Come l'Italia continua a invecchiare
I nuovi dati Eurostat mostrano un paese con pochi giovani, molti anziani e una pressione crescente su pensioni, sanità e mercato del lavoro
I nuovi dati Eurostat mostrano che anche nel 2025 l’Italia è il paese più anziano dell’Unione Europea e il divario con il resto del continente continua ad allargarsi. L’età mediana della popolazione, il valore che divide esattamente a metà gli abitanti con la metà più giovane da un lato e la metà più anziana dall’altro, ha raggiunto i 49,1 anni, in aumento di quattro decimi rispetto ai 48,7 del 2024. Significa che, tra poco più di un anno, l’Italia potrebbe diventare il primo grande paese europeo a superare la soglia simbolica dei 50.
L’invecchiamento della popolazione è uno dei problemi principali che affronta l’Italia. Un’età mediana così elevata implica avere una società in cui le generazioni più anziane pesano sempre di più e quelle più giovani sono sempre meno numerose, con effetti concreti sulla tenuta del sistema pensionistico, sul numero di ragazzi nelle scuole, sulla domanda di servizi sanitari e sulla vitalità del mercato del lavoro. La media dell’Unione Europea si ferma a 44,9 anni, oltre quattro anni in meno.
Sempre meno giovani, sempre più anziani
Quando si parla di demografia ci si rifà normalmente al concetto di piramide demografiche, ma quella italiana (e non solo) ha ormai perso qualsiasi somiglianza con una piramide. Sotto i vent’anni, in Italia, c’è appena il 17 per cento della popolazione, il valore più basso di tutta l’Unione dopo Malta, che si ferma al 16 per cento. Nella fascia tra i venti e i trentanove anni, quella che tipicamente entra nel mondo del lavoro, forma famiglie e ha figli, la quota è del 21 per cento, quasi tre punti sotto la media europea del 24 per cento.
All’estremo opposto, il 7,8 per cento degli italiani ha più di ottant’anni: è la percentuale più alta dell’intera Unione, dove la media si attesta al 6,2 per cento. Secondo le proiezioni Eurostat questa quota è destinata a più che raddoppiare entro il 2100, con conseguenze dirette sulla domanda di assistenza sanitaria e di cura a lungo termine. Le malattie croniche e le condizioni legate all’età colpiscono in modo crescente questa fascia della popolazione e quando una persona anziana convive con più patologie contemporaneamente diventa più vulnerabile a complicazioni e ricoveri, con costi che si moltiplicano per il sistema sanitario. Il 74 per cento dei decessi nell’Unione è già oggi legato a malattie non trasmissibili e la pressione è destinata ad aumentare man mano che la componente più anziana della popolazione cresce.
La fascia più corposa è quella tra i quaranta e i cinquantanove anni, che da sola rappresenta quasi il 30 per cento della popolazione, seguita da quella tra i sessanta e i settantanove al 25 per cento. Più della metà degli italiani ha tra i quaranta e i settantanove anni, e nei prossimi decenni questo rigonfiamento si sposterà progressivamente verso le fasce più anziane, portando con sé un aumento della domanda di pensioni, di cure mediche e di servizi di assistenza domiciliare.
Un indicatore che traduce questo squilibrio in termini economici è il cosiddetto indice di dipendenza degli anziani, che misura quante persone con più di sessantacinque anni ci sono ogni cento persone in età lavorativa, tra i quindici e i sessantaquattro anni. In Italia questo rapporto è arrivato a 39, in aumento di 0,6 punti rispetto al 2024. Significa che per ogni cento italiani potenzialmente attivi nel mercato del lavoro ce ne sono trentanove in età da pensione. La media europea è più bassa, a 34,5, ma cresce anch’essa di anno in anno. In termini concreti, meno lavoratori devono sostenere attraverso i loro contributi un numero crescente di pensionati. I sistemi pensionistici europei si basano in larga parte sul principio della ripartizione, i contributi dei lavoratori di oggi pagano le pensioni di chi è già in pensione, e con un rapporto che si avvicina a due lavoratori per ogni pensionato l’equilibrio diventa sempre più fragile. Secondo le proiezioni della Commissione Europea, questo rapporto nell’Unione potrebbe quasi raddoppiare entro il 2100.
Sessant’anni di invecchiamento
Nel 1960 l’età mediana dell’Italia era di 31,2 anni, un paese giovane che stava vivendo il boom economico e dove le famiglie numerose erano ancora la norma. La Germania, all’epoca, aveva un’età mediana di 34,4 anni ed era sensibilmente più vecchia. La Spagna si fermava a 29,6, il paese più giovane tra le grandi economie del continente.
L’Italia ha iniziato a invecchiare a ritmo costante, superando la soglia dei quarant’anni nel 2000 e quella dei quarantacinque nel 2015. La Germania ha seguito un percorso simile fino alla metà degli anni Duemila, raggiungendo un picco di 46 anni nel 2017 e nel 2018, ma poi qualcosa è cambiato: l’età mediana tedesca si è stabilizzata e ha iniziato a scendere lentamente, arrivando a 45,5 nel 2025. È un caso praticamente unico tra i grandi paesi europei e la spiegazione principale sta nell’immigrazione: la Germania ha accolto nell’ultimo decennio milioni di persone, in larga parte giovani e in età lavorativa, che hanno contribuito a ringiovanire la struttura demografica del paese. L’Italia ha superato la Germania intorno al 2013 e da allora il divario non ha fatto che aumentare, fino agli attuali 3,6 anni di differenza.
