Ad agosto Jesús Fernández-Villaverde, economista dell’Università della Pennsylvania e fra i più citati sui temi demografici, ha pubblicato con Patrick Norrick uno studio intitolato Terra Incognita: The Economics of a Shrinking World, che si può tradurre come “Terra sconosciuta: l’economia di un mondo che si restringe”. Il titolo è scelto apposta, perché la prima frase dice che nel 2026 l’umanità è probabilmente scesa sotto la soglia di sostituzione, cioè sotto i 2,1 figli per donna che servono a mantenere costante la popolazione, una cosa mai successa nella storia della specie. Poche pagine dopo gli autori scrivono che “non comprendiamo i meccanismi” dietro il calo, ed è la frase più importante di tutto il lavoro.
I modelli con cui gli economisti spiegano la transizione demografica, cioè il passaggio di una società da sei figli per donna a due man mano che cala la mortalità infantile e cresce il rendimento dell’istruzione, descrivono bene il primo grande calo, quello dell’Ottocento e del Novecento nei paesi ricchi. Lo studio dice che descrivono male il secondo, quello in corso. Va detto che Banca Mondiale e Nazioni Unite danno il mondo ancora a 2,2 figli per donna nel 2024, quindi sopra la soglia, mentre il “sotto” è una stima dello studio, che considera gonfiati i numeri dell’ONU. La tesi di questo pezzo regge anche senza quel decimale.
Anche nei paesi a reddito medio scende il numero di figli
Per la prima volta nella storia i paesi a reddito medio fanno meno figli dei paesi ricchi. Il Messico ha avuto nel 2025 un tasso di fecondità, cioè il numero medio di figli per donna, di 1,51, con un reddito per abitante pari al 28 per cento di quello americano, mentre la Tunisia è a 1,45 con il 18 per cento. Sono i due esempi con cui lo studio apre e la lista continua con la Thailandia a 0,87, la Colombia intorno a 1 e il Brasile a 1,52.
La Banca Mondiale divide i paesi in quattro gruppi in base al reddito per abitante e per ciascun gruppo calcola il tasso di fecondità. Nel 2024 i paesi ad alto reddito stanno a 1,42 figli per donna e quelli a reddito medio-alto, dove vivono Cina, Brasile, Messico e Turchia, a 1,52, ormai quasi indistinguibili. I paesi a reddito medio-basso stanno a 2,62 e quelli a basso reddito a 4,46. Dal 2017 il calo è concentrato nel gruppo medio-alto, che ha perso 0,45 figli per donna in sette anni contro i 0,21 dei paesi ricchi. Il calo è uscito dal mondo ricco e ha già attraversato il gruppo medio-alto.
La Turchia è il caso più chiaro da analizzare, perché registra tutte le nascite in un registro civile completo, mentre in molti paesi le nascite vengono in parte stimate. Il tasso di fecondità turco è passato da 2,11 nel 2016 a 1,42 nel 2025, le nascite sono scese del 32 per cento in nove anni e 76 province su 81 stanno sotto la soglia di sostituzione. In Colombia il registro nazionale conta 661 mila nati nel 2015 e 434 mila nel 2025, un calo del 34 per cento in dieci anni, con il tasso di fecondità sceso da 1,7 a 1,0 mentre le stime di Banca Mondiale e Nazioni Unite per lo stesso paese danno ancora 1,63. Dove il calo è più veloce le fonti internazionali arrivano in ritardo di mezzo figlio, quindi non sappiamo nemmeno quanto stia scendendo mentre scende. Il calo non è uniforme, visto che l’India è ferma a 2,0 figli per donna fra le due ultime indagini nazionali sulla salute delle famiglie, quella del 2019-21 e quella del 2023-24 (con il Bihar a 2,7 e alcuni stati del Sud sotto 1,5), e il gruppo a basso reddito scende di circa 0,07 figli l’anno senza segni di accelerazione.
Cosa dice lo studio
Lo studio parte dai tassi di fecondità di 236 paesi e territori dal 1950 al 2023 e usa un modello statistico per separare due cose, cioè quanto del calo di ogni paese dipende da una tendenza mondiale che riguarda tutti e quanto invece dipende da fattori propri di quel paese. La tendenza mondiale raggiunge il massimo nel 1978 e da allora perde forza, con pochissimo cambiamento negli ultimi quindici anni. I fattori nazionali sono invece vivi, perché 219 paesi su 236 hanno una tendenza negativa, in media 0,062 figli per donna all’anno, il che vuol dire che un paese medio perde più di mezzo figlio per donna ogni dieci anni. Nel campione manca qualsiasi segno di appiattimento. I cali più rapidi stanno nei paesi a metà strada, quelli che a metà del periodo avevano fra tre e quattro figli e mezzo per donna: Thailandia, Mongolia, Tunisia e Cina perdono fra 0,14 e 0,15 figli l’anno. Da qui lo studio ricava il criterio con cui giudica ogni spiegazione, perché una causa del calo deve valere quasi ovunque e deve arrivare in date diverse, visto che i cali più rapidi sono distanti decenni l’uno dall’altro.
