Perché conviene liberalizzare le professioni
In Italia un occupato su quattro lavora in una professione regolamentata. L’abilitazione alza i redditi di chi la ottiene, ma i benefici per i clienti restano difficili da misurare.
Uno studio pubblicato a luglio 2026 dalla Federal Reserve di Minneapolis ha misurato per la prima volta in modo comparabile, in 44 paesi, quanti lavoratori hanno bisogno di un permesso pubblico per esercitare il proprio mestiere. In media è circa uno su quattro, con una forbice che va dal 14 per cento della Danimarca a oltre il 40 per cento di India e Sudafrica: la Francia si ferma al 16 per cento, l’Italia al 19, gli Stati Uniti al 28 e la Germania al 33.
La licenza professionale, in inglese occupational licensing, è l’obbligo di legge per cui certe attività possono essere svolte solo da chi ha ottenuto un’abilitazione pubblica, di norma con un titolo di studio dedicato, un esame di Stato, un tirocinio e l’iscrizione a un albo. Non è la certificazione volontaria, che attesta una competenza ma lascia il mercato aperto a tutti: dove c’è una licenza, esercitare senza è illecito. In Italia rientrano nella categoria le professioni ordinistiche, da medici e avvocati fino a notai e commercialisti, e decine di mestieri regolati da patentini e registri.
Un lavoratore su quattro, nel mondo, lavora dietro un permesso pubblico, eppure delle licenze si discute poco. I governi le giustificano con la protezione di clienti e pazienti; la ricerca economica le studia da decenni come barriere all’entrata. Nei paesi che le hanno allentate si può vedere chi ha ragione.
Il permesso di lavorare
Il modo standard di contare i lavoratori con licenza viene da uno studio del 2013 di Morris Kleiner e Alan Krueger, gli economisti che hanno aperto il campo, e si basa su una doppia domanda: serve una licenza pubblica per il tuo lavoro? E una persona senza quella licenza potrebbe farlo legalmente? Conta come abilitato in senso stretto solo chi risponde sì alla prima e no alla seconda, perché la sua attività è riservata per legge. Negli Stati Uniti si trova in questa condizione circa un lavoratore su quattro, mentre negli anni Cinquanta era uno su venti.
L’espansione americana è speculare al declino dei sindacati: la quota di iscritti al sindacato scendeva da oltre il 30 per cento a poco più del 10, quella degli abilitati saliva verso il 25; le due curve si sono incrociate a metà degli anni Ottanta. La somiglianza ha una spiegazione: licenza e sindacato sono, economicamente, due strade per lo stesso obiettivo, cioè salari più alti e protezione dalla concorrenza, tanto che il vantaggio economico di chi ha la licenza è paragonabile a quello di chi è iscritto a un sindacato. Con il declino della contrattazione collettiva molte categorie hanno cambiato strada: invece di negoziare aumenti con i datori di lavoro, hanno chiesto ai parlamenti statali di riservare il mestiere a chi ha il patentino.
Una ricostruzione storica di oltre 250 occupazioni tra il 1870 e il 2020 conferma che a spingere la crescita sono state le leggi: senza le norme approvate dopo il 1950 la copertura americana sarebbe salita appena al 12 per cento, la metà di quella effettiva. Il ruolo delle categorie si vede nei tempi: quando in uno Stato nasce l’associazione di un mestiere, la probabilità che quel mestiere venga regolato entro cinque anni sale di 20 punti percentuali. Una volta introdotte, le regole restano: in centocinquant’anni meno del 5 per cento è stato abrogato.
I paesi che fanno più uso di licenze hanno in media un PIL pro capite più basso e una maggiore economia informale, con una qualità della regolazione peggiore, secondo lo stesso studio della Fed di Minneapolis. Gli autori avvertono che si tratta di correlazioni descrittive, senza una direzione causale accertata, ma la mappa smentisce l’idea che il permesso di lavorare sia un tratto tipico delle economie avanzate.
