Perché le vacanze estive scolastiche sono troppo lunghe
Le tredici settimane di vacanza andrebbero accorciate e redistribuite sul resto dell'anno
Le vacanze estive degli studenti italiani durano circa tredici settimane, da metà giugno a metà settembre, le più lunghe tra i grandi paesi europei. Eppure l’Italia fissa per legge almeno duecento giorni di lezione all’anno, uno dei valori più alti del continente, e i suoi studenti passano sui banchi più tempo di quasi tutti i coetanei europei. I due dati sembrano contraddirsi e ogni estate torna l’equivoco che un’estate così lunga significhi meno scuola.
Da una parte c’è chi difende l’estate lunga, dall’altra chi vorrebbe accorciarla per ridurre le disuguaglianze e venire incontro alle famiglie che lavorano. Negli ultimi vent’anni diversi ministri, di destra e di sinistra, hanno annunciato di voler riformare il calendario e ogni volta tutto è tornato come prima. Il tema è riemerso nel gennaio 2026, quando la ministra del Turismo Daniela Santanchè ha proposto di togliere dieci giorni all’estate e ridistribuirli durante l’anno, mentre in Francia Emmanuel Macron ha annunciato di voler portare la pausa estiva a quattro o sei settimane entro il 2027.
Accorciare l’estate, va detto subito, non farebbe imparare di più. La ricerca degli ultimi anni è abbastanza netta su questo punto. Una ragione per farlo però esiste, di tipo diverso. Tre mesi di vuoto pesano soprattutto sui bambini che a casa non hanno con cosa riempirli e si conciliano male con due genitori che lavorano.
Tredici settimane d’estate e poco nel resto dell’anno
In Europa le vacanze estive vanno dalle sei alle tredici settimane. A raccogliere i dati è Eurydice, la rete della Commissione europea che mette a confronto i sistemi scolastici del continente. L’Italia sta in cima, con circa novantacinque giorni di chiusura, in compagnia di Grecia, Portogallo, Lettonia e Lituania. Tra i grandi paesi nessuno le si avvicina: la Spagna arriva a undici settimane, la Francia a otto, Germania e Paesi Bassi si fermano a sei.
La differenza con gli altri non sta nel numero di giorni di lezione, ma nel ritmo. L’Italia comprime i suoi duecento giorni tra metà settembre e metà giugno, con poche interruzioni. A Natale due settimane, a Pasqua sei giorni, poi qualche festa nazionale sparsa. Tutto il riposo che gli altri spalmano lungo l’anno, in Italia si accumula in un unico blocco estivo.
Il conteggio in giorni di lezione va però maneggiato con prudenza, perché un giorno di scuola non dura uguale ovunque. In Italia parte delle scuole fa lezione anche il sabato, altre concentrano le stesse ore in cinque giorni più lunghi, mentre in molti paesi la settimana è sempre di cinque. Allo stesso tempo, misurata in ore di lezione invece che in giorni, l’Italia sta sopra la media dei paesi OCSE, con circa 917 ore l’anno alla primaria contro 804 e 990 alle medie contro 909.
La Francia invece, oltre alle otto settimane d’estate, prevede quattro vacanze di circa due settimane ciascuna, in autunno, a Natale, a febbraio e in primavera. La Germania affianca all’estate corta una pausa autunnale, due settimane a Natale, una a febbraio e i giorni di Pentecoste, con date scaglionate tra i sedici Länder per non riversare tutti sulle strade nello stesso momento. La Danimarca tiene le scuole aperte circa duecento giorni come l’Italia, ma sceglie un’estate di sei settimane più quattro pause distribuite nei mesi freddi. Tra i grandi paesi solo la Spagna somiglia all’Italia e concentra il riposo in un’estate lunga.
A parità di giorni di scuola, insomma, Danimarca e Italia organizzano l’anno in due modi opposti. La lunghezza dell’estate italiana non è una necessità, è una scelta. Accorciarla non vorrebbe dire studiare di più, ma spostare qualche settimana di vacanza da luglio e agosto verso l’autunno e l’inverno.
