham, che tassa al 24 per cento fisso i redditi fino a 600 mila euro per sei anni e dal 2023 copre anche chi lavora da remoto per datori esteri. Sulla carta il regime italiano per chi rientra, che detassa metà del reddito, è perfino più generoso, ma vale solo per profili ad alta qualificazione e non ha intorno né lo stesso richiamo né un ecosistema paragonabile.
Va anche detto che l’Italia è messa peggio su quasi tutti i fronti di questo confronto. La nostra produttività oraria è cresciuta del 5,5 per cento in trent’anni contro il 19 della Spagna, il Pil per ora lavorata spagnolo ci ha raggiunti nel 2025 e il reddito reale delle nostre famiglie è fermo da trent’anni. L’Italia è più avanti solo nel declino demografico e nell’aggiustamento delle pensioni, pagato con assegni più bassi e uscite più tardive: siamo lo stadio successivo dello stesso modello, senza l’energia a buon mercato e senza un flusso migratorio paragonabile.
In conclusione
Quello che emerge da questi numeri è che la Spagna cresce davvero, ma cresce per i motivi sbagliati: va ad aggiungere persone e le persone in più gonfiano il Pil e riempiono per qualche anno le casse della previdenza, mentre la produttività e la ricchezza per abitante, che sono le grandezze che decidono i salari e le pensioni, restano ferme. Il modello funziona finché ogni anno più di mezzo milione di persone entra nel paese e si mette a lavorare, ma la popolazione in età da lavoro ha appena passato il picco, metà di chi arriva riparte nel giro di pochi anni e chi resta andrà a maturare una pensione come tutti gli altri.
Va riconosciuto che per qualche anno ancora il modello continuerà a produrre numeri migliori dei nostri, perché l’occupazione spagnola ha ancora margini di recupero e i flussi migratori restano alti. Ma la domanda giusta da farsi è cosa resterà quando il flusso rallenterà. La risposta dei dati è scomoda: resterà un paese con i salari fermi da trent’anni, un sistema pensionistico che promette più di quanto incassa e la stessa produttività stagnante dell’Italia.
Per l’Italia la lezione utile è quindi rovesciata rispetto all’invidia. Copiare il modello spagnolo vorrebbe dire comprare tempo con una demografia che non abbiamo, mentre quello che conviene copiare davvero è l’unico pezzo del modello che produce competitività, cioè l’elettricità a basso costo. Per il resto, la crescita che serve a entrambi i paesi è quella che viene dalla produttività e quella non si importa: si costruisce con concorrenza, imprese che crescono, istruzione e investimenti, in Spagna come in Italia.
¹ La scomposizione della crescita usa i conti nazionali Eurostat. La crescita del Pil in volumi è divisa fra i contributi di popolazione, occupati per abitante, ore per occupato e produzione per ora, calcolati in logaritmi e riscalati perché la somma coincida con la crescita del periodo. La scomposizione del reddito delle famiglie replica sui conti settoriali Eurostat il metodo dell’analisi citata, con i redditi al netto di imposte e contributi, deflazionati con i prezzi al consumo e divisi per la popolazione. Lo scenario sulle pensioni applica il tasso di occupazione del 2025 alle proiezioni demografiche Europop2023 e misura la sola aritmetica demografica, senza ipotesi su salari, carriere o riforme.