Quando il controllore coincide con il controllato
La giustificazione economica delle licenze parte da un problema descritto da George Akerlof nel 1970 prendendo a esempio le auto usate. In gergo americano lemon, è l’auto che si rivela difettosa dopo l’acquisto: solo il venditore sa se la macchina è un affare o una fregatura, quindi il compratore, che non può distinguere, offre al massimo un prezzo da qualità media. A quel prezzo chi ha un’auto buona rinuncia a vendere, sul mercato restano le fregature e la qualità media scende ancora. Il ragionamento vale per tutti i servizi la cui qualità si scopre solo dopo, come una diagnosi o una difesa in tribunale: una soglia minima di competenza fissata per legge dovrebbe spezzare la spirale; fu lo stesso Akerlof, del resto, a elencare le licenze di medici e avvocati tra i possibili rimedi. Nelle attività in cui un errore ricade su terzi, dalla sala operatoria al cantiere, si aggiunge poi un argomento di sicurezza.
Il rovescio della medaglia sta in chi amministra la soglia: negli Stati Uniti lo fanno circa 2 mila board statali e nell’85 per cento dei casi la legge impone che la maggioranza dei seggi vada a membri della professione regolata, così che a decidere chi può entrare sono i concorrenti di chi chiede di entrare. Rebecca Haw Allensworth, giurista della Vanderbilt University, ha passato anni ad assistere alle riunioni di questi organismi e le ha raccontate in un libro uscito nel 2025, The Licensing Racket.
Il dato più eloquente del libro riguarda la disciplina: il board del Tennessee che vigila sugli installatori di allarmi è dieci volte più propenso a procedere contro chi lavora senza licenza che contro chi lavora male; un doppio standard simile, con intensità minori, torna in professione dopo professione. Verso gli iscritti prevale invece l’indulgenza, anche nei casi estremi: un neurochirurgo di Dallas soprannominato Dr. Death mutilò o uccise 33 dei 37 pazienti che operò alla colonna vertebrale e a fermarlo fu un processo penale, dopo anni in cui il suo board aveva lasciato correre; in Tennessee un medico con quattro procedimenti disciplinari alle spalle e un arresto per spaccio di oppioidi fu riabilitato dal board nel 2019. I requisiti d’ingresso intanto si muovono in una direzione sola: le ore di formazione richieste ai consulenti per le dipendenze sono quadruplicate nel tempo, da 1.500 a 6 mila, mentre i casi di requisiti alleggeriti restano eccezioni.
Salari più alti, meno concorrenti
L’effetto più solido nelle ricerche è quello sui salari: in Europa chi lavora in una professione con abilitazione obbligatoria guadagna in media il 4 per cento in più di un collega comparabile che non ne ha bisogno, secondo l’analisi di riferimento sui dati europei, che attribuisce a rendita pura da barriera solo un terzo del vantaggio e il resto a formazione e selezione. Negli Stati Uniti il premio sale: almeno l’11 per cento, fino al 14 nella stima più citata. Le differenze dipendono da definizioni e controlli statistici, ma il segno resta positivo in quasi ogni caso.
La stima più pulita viene da un esperimento naturale: nel 1983 il Colorado abolì la licenza per il settore funerario, unico Stato americano a farlo. Confrontando i salari del settore in Colorado e nel resto del paese, prima e dopo la riforma, due economisti hanno stimato un premio dell’11-12 per cento e un calo dei prezzi dei servizi funebri di quasi il 15 per cento in più che altrove, senza segnali di peggioramento della qualità. Il valore quasi coincide con quello delle analisi descrittive, un indizio che quelle stime colgono un effetto reale.
Un modello costruito sui dati americani stima che portare un’occupazione da libera a interamente regolata alzi i salari del 15 per cento e riduca l’occupazione del 29 per cento: salari più alti per chi è dentro significano meno posti di lavoro in totale. Il costo netto, in quella stima, ricade per il 70 per cento sui lavoratori, sotto forma di ore e anni di formazione obbligatoria che il mercato non ripaga, e per il resto sui consumatori attraverso i prezzi. Chi lavora in una professione regolata ha una probabilità di cambiare occupazione più bassa di circa un quarto e le professioni con esami diversi da Stato a Stato registrano meno trasferimenti oltre i confini interni: le licenze frenano anche i movimenti.
