Tutti i grandi data center europei dedicati all’intelligenza artificiale (AI), sommati, contengono meno potenza di calcolo di un solo campus che Amazon e Anthropic hanno acceso a New Carlisle, in Indiana. Lo calcola un rapporto del Carnegie Endowment di giugno che mette gli Stati Uniti a circa tre quarti della capacità mondiale di frontiera, la Cina al 14 per cento e l’Unione europea sotto il 5. L’Italia non compare nemmeno tra i paesi con un polo di calcolo rilevante.
Un data center è l’edificio in cui sta fisicamente internet ed è l’infrastruttura che alimenta l’intelligenza artificiale. I modelli si progettano nei laboratori delle aziende, ma è dentro questi edifici che vengono addestrati e che rispondono alle domande. Nel mondo se ne costruiscono al ritmo più alto di sempre, eppure mancano, al punto che chi vende i modelli AI deve razionare l’accesso. La storia si svolge quasi tutta negli Stati Uniti, dove il settore si concentra e innova, perciò parleremo soprattutto di loro. Ne servono di più anche da noi, però, e le obiezioni ambientali che dominano il dibattito pesano poco quando si mettono in fila i numeri.
Il capannone dove sta internet
Negli Stati Uniti esistono oltre 3 mila data center, dalla saletta di un’azienda ai campus grandi come quartieri, secondo il censimento che il Lawrence Berkeley National Laboratory, un centro di ricerca federale, prepara per il Congresso. Dentro ci sono sempre le stesse cose: file di armadi metallici alti come frigoriferi, chiamati rack, pieni di computer e attraversati da chilometri di cavi, più i dischi che conservano i dati, gli apparati di rete e i sistemi che garantiscono corrente continua. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia i server da soli assorbono in media circa il 60 per cento dell’elettricità di un impianto, mentre il raffreddamento, necessario perché i chip scaldano, va dal 7 per cento nei campus più moderni a oltre il 30 in quelli vecchi.
Quando apriamo una mail o paghiamo con la carta, la richiesta viaggia fino a uno di questi edifici, viene elaborata e torna indietro. Ci girano il fascicolo sanitario, i social network, i gestionali delle aziende e le email, questa newsletter compresa. Nel 2023, del resto, i data center tradizionali consumavano nel mondo più del doppio dell’elettricità di quelli dedicati all’intelligenza artificiale, segno che questa infrastruttura regge prima di tutto internet e che l’AI è arrivata dopo.
Un impianto aziendale tradizionale assorbe tra 10 e 25 megawatt, già quanto i consumi delle case di una città di provincia. Un campus per l’intelligenza artificiale supera i 100 megawatt e in un anno consuma quanto oltre 400 mila famiglie italiane, mentre il progetto più grande annunciato, da 5 gigawatt, arriverebbe a consumare quanto due terzi di tutte le case italiane. L’intelligenza artificiale usa questi edifici in due modi: nell’addestramento, il training, un modello legge per settimane una parte consistente di internet dentro un unico blocco di decine di migliaia di schede grafiche. Nell’inferenza, cioè l’uso di tutti i giorni, il modello risponde alle domande generando un token alla volta, i frammenti di testo in cui i sistemi scompongono le parole.
L’economia del settore è una catena corta: i megawatt alimentano le schede grafiche e le schede producono i token che si vendono. Un’applicazione agentica, che esegue da sola una sequenza di compiti, moltiplica i token di una conversazione perché a ogni passaggio il modello si ripassa tutto il lavoro fatto fino a lì. Nei dati d’uso reali degli assistenti di programmazione un passaggio tipico rilegge 119 mila token di contesto per produrne poco più di 200 e, sull’insieme, i token letti superano quelli prodotti di quasi 300 volte. I fornitori cercano di contenere il conto grazie alla cache, una memoria che conserva quanto già elaborato e lo fa rileggere a circa un decimo del prezzo. Nei passaggi in cui l’agente procede da solo la cache copre il 97-98 per cento dei token letti, ma il fabbisogno complessivo resta alto e cresce con ogni agente messo al lavoro.
