Perché il salario minimo non è la soluzione
Un salario minimo non risolverebbe il problema dei bassi salari o della povertà tra i lavoratori.
L’Italia ha un problema di salari bassi e in calo rispetto al passato. Periodicamente si torna a parlare di salario minimo e a proporlo come soluzione al problema italiano. Ma è davvero così? Adottare uno stipendio minimo di 9 euro l’ora è la soluzione ai mali italiani e alla povertà lavorativa? Non proprio.
Cosa dice la teoria economica
Partiamo dal modello base, quello dei mercati concorrenziali. In un mercato del lavoro in cui molti datori competono per molti lavoratori, ogni dipendente viene pagato esattamente quanto produce in più per l’azienda, cioè la sua produttività marginale. Se un’impresa pagasse meno, un’altra le porterebbe via il lavoratore offrendogli qualche centesimo in più. Se pagasse di più, avrebbe perdite e fallirebbe. Il salario che si forma sul mercato corrisponde quindi alla produttività di chi lavora.
In questo modello fissare per legge un salario minimo sopra il livello di mercato produce un effetto preciso. I lavoratori la cui produttività è inferiore alla soglia non vengono più assunti, perché tenerli al lavoro costerebbe all’impresa più di quanto rendono. Il risultato è una perdita di occupazione che colpisce in modo selettivo i lavoratori meno produttivi, cioè i giovani al primo impiego, gli immigrati appena arrivati, le donne con poca esperienza, esattamente le categorie che il salario minimo dovrebbe aiutare.
Era la posizione dominante della professione fino agli anni Ottanta. Una rassegna pubblicata nel 1982 sul Journal of Economic Literature stimava che un aumento del 10 per cento del salario minimo riducesse l’occupazione giovanile dell’1-3 per cento. Nel 1978 un sondaggio dell’American Economic Association registrava il 90 per cento degli economisti americani concordi sul fatto che la misura facesse aumentare la disoccupazione tra i lavoratori a bassa qualifica.
Uno studio pubblicato nel 1994 sull’American Economic Review da David Card e Alan Krueger ha cambiato il quadro. Ha confrontato l’occupazione nei fast food del New Jersey, dove il salario minimo era stato alzato, con quella della vicina Pennsylvania, dove era rimasto invariato. Non c’è stata alcuna riduzione di occupazione nello stato che aveva alzato il minimo. Da allora un filone di ricerca ha utilizzato confronti tra contee confinanti, riforme statali e variazioni del minimo federale americano per produrre centinaia di studi. Una rassegna del 2014 e quella più ampia commissionata dal governo britannico nel 2019 hanno consolidato un’evidenza ricorrente. Aumenti moderati del salario minimo, fino a circa il 60 per cento della retribuzione mediana locale, producono perdite di occupazione molto piccole, spesso non distinguibili da zero in senso statistico. Card ha ricevuto il premio Nobel per l’economia nel 2021 anche per il contributo metodologico legato a questa letteratura.
La spiegazione teorica più accreditata è che i mercati del lavoro reali, soprattutto nei settori a bassa qualificazione, non sono perfettamente concorrenziali. Le aziende hanno una certa capacità di pagare un salario inferiore alla produttività del lavoratore senza per questo perdere tutto il personale, perché cambiare lavoro ha dei costi, dal cercarne uno nuovo allo spostarsi al ricominciare daccapo. Gli economisti chiamano monopsonio questa quota di potere di mercato dal lato del datore. Entro certi limiti un salario minimo restringe lo spazio di estrazione di rendita e alza le retribuzioni senza ridurre l’occupazione, perché i lavoratori erano pagati meno di quanto producevano. I sondaggi tra gli economisti accademici mostrano oggi una posizione prevalentemente neutra o favorevole, contro l’opposizione netta degli anni Ottanta.
Negli ultimi anni il consenso si è ulteriormente sfumato. Una nuova generazione di studi ha spostato l’attenzione su aspetti diversi dall’occupazione totale. Una serie di lavori sui dati dei supermercati americani tra il 2001 e il 2012 ha scopero che un aumento del 10 per cento del salario minimo si traduce in un aumento dei prezzi della spesa intorno allo 0,36 per cento, coerente con un trasferimento del costo del lavoro sui prezzi al consumo. Risultati analoghi sono emersi sui prezzi della ristorazione fast food americana. Quando si disaggrega l’effetto sull’occupazione per gruppo, le perdite di posti di lavoro risultano molto più marcate per i lavoratori con disabilità severe e per i lavoratori afroamericani, anche dove l’effetto medio è piccolo. Un’analisi pubblicata nel 2024 stima inoltre che aumenti grandi del salario minimo siano associati a un aumento del 4,6 per cento degli infortuni sul lavoro, plausibilmente per l’intensificazione dei ritmi richiesti dopo l’aumento del costo orario. Il quadro che ne emerge non smentisce l’evidenza di un effetto medio piccolo sull’occupazione totale, ma chiarisce che l’idea che il salario minimo alzi i salari senza contropartite è in larga parte falsa.
