Come l'Italia ha scelto di puntare sull'immigrazione
Negli ultimi tre anni sono arrivate dall'estero oltre 400 mila persone all'anno, il maggior numero da 16 anni.
L’Italia ha registrato nel 2024 il livello più alto di immigrazione degli ultimi sedici anni. Sono arrivati nel paese 451 mila persone, il maggior numero dal picco di 527 mila del 2007. Il numero di immigrati è in crescita da quattro anni e riflette una dinamica precisa: l’Italia sta puntando sull’immigrazione regolare per rispondere al calo demografico e alla carenza di manodopera.
Il governo ha autorizzato per il triennio 2026-2028 l’ingresso di 500 mila lavoratori stranieri attraverso i decreti flussi, la cifra più alta di sempre. Fino al 2020, questi decreti autorizzavano ogni anno tra le 13 mila e le 30 mila unità. I dati sull’immigrazione del 2025 non sono ancora disponibili, ma nei primi nove mesi sono arrivate dall’estero 322 mila persone, un dato in linea con lo stesso periodo del 2024 quando furono 334 mila.
Come sta cambiando l’immigrazione
I dati Istat mostrano delle 451 mila persone arrivate nel 2024 dall’estero, 115 mila provenivano dall’Africa, 100 mila dall’Asia, 84 mila dalle Americhe e 149 mila dall’Europa. Quest’ultimo dato è significativo: nel 2007 l’Europa rappresentava il 76 per cento degli immigrati in Italia, oggi quella quota è scesa al 33 per cento. Il boom di quell’anno era stato trainato dall’ingresso della Romania nell’Unione Europea. Oggi la geografia dell’immigrazione è cambiata. L’Africa è passata da 36 mila arrivi nel 2002 a 115 mila nel 2024, l’Asia da 35 mila a 100 mila, le Americhe da 30 mila a 84 mila.
Anche l’emigrazione dall’Italia ha raggiunto livelli record. Nel 2024 hanno lasciato il paese 188 mila persone, il numero più alto dal 2002. Si tratta in gran parte di italiani che cercano opportunità migliori all’estero. Il saldo migratorio netto è stato comunque positivo per 262 mila unità, un contributo rilevante per un paese che ha registrato 370 mila nascite contro oltre 600 mila decessi.
Fino al 2014 gli arrivi erano sostanzialmente equilibrati tra uomini e donne, con una leggera prevalenza femminile legata ai ricongiungimenti familiari e al lavoro di cura. Nel 2024 sono arrivati 260 mila uomini contro 191 mila donne. Questo squilibrio riflette la crescente domanda di manodopera maschile in settori come agricoltura, edilizia e logistica. La fascia d’età dominante è quella tra i 18 e i 39 anni, che ha rappresentato 248 mila arrivi, più della metà del totale.
Nel biennio 2023-2024 i gruppi nazionali più numerosi sono stati ucraini, albanesi, bangladesi, marocchini, rumeni, egiziani, pachistani, argentini e tunisini. Il 54 per cento degli arrivi programmati per il 2026-2028 sarà costituito da lavoratori stagionali in agricoltura e turismo, il resto da lavoratori non stagionali, con una quota crescente riservata all’assistenza familiare e socio-sanitaria.
La distribuzione territoriale riflette le opportunità economiche. Il Nord-Ovest accoglie il 29 per cento degli arrivi, il Nord-Est il 24 per cento, il Centro il 20 per cento, il Mezzogiorno il 25 per cento. La Lombardia da sola assorbe un quinto dei nuovi arrivi. Negli ultimi anni il Mezzogiorno sta attirando una quota crescente di immigrati, in particolare per il lavoro agricolo stagionale in province come Ragusa, Foggia e Caserta.
Cosa succede nel resto d’Europa
L’Italia si inserisce in un panorama continentale dove l’immigrazione è diventata strutturale per diverse economie. Con un tasso netto di migrazione di 4,1 per mille abitanti nel 2023, secondo Eurostat, si colloca al di sotto di Portogallo (13,4), Spagna (11,8) e Germania (5,4), ma sopra la Francia (2,2). In termini assoluti, la Germania ha rilasciato 12,3 milioni di permessi di soggiorno a stranieri, la Spagna 6,1 milioni, Francia e Italia entrambe circa 5,2 milioni.