Perché mancano
Negli ultimi due anni le aziende come OpenAI o Anthropic hanno introdotto limiti di sessione e settimanali perché i modelli superano le capacità dei server. A luglio la società cinese Moonshot ha chiuso le nuove iscrizioni a Kimi K3, il più capace tra i modelli aperti, perché in 48 ore la domanda aveva portato le schede al limite. Microsoft, intanto, ripete ai suoi azionisti da quattro trimestri che la domanda supera la capacità disponibile e il suo amministratore delegato ha raccontato di avere chip in magazzino che non può usare perché mancano edifici finiti e allacciati alla corrente. Quando la capacità aumenta i limiti si alzano e quando scarseggia si abbassano, spesso senza comunicazioni chiare, il comportamento tipico di un mercato razionato.
Anche i prezzi raccontano la scarsità: un megawatt di data center già pieno di schede e funzionante si affitta fino a 50 milioni di dollari all’anno, secondo la società di analisi SemiAnalysis, mentre la corrente che consuma in un anno ne costa meno di uno. Il canone serve soprattutto a pagare le schede e la possibilità di usarle subito, senza aspettare due anni di cantiere. Chi vende i modelli di punta, dal canto suo, trattiene più di 85 dollari ogni 100 incassati, una volta pagata la potenza di calcolo. Prezzi e margini così lontani dai costi sono possibili solo grazie alla scarsità.
Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta hanno in programma circa 725 miliardi di dollari di investimenti per il 2026 (410 nel 2025) e Meta da sola spende in chip più dei 114 miliardi che la Germania destina alla difesa. Quello che scarseggia è il tempo per trasformare quei miliardi in impianti operativi. La lista d’attesa per collegare nuovi impianti alla rete americana superava a fine 2023 i 2.600 gigawatt tra centrali e sistemi di accumulo, più del doppio della capacità già installata, e storicamente solo un progetto su cinque in lista è stato poi costruito. L’attesa tipica per una connessione è passata da meno di due anni all’inizio degli anni Duemila a cinque, per un trasformatore di alta potenza ci vogliono dai tre ai cinque anni e il principale produttore di turbine a gas ha già venduto tutta la produzione fino al 2028. Un cantiere da 50 megawatt richiede circa 600 mila ore di manodopera specializzata secondo SemiAnalysis e dalla prima pietra all’accensione passano 30-35 mesi.
Su un impianto da 100 megawatt, che in dodici anni genera circa 10 miliardi di dollari di valore, un anno di ritardo brucia 543 milioni secondo il Carnegie Endowment, più di quanto costerebbe un raddoppio del prezzo dell’elettricità (441 milioni) e quasi dieci volte il costo del terreno. L’energia pesa per meno del 10 per cento dei ricavi e l’ammortamento delle schede circa sette volte tanto, così a chi costruisce conviene pagare la corrente il doppio pur di accendere un anno prima. Ad Abilene, in Texas, il primo blocco del progetto Stargate fu acceso in 13 mesi, con un permesso per le turbine arrivato in 11 giorni. A Memphis xAI, potendo prelevare dalla rete appena 8 megawatt, ha installato nel cortile 422 megawatt di turbine a gas.
La rivoluzione più importante da internet
I token elaborati dai sistemi di Google sono cresciuti di circa 300 volte tra maggio 2024 e maggio 2026 e i principali fornitori di modelli hanno triplicato gli utenti e quintuplicato i ricavi nell’ultimo anno. Negli Stati Uniti gli investimenti legati all’intelligenza artificiale, circa 1.000 miliardi di dollari l’anno, valgono il 3,5 per cento del PIL e in alcuni trimestri hanno contribuito alla crescita più di tutti i consumi delle famiglie; in Europa e in Giappone gli stessi investimenti non mostrano alcuna accelerazione.
Gli economisti classificano l’intelligenza artificiale generativa come una tecnologia a uso generale, in inglese general purpose technology, la stessa famiglia dell’elettricità e di internet. Una tecnologia del genere entra in quasi tutti i settori e cambia il rendimento degli altri investimenti, ma produce i suoi effetti in ritardo, perché le imprese devono prima riorganizzare i processi attorno allo strumento nuovo, quella che gli economisti chiamano curva a J della produttività. Con i computer andò esattamente così: nel 1987 l’economista Robert Solow scherzò dicendo che l’era informatica si vedeva ovunque tranne che nelle statistiche sulla produttività, poi tra il 1995 e il 2000 la crescita della produttività americana passò dall’1,5 al 2,5 per cento l’anno, trainata proprio dall’informatica, e accelerò ancora nei primi anni Duemila.