Resta la questione del livello. Il riferimento più usato è il rapporto rispetto alle retribuzioni medie o mediane del paese. La direttiva europea del 2022 indicava come adeguati i livelli pari al 50 per cento del salario medio lordo o al 60 per cento di quello mediano, soglia che la letteratura internazionale considera ancora compatibile con bassi effetti occupazionali. Sopra queste soglie cominciano a registrarsi perdite di occupazione anche nei modelli con monopsonio.
Una seconda questione è la differenza tra livello nazionale e livello locale. Una soglia uguale per tutto il paese rischia di essere troppo bassa nelle aree dinamiche, dove i salari di mercato sono già più alti, e troppo alta nelle aree economicamente fragili, dove può creare disoccupazione. È un argomento centrale nel dibattito americano. Il salario minimo federale negli Stati Uniti è di 7,25 dollari l’ora dal 2009, ma molti stati hanno fissato livelli più alti, fino ai 16 dollari della California. Una soglia federale uniforme allineata ai livelli più alti sarebbe troppo alta per gli stati del Sud, dove costo della vita e salari medi sono nettamente inferiori. L’argomento si applica a maggior ragione a un paese come l’Italia, dove costo della vita e livelli salariali tra Nord e Sud divergono in modo significativo. Studi della Banca d’Italia stimano che un salario minimo differenziato per provincia in base al costo della vita locale, sull’esempio della Germania post-2015, produrrebbe in Italia effetti positivi sui salari più bassi e sull’occupazione complessiva, rispetto a una soglia nazionale uniforme.
I dati Inps sui salari italiani
Per analizzare la situazione italiana il punto di riferimento più solido sono i dati amministrativi dell’Inps, che coprono tutti i dipendenti privati senza i limiti di campionamento delle indagini campionarie.
I dati dell’Osservatorio Inps sui lavoratori dipendenti per il 2024 contano 17,7 milioni di dipendenti privati extra-agricoli e una retribuzione lorda media annua di 24.490 euro. Il dato mette insieme realtà molto diverse. La quota dipende prima di tutto da quante settimane si è lavorato durante l’anno e a quale orario. I 7,2 milioni di dipendenti privati che hanno lavorato a tempo pieno per tutto l’anno hanno una retribuzione media di 39.215 euro lordi, oltre tre volte i 12.234 euro di chi ha avuto almeno un rapporto part-time durante l’anno. Sono due popolazioni che il dibattito pubblico tratta come una sola e che dal punto di vista del problema salariale non lo sono.
Il quadro più dettagliato emerge dal Rapporto annuale Inps, che pubblica i percentili delle retribuzioni annue per i dipendenti pubblici e privati (esclusi domestici e operai agricoli) che hanno lavorato tutte le 52 settimane dell’anno. Per il 2024 questa platea di 9,3 milioni di lavoratori a tempo pieno per tutto l’anno ha una retribuzione mediana annua di 33.027 euro lordi e una media di 40.256 euro. Il dieci per cento che guadagna di meno sta sotto i 23.103 euro lordi annui, il dieci per cento che guadagna di più sopra i 61.821 euro. Per i 2,4 milioni di lavoratori a tempo parziale per tutto l’anno la mediana scende a 17.109 euro lordi annui e la media a 18.519, con il primo decile sotto i 9.836 euro.
L’analisi più dettagliata della distribuzione dei salari italiani è contenuta nel XXII Rapporto annuale dell’Inps, presentato al Parlamento nel luglio 2023, che dedica una parte specifica al tema del working poor italiano sulla base dei dati amministrativi di ottobre 2022. Per misurare il salario orario il rapporto isola i dipendenti a tempo pieno e calcola la retribuzione giornaliera lorda, divisa poi per le ore di un orario standard. Il dieci per cento di lavoratori a tempo pieno che guadagna di meno sta sotto i 55,9 euro lordi al giorno, che corrispondono a circa 8,40 euro lordi l’ora1. Il dipendente mediano a tempo pieno è intorno agli 80,6 euro al giorno, cioè 12 euro l’ora. Per il part-time il quadro è ancora più compresso. Il dieci per cento che guadagna meno sta sotto i 22,4 euro al giorno e la mediana è di 41,5 euro, cioè 1.079 euro lordi mensili che al netto diventano 991.
