Come il No ha vinto al referendum sulla giustizia
Dati e grafici per capire la vittoria del No al referendum costituzionale sulla giustizia
Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia si chiude con una vittoria netta del No. Con oltre il 99 per cento delle sezioni scrutinate, i contrari alla riforma hanno ottenuto 14,5 milioni di voti, pari al 53,7 per cento, contro i 12,4 milioni del Sì, fermo al 46,3 per cento. La riforma sulla separazione delle carriere dei magistrati, voluta dal governo Meloni, è stata dunque bocciata dagli elettori chiamati alle urne domenica 22 e lunedì 23 marzo.
Il dato più sorprendente non è tanto il risultato in sé quanto il modo in cui ci si è arrivati. L’affluenza si è attestata al 58,9 per cento (in Italia, estero escluso), un valore che quasi nessun sondaggio aveva previsto: gli istituti demoscopici stimavano una partecipazione intorno al 50 per cento. Invece gli italiani si sono presentati ai seggi in misura superiore alle europee del 2024, quando votò il 49,7 per cento degli aventi diritto, e non troppo distante dalle politiche del 2022, che registrarono il 63,9 per cento. A decidere il referendum è stata soprattutto la mobilitazione del Mezzogiorno.
Il Sud e le città trainano il No
La mappa del voto disegna infatti un’Italia spaccata lungo una linea che corre più o meno all’altezza dell’Emilia-Romagna. Al Nord il Sì ha prevalso complessivamente con il 50,8 per cento, ma non è bastato a compensare ciò che è accaduto dal Centro in giù.
La Campania è la regione che ha segnato il risultato più netto: il No ha ottenuto il 65,2 per cento dei voti, con punte notevoli nella provincia di Napoli dove il fronte del No ha raggiunto il 71,5 per cento, il valore più alto tra tutte le province italiane. La Sicilia ha seguito uno schema simile, con il No al 61 per cento, la Basilicata ha bocciato la riforma con il 60 per cento, la Sardegna con il 59,4, la Calabria e la Puglia entrambe sopra il 57 per cento. A rendere questo dato ancora più significativo è il fatto che il Sud ha votato più di quanto ci si aspettasse. La Campania ha registrato un’affluenza del 49,7 per cento, la Puglia del 51,6, la Calabria del 47,9, la Sicilia del 45,7. Sono valori bassi se confrontati con il Nord, ma decisamente superiori alle previsioni e alle abitudini recenti di queste regioni.
Guardando ai dati provinciali, il No ha prevalso nella grande maggioranza delle province italiane con scarti spesso molto ampi. Dopo Napoli, le province con il No più alto sono state Firenze con il 65 per cento, Palermo con il 64,9, Nuoro con il 64,2, Bologna con il 63,5 e Cosenza con il 63,7 per cento. In Sicilia lo scarto è stato particolarmente netto a Siracusa con il 62,4 per cento e a Ragusa con il 61,8. Ma il dato non è solo meridionale: a Torino il No ha sfiorato il 60 per cento, a Genova ha superato il 61 per cento, a Reggio Emilia il 61,3 e a Livorno il 62,2.
Il Sì si è concentrato in un blocco compatto tra Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Le province con i margini più ampi a favore della riforma sono state Sondrio con il 62,9 per cento, Verona con il 62,1, Treviso con il 60,4, Vicenza con il 59,6, Brescia e Rovigo entrambe al 59,4, Bergamo al 59,2. In questo arco pedemontano e padano il centrodestra ha confermato un radicamento solido, con percentuali che ricordano le elezioni politiche.
In mezzo, una fascia di province contese racconta una competizione molto più serrata di quanto il dato nazionale faccia pensare. Trento ha visto il No prevalere per soli sette decimi di punto, Ferrara e Fermo hanno dato una maggioranza risicata al Sì, Bolzano si è divisa quasi a metà con il No avanti di meno di due punti. Anche Macerata, Grosseto e Isernia sono rimaste in bilico, segnalando che la frattura tra le due Italie non è una linea netta ma una zona grigia dove il risultato si è giocato su poche migliaia di voti.
