Dove finiscono i soldi pubblici
La spesa pubblica italiana vale il 50,4 per cento del PIL. Eppure per la sanità, la scuola e istruzione spendiamo poco.
In Italia lo Stato spende davvero poco? È la convinzione che torna ogni volta che si parla di liste d’attesa negli ospedali, di stipendi degli insegnanti o di asili nido che mancano. I dati di Eurostat sulla spesa pubblica per funzione1, aggiornati al 2024, dicono il contrario. Le amministrazioni pubbliche italiane hanno speso il 50,4 per cento del prodotto interno lordo, contro una media del 49,1 per cento nei ventisette paesi dell’Unione europea. È più della Germania, ferma al 49,4, e più della Spagna, al 45,5. Solo la Francia tra i grandi paesi dell’Ue, con il 57,3 per cento, spende sensibilmente di più.
La spesa in percentuale del PIL misura quanto pesa lo Stato sull’economia, cioè quanta parte della ricchezza prodotta in un anno passa per le casse pubbliche. È il metro più usato per confrontare paesi di dimensioni diverse e colloca l’Italia nella fascia alta del continente, anche se da sola questa misura non dice dove quei soldi finiscono, né quanto ne arrivi davvero a ogni cittadino.
Ma quanto spende davvero l’Italia per la sanità, per la scuola e per le pensioni? E quanto ne resta ai cittadini una volta tenuto conto del diverso costo della vita? Servono tre lenti diverse, che misurano cose diverse.
Come si compone la spesa pubblica
La contabilità europea divide la spesa pubblica in dieci grandi funzioni, dalla protezione sociale alla difesa, e la loro somma restituisce esattamente quel 50,4 per cento del PIL. Mostra a cosa servono i soldi, al di là dell’amministrazione che li eroga. La protezione sociale, che raccoglie pensioni, sussidi e assistenza, vale il 21,3 per cento del PIL, cioè più di un terzo dell’intera spesa pubblica e più del doppio di qualunque altra funzione.
Il secondo capitolo sono i servizi generali, al 7,7 per cento, che tengono insieme il funzionamento dello Stato e (come vedremo) gli interessi sul debito. Vengono poi la sanità al 6,6 per cento e gli affari economici al 5,1, la voce che raccoglie infrastrutture e sostegni alle imprese e dentro cui i soli trasporti valgono 2,4 punti di PIL, mentre l’istruzione si ferma al 4,0 per cento.
Ordine pubblico, difesa, cultura, ambiente e abitazioni pesano ciascuno meno di due punti, e tutti insieme non arrivano a sei. Sommando protezione sociale e sanità, più di metà della spesa pubblica italiana è welfare.
La stessa fotografia si può leggere come quota della spesa complessiva invece che del PIL. Su ogni cento euro spesi dallo Stato, 42 vanno alla protezione sociale, 15 ai servizi generali, 13 alla sanità e 8 all’istruzione, e questa seconda misura serve a leggere le priorità interne, perché mostra come si divide la torta a prescindere da quanto è grande. Il solo welfare previdenziale assorbe più di quanto vada a sanità, scuola e ordine pubblico messi insieme.
Il confronto con gli altri paesi conviene farlo una funzione alla volta, con la stessa unità di misura, cioè la quota di PIL. L’Italia è sopra la media europea in due capitoli soltanto: il primo è la protezione sociale, con il 21,3 per cento contro il 19,6 dell’Unione, dove però la Francia spende ancora di più, il 23,7. Il secondo sono i servizi generali, al 7,7 per cento contro il 6,1 europeo, e qui l’Italia ha il valore più alto dei cinque paesi, davanti a Germania, Francia e Spagna, tutte comprese tra il 5,8 e il 6,4.
In tutte le altre funzioni l’Italia spende quanto la media europea o meno. La sanità, al 6,6 per cento, sta sotto il 7,4 dell’Unione e lontana dalla Francia, all’8,9, e dalla Germania, al 7,6, e nel gruppo solo la Spagna spende un po’ meno.
L’istruzione, al 4,0 per cento, è la più bassa dei cinque, sotto la media europea del 4,8 e perfino sotto la Spagna. La difesa, all’1,3 per cento, resta sotto la media dell’Unione dell’1,5, un divario che pesa nel nuovo clima di riarmo del continente, mentre su ordine pubblico, affari economici e ambiente l’Italia è in linea con l’Europa.
L’Italia sta quindi sopra la media europea in due funzioni su dieci, e sotto o in linea in tutte le altre. Dentro quei due capitoli c’è una voce che qui conta più che nel resto d’Europa: le pensioni nel primo, gli interessi sul debito nel secondo.