La perdita di quello che si è studiato
L’argomento più citato a favore di un’estate più corta è la perdita di apprendimento estiva, in inglese summer learning loss. L’idea alla base è che dopo tre mesi lontani dalla scuola gli studenti dimenticano una parte di ciò che avevano imparato. La misura più nota viene da una meta-analisi del 1996; in media, ogni estate i ragazzi tornano in classe avendo perso l’equivalente di circa un mese di scuola, con un calo più netto in matematica che in lettura. I dati più recenti, basati su oltre duecento milioni di test statunitensi, confermano l’ordine di grandezza, perché ogni estate lo studente medio perde tra un quarto e un terzo dei progressi fatti in matematica durante l’anno.
A lungo a questo dato se n’è aggiunto un altro, più politico, secondo cui l’estate sarebbe uno dei grandi motori della disuguaglianza scolastica. Durante l’anno i figli delle famiglie povere e quelli delle famiglie agiate imparavano a ritmi simili. D’estate i primi si fermavano mentre i secondi continuavano grazie a libri, viaggi e campi. È la metafora del rubinetto, ricavata negli anni Ottanta da uno studio su 790 bambini di Baltimora. Questa è stata la versione dominante per vent’anni, ma negli ultimi quindici dati migliori l’hanno smontata. La perdita dipende moltissimo da quale test si usa, al punto che a seconda del metodo le stime passano da valori trascurabili a valori allarmanti. Lo stesso Paul von Hippel, tra i primi a documentare l’allargamento estivo del divario, ha ritrattato la tesi più forte. Con misure più solide il distacco tra ricchi e poveri si forma quasi tutto prima dell’ingresso a scuola e da lì resta stabile, estati comprese.
Il punto a cui è arrivata la ricerca è più sfumato. La perdita media esiste e si vede su quasi tutti i test, ma pesa sulle disuguaglianze molto meno di quanto si pensava. Cambiare la forma del calendario, da solo, non la riduce. Negli esperimenti in cui lo stesso numero di giorni viene ridistribuito sull’anno, con un’estate più corta e più pause negli altri mesi, i risultati medi non migliorano. A fare la differenza è il contenuto dell’estate, non la sua lunghezza.
Funzionano semmai le attività per i ragazzi più a rischio, dai programmi intensivi di recupero fino a misure semplici come regalare libri da leggere in vacanza, una spesa di pochi euro che aiuta i bambini delle famiglie a basso reddito. La prova italiana più solida lo conferma. Arcipelago Educativo, un programma di Save the Children e Fondazione Agnelli, offre agli studenti più fragili alcune settimane di scuola estiva gratuita. L’edizione del 2022, valutata in modo indipendente dall’IRVAPP della Fondazione Bruno Kessler, ha messo a confronto i ragazzi che avevano seguito il programma con quelli rimasti all’estate normale. I secondi, alla riapertura, avevano perso terreno in tutte le materie. I primi, dopo cento ore di attività, erano cresciuti dell’equivalente di due mesi di scuola in matematica e di tre mesi e mezzo in italiano.
Contro la perdita di apprendimento, insomma, la leva è riempire l’estate, non accorciarla. Per capire perché conviene comunque accorciarla bisogna guardare altrove, a chi resta a casa quando la scuola chiude e a chi quella casa la deve reggere mentre lavora.
Il vero costo dell’estate lunga
Tre mesi senza scuola sono tre mesi che le famiglie devono coprire da sole. Per chi può permetterselo la soluzione è il centro estivo, che però costa molto. Secondo i dati di Federconsumatori, nel 2025 un mese a tempo pieno arriva a 744 euro a figlio nelle strutture private e a 396 euro in quelle pubbliche. Una famiglia con due figli che deve coprire anche solo otto o dieci settimane può arrivare a spendere tra i 1.500 e i 3.000 euro, una cifra fuori portata per chi ha redditi bassi. Il peso è maggiore proprio dove i redditi sono più bassi, perché al Sud i centri estivi pubblici sono meno diffusi e le famiglie restano più spesso senza alternative.