Negli Stati americani dove l’esame per i dentisti è più selettivo la salute dei denti dei pazienti è uguale e le cure costano di più; regole più severe per i broker di mutui hanno alzato il costo dei prestiti senza ridurre le insolvenze. Sono gli studi che hanno cercato la prova che i clienti ricevano servizi migliori — meno errori e meno incidenti dove le regole sono più severe — e hanno trovato poco. Un centro studi libertario, l’Institute for Justice, ha usato un test intuitivo, confrontando città simili ai due lati di un confine tra Stati, dove cambia la regolazione di manicure e barbieri ma non il resto: ispezioni e reclami non mostrano vantaggi di igiene o sicurezza sul lato più regolato. La fonte è dichiaratamente favorevole all’abolizione delle licenze, ma il risultato coincide con quello della letteratura accademica. L’eccezione meglio documentata sono le professioni sanitarie: dove la selezione dei medici è più severa si osserva una mortalità più bassa.
E in Italia?
Le professioni regolamentate italiane sono circa 150 e coprono 5,8 milioni di occupati, uno su quattro, secondo i conti della Banca d’Italia aggiornati al 2023. Tra i laureati la quota supera la metà, il 52 per cento. Il nucleo più protetto sono le professioni ordinistiche, con albo ed esame di Stato, che occupano circa 2,4 milioni di persone: per loro la Banca d’Italia stimava nel 2018 un premio di reddito del 18 per cento, il doppio della media delle professioni regolate, più alto per le donne e nel Mezzogiorno.
La percezione comune colloca l’Italia in cima alla classifica del corporativismo europeo, ma la quota di lavoratori con abilitazione obbligatoria racconta un paese a metà graduatoria: il 19 per cento, sotto la media europea del 22 e lontano dal 33 della Germania. Il primato italiano sta nell’intensità delle restrizioni: per quasi tutte le professioni esaminate dalla Commissione europea i vincoli italiani superano la media dell’Unione, con l’eccezione degli avvocati, e l’OCSE colloca l’Italia tra i paesi più restrittivi per commercialisti e architetti.
In alcune professioni la barriera va oltre l’esame, perché i posti stessi sono contati: la legge programma le farmacie su una ogni 3.300 abitanti e i posti da notaio, di regola, su uno ogni 5 mila abitanti: l’abilitazione da sola non basta, bisogna attendere che un posto si liberi. Tra gli anni Ottanta e i primi Novanta, poi, la quota di candidati promossi all’esame di Stato da commercialista scendeva proprio dove e quando i guadagni della categoria erano più alti, secondo uno studio citato dall’OCSE: la severità funzionava da rubinetto per dosare gli ingressi, a difesa dei redditi di chi era già dentro. E nel corso di un anno cambia lavoro circa un professionista regolamentato su sette, contro un occupato su cinque nel resto del mercato: anche in Italia chi ha una licenza tende a restare dov’è.
Le riforme a metà
Le liberalizzazioni Bersani del 2006 abolirono i minimi tariffari obbligatori e i divieti di pubblicità, e aprirono la vendita dei farmaci da banco fuori dalle farmacie. Il governo Monti nel 2012 eliminò le tariffe regolamentate, mise un tetto alla durata dei tirocini e ampliò i contingenti di farmacie e sedi notarili fino alle soglie attuali.
L’indice di restrittività della regolazione professionale italiana è sceso da 3,4 a 1,8 punti tra il 2003 e il 2023, con quasi tutto il calo concentrato prima del 2013, secondo due lavori della Banca d’Italia usciti nel 2024. La riforma Monti ha aumentato gli ingressi e ridotto i redditi di chi era già dentro: il premio delle ordinistiche è sceso verso il 15 per cento nel 2022. L’apertura alle società tra professionisti ha fatto nascere studi quattro volte più grandi e il 50 per cento più produttivi della media. E dove le barriere all’ingresso nei servizi sono state tagliate, i prezzi sono scesi del 6,5 per cento e la produttività è salita fino all’8 per cento.