La Spagna ha vissuto un’accelerazione ancora più marcata: è passata dai 29,6 anni del 1960 ai 45,8 del 2025, guadagnando oltre sedici anni. Ma il caso più emblematico resta quello della Francia, che nel 1991 aveva un’età mediana di 34,7 anni e oggi è a 42,8, quasi sette anni in meno dell’Italia. Questa differenza non è casuale: la Francia ha investito per oltre un secolo in politiche familiari strutturate, spendendo tra il 2,9 e il 3,6 per cento del PIL in sostegni alla famiglia contro circa l’1,4 per cento italiano, ottenendo un tasso di fecondità stabilmente più alto che ha garantito un maggiore ricambio generazionale. Il risultato si vede anche nella composizione della popolazione: i francesi sotto i vent’anni sono il 23 per cento, contro il 17 per cento degli italiani.
Un continente che invecchia, ma non allo stesso ritmo
L’Italia è un caso estremo, ma non è sola. I dati del 2025 mostrano che la Bulgaria e il Portogallo condividono un’età mediana di 47,3 anni, seguite dalla Grecia a 47,2 e dalla Spagna a 45,8. Sono tutti paesi dell’Europa meridionale e orientale, le aree del continente dove il calo delle nascite si è combinato con l’emigrazione dei giovani verso i paesi più ricchi, creando un circolo vizioso in cui chi parte è in genere in età riproduttiva e chi resta contribuisce ad alzare l’età media. Secondo le proiezioni analizzate da Bruegel, un centro di ricerca di Bruxelles, i paesi dell’Est Europa perderanno in media 3,2 abitanti ogni mille residenti all’anno da qui al 2050, con punte particolarmente gravi in Lettonia e Lituania.
All’altro capo della classifica si trovano realtà molto diverse. L’Irlanda, con un’età mediana di 39,6 anni, è il paese più giovane dell’Unione, seguita da Lussemburgo a 39,8 e Malta a 40. Sono paesi dove l’immigrazione di giovani lavoratori e tassi di fecondità meno depressi hanno mantenuto un maggiore equilibrio tra generazioni. Anche i paesi nordici mostrano segnali di invecchiamento, la Finlandia è a 43,5 anni e la Svezia a 41,2, ma la loro struttura demografica resta più bilanciata di quella mediterranea.
Il confronto tra gli indici di dipendenza degli anziani conferma questa geografia a due velocità. L’Italia è il paese messo peggio con 39, seguita dalla Bulgaria a 38,7, dal Portogallo a 38,6 e dalla Finlandia a 38,1. Molto più in basso si trovano Irlanda a 23,8 e Lussemburgo a 22, dove la struttura demografica più giovane garantisce una base di lavoratori ancora ampia rispetto alla popolazione anziana. Questo implica che l’Italia ha quasi il doppio della pressione demografica sul sistema previdenziale e sanitario rispetto all’Irlanda.
Le prospettive: un equilibrio sempre più difficile
La popolazione dell’Unione Europea, oggi a circa 449 milioni di persone, dovrebbe raggiungere un picco di 453 milioni intorno al 2026 per poi iniziare un declino progressivo fino a circa 420 milioni entro la fine del secolo, con un’età mediana che secondo le proiezioni supererà i 50 anni. L’unico fattore che ha tenuto in positivo la crescita demografica europea negli ultimi anni è l’immigrazione, dato che il saldo naturale (la differenza tra nati e morti) è negativo dal 2012. Ma affidarsi esclusivamente a flussi migratori per compensare il calo demografico richiederebbe numeri di entità difficili da sostenere nel lungo periodo, sia sul piano politico che su quello dei servizi di accoglienza e integrazione.
Le proiezioni della Commissione Europea indicano che ventidue dei ventisette paesi dell’Unione avranno una riduzione della popolazione in età lavorativa entro il 2050, con cali superiori al venti per cento in paesi come Lettonia, Lituania, Grecia e Bulgaria. L’Istituto dell’economia tedesca ha stimato che la carenza di manodopera è già costata alla Germania decine di miliardi di euro in mancata produzione e il Fondo Monetario Internazionale prevede che le ore lavorate in Europa diminuiranno nel prossimo quinquennio, mentre negli Stati Uniti continueranno ad aumentare. Anche la forza lavoro che resta sta invecchiando: l’età media dei lavoratori europei è cresciuta in tutti i paesi tra il 2016 e il 2022, con aumenti maggiori proprio nel Sud e nell’Est Europa. I lavoratori più anziani tendono a essere meno mobili tra settori e occupazioni e più esposti all’obsolescenza delle competenze.
Per l’Italia i margini di intervento sono stretti ma non inesistenti. Le esperienze di altri paesi suggeriscono che le misure più efficaci non sono i bonus una tantum bensì le politiche strutturali: asili nido accessibili, congedi parentali adeguati, stabilità lavorativa per i giovani, investimenti nella formazione continua per mantenere produttiva una forza lavoro sempre più anziana. Al tempo stesso, serve adattare i sistemi sanitari a una popolazione che invecchia e agire sul sistema pensionistico per far sì che rimanda sostenibile.


Pesonalmente rilevo una totale assenza di consapevolezza sul problema, soprattutto a livello di classe dirigente. Sembra quasi che il tracollo sia talmente scontato da rendere più conveniente godersi questi ultimi anni di sopravvivenza senza terapie particolari. Un paese che invecchia ai nostri ritmi non è solo una disgrazia per chi invecchia ma soprattutto un motivo in più per chi nasce (quei pochi almeno) ad andarsene e/o a non procreare affatto.