Chi sono i lavoratori poveri
Il rapporto Inps applica la definizione standard di lavoratore povero, cioè chi guadagna meno del 60 per cento della retribuzione mediana del proprio gruppo. È una soglia statistica convenzionale, non una soglia di povertà reale. La soglia di povertà assoluta calcolata dall’Istat è in genere più bassa, perché tiene conto di come una famiglia spende il proprio reddito complessivo, non solo del salario individuale. La soglia del 60 per cento serve a identificare chi, dentro il mondo del lavoro dipendente, sta nella parte più bassa della distribuzione, e quindi è più esposto al rischio di povertà.
Nel 2022 i lavoratori dipendenti privati sotto questa soglia erano 871.800, il 6,3 per cento del totale. Tra i 354 mila lavoratori a tempo pieno con bassa retribuzione annua, circa otto su dieci sono apprendisti, lavoratori intermittenti oppure dipendenti che durante l’anno hanno avuto periodi prolungati di cassa integrazione, malattia o maternità. Per ognuno di questi gruppi la retribuzione annua è effettivamente più bassa, ma per ragioni che un salario minimo orario non risolverebbe. L’apprendistato prevede per legge uno stipendio orario ridotto come contropartita del periodo di formazione. Il lavoro intermittente paga solo le ore in cui il dipendente è chiamato in azienda, che possono essere poche. Cassa integrazione, indennità di malattia e di maternità sostituiscono solo una parte dello stipendio durante i periodi in cui il dipendente non lavora. In nessuno di questi casi il problema è il salario orario di mercato.
Tra i 517 mila lavoratori poveri a part-time la composizione è ancora più sbilanciata. Sette su dieci sono donne, contro il 41 per cento di donne nel totale dei dipendenti privati. Il fenomeno è concentrato al Sud, dove il 17 per cento dei dipendenti part-time sta sotto la soglia contro l’11 per cento del Nord, in valori assoluti 209 mila al Sud contro 200 mila al Nord nonostante quest’ultimo abbia una platea di dipendenti molto più ampia. Tre su dieci hanno un contratto a tempo determinato e l’orario lavorato è in media il 60 per cento di un orario standard. È un mondo di part-time involontario e di poche ore, prevalentemente femminile e meridionale. Anche qui il problema è il numero di ore, non l’euro per ora.
Quando si isolano i dipendenti a tempo pieno, tempo indeterminato, senza periodi di assenza retribuita dall’Inps durante l’anno e con bassa retribuzione per ragioni esclusivamente di salario orario, restano 20.300 persone, lo 0,2 per cento di tutti i dipendenti privati. Sono concentrate in pochi contratti collettivi. I primi tre per numero di lavoratori sono quelli delle agenzie di somministrazione di lavoro, che da soli pesano per circa 5.800 casi su 20 mila. Seguono il terziario della distribuzione, il turismo, la logistica, l’edilizia, i servizi socio-sanitari assistenziali, la vigilanza privata, i servizi di pulizia, i servizi alle famiglie. È una platea precisa, identificabile per contratto e settore, non un fenomeno diffuso.
Un’analisi del bollettino ADAPT del luglio 2023 stima che, includendo scatti di anzianità e mensilità aggiuntive, il trattamento economico orario complessivo per le qualifiche più basse parte da circa 9,25 euro nel contratto di vigilanza privata e arriva a 11,34 euro nella chimica farmaceutica. La quasi totalità dei minimi contrattuali standard è già allineata o superiore alla soglia dei 9 euro lordi.
Il confronto europeo
In ventidue paesi dell’Unione esiste un salario minimo legale, in cinque la materia è demandata alla contrattazione collettiva. Eurostat misura ogni anno il rapporto tra salario minimo mensile e retribuzione media lorda. Nel 2024 i valori sono attorno al 55 per cento nei Paesi Bassi, al 54 in Portogallo e Polonia, al 53 in Slovenia, al 52 in Spagna. Tra i grandi paesi, la Francia è al 47 per cento, la Germania al 45. Nei paesi dell’Est i livelli scendono al 41 per cento in Cechia ed Estonia, al 40 in Bulgaria. L’intervallo tipico è tra il 40 e il 55 per cento, con una mediana europea intorno al 48.