Nel 2008 l’iPhone stava in tasca all’1,9 per cento degli americani: le rivoluzioni sembrano piccole mentre accadono. Sul valore economico dell’AI le stime restano lontanissime tra loro. Daron Acemoglu, premio Nobel nel 2024, in un lavoro su Economic Policy mette il guadagno per il PIL americano attorno all’1 per cento in dieci anni, mentre Goldman Sachs prevede un più 7 per cento del prodotto mondiale. Intervistato quest’estate da Tyler Cowen, lo stesso Acemoglu ha detto che oggi rivedrebbe quella stima al rialzo, anche se di poco, perché i modelli sono avanzati più in fretta di quanto si aspettasse. Anche nella lettura economica più cauta la direzione è quella.
Un modello migliore richiede più calcolo durante l’addestramento e, da quando i sistemi ragionano prima di rispondere, anche durante l’uso quotidiano. Più utenti richiedono più schede accese e quindi più megawatt. La forza di un laboratorio dipende ormai dalla quantità di capacità nei data center a cui riesce ad accedere.
L’obiezione della bolla ha un precedente utile nell’Ottocento, quando decine di società ferroviarie americane fallirono, ma i binari rimasero e il traffico arrivò. La fibra posata durante la bolla delle dot-com ha sostenuto internet per i vent’anni successivi. Il commentatore economico americano Noah Smith ricorda che i grandi investitori di quei boom avevano previsto correttamente la domanda, ma avevano sbagliato i tempi. Anche se una parte degli investimenti attuali si rivelasse eccessiva, gli edifici e le linee elettriche resterebbero disponibili.
L’acqua e le altre paure
Un data center consuma acqua soprattutto per raffreddarsi e nel dibattito si confondono spesso due misure. L’acqua prelevata torna quasi tutta ai fiumi e alle falde dopo l’uso, mentre l’acqua consumata è la parte che evapora e non torna. Tutti i data center americani, che in gran parte reggono internet e solo in parte l’intelligenza artificiale, hanno consumato nel 2023 circa 181 milioni di litri al giorno. La sola irrigazione agricola ne consuma, senza restituirli, 277 miliardi al giorno, circa millecinquecento volte tanto; i campi da golf americani ne consumano una trentina di volte tanto e i campi irrigati della sola Arizona settantaquattro. Rispetto a tutta l’acqua che gli Stati Uniti prelevano ogni giorno, i data center valgono meno di un decimo di punto percentuale, secondo il censimento dell’istituto geologico federale.
L’acqua del raffreddamento gira in circuito: assorbe il calore dei chip, in parte evapora nelle torri e per il resto torna in ciclo senza essere contaminata. Il Lawrence Berkeley National Laboratory, nel rapporto preparato per il Congresso a fine 2024, conta 66 miliardi di litri all’anno evaporati dentro gli impianti e quasi 800 miliardi a monte, nelle centrali che producono l’elettricità. Un chilowattora consumato da un data center costa 4,52 litri d’acqua contro i 4,35 della media dei consumi elettrici americani, il 4 per cento in più. Il problema, dove c’è, è locale, perché lo stesso volume che in una contea agricola vale una frazione dell’irrigazione pesa in un bacino già a corto d’acqua. È una questione di sito, che si risolve scegliendo il sito.
Sulla singola domanda a un modello le stime divergono: Google misura circa 2 millilitri d’acqua per richiesta, mentre un gruppo dell’Università della California arriva a mezzo litro contando anche l’acqua delle centrali. Sull’elettricità una richiesta tipica a Gemini costa 0,24 wattora secondo Google, quanto nove secondi di televisione, un valore sceso di 33 volte in un anno. Un video di cinque secondi, però, costa quasi un chilowattora e un agente che lavora per ore consuma come un elettrodomestico.
