Referendum giustizia, il vantaggio del Sì si è quasi azzerato
Il Sì è al 51% e il No al 49%, ma in due settimane tutto può ancora cambiare.
A metà gennaio il Sì alla separazione delle carriere dei magistrati sembrava avere la vittoria in tasca. I sondaggi gli davano circa il 60 per cento e la probabilità di vincere era stimata all’87 per cento. Oggi quel vantaggio si è quasi azzerato: la media delle rilevazioni dà il Sì al 51 per cento e il No al 491. Uno scarto che, considerati i margini di incertezza, equivale a un pareggio.
Da sabato 7 marzo non sarà più possibile pubblicare sondaggi: in Italia c’è un divieto che scatta quindici giorni prima del voto. I dati di questo articolo sono aggiornati al 3 marzo. Mancano quasi tre settimane alle urne e i numeri possono cambiare parecchio, come è già successo in questi mesi.
Dal vantaggio al testa a testa
Per capire quel 51 a 49 bisogna considerare il margine di incertezza. Ogni sondaggio è una rilevazione su un campione di persone, non sull’intera popolazione, e questo porta con sé un’imprecisione. Nella pratica, il Sì potrebbe valere dal 48 al 54 per cento, il No dal 46 al 52. Gli intervalli si sovrappongono, quindi sia una vittoria del Sì che una del No sono compatibili con i dati.
La media aggrega una sessantina di rilevazioni di quindici istituti diversi, da fine ottobre 2025 a fine febbraio 2026. Ogni sondaggio pesa di più o di meno a seconda del campione e di quanto è recente. Le variazioni di pochi decimali tra un sondaggio e l’altro spesso non significano nulla: ricadono dentro il margine di incertezza. Meglio guardare le medie e i trend.
Il trend racconta una storia chiara. A metà novembre il Sì era al 57 per cento. A inizio gennaio ha toccato il 60. Poi è iniziata una discesa costante: 55 a inizio febbraio, 52,5 a metà mese, 51 oggi. Settimana dopo settimana il No ha guadagnato terreno, senza che ci fosse un singolo evento a provocare lo spostamento, ma il consolidamento del fronte del No. Negli ultimi sondaggi di febbraio il No è risultato avanti in diverse rilevazioni.
È una dinamica che si vede spesso nei referendum: mobilitare gli elettori contro una riforma è più facile che mobilitarli a favore. Il messaggio del No è più semplice e arriva meglio agli indecisi. A questo si aggiunge che le opposizioni stanno conducendo una campagna elettorale attiva per il No, mentre sul fronte del Sì e del centrodestra la mobilitazione è stata finora molto più debole e poco centrata.
Per tradurre i sondaggi in probabilità di vittoria si può ricorrere a una simulazione Monte Carlo: un metodo che genera migliaia di scenari possibili a partire dalla media e dal margine di incertezza, tenendo conto anche dell’errore storico dei sondaggi referendari. Il modello simula 50 mila risultati e conta quante volte vince il Sì e quante il No. Al 3 marzo il Sì ha il 54,5 per cento di probabilità di vittoria, il No il 45,5. In pratica: su venti scenari simulati, in undici vince il Sì e in nove il No. Non è un pareggio, ma ci si avvicina molto.
Una delle ragioni per cui è così difficile prevedere l’esito è l’affluenza. Nei referendum la partecipazione non è scontata e livelli diversi possono cambiare la composizione dell’elettorato che si presenta alle urne.
Alcuni istituti hanno simulato scenari con affluenze differenti. YouTrend, nel sondaggio del 27 febbraio, indica che con un'affluenza bassa intorno al 46 per cento il No sarebbe nettamente avanti con il 53,1 per cento. Se l'affluenza salisse al 55 per cento, si arriverebbe a un 50 e 50: nemmeno nello scenario più favorevole il Sì risulterebbe in vantaggio. BiDiMedia, nella rilevazione del 27 febbraio, dà invece il Sì avanti in tutti gli scenari (escludendo gli indecisi): dal 51 per cento con un'affluenza del 44 al 52,5 con un'affluenza del 51. A crescere, però, sono soprattutto gli indecisi, che per BiDiMedia passano dal 5,5 al 9,3 per cento: con un'affluenza più alta arrivano alle urne elettori che non hanno ancora scelto e questo rende il risultato ancora più imprevedibile.
Due settimane per decidere
L’ultimo elemento che rende il quadro ancora più incerto è la quota di indecisi, su cui i sondaggi divergono in modo notevole. SWG dice il 24 per cento, EMG e Piepoli il 16-18, BiDiMedia scende al 4-5 con bassa affluenza e sul 9 con alta affluenza. Sono differenze che dipendono da come viene posta la domanda e da come ogni istituto classifica chi dice di non sapere se andrà a votare.
C’è poi un problema più generale. I sondaggi sui referendum sono più difficili di quelli sulle elezioni politiche. In un’elezione i partiti hanno un elettorato relativamente stabile e i sondaggisti possono pesare i campioni in base al voto precedente. In un referendum la scelta non segue le linee standard, la mobilitazione è meno prevedibile e molti elettori decidono davvero nelle ultime settimane. In Italia il divieto di pubblicazione rende impossibile capire quanto degli errori di previsione dipenda dai sondaggi e quanto dal fatto che gli elettori cambiano idea proprio in quel periodo.
L’ultimo precedente comparabile è il referendum costituzionale del 2016 sulla riforma Renzi-Boschi. In quell’occasione tutti i sondaggi davano il No avanti, con vantaggi che oscillavano tra il 52 e il 55 per cento: la direzione era chiara, anche se i margini sembravano contenuti. Alla fine il No vinse con il 59 per cento, i sondaggi avevano individuato il vincitore ma ne avevano sottovalutato la forza. L’affluenza fu del 65 per cento, un livello molto più alto di quello previsto oggi. Un precedente che conferma quanto sia difficile sondare i referendum e che suggerisce cautela nel prendere i numeri attuali come definitivi.
In conclusione, i dati ad oggi dicono che il referendum sulla separazione delle carriere è una competizione apertissima. Il Sì è in leggero vantaggio, ma il trend delle ultime settimane è dalla parte del No. Le prossime due settimane, quelle in cui non vedremo più sondaggi, saranno quelle in cui si deciderà tutto.
La media dei sondaggi è calcolata con un modello che assegna a ogni rilevazione un peso basato su due fattori: la dimensione del campione e la distanza nel tempo. I sondaggi più recenti pesano di più grazie a un decadimento esponenziale, cioè il peso di ogni rilevazione diminuisce man mano che invecchia. Quando più sondaggi escono nello stesso giorno, il peso di ciascuno viene ridotto proporzionalmente per evitare che una singola giornata conti troppo. Il margine di incertezza tiene conto sia dell'errore statistico dei singoli sondaggi sia della dispersione tra istituti diversi. La simulazione Monte Carlo aggiunge a questo un ulteriore margine di errore storico per i sondaggi referendari e genera 50 mila scenari per ogni giorno a partire dalla media e dall'incertezza complessiva.




Potenza della propaganda menzognera e della mistificazione…bah!