Un altro anno di suicidi nelle carceri italiane
Con ottanta suicidi nel 2025 e un tasso venti volte superiore alla popolazione generale, le carceri italiane affrontano un'emergenza strutturale tra sovraffollamento e carenza di personale
Ottanta persone si sono tolte la vita nelle carceri italiane nel corso del 2025. A mostrarlo sono i dati raccolti dal Centro Studi di Ristretti Orizzonti, che monitora quotidianamente gli eventi critici negli istituti penitenziari italiani. Il 2024 aveva segnato il picco con novantuno suicidi, il numero più alto mai registrato da quando esistono rilevazioni sistematiche sul fenomeno. Per capire la gravità della situazione basta guardare all’evoluzione degli ultimi anni: tra il 2013 e il 2017 i suicidi oscillavano tra i quaranta e i cinquanta casi annui, con un minimo di trentanove nel 2015. Dal 2018 la tendenza si è invertita, con un’accelerazione netta a partire dal 2022, quando i casi sono saliti a ottantaquattro. L’anno successivo erano scesi a sessantotto, ma il biennio 2024-2025 ha prodotto una media di oltre ottantacinque suicidi all’anno.
Nella popolazione generale italiana il tasso di suicidi si attesta intorno a 0,6 o 0,7 casi ogni 10 mila abitanti, secondo i dati Istat. Nelle carceri il tasso sale a 12-13 ogni 10 mila detenuti. Chi si trova recluso in un istituto penitenziario ha quindi una probabilità di togliersi la vita venti volte maggiore rispetto a chi vive fuori. Nel 2022, ultimo anno per cui sono disponibili confronti omogenei a livello continentale, il tasso italiano di suicidi in carcere era di quindici casi ogni 10 mila detenuti, più del doppio della media europea che si fermava a 7,2.
Il picco di suicidi tra stranieri e persone in attesa di giudiuzio
Il rapporto pubblicato dal Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, che ha analizzato i dati dei primi sette mesi del 2025, evidenzia come alcune categorie di persone siano particolarmente vulnerabili. Tra i quarantasei suicidi avvenuti tra gennaio e luglio, quasi la metà delle vittime erano persone straniere, che rappresentano il 48 per cento dei casi nonostante costituiscano solo il 32 per cento della popolazione detenuta. Per loro il tasso sale a 11,1 suicidi ogni 10 mila presenze, praticamente il doppio rispetto ai detenuti italiani che si fermano a 5,6 ogni 10 mila.
Le ragioni di questa maggiore vulnerabilità sono molteplici e si sovrappongono. L’isolamento linguistico e culturale rende più difficile l’accesso ai servizi di supporto psicologico, mentre le preoccupazioni per le famiglie rimaste nei paesi d’origine si sommano alla mancanza di una rete di sostegno in Italia. Molti detenuti stranieri vivono inoltre in condizioni di marginalità sociale ancora più accentuata: tra i quarantasei casi analizzati dal Garante, sedici persone erano senza fissa dimora, oltre un terzo del totale, una percentuale significativamente superiore a quella della popolazione generale.
Un altro dato particolarmente preoccupante riguarda la posizione giuridica delle vittime. Diciassette persone, pari al 37 per cento del campione analizzato, erano in attesa di primo giudizio, quindi formalmente innocenti fino a sentenza definitiva. Per queste persone il primo impatto con la detenzione si somma all’incertezza sul proprio futuro e alla difficoltà di elaborare una condizione che può essere vissuta come ingiusta. Il Garante sottolinea come questo dato evidenzi la fragilità psicologica che può accompagnare la prima esperienza detentiva, soprattutto per chi non ha ancora ricevuto una condanna. Il fenomeno è comune a tutta Europa: uno studio pubblicato nel 2022 su dati di venti paesi ha calcolato che il tasso di suicidi tra le persone in custodia cautelare è di 17,5 casi ogni 10 mila, esattamente il doppio rispetto agli 8,54 ogni 10 mila registrati tra i condannati definitivi.
I momenti più critici: i primi giorni e la fine prigionia
L’analisi temporale dei suicidi rivela due momenti particolarmente a rischio che sembrano apparentemente contraddittori. Il primo è l’ingresso in carcere: quasi la metà dei suicidi, il 46 per cento, avviene nei primi tre mesi di detenzione. Di questi, otto casi si sono verificati nel primo mese e cinque addirittura nella prima settimana. L’impatto iniziale con la privazione della libertà rappresenta un trauma psicologico che molti non sono preparati ad affrontare, soprattutto quando mancano strutture di accoglienza adeguate e un supporto psicologico tempestivo.