In aggregato i data center hanno usato nel 2024 l’1,5 per cento dell’elettricità mondiale, diretti verso il 3 per cento nel 2030 secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, e le emissioni valgono circa mezzo punto della CO₂ globale, contro il 2,4 per cento dell’aviazione. Sono numeri in crescita e la risposta più efficace sta nei grandi impianti moderni. L’efficienza si misura con il PUE, il rapporto tra l’elettricità totale che entra nell’impianto e quella che arriva ai soli server, e i campus nuovi stanno tra 1,14 e 1,22 contro l’1,91 dei classici server aziendali.
Sul suolo, i lotti di tutti i data center americani copriranno al 2028 circa 3.600 chilometri quadrati, più o meno quanto il Rhode Island, il più piccolo stato americano, e gli edifici veri e propri appena 65, stima un analista americano; il mais coltivato per l’etanolo da benzina occupa da solo l’1,5 per cento degli Stati Uniti continentali. A Loudoun County, in Virginia, la contea più densa di data center al mondo, gli impianti occupano il 3 per cento del suolo e versano il 38 per cento delle entrate fiscali locali.
Sulle bollette tre economisti dell’EPRI, l’istituto di ricerca del settore elettrico americano, stimano in uno studio che ogni raddoppio della capacità dei data center abbia fatto scendere le tariffe residenziali americane del 3,5 per cento tra il 2015 e il 2024. Una rete è fatta di costi fissi e un cliente grande e costante li spalma su più chilowattora, come un condominio che divide le spese su più teste. Nel mercato PJM, la rete che serve tredici stati americani dell’Est, il controllore indipendente dei prezzi ha però attribuito ai data center il 63 per cento del rincaro dell’asta di capacità 2025/2026, quella con cui la rete prenota in anticipo la potenza per i momenti di picco: 9,3 miliardi di dollari, in gran parte per impianti ancora sulla carta. La soluzione è far pagare la rete ai grandi consumatori con contratti e garanzie. Anthropic si è già impegnata a coprire gli eventuali aumenti di bolletta causati dai suoi impianti negli Stati Uniti.
Il rumore, infine, è la lamentela più concreta nelle contee americane dense di impianti: il ronzio continuo dei sistemi di raffreddamento arriva alle case vicine tra i 40 e i 60 decibel, dal livello di una casa silenziosa a quello di una conversazione a tre metri, e il caso peggiore documentato in Virginia, 52 decibel, rispettava comunque il limite locale di 55. Dietro c’è soprattutto un vuoto di regole: gli Stati Uniti non hanno limiti federali sul rumore dal 1982 e a Chandler, in Arizona, anni di proteste contro un data center non hanno prodotto una multa, perché l’ordinanza comunale non conteneva un solo valore in decibel.
In Italia le regole che le contee americane stanno scrivendo ora esistono dalla fine degli anni Novanta: limiti nazionali per zone, 45 decibel notturni nelle aree residenziali, il divieto di alzare di oltre 3 decibel il rumore di fondo percepito in casa di notte e una penalità specifica per i ronzii a bassa frequenza. L’unico scontro italiano di rilievo si è infatti consumato nelle carte. A Pomezia un parere negativo sul rumore dei gruppi elettrogeni ha fatto revocare l’autorizzazione già concessa al campus TIM, riottenuta a gennaio dopo le modifiche al progetto.
Dove si costruisce davvero
Gli Stati Uniti assorbono il 45 per cento dell’elettricità mondiale dei data center e tra il 2015 e il 2024 hanno acceso 21,3 gigawatt di nuova capacità; nei mercati principali lo spazio rimasto sfitto è all’1,4 per cento, un minimo storico. Hanno fatto in fretta anche grazie alle regole: a Loudoun County per oltre un decennio i data center si sono costruiti by-right, cioè senza un voto discrezionale della contea quando il progetto rispettava il piano urbanistico, un regime chiuso nel marzo 2025. Per Gallup il 71 per cento degli americani è contrario a un impianto vicino a casa, sopra il 63 per cento che l’opposizione al nucleare toccò nel 2001, e nell’ultimo anno New York ha imposto una moratoria sugli impianti più grandi mentre il Texas ha annunciato una pausa.
