Interessante. Sovrastimare la propria esperienza, in generale, è una pecca nella comunicazione; a maggior ragione, poi, se si parla di persuasività poiché è l'esperienza dell'altro - e quindi la propria attitudine all'ascolto - a potenziare la capacità di comunicare.
In sociologia politica non è affatto una novità: la teoria degli effetti limitati delle campagne elettorali risale agli anni '40 (ha circa 80 anni) con Paul Lazarsfeld. Il punto è che l'ecosistema sta cambiando: abbiamo studi sempre più efficaci che riguardano il micro, se non il nano, targeting, cioè messaggi personalizzati per piccolissimi gruppi di individui o, addirittura, uno solo. I big data e l'AI rendono possibile, già oggi, fare questo. Ciò che, nel 2026, ancora ci salva è la barriera all'ingresso: il costo di avere questi dati, che sono in mano a poche aziende private come Meta, e di saperli usare è astronomico. Cambridge Analytica docet. Tra l'altro, alcuni governi sono già in grado di usare strumenti alternativi quando si concentrano sugli opinion leader chiave (come possono essere Travaglio e Di Battista in Italia) e un uso massiccio di bot, siti di disinformazione. La Brexit non fu un caso.
Grazie per questo report. Anch'io pensavo fosse una bassa o mancante competenza di quelli che lavorano dietro le quinte per preparare gli interventi. Sono stata responsabile marketing in una multinazionale e fatto diversi corsi di comunicazione.
Una mia riflessione in merito: credo che sempre più gli "ascoltatori" siano comunque sempre più “distratti” ed abbiano la sensazione di sentirsi dire sempre le stesse cose, quindi lontani dall’ascoltare. A livello lavorativo l’esperienza mi ha sempre ripagato nella relazione personale, piuttosto che tutte le spiegazioni, bla bla, bla, sull' argomento.
Ll’empatia non esiste più da tempo e quindi la capacità di creare relazione. La tecnica di comunicazione è “tecnica” ma manca di costrutto.
E poi un'altra cosa importante che si sottovaluta è che l'ascoltatore senza rendersene conto "sente" chi parla in modo vero e di cose vere, percepisce la verità, non il teatro!
Molto interessante. Non conosco molto le campagne elettorali all’estero, ma per quanto riguarda l’Italia trovo molto scadente la qualità oratorio/ persuasiva della stragrande maggioranza dei nostri politici che si fermano a degli slogan o banali ( chi non vuole una società migliore, una
miglior sanità,una migliore istruzione?) o addirittura mistificanti la realtà a cui viene risposto con altrettanta partigianeria,trasformando il dibattito politico in una rissa tra tifosi.
Non penso siano molti che si rendono conto di questa situazione,dimenticando che la retorica,nel vero senso del termine,era la prima arte che veniva insegnata nel,’antica Roma.
Probabilmente non ho ben colto il senso dello studio.
Se è difficile prevedere l'impatto di un messaggio nel far cambiare idea e portare dalla propria parte gli elettori, allora la crescita di consensi di un partito come AFD, o da noi Lega e 5s, è una casualità che accoppia il messaggio giusto al momento giusto su un elettorato ricettivo per fattori esterni al messaggio ed a quello che c'è dietro.
Articolo molto interessante, soprattutto per il dato controintuitivo dove esperienza e sicurezza non migliorano davvero la capacità di prevedere cosa persuaderà gli elettori.
Certo, sarebbe stato utile approfondire il dato anche sul lungo periodo, quindi non solo lo spostamento "immediato" di opinione, ma la capacità di produrre effetti cumulativi nel tempo: ricordiamoci che vi è sempre una maggior resistenza nel cambiare idea, rispetto a quella di farsene una da zero.
L'utilizzo di mezzi, analisi e dati più tecnici certo può aiutare, ma qui si apre anche una questione etico-politica: si promuove un’idea o ciò che statisticamente massimizza le probabilità di vittoria? Quanto questi dati riescono davvero a evitare distorsioni legate a contesti contingenti e background culturali specifici?