Pensioni e interessi
La protezione sociale, il capitolo più grande, è per tre quarti pensioni. Le sole pensioni di vecchiaia valgono il 13,9 per cento del PIL, la quota più alta tra i cinque paesi considerati, davanti alla Francia con il 13,4 e ben oltre la Germania, ferma al 9,9, e la media europea, al 10,7. Aggiungendo le pensioni ai superstiti, cioè le reversibilità, si arriva al 16,3 per cento del PIL, e sulle sole pensioni di vecchiaia l’Italia spende nove volte quello che destina alla famiglia e all’infanzia.
Il secondo capitolo gonfiato sono i servizi generali, che a prima vista sembrano la macchina amministrativa dello Stato. Oltre la metà di quel 7,7 per cento sono in realtà interessi sul debito pubblico, perché la contabilità europea classifica la gestione del debito come un servizio pubblico generale, e gli interessi da soli valgono il 4,0 per cento del PIL, quasi il quadruplo dell’1,1 per cento della Germania e più del doppio della media europea (1,9).
È il valore più alto dell’intera area euro. Tolti gli interessi, la spesa per il funzionamento degli organi dello Stato, dell’amministrazione fiscale e degli affari esteri vale il 3,8 per cento del PIL, leggermente sotto la media europea: la burocrazia di vertice italiana, presa per quello che è, costa quanto quella altrui. A pesare è il debito.
Messe insieme, pensioni di vecchiaia, reversibilità e interessi assorbono il 40 per cento di tutta la spesa pubblica italiana, mentre in Germania la stessa somma si ferma a poco più di un quarto, il 26 per cento, in Francia al 29, in Spagna al 33. È la quota più alta del gruppo, ed è spesa già decisa prima ancora di scrivere una legge di bilancio, perché le pensioni sono diritti maturati e gli interessi sono dovuti ai creditori.
Su tutto il resto, cioè sanità, istruzione, famiglia, investimenti e ogni altra funzione, l’Italia spende circa cinque punti di PIL in meno della media europea. Cinque punti del PIL italiano valgono più di cento miliardi l’anno.
L’Italia ha l’indice di dipendenza degli anziani più alto d’Europa, con quasi quaranta over 65 ogni cento persone in età da lavoro, e le pensioni rispondono prima di tutto a questo. Le pensioni calcolate con il vecchio sistema retributivo garantiscono poi alle coorti più anziane un tasso di sostituzione (il rapporto tra prima pensione e ultimo stipendio) intorno all’82 per cento, contro una media OCSE del 62, e anche l’età effettiva di uscita dal lavoro resta tra le più basse dei paesi avanzati. Secondo le proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato la spesa pensionistica continuerà a salire fino a un picco del 17,1 per cento del PIL nel 2040, per poi scendere solo quando il sistema contributivo avrà sostituito del tutto quello retributivo. Il debito pubblico è passato dal 57,7 per cento del PIL del 1980 al 121,8 del 1994, e oggi sta intorno al 135. Gli interessi di oggi sono l’eredità di quella crescita e costano allo Stato quanto l’intera istruzione.
Quel che resta per sanità, scuola e figli
La sanità è la prima a pagare la rigidità del bilancio. Con il 6,6 per cento del PIL l’Italia sta sotto la media europea del 7,4 e lontana dalla Francia, all’8,9, e dalla Germania, al 7,6. Guardando alla sola spesa sanitaria corrente con il metodo OCSE, che esclude gli investimenti contati invece dalla contabilità europea, il valore scende al 6,3 per cento, sotto la media dei paesi avanzati del 7,1 e in fondo al G7.
L’ottavo rapporto GIMBE sul Servizio sanitario nazionale evidenzia che ci sono circa 5,8 milioni di italiani che hanno rinunciato a curarsi e oltre quaranta miliardi di spesa sanitaria pagata di tasca propria dalle famiglie, perché quando lo Stato copre meno la spesa si sposta sui cittadini che possono permettersela e diventa rinuncia per gli altri.
Anche per l’istruzione la spesa complessiva è sotto la media: il 4,0 per cento del PIL contro il 4,8 europeo. Il divario però non è uniforme tra i livelli. La scuola dell’obbligo, dalla primaria alle superiori, è quasi in linea con l’Europa, mentre il punto debole è l’università, che vale appena lo 0,4 per cento del PIL, la metà dello 0,8 europeo. In Italia il sistema universitario assorbe un decimo della spesa per istruzione, contro un sesto nella media dell’Unione.