La Spagna rappresenta il caso più esplicito di scelta pro-immigrazione tra i grandi paesi europei. Il governo di Pedro Sánchez ha fatto dell’apertura ai flussi migratori un pilastro dichiarato della propria strategia economica, presentandola pubblicamente come risposta al calo demografico e alla carenza di manodopera. Nel 2024 ha rilasciato oltre 326 mila primi permessi di soggiorno e tra il 2021 e il 2024 ha regolarizzato circa 700 mila persone già presenti sul territorio. Una nuova legge, approvata nel maggio 2025, prevede di dare status legale a ulteriori 900 mila migranti nei prossimi tre anni.
I risultati economici sono stati significativi. L’economia spagnola è cresciuta del 3,2 per cento nel 2024, il tasso più alto tra le grandi economie europee. Secondo la Banca di Spagna, fino al 25 per cento di questa crescita è attribuibile all’arrivo di lavoratori stranieri. Quasi il 90 per cento dei nuovi posti di lavoro sono stati occupati da stranieri o persone con doppia cittadinanza, mentre la disoccupazione è scesa ai minimi dal 2007.
Anche Madrid, però, mantiene un approccio duale simile a quello italiano: mentre facilita gli ingressi regolari e le regolarizzazioni, collabora con Marocco e Mauritania per ridurre gli arrivi irregolari via mare. Gli sbarchi alle Canarie sono calati del 60 per cento nel 2024 grazie ai controlli rafforzati. La pressione sull’edilizia residenziale è aumentata, con prezzi in crescita nelle grandi città, generando tensioni locali. La differenza principale con l’Italia sta nella comunicazione pubblica: mentre Sánchez presenta apertamente l’immigrazione come fattore di crescita economica, in Italia il dibattito pubblico rimane più cauto nonostante i numeri crescenti dei decreti flussi.
La Germania ha registrato nel 2024 un saldo netto di 430 mila unità, con 1,69 milioni di arrivi e 1,26 milioni di partenze. Oggi una persona su quattro in Germania ha origini straniere, quasi 16 milioni su 84 milioni di abitanti. Secondo la Banca Centrale Europea, senza immigrazione l’economia tedesca sarebbe stata in recessione prolungata negli ultimi cinque anni.
Perché c’è sempre più immigrazione
L’aumento dei decreti flussi risponde a due necessità. La prima è la carenza di manodopera. Secondo le previsioni di Unioncamere-Excelsior, tra il 2024 e il 2028 serviranno 3,8 milioni di nuovi lavoratori, di cui l’80 per cento solo per sostituire chi andrà in pensione. Di questi, 640 mila dovranno essere stranieri per coprire posizioni in agricoltura, edilizia, logistica e assistenza agli anziani.
La seconda ragione è demografica. L’Italia ha registrato nel 2024 un tasso di fecondità di 1,18 figli per donna, il minimo storico. Le proiezioni dell’Istat stimano che senza immigrazione la popolazione scenderebbe sotto i 50 milioni nel 2050 e sotto i 30 milioni nel 2100. Uno studio dell’Università Cattolica ha calcolato che per mantenere costante il rapporto tra popolazione attiva e popolazione totale, salvaguardando la sostenibilità del welfare, servirebbero 490 mila immigrati all’anno entro il 2035, poi 620 mila entro il 2050.
L’integrazione nel mercato del lavoro presenta però dei significativi problemi. Gli stranieri occupati sono 2,5 milioni, il 10,5 per cento del totale, ma la distribuzione per qualifica è fortemente sbilanciata. Mentre il 39 per cento degli italiani svolge professioni qualificate o tecniche, solo il 9 per cento degli stranieri riesce ad accedere a questi livelli. Il 31 per cento lavora come operaio o artigiano e il 29 per cento in professioni non qualificate. Su cento addetti a professioni poco qualificate, trenta sono stranieri, mentre nelle professioni più qualificate la presenza scende a meno di tre su cento.
Secondo la Fondazione Leone Moressa, gli stranieri producono 177 miliardi di euro di valore aggiunto, il 9 per cento del totale, ma versano appena il 2,3 per cento dell’Irpef totale per via dei redditi contenuti. Sul fronte della spesa pubblica, gli stranieri incidono per il 3,5 per cento: pesano sull’istruzione (11 per cento) e su alcune voci di welfare (17 per cento per famiglia e figli), ma pochissimo su sanità (5 per cento) e pensioni (meno dell’1 per cento), data la giovane età media. Il saldo tra entrate e uscite per lo Stato è positivo per 1,2 miliardi.