Peccato che non ci siano studi simili applicati al contesto italiano, dove la comunicazione è meno strutturata ma più simbolica ma non sarei molto sicura che possano dare risultati analoghi nel nostro paese, proprio in virtù di quei "cluster" che rendono i nostri elettori diversi da quelli americani (US) e da quelli britannici.
"Si promuove un’idea o ciò che statisticamente massimizza le probabilità di vittoria?". Però è così anche adesso, basta vedere la campagna sul referendum, dove da una parte è diventata una campagna sull'immigrazione e dall'altra una sulla fine della democrazia, perché entrambi sono convinti che questo massimizzi le probabilità di vittoria rispetto a parlare del vero tema.
Hai ragione, certo, il punto di arrivo è il medesimo ma il percorso è differente e questo cambia non poco. Se da una parte vediamo una società come quella statunitense basarsi su dati, analisi etc. da noi si va a “braccio”. Mi spiego
L’assenza di strumenti solidi spinge le strategie a basarsi più su percezioni e stereotipi che su evidenze e in un paese come il nostro questo attecchisce facilmente, perché gli schieramenti conservano ancora una forte matrice ideologica, un retaggio. Ed anche se il sistema ideologico ha dimostrato i suoi scricchiolamenti dagli anni 60 in poi (alcuni studiosi lo mettono già in totale discussione già negli anni 50), i nostri attuali partiti, con dovute eccezioni, conservano il loro retaggio. La campagna referendaria che citi è un buon esempio di questa dinamica, tanto è vero che ci si stupisce di chi a sx applaude il SI.
In altri paesi, anche nella stessa Europa l’ideologia è più debole (eccezione ne fanno i temi immigratori) la competizione si gioca maggiormente su segmenti di elettorato mobili e su temi concreti, analizzati in modo più sistematico. Anche lì si punta a massimizzare la vittoria, ma attraverso un uso più strutturato dei dati. Per esempio pensiamo alle campagne nel Regno Unito o ai Paesi Bassi, dove il testing dei messaggi è più diffuso e favorisce politiche più pragmatiche che di schieramento ( sono conscia che questo non elimina la propaganda, ovviamente, ma ne cambia almeno in parte le modalità)
Interessante. Sovrastimare la propria esperienza, in generale, è una pecca nella comunicazione; a maggior ragione, poi, se si parla di persuasività poiché è l'esperienza dell'altro - e quindi la propria attitudine all'ascolto - a potenziare la capacità di comunicare.
In sociologia politica non è affatto una novità: la teoria degli effetti limitati delle campagne elettorali risale agli anni '40 (ha circa 80 anni) con Paul Lazarsfeld. Il punto è che l'ecosistema sta cambiando: abbiamo studi sempre più efficaci che riguardano il micro, se non il nano, targeting, cioè messaggi personalizzati per piccolissimi gruppi di individui o, addirittura, uno solo. I big data e l'AI rendono possibile, già oggi, fare questo. Ciò che, nel 2026, ancora ci salva è la barriera all'ingresso: il costo di avere questi dati, che sono in mano a poche aziende private come Meta, e di saperli usare è astronomico. Cambridge Analytica docet. Tra l'altro, alcuni governi sono già in grado di usare strumenti alternativi quando si concentrano sugli opinion leader chiave (come possono essere Travaglio e Di Battista in Italia) e un uso massiccio di bot, siti di disinformazione. La Brexit non fu un caso.
Grazie per questo report. Anch'io pensavo fosse una bassa o mancante competenza di quelli che lavorano dietro le quinte per preparare gli interventi. Sono stata responsabile marketing in una multinazionale e fatto diversi corsi di comunicazione.
Una mia riflessione in merito: credo che sempre più gli "ascoltatori" siano comunque sempre più “distratti” ed abbiano la sensazione di sentirsi dire sempre le stesse cose, quindi lontani dall’ascoltare. A livello lavorativo l’esperienza mi ha sempre ripagato nella relazione personale, piuttosto che tutte le spiegazioni, bla bla, bla, sull' argomento.
Ll’empatia non esiste più da tempo e quindi la capacità di creare relazione. La tecnica di comunicazione è “tecnica” ma manca di costrutto.