Applicando i parametri europei alla retribuzione media mensile lorda dei lavoratori italiani a tempo pieno per tutto l’anno, pari a circa 3.355 euro nei dati Inps 2024 (40.256 euro annui divisi per dodici mensilità), un minimo al 48 per cento (livello francese) sarebbe di circa 1.610 euro lordi al mese. Al 50 per cento (riferimento della direttiva europea e livello di Germania e Spagna) salirebbe a 1.680 euro. Al 53 per cento (livello tipico di Paesi Bassi, Polonia e Slovenia) arriverebbe a 1.780 euro. Al 60 per cento —(oglia massima considerata sicura dalla letteratura internazionale) toccherebbe i 2.013 euro.
In termini orari, ipotizzando un orario standard di circa 173 ore al mese, i corrispondenti valori vanno dai 9,3 euro lordi del livello francese ai 9,7 del livello tedesco e spagnolo, fino a 10,3 del livello olandese e polacco e ai 11,6 della soglia massima letteraria. La cifra dei 9 euro circolata nel dibattito italiano si colloca quindi proprio sul livello francese, nel mezzo basso della fascia europea, ben sotto i livelli di Paesi Bassi, Polonia e Portogallo.
La maggior parte della platea che il dibattito politico associa al salario minimo, cioè i lavoratori poveri, sta nel mondo del part-time involontario, dell’intermittente, dell’apprendistato. È una platea che un salario minimo orario tocca solo in piccola parte, perché il problema non è lo stipendio orario ma il numero di ore.
C’è poi la questione dell’aggiornamento. Si proponeva 9 euro l’ora nel 2019 e si continua a riproporre la stessa cifra oggi, ignorando l’inflazione e l’aumento del costo della vita degli ultimi sei anni. 9 euro del 2019 corrispondono a circa 10,9 euro oggi a parità di potere d’acquisto. O si riconosce che 9 euro vada bene adesso e quindi era troppo alto nel 2019, oppure si pensa che fosse giusto allora e debba essere aggiornato a circa 11 euro oggi. Continuare a proporre la stessa cifra nominale a sei anni di distanza vuol dire proporre, di fatto, un salario minimo reale più basso.
In conclusione
La povertà da lavoro in Italia esiste ma è prima di tutto una povertà di ore. La quasi totalità dei dipendenti che restano sotto soglia non lo è per uno stipendio orario troppo basso, lo è perché lavora part-time involontariamente, è apprendista, ha un contratto intermittente o ha avuto periodi di cassa integrazione, malattia o maternità. Un salario minimo legale non agisce su nessuna di queste situazioni, perché non aumenta le ore di lavoro.
Per far crescere gli stipendi nel medio periodo servono crescita economica e aumento della produttività, che è ciò che permette alle retribuzioni di salire senza creare disoccupazione. La produttività cresce attraverso investimenti in capitale umano, in ricerca e in dimensioni aziendali maggiori, oltre a riforme di concorrenza che facciano emergere le imprese più produttive. Servono inoltre politiche per l’occupazione femminile e giovanile, dato che la quota di part-time involontario in Italia è circa il doppio della media europea, e un cuneo fiscale meno punitivo.
Un salario minimo legale a 9 o 10 euro l’ora si può introdurre, anche per coprire i pochi contratti pirata e dare un riferimento ai settori dove la contrattazione è più debole. Ma è uno strumento di portata limitata. Pensare che il salario minimo sia il modo principale per far salire gli stipendi italiani è confondere il sintomo con la causa.
Il salario orario lordo è qui calcolato come retribuzione annua diviso giornate retribuite diviso otto ore di lavoro standard. Le giornate retribuite Inps includono ferie, festivi infrasettimanali e malattia retribuita, e moltiplicarle per otto restituisce le ore retribuite durante l’anno, non quelle effettivamente lavorate. È la base di calcolo corretta per il confronto con un salario minimo legale orario, perché i contratti di lavoro dipendente pagano ferie e festivi alla stessa tariffa oraria contrattuale. Sui dati Inps 2024 la retribuzione giornaliera media dei lavoratori a tempo pieno è di 118 euro lordi, che diviso otto ore restituisce un salario orario medio di circa 14,8 euro lordi. Applicando a questo valore le percentuali europee si ottengono i livelli orari del salario minimo italiano citati nel testo. La stessa convenzione viene utilizzata dal rapporto annuale Inps per calcolare i percentili del salario orario