Il 30 per cento delle famiglie straniere vive in povertà assoluta, il 35 per cento in povertà relativa. Tra i giovani stranieri, il 29 per cento è Neet, contro il 18 per cento degli italiani. A scuola, più di uno studente straniero su quattro è in ritardo rispetto al percorso regolare. Questi dati evidenziano come il potenziale contributivo dell’immigrazione resti parzialmente inespresso. Una maggiore valorizzazione delle competenze, attraverso investimenti in formazione e riqualificazione, potrebbe generare benefici per il Pil, i consumi e le entrate fiscali.
I limiti del sistema attuale
Il meccanismo dei decreti flussi, introdotto nel 1998 e consolidato nel 2002 con la legge Bossi-Fini, prevede che il datore di lavoro richieda il nulla osta per un lavoratore che si trova all’estero. Sulla carta garantisce ingressi regolari e controllati, ma nella pratica presenta inefficienze. Nel 2024, secondo la campagna Ero Straniero, solo il 7,8 per cento delle quote autorizzate si è trasformato in permessi di soggiorno e impieghi stabili, in calo rispetto al 13 per cento del 2023.
Il principale problema è il click day: le domande vengono accettate in ordine cronologico, senza valutazione di merito. Questo ha generato una serie criticità e sospetti di irregolarità. Il governo ha annunciato l’intenzione di ridimensionare gradualmente questo meccanismo, sperimentando progetti di formazione nei paesi d’origine, ma per ora si tratta di iniziative limitate.
C’è poi la questione delle competenze. L’Italia ha storicamente attratto manodopera poco qualificata, ma nei prossimi anni mancheranno anche professioni specializzate e tecniche. Quasi il 40 per cento del fabbisogno previsto sarà costituito da queste figure. Strumenti come la Blue Card europea esistono ma sono sottoutilizzati, mentre il paese continua a perdere giovani qualificati.
Cosa succederà in futuro
Con 451 mila arrivi nel 2024 e gli oltre trecentomila dei primi mesi del 2025, l’immigrazione è diventata una componente strutturale della società italiana. I residenti stranieri hanno superato i 5,3 milioni, il 9 per cento della popolazione. Se si aggiungono i naturalizzati, si arriva a quasi 6,7 milioni, l’11 per cento.
Alcuni studi stimano che entro il 2050 la popolazione immigrata potrebbe rappresentare tra il 25 e il 35 per cento del totale, a seconda degli scenari demografici. Senza flussi migratori significativi, l’alternativa sarebbe un declino della popolazione attiva con conseguenze su produzione, consumi e gettito fiscale. L’altra opzione sarebbe investire massicciamente in produttività e automazione come sta provando a fare la Cina, ma questo richiederebbe risorse e capacità di innovazione che al momento sono molto limitate.
La gestione attuale si basa su un doppio binario: contenimento degli arrivi irregolari attraverso accordi con paesi di origine e transito e ampliamento dei canali di ingresso regolare. L’Italia, anche se silenzionsamente, ha infatti scelto di puntare sull’immigrazione.




Caro Lorenzo,
ancora complimenti per le analisi molto lucide, asciutte e chiare per tutti i lettori. Stai facendo un gran lavoro. Ho letto i dati sugli ingressi in Italia negli ultimi 3 anni. Credo che forse andrebbero dettagliati perchè sono ancora molto pochi gli ingressi per motivi di lavoro o comunque sono pochi quelli che sono entrati e poi hanno trovato un lavoro. La maggior parte degli ingressi ha riguardato gli arrivi dall'ucraina a causa della guerra (oggi quasi spariti), i ricongiungimenti e i richiedenti asilo...Trovi conferma degli scarsi numeri sugli ingressi per lavoro nel documento di "Ero straniero". Grazie come sempre
Leggendo l'articolo dal mio punto di vista comunque la si giri esiste solo una reale soluzione:
non vuoi immigrati? investi in istruzione, dall'asilo ai dottorati, formazione umana infondendo sempre tramite la scuola organizzazione mentale, amore per sport e musica (quella vera) e rispetto del prossimo. Il resto viene di conseguenza.
vuoi risolvere con l'immigrazione? non è una soluzione "free lunch", devi investire in istruzione, dall'asilo ai dottorati, formazione umana infondendo sempre tramite la scuola organizzazione mentale, amore per sport e musica (quella vera) e rispetto del prossimo; trasmettendo tutto questo anche a chi viene da fuori.
Per me non è tanto un problema di risorse quanto di priorità.
La coperta è corta ma se rimangono scoperti i punti importanti, si sfila del tutto.