E poi un'altra cosa importante che si sottovaluta è che l'ascoltatore senza rendersene conto "sente" chi parla in modo vero e di cose vere, percepisce la verità, non il teatro!
Molto interessante. Non conosco molto le campagne elettorali all’estero, ma per quanto riguarda l’Italia trovo molto scadente la qualità oratorio/ persuasiva della stragrande maggioranza dei nostri politici che si fermano a degli slogan o banali ( chi non vuole una società migliore, una
miglior sanità,una migliore istruzione?) o addirittura mistificanti la realtà a cui viene risposto con altrettanta partigianeria,trasformando il dibattito politico in una rissa tra tifosi.
Non penso siano molti che si rendono conto di questa situazione,dimenticando che la retorica,nel vero senso del termine,era la prima arte che veniva insegnata nel,’antica Roma.
Probabilmente non ho ben colto il senso dello studio.
Se è difficile prevedere l'impatto di un messaggio nel far cambiare idea e portare dalla propria parte gli elettori, allora la crescita di consensi di un partito come AFD, o da noi Lega e 5s, è una casualità che accoppia il messaggio giusto al momento giusto su un elettorato ricettivo per fattori esterni al messaggio ed a quello che c'è dietro.
Articolo molto interessante, soprattutto per il dato controintuitivo dove esperienza e sicurezza non migliorano davvero la capacità di prevedere cosa persuaderà gli elettori.
Certo, sarebbe stato utile approfondire il dato anche sul lungo periodo, quindi non solo lo spostamento "immediato" di opinione, ma la capacità di produrre effetti cumulativi nel tempo: ricordiamoci che vi è sempre una maggior resistenza nel cambiare idea, rispetto a quella di farsene una da zero.
L'utilizzo di mezzi, analisi e dati più tecnici certo può aiutare, ma qui si apre anche una questione etico-politica: si promuove un’idea o ciò che statisticamente massimizza le probabilità di vittoria? Quanto questi dati riescono davvero a evitare distorsioni legate a contesti contingenti e background culturali specifici?
Peccato che non ci siano studi simili applicati al contesto italiano, dove la comunicazione è meno strutturata ma più simbolica ma non sarei molto sicura che possano dare risultati analoghi nel nostro paese, proprio in virtù di quei "cluster" che rendono i nostri elettori diversi da quelli americani (US) e da quelli britannici.
"Si promuove un’idea o ciò che statisticamente massimizza le probabilità di vittoria?". Però è così anche adesso, basta vedere la campagna sul referendum, dove da una parte è diventata una campagna sull'immigrazione e dall'altra una sulla fine della democrazia, perché entrambi sono convinti che questo massimizzi le probabilità di vittoria rispetto a parlare del vero tema.
Hai ragione, certo, il punto di arrivo è il medesimo ma il percorso è differente e questo cambia non poco. Se da una parte vediamo una società come quella statunitense basarsi su dati, analisi etc. da noi si va a “braccio”. Mi spiego
L’assenza di strumenti solidi spinge le strategie a basarsi più su percezioni e stereotipi che su evidenze e in un paese come il nostro questo attecchisce facilmente, perché gli schieramenti conservano ancora una forte matrice ideologica, un retaggio. Ed anche se il sistema ideologico ha dimostrato i suoi scricchiolamenti dagli anni 60 in poi (alcuni studiosi lo mettono già in totale discussione già negli anni 50), i nostri attuali partiti, con dovute eccezioni, conservano il loro retaggio. La campagna referendaria che citi è un buon esempio di questa dinamica, tanto è vero che ci si stupisce di chi a sx applaude il SI.
In altri paesi, anche nella stessa Europa l’ideologia è più debole (eccezione ne fanno i temi immigratori) la competizione si gioca maggiormente su segmenti di elettorato mobili e su temi concreti, analizzati in modo più sistematico. Anche lì si punta a massimizzare la vittoria, ma attraverso un uso più strutturato dei dati. Per esempio pensiamo alle campagne nel Regno Unito o ai Paesi Bassi, dove il testing dei messaggi è più diffuso e favorisce politiche più pragmatiche che di schieramento ( sono conscia che questo non elimina la propaganda, ovviamente, ma ne cambia almeno in parte le modalità)