Nelle stime della Banca d’Italia, la variabilità della burocrazia ordinaria, cioè degli adempimenti per aprire e gestire l’attività, frena l’ingresso nei servizi quattro volte e mezzo più di quella delle licenze: il bersaglio grosso non è l’esame di Stato su cui si concentra il dibattito. Lo studio professionale italiano medio ha poi 1,7 addetti, contro i 2,3 della Francia e i 5,7 della Germania, e i regimi fiscali agevolati sotto soglia scoraggiano la crescita dimensionale. Nel 2015 la Francia liberalizzò l’insediamento dei notai nelle zone meno servite: in sei anni i notai sono cresciuti del 30 per cento, con più giovani e più donne nella professione.
Il numero dei taxi, la licenza a numero chiuso più presente nella vita quotidiana, lo decidono invece i comuni, e le piattaforme che altrove hanno aggirato il contingente in Italia sono state respinte: UberPop fu bloccato dal Tribunale di Milano nel 2015 come concorrenza sleale e solo nel 2023 una legge ha concesso alle grandi città di aumentare le licenze, al massimo del 20 per cento. Un’auto di UberX viaggia con un passeggero a bordo per una quota di tempo più alta di circa il 30 per cento rispetto a un taxi, secondo un’analisi su cinque città, e per i clienti ogni dollaro speso in corse ha generato circa 1,6 dollari di valore, tra attese più brevi e prezzi più bassi: è quello che si perde tenendo fuori le piattaforme.
In conclusione
Quello che emerge è che le licenze professionali vanno a garantire i redditi più alti a chi le ha e i costi più alti a chi compra quei servizi, ma il beneficio complessivo non è chiaro. In Italia il problema sono l’intensità delle restrizioni, la burocrazia di impresa e le attività riservate, che vanno a ridurre la concorrenza. Allo stesso tempo le ricerche ci mostrano anche che parte di questo vantaggio economico è dovuto a vera e propria competenza e non solo alla rendita pura, anche se questa esiste e potrebbe essere ridotta: va sempre infatti tenuto presente che la somma degli interessi particolari non corrisponde all’interesse generale e di interesse generale è una maggiore concorrenza che permetta una riduzione dei prezzi per i consumatori.
Quello che ci dicono la Banca d’Italia, la Commissione europea e l’OCSE è infatti di andare a riservare le licenze alle attività in cui gli errori mettono a rischio effettivamente la salute o il patrimonio dei terzi e trasformare tutto il resto invece in certificazioni, in modo da andare a liberare una parte delle attività, ridurre i numeri chiusi e sfoltire gli adempimenti che sono più problematici della licenza stessa.
Liberalizzare i settori permette di avere prodotti a prezzi più bassi, imprese più produttive e di spostare risorse e capitale verso quelle attività che generano maggiore crescita. Le barriere invece vanno a proteggere chi è dentro e costano a tutti.





Il problema della liberalizzazione estrema, quantomeno in Italia, si è evidenziato a partire dalla legge 4/2013 che ha creato un binario parallelo per l’esercizio di professioni non organizzate in ordine e collegi.
Queste professioni, che dovrebbero essere iscritte all’elenco del ministero dello sviluppo economico attraverso le loro associazioni rappresentative (che possono essere più di una per ciascuna professione) hanno finito per moltiplicarsi fino a diventare migliaia e migliaia e migliaia, viene quindi meno uno dei criteri esplicitamente stabiliti dalla legge, quale base per la legge stessa: la trasparenza e l’informazione nei confronti dei fruitori dei servizi, che nel caso delle professioni con Ordine hanno un solo punto di riferimento di tipo pubblico (l’Ordine o il collegio) mentre nel caso di queste professioni, si devono muovere in una selva di decine e di associazioni, spesso ben poco trasparenti e informative.