Il secondo momento critico è paradossalmente quello che dovrebbe essere più carico di speranza: l’avvicinarsi della scarcerazione. Il 30 per cento delle persone che si sono tolte la vita avevano una fine pena prevista entro tre anni e di queste due sarebbero dovute uscire entro il 2025, quindi nel giro di pochi mesi dal gesto. Quattordici di loro avevano già una sentenza definitiva. Il Garante ipotizza che in questa fase finale emergano con forza l’assenza di prospettive concrete per il reinserimento sociale, la mancanza di una rete di sostegno all’esterno e una sorta di crisi identitaria di fronte alla prospettiva di dover ricostruire una vita senza punti di riferimento familiari o lavorativi.
L’età media delle vittime è di quarantadue anni. La fascia più colpita è quella tra i ventisei e i trentanove anni, che da sola raccoglie il 39 per cento dei casi. Seguono le persone tra i quaranta e i cinquantacinque anni con il 35 per cento. Ci sono anche quattro casi di giovani tra i diciotto e i venticinque anni, un’età in cui la capacità di elaborare eventi traumatici può essere ancora in via di sviluppo.
Il peso del sovraffollamento e delle condizioni strutturali
Stabilire un nesso tra le condizioni di detenzione e rischio suicidario non è semplice, ma è facile immaginare che ci sia. Secondo le elaborazioni del giornalista Marco Dalla Stella sui dati del Ministero della Giustizia, le carceri italiane ospitavano oltre 63 mila detenuti a fronte di 46 mila posti effettivamente disponibili, per un tasso di affollamento reale del 138 per cento. Questo significa che in media ci sono quasi tre persone ogni due posti disponibili. La situazione è ulteriormente peggiorata rispetto all’anno precedente, con un incremento costante che ha portato il tasso dal 132 per cento di inizio 2025 al 138 per cento di fine anno.
Sessantanove istituti superano il 150 per cento di capienza, con punte che raggiungono livelli difficilmente immaginabili. Lucca detiene il primato negativo con il 258 per cento di affollamento, seguita da Vigevano con il 236 per cento e Milano San Vittore con il 234 per cento, dove più di mille persone occupano 357 posti disponibili. Ma il sovraffollamento non è più un fenomeno limitato alle grandi carceri del nord: si è progressivamente diffuso in tutto il paese, investendo case circondariali di ogni dimensione.
Il Garante ha calcolato che nei trentasette istituti dove si sono verificati suicidi tra gennaio e luglio 2025 il sovraffollamento medio era del 144 per cento, un valore superiore alla media nazionale. Otto di questi istituti superavano il 170 per cento di capienza, mentre sedici si collocavano tra il 130 e il 170 per cento. Tra i casi più emblematici si trovano Foggia con il 217 per cento, Milano San Vittore con il 217 per cento, Brescia con il 199 per cento e Verona con il 189 per cento, tutti istituti che hanno registrato almeno un suicidio nel periodo considerato.
Il sovraffollamento non è solo un numero astratto ma si traduce in condizioni di vita concrete che incidono profondamente sulla salute mentale. Le visite dell’Associazione Antigone, che da oltre quarant’anni si occupa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario, documentano situazioni terribili: in trenta istituti su novantacinque visitati nel 2024 le celle offrono meno di tre metri quadrati calpestabili per persona, uno spazio inferiore a quello di un bagno domestico. Quarantatré istituti non hanno acqua calda in cella, cinquantatré non hanno docce nelle celle e in dodici casi manca persino il riscaldamento. A Firenze Sollicciano, uno degli istituti con più suicidi, le celle sono coperte di muffa nera, tanto che durante le ispezioni sono state descritte più simili a grotte che a stanze. Queste condizioni materiali si sommano alla tensione generata dall’eccessivo numero di persone confinate negli stessi spazi, rendendo ogni momento della giornata potenzialmente conflittuale.
Oltre tre quarti dei suicidi, si verificano in sezioni a custodia chiusa, dove i detenuti hanno libertà di movimento limitata e trascorrono la maggior parte della giornata rinchiusi in cella. Queste sezioni ospitano persone con profili di rischio elevato, ma anche detenuti comuni sottoposti a un regime di sorveglianza più rigido che limita drasticamente le possibilità di socializzazione e accesso alle attività. La circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del luglio 2022 ha di fatto abbandonato il modello della sorveglianza dinamica introdotto dopo la sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti dell’uomo, che prevedeva celle aperte durante il giorno. Oggi oltre il 60 per cento dei detenuti italiani vive in regime di custodia chiusa, una percentuale in costante aumento.