Oltre al Sud, i dati suggeriscono il ritorno di una competitività elettorale in regioni che negli ultimi anni sembravano saldamente in mano al centrodestra. Il Piemonte ha votato No al 53,5 per cento, trainato da Torino dove il fronte contrario alla riforma ha sfiorato il 60 per cento. La Liguria ha bocciato la riforma con il 57 per cento dei No, con Genova sopra il 61 per cento. Fino a dieci anni fa, entrambe le regioni erano terreno conteso tra centrodestra e centrosinistra. Poi, con l’avanzata della Lega e di Fratelli d’Italia, erano passate nella colonna delle regioni a trazione centrodestra. Il voto referendario sembra riaprire quella partita, indicando che il consenso per il governo in queste aree non è così granitico come le ultime tornate elettorali lasciavano pensare.
Il voto contro il governo
Ma cosa ha spinto quasi sei italiani su dieci a votare su un tema tecnicamente complesso come la separazione delle carriere dei magistrati?
La risposta più onesta è che probabilmente non si è trattato tanto di un voto sul merito della riforma. È ragionevole pensare che una parte significativa degli elettori abbia colto l’occasione per esprimere un giudizio più ampio sull’operato del governo. Gli exit poll confermano questa lettura. Secondo le stime del Consorzio Opinio per la Rai, il voto si è diviso in modo quasi perfetto lungo le linee politiche: circa il 89 per cento di chi si riconosce in Fratelli d’Italia ha votato Sì, così come l’86 per cento degli elettori della Lega e l’82 per cento di Forza Italia. Dall’altra parte, il 90 per cento di chi si riconosce nel Partito Democratico ha votato No, l’87 per cento del Movimento 5 Stelle e il 93 per cento di Alleanza Verdi-Sinistra.
Anche il voto per classi di età racconta qualcosa. Secondo le stime Opinio, tra i giovani di 18-34 anni il No ha raggiunto il 61 per cento, nella fascia 35-54 il 53 per cento, mentre tra gli over 55 il Sì ha prevalso di misura con il 51 per cento. I giovani si sono mobilitati e hanno votato in modo compatto contro la riforma.
La chiave di lettura per il Sud passa in buona parte per il Movimento 5 Stelle. Il partito di Giuseppe Conte ha investito nella campagna per il No, e il suo elettorato, storicamente forte nel Mezzogiorno, ha risposto. Il bacino potenziale del Movimento al Sud comprende anche molti elettori che negli ultimi anni non erano andati a votare e che questa volta si sono rimobilitati. A questo si aggiunge un’insoddisfazione più generale: dopo tre anni e mezzo di governo, la percezione che poco sia cambiato per il Mezzogiorno si è sommata a un contesto internazionale ed economico complicato, creando le condizioni per una partecipazione di protesta che ha trovato nel referendum il suo canale di espressione.
Il risultato è una sconfitta per il centrodestra e per Giorgia Meloni e una vittoria per il campo largo dell’opposizione, che su questo tema è riuscito a presentarsi unito. Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno fatto un’efficace campagna elettorale dimostrando che quando si tratta di opporsi al governo la coalizione è in grado di funzionare.
Questo risultato cambia la sfida in vista delle politiche del 2027. L’opposizione esce dal referendum con la prova che esiste un elettorato mobilitabile e che il centrodestra non è invincibile. Tuttavia, sarebbe un errore trarre conclusioni troppo lineari. Votare No a un referendum è molto diverso dal costruire un’alternativa di governo. Le elezioni politiche imporranno scelte ben più complesse, dalle primarie del centrosinistra alla convivenza tra le posizioni del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e di eventuali alleati come Italia Viva di Matteo Renzi.
Va anche detto che ottenere il 46 per cento in un referendum che di fatto è diventato un giudizio sull’operato del governo non è un risultato così negativo per una coalizione al potere. Lo storico dei governi italiani insegna che dopo anni di governo la popolarità tende a calare e il centrodestra ha dimostrato di mantenere una base solida nel Nord-Est, in Lombardia e nelle aree meno urbanizzate. Il referendum lascia un quadro politico più aperto di quanto fosse una settimana fa, ma la strada che separa un No referendario dalla vittoria alle prossime elezioni è ancora lunga. Per Meloni e il suo governo, però, il segnale è chiaro: le scelte da qui alle politiche del 2027 saranno decisive per capire se questa sconfitta resterà un incidente di percorso o segnerà l’inizio di un’inversione di tendenza.