L’Europa consuma il 15 per cento dell’elettricità mondiale dei data center ma ospita meno del 5 per cento del calcolo di frontiera. Gli operatori intervistati da Silicon Continent, un sito di analisi sull’economia europea, dicono tutti la stessa cosa: senza sussidi gli impianti di grande taglia qui non si costruiscono, per il prezzo dell’energia e per la densità abitativa. Le imprese americane temono anche il rischio politico, cioè regole su diritto d’autore e tasse che cambiano a investimento fatto. Il più grande data center europeo sta nascendo a Sines, in Portogallo, perché dove l’energia costa meno i privati costruiscono da soli. Nei primi quattro mesi del 2026 l’elettricità all’ingrosso costava 44 euro al megawattora in Spagna contro 127 in Italia.
In Italia l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano conta 609 megawatt installati a fine 2025 (307 nel 2021), con 83 progetti e 25,4 miliardi di euro annunciati per il triennio 2026-2028, per il 72 per cento da operatori internazionali al debutto nel paese. Milano concentra il 68 per cento della potenza nazionale (414 megawatt) e punta al gigawatt entro il 2028, la taglia di un singolo campus americano.
La domanda per costruire c’è, almeno sulla carta: al 30 giugno i data center avevano chiesto a Terna connessioni alla rete per 96 gigawatt, circa il 70 per cento di tutta la potenza di generazione installata nel paese, al ritmo di 6 gigawatt in più al mese. L’Osservatorio del Politecnico li chiama “numeri ben distanti dai valori reali”, perché Terna è obbligata ad accettare ogni richiesta sopra i 10 megawatt senza valutarne la fattibilità. I progetti davvero pronti a partire valgono 1,7 gigawatt e la stessa Terna prevede che entro il 2030 se ne accenderanno tra 1,5 e 3.
Il decreto Bollette di quest’anno ha creato un’autorizzazione unica che riunisce in un solo procedimento anche la valutazione ambientale, con un tetto di dieci mesi prorogabile al massimo di tre. La Lombardia, con la legge 11 del 2026, ha dato priorità alle aree dismesse e vietato il prelievo dagli acquedotti per il raffreddamento, con oneri fino al 200 per cento su chi consuma suolo agricolo. La direttiva europea sull’efficienza energetica impone poi a ogni impianto sopra i 500 chilowatt di dichiarare ogni anno consumi ed efficienza, acqua compresa. Sono vincoli che i campus americani in gran parte non hanno e l’impianto europeo medio nasce così più piccolo e più controllato.
Il resto del continente, semmai, stringe di più: i Paesi Bassi dal 2024 vietano in via permanente i campus più grandi, quelli chiamati hyperscale, fuori da due siti designati, mentre l’Irlanda concede nuovi allacci ai grandi consumatori solo a chi arriva con una produzione di corrente propria e rinnovabili aggiuntive. La Germania pretende dai data center nuovi un’efficienza minima e, dal 2027, elettricità tutta rinnovabile, mentre Francoforte li ammette solo nelle zone disegnate su mappa. Sui tempi di collegamento alla rete il confronto del Carnegie Endowment dà all’Italia meno di tre anni, contro i circa sette della Germania e i dieci dei Paesi Bassi. Le stime fatte in Italia per le grandi utenze industriali, però, allungano l’attesa fino a sette anni.
In conclusione
L’intelligenza artificiale è la tecnologia più importante arrivata dopo internet. Questa tecnologia vive in capannoni pieni di schede grafiche e quei capannoni oggi mancano, tanto che chi li ha raziona l’accesso. Le paure che riempiono il dibattito, a partire dall’acqua, valgono decimali di punto percentuale davanti ai consumi di un paese intero. I problemi veri, cioè i tempi di allaccio, il prezzo dell’energia, la distanza dalle case e la ripartizione dei costi di rete, sono questioni amministrative che altri paesi stanno già affrontando.
L’Italia ha, almeno sulla carta, tempi di allaccio alla rete tra i più brevi d’Europa, un’autorizzazione unica appena entrata in vigore e una legge che già prevede tutele su acqua e suolo, ma paga l’elettricità quasi il triplo della Spagna e ospita una frazione minima del calcolo mondiale. Dovremmo costruire più data center nelle aree già cementate e lontano dalle case, con la rete pagata da chi la usa e regole stabili nel tempo; l’alternativa è quella di sempre, cioè essere clienti dell’infrastruttura che altri hanno avuto il permesso di costruire. Sperando che nessuno decida mai di staccarci l’accesso.