Il risultato si vede a valle, perché i laureati tra i 25 e i 34 anni sono il 32 per cento contro il 44 della media europea, e peggio dell’Italia fa solo la Romania. Ogni anno, secondo le rilevazioni Istat sulle migrazioni, l’Italia perde poi un saldo netto di oltre ventimila giovani laureati che si trasferiscono all’estero, formati in patria e impiegati altrove.
La spesa per la famiglia e l’infanzia è dell’1,5 per cento del PIL contro il 2,0 europeo e il 2,3 della Francia, che da decenni dedica alle politiche familiari circa il 2,5 per cento del prodotto e mantiene una fecondità intorno a 1,8 figli per donna. In Italia la natalità è scesa a meno di 1,2 figli per donna, il minimo storico. Meno figli oggi vogliono dire meno contributi domani.
La terza lente è la spesa per abitante misurata in parità di potere d’acquisto, una moneta artificiale costruita da Eurostat per correggere le differenze del costo della vita tra paesi, così da confrontare i volumi reali di servizi e non solo gli euro nominali. Va comunque considerato che l’Italia, oltre a spendere in modo squilibrato, è anche più povera della media: il suo PIL per abitante in potere d’acquisto è a 96, con la media europea a 100, sotto Germania e Francia. Anche dove la quota di PIL sembra vicina alla media, quindi, in servizi reali per cittadino l’Italia riceve di meno, perché la sua torta è più piccola.
In sanità un italiano dispone in volume reale di circa tre quarti di quanto dispone un tedesco o un francese, e in istruzione poco più, mentre sulle pensioni di vecchiaia riceve oltre un quarto in più della media europea.
La spesa pubblica è una scelta politica
Uno studio di tre economisti della Banca Mondiale misurò già negli anni Novanta che spostare risorse verso istruzione, ricerca e infrastrutture aumenta la crescita di lungo periodo, mentre un eccesso di spesa corrente e di trasferimenti la frena. La spesa in capitale umano e in infrastrutture allarga la capacità produttiva futura, mentre un trasferimento monetario sostiene il reddito di chi lo riceve oggi.
La Francia spende ancora più dell’Italia, ma distribuisce quella spesa in modo più bilanciato, con molte più risorse a sanità, istruzione e famiglia accanto a pensioni comunque generose.
La Germania tiene la spesa totale in linea con la media europea, paga pochissimi interessi e dedica più spazio agli investimenti, e nel 2025 ha riformato il proprio freno costituzionale al debito, la regola che limitava il deficit, per creare un fondo straordinario destinato a infrastrutture e difesa. Berlino ha allentato un vincolo di bilancio per spendere di più in conto capitale, mentre l’Italia, con un margine già assorbito da pensioni e interessi, quella libertà di manovra non ce l’ha.
La spesa per i giovani, dalle politiche familiari all’università, resta tra le più basse d’Europa, mentre il welfare italiano guarda soprattutto agli anziani, e il rischio di povertà colpisce proprio i giovani e le famiglie con figli. La pressione fiscale è già intorno al 43 per cento del PIL, sopra la media europea, quindi aumentare le entrate per finanziare più spesa è una strada stretta e lo spazio vero resta la ricomposizione di quello che già si spende.
In conclusione
Lo Stato italiano spende più della media europea, ma una buona parte di risorse è assorbita dalle pensioni e dal debito, due problemi che l’arco politico preferisce non affrontare. Queste due voci da sole assorbono il 40 per cento di tutta la spesa pubblica, ed è il motivo per cui sentiamo sempre dire che spendiamo poco per sanità, scuola e famiglia. Proprio perché abbiamo scelto di destinare una maggiore quota di risorse ad altre voci, il divario è ancora più largo quando guardiamo a quanto effettivamente spendiamo rispetto agli altri a parità di potere d’acquisto.
Servirebbe quindi ridurre il debito, come hanno già fatto altri paesi europei, per andare a liberare le risorse che oggi vengono assorbite da questa quota enorme di interessi, e una previdenza più equa tra le generazioni che permetta di liberare una parte di risorse per spostarle verso ciò che genera crescita.
Alzare ulteriormente le tasse o fare più debito non sono delle strade davvero percorribili, in quanto entrambi sono già estremamente alti, sopra la media europea. Bisognerebbe invece andare a ricomporre, almeno in parte, la spesa esistente.
I dati di base vengono da Eurostat, tabella della spesa pubblica per funzione (gov_10a_exp), settore delle amministrazioni pubbliche, anno 2024, l’ultimo disponibile. La spesa in percentuale del PIL, la quota sulla spesa totale e la spesa per abitante sono elaborazioni su quei dati.