I segnali ignorati
Dall’analisi del Garante emerge poi la questione degli eventi critici precedenti ignorati. Il 60 per cento delle persone che si sono suicidate erano state coinvolte in altri episodi che avrebbero dovuto fungere da campanello d’allarme. Dieci avevano già tentato il suicidio in precedenza, mentre cinque erano state sottoposte a regimi di sorveglianza speciale proprio per il rischio autolesivo. In alcuni casi la grande sorveglianza, come viene tecnicamente definita la procedura di monitoraggio intensivo, era stata persino intensificata a grandissima sorveglianza o sorveglianza a vista medico-custodiale.
Questo solleva dubbi sull’efficacia dei protocolli di prevenzione attualmente in uso. Il Garante evidenzia come le misure di sorveglianza, se mal gestite, possano trasformarsi da strumento di protezione a fattore di ulteriore isolamento. Quando la grande sorveglianza si riduce a un controllo visivo continuo senza un accompagnamento psicologico adeguato, il detenuto può vivere questa condizione come una forma di isolamento punitivo che aggrava il disagio invece di alleviarlo. La chiave, sottolinea il rapporto, dovrebbe essere il dialogo e il coinvolgimento attivo della persona, non solo il controllo.
I numeri sui tentativi di suicidio e sugli atti di autolesionismo confermano quanto il problema sia diffuso e sottostimato. Nei primi sette mesi del 2025 sono stati registrati oltre 1.100 tentativi di suicidio, una media di cinque al giorno in tutta Italia. Gli atti di autolesionismo sono stati oltre 7 mila nello stesso periodo, circa trentacinque al giorno. Queste cifre, pur in lieve calo rispetto all’anno precedente, dimostrano come il suicidio consumato rappresenti solo la punta di un fenomeno molto più esteso di sofferenza e disagio psichico. Gli istituti con più tentativi sono spesso gli stessi che registrano il maggior numero di suicidi: Catanzaro con novantuno tentativi nel 2024, Milano San Vittore con settantasette, Napoli Secondigliano con settantuno e Firenze Sollicciano con sessantanove.
Un problema metodologico significativo riguarda la raccolta dei dati sulle motivazioni. In quasi otto casi su dieci, la motivazione risulta non rilevata. Questo significa che nella stragrande maggioranza dei casi non si conosce il perché del gesto, una lacuna che impedisce di fatto qualsiasi forma di prevenzione mirata. Il Garante sottolinea come questo dato evidenzi la necessità di rafforzare i sistemi di monitoraggio e soprattutto di garantire colloqui psicologici approfonditi fin dall’ingresso in istituto. Delle poche motivazioni registrate, sei sono state classificate come personali, tre come sconforto e solo una come gesto dimostrativo, ma l’assenza di informazioni nella maggior parte dei casi rende impossibile comprendere realmente le dinamiche che portano al suicidio.
Esiste inoltre una discrepanza significativa tra i diversi enti che raccolgono dati sui decessi in carcere. Il Centro Studi di Ristretti Orizzonti ha conteggiato novantuno suicidi nel 2024, mentre il Garante Nazionale e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria si fermano a ottantatré casi. La differenza di otto eventi deriva da criteri di classificazione diversi: il Dipartimento tende a escludere dal conteggio i decessi avvenuti in ospedale dopo il gesto compiuto in carcere, così come i casi di asfissia da gas o sciopero della fame in cui risulta difficile accertare l’intento suicidario. Questa differenza metodologica, pur comprensibile da un punto di vista tecnico, rischia di sottostimare un fenomeno già grave e di ostacolare l’elaborazione di strategie di prevenzione efficaci.
Un sistema sotto pressione
Il fenomeno dei suicidi in carcere non può essere compreso senza considerare il contesto più ampio in cui si inserisce, in particolar modo lato personale e risorse economiche.
Il personale che lavora negli istituti penitenziari è in sofferenza. Al 31 maggio 2025 mancavano decine di direttori o vicedirettori rispetto all’organico previsto, nonostante nel 2024 ne fossero entrati centosei. Questo significa che molti direttori sono obbligati a gestire contemporaneamente due o più istituti, con evidenti ricadute sulla qualità del coordinamento e sulla capacità di intercettare situazioni di rischio.