Quando la scuola chiude, qualcuno in famiglia deve farsi carico dei figli, quasi sempre la madre. Diverse ricerche mostrano che nei mesi estivi l’occupazione femminile cala, un effetto documentato negli Stati Uniti e ritrovato in Europa. Uno studio sul Cile ha mostrato che orari scolastici più lunghi migliorano la qualità del lavoro delle madri e riducono la probabilità che accettino impieghi precari o a tempo parziale subìto. In Italia il problema parte da più lontano, perché il tasso di occupazione femminile è il più basso dell’Unione europea, intorno al 57 per cento tra i 20 e i 64 anni contro una media del 71 per cento.
È evidente come l’estate lunga non pesi su tutti allo stesso modo. Chi ha redditi alti paga centri estivi, vacanze e attività, chi non li ha lascia i figli a casa. La disuguaglianza che la scuola estiva non spiega più sul piano dei voti riemerge qui, sul piano del tempo e delle risorse. È questa, più della perdita di apprendimento, la ragione per accorciare l’estate.
Il caldo non è una buona scusa
Accorciare l’estate vuol dire tenere le aule aperte in settimane più calde, a fine giugno o a fine agosto. Qui l’ostacolo diventa concreto. In quei mesi nelle aule italiane si superano i 30 gradi e le scuole non sono attrezzate. Secondo gli open data del Ministero dell’Istruzione, su oltre 61 mila edifici scolastici appena il 6,5 per cento ha i condizionatori e per il resto la refrigerazione non è garantita.
Climatizzare le aule costerebbe però poco. I locali da raffrescare sono stimati intorno ai 360 mila e, a 500 o 600 euro a macchina, la spesa iniziale si aggira tra i 180 e i 210 milioni di euro. Anche raddoppiando la stima, per gli impianti più complessi e la manutenzione, si resta intorno ai 400 milioni, una frazione quasi invisibile dentro una spesa pubblica che supera i mille miliardi l’anno. Il caldo, del resto, non è un problema solo italiano. Altrove non è bastato a giustificare tre mesi di chiusura.
In conclusione
Il calendario italiano non è il segno di una scuola che lavora poco, ma di una scuola che concentra tutto il riposo in un solo momento dell’anno. È questa concentrazione, più della quantità di vacanza, a creare problemi. Tre mesi di fila sono difficili da coprire per chi lavora e lunghi da attraversare per chi a casa non trova né libri né attività.
I due problemi che l’estate lunga porta con sé chiedono strumenti diversi. Contro la perdita di apprendimento la strada è riempire l’estate con i programmi mirati che funzionano per i ragazzi più fragili. Contro il costo che ricade sulle famiglie e contro il tempo vuoto la strada è accorciarla, spostando qualche settimana verso l’autunno e l’inverno come fanno Francia, Germania e Danimarca. Aver confuso le due cose e aver chiesto all’estate corta di alzare i voti ha bloccato la discussione per vent’anni.
Resta l’obiezione del caldo, l’unica davvero concreta. Ma raffrescare le aule costa una frazione minima del bilancio dello Stato, mentre tenere i ragazzi a casa per tre mesi è un modo molto più caro per non affrontare il problema. La lunghezza dell’estate italiana è una scelta. E come ogni scelta, può essere cambiata.





Ottimo articolo. Vivo in Baviera e le ferie scolastiche sono distribuite durante l'anno. Si va a scuola fino alla fine di luglio, dove comunque la temperatura non tocca i 30 gradi. Interessante punto sul Klimaanlage, forse i costi della climatizzazione potrebbero essere inferiori ai costi dei centri estivi.
Vivo in un posto in cui le ferie estive sono relativamente poche, ma ci sono vari momenti durante l'anno in cui i ragazzi hanno 1/2 settimane di ferie.
Dal punto di vista familiare non è affatto semplice: in questi periodi gestire i figli diventa un problema, i genitori lavorano e uno dei due deve restare a casa.