Gli educatori, che si occupano del trattamento e il reinserimento dei detenuti, sono appena 963 a fronte dei 1.040 previsti, con una media nazionale di quasi sessantacinque detenuti per educatore. Le ore di presenza settimanale degli psicologi negli istituti si traducono in circa dieci minuti a settimana per ogni detenuto, secondo i calcoli basati sui dati di Antigone. È evidente che in queste condizioni diventa impossibile costruire quei percorsi individualizzati che dovrebbero costituire il cuore della funzione rieducativa della pena. Gli agenti di Polizia Penitenziaria sono oltre 3 mila in meno rispetto all’organico previsto, con un deficit del 16 per cento. Questa carenza si traduce in turni estenuanti che spesso superano le dodici ore consecutive, doppi turni frequenti e una minore capacità di garantire quella sorveglianza attenta che potrebbe intercettare i segnali di disagio. Le stesse guardie penitenziarie lavorano in condizioni psicologicamente logoranti, dovendo gestire situazioni di crisi continue con mezzi limitati.
Le risorse economiche dedicate al sistema penitenziario, pur in lieve aumento, non sono orientate a risolvere i problemi strutturali. Il budget 2025 dell’Amministrazione Penitenziaria è di circa 3,4 miliardi di euro, ma la voce edilizia carceraria è stata tagliata del 24 per cento rispetto all’anno precedente. La costruzione di nuovi padiglioni prefabbricati, affidata a un commissario straordinario con un budget di 250 milioni, prevede moduli che nascono già sovraffollati: quattro detenuti in trenta metri quadrati totali, con uno spazio abitabile netto di poco più di cinque metri quadrati a testa, inferiore agli standard che teoricamente dovrebbero garantire la capienza regolamentare.
Il confronto europeo mostra che i tassi di suicidio in carcere sono ovunque significativamente più alti rispetto alla popolazione generale. Anche nei paesi scandinavi, che hanno investito decenni in sistemi di welfare e protocolli di prevenzione avanzati, i dati confermano il problema: in Danimarca il tasso tra i detenuti condannati raggiungeva 4,4 suicidi ogni 10 mila nel 2021, in Svezia e Finlandia i dati mostrano valori prossimi allo zero ma con numeri assoluti molto contenuti che rendono difficile una comparazione robusta. La Francia registrava nello stesso anno un tasso di 21,9 casi ogni 10 mila tra i condannati definitivi, nonostante protocolli sofisticati che gli esperti hanno comunque giudicato insufficienti. Altri paesi europei presentano tassi più contenuti: Lettonia con 8,9 ogni 10 mila, Repubblica Ceca con 4,0 e Austria con 1,5, ma in tutti i casi i valori restano nettamente superiori a quelli della popolazione generale.
Questi dati suggeriscono che il fenomeno dei suicidi in carcere ha radici profonde che vanno oltre la semplice questione delle risorse materiali o del sovraffollamento, per quanto questi fattori siano indubbiamente rilevanti. La privazione della libertà rappresenta di per sé un trauma psicologico significativo, che si amplifica quando si sommano l’incertezza sul futuro, la lontananza dagli affetti, la perdita di controllo sulla propria vita e l’esperienza dell’isolamento. Per alcune persone, specialmente quelle già fragili per condizioni di marginalità sociale, dipendenze o patologie psichiatriche preesistenti, questo insieme di fattori può diventare insopportabile.
La strada verso una soluzione non è semplice né immediata. Il Garante Nazionale ha avanzato una serie di raccomandazioni che vanno dal monitoraggio intensificato negli istituti più critici al potenziamento dei servizi di supporto psicologico, dall’attenzione particolare ai primi giorni di detenzione alla preparazione del reinserimento per chi si avvicina alla fine pena. Ma accanto a questi interventi tecnici, serve probabilmente un ripensamento più profondo del ruolo che la detenzione deve svolgere in una società democratica. Le esperienze europee dimostrano che investimenti significativi in welfare carcerario possono mitigare il problema ma non eliminarlo, e che forse occorre interrogarsi sull’uso stesso del carcere come risposta prevalente ai reati, soprattutto per chi ha già accesso a misure alternative ma non riesce a ottenerle per carenza di risorse o per barriere burocratiche.
L’attuale stato delle prigioni italiane mostra anche il fallimento di un sistema che non riesce a gestire la propria funzione. Le persone vengono condannate alla privazione della libertà, non a vivere ammassate in celle sovraffollate e fatiscenti che le spingono verso gesti estremi. Mentre nel dibattito pubblico e nelle scelte di governo prevale l’idea che il carcere sia la risposta principale ai problemi di sicurezza, con una crescente richiesta di inasprimento delle pene e di maggiore ricorso alla detenzione, i dati mostrano un sistema al collasso che non riesce nemmeno a garantire condizioni di vita basilari. Il carcere, così come è oggi, non solo non rieduca ma può distruggere le persone che vi sono dentro, infliggendo una punizione che va ben oltre la condanna stabilita.