Prendiamo quattrocento donne, come fa lo studio con cento: 60 non hanno figli, 40 ne hanno uno, 240 ne hanno due, 40 ne hanno tre e 20 ne hanno quattro. In totale fanno 720 figli, cioè 1,8 per donna, la media dei paesi avanzati fino agli anni Novanta. Adesso spostiamo un quarto di quelle donne, così che le senza figli salgono a 104, 92 ne hanno uno, 184 ne hanno due, 20 ne hanno tre e nessuna quattro. Il totale è 520 figli, cioè 1,3 per donna, la soglia che i demografi chiamano fecondità bassissima, mentre tre quarti delle donne si comportano esattamente come prima. Passare da 1,8 a 1,3 richiede piccoli cambiamenti nei costi e nelle convenienze, perché i figli vengono in numeri interi e una donna che ne ha due può scendere a uno con poco. Lo stesso conto spiega perché è difficile risalire, visto che le stesse piccole spinte in salita pesano meno.
Applicato ai paesi reali, però, il quadro si complica, perché il calo può venire da più donne senza figli o da meno figli per madre, mentre i paesi si dividono. In Italia sono cambiate entrambe le cose: le donne senza figli a fine età fertile erano il 13 per cento fra le nate nel 1958 e sono stimate dall’Istat al 26 per cento fra le nate nel 1983 (con un picco vicino al 30 per cento nel Mezzogiorno), mentre la discendenza finale di quella generazione, cioè i figli che avrà avuto in tutto alla fine dell’età fertile, è di 1,44. In America Latina è successo il contrario, perché un lavoro di quattro economisti uscito a gennaio scompone il calo della fecondità finale e trova che fra l’87 e il 99 per cento viene dalla riduzione dei figli fra le madri, mentre la crescita delle donne senza figli pesa meno del 10 per cento. La Corea del Sud è un terzo caso ancora, con meno donne senza figli del Giappone, il 13 per cento contro il 28, e una fecondità molto più bassa, perché chi fa figli si ferma prima. Tre paesi in caduta con tre aritmetiche diverse, senza una spiegazione universale che le regga tutte insieme.
Le spiegazioni che non reggono
La spiegazione classica del calo della fecondità la scrisse negli anni Sessanta Gary Becker, l’economista dell’Università di Chicago che ricevette il Nobel nel 1992 per aver applicato l’analisi economica alla famiglia. Man mano che un’economia si modernizza il rendimento dell’istruzione sale e i genitori sostituiscono la quantità dei figli con la loro qualità, cioè ne fanno meno e investono di più in ciascuno. È un modello che spiega bene un mondo in cui i paesi più ricchi fanno meno figli. Il 21 agosto Fernández-Villaverde ha rifatto il conto su trenta paesi dell’OCSE, l’organizzazione che riunisce le economie avanzate, misurando anno per anno la correlazione fra fecondità e reddito per abitante, cioè un indice che va da −1 a +1 e dice se i paesi più ricchi fanno meno figli (valore negativo) o più figli (valore positivo). Rifacendo lo stesso conto sui dati della Banca Mondiale, la correlazione era a −0,45 nel 1960, si è approfondita fino a un minimo di −0,77 nel 1978 e da lì è risalita in modo costante fino a diventare positiva nel 2009, così che oggi essere più ricchi significa fare più figli. La svolta arriva alla fine degli anni Settanta, come nota lui stesso, “molto prima che chiunque avesse sentito parlare di smartphone, social media o degli altri soliti sospetti”. Se la causa fosse il costo dei figli, che cresce con il reddito, la correlazione avrebbe dovuto restare negativa. La stessa inversione riguarda il lavoro delle donne, perché per decenni la fecondità è stata più alta dove meno donne lavoravano, mentre oggi nell’OCSE è più alta dove più donne lavorano.
Il prezzo delle case è la spiegazione più citata in Italia e l’idea è che una casa cara rimandi la formazione di una famiglia. Il meccanismo però ha due facce, perché i prezzi alti rendono più ricchi i proprietari, che possono permettersi un figlio in più, e più poveri gli affittuari, che lo rimandano. L’Italia è il paese che mette più in difficoltà questa spiegazione, visto che solo il 5 per cento della popolazione spende oltre il 40 per cento del reddito per l’abitazione contro il 7,7 per cento della media europea, il 77 per cento è proprietario contro il 68 per cento europeo e la fecondità è fra le più basse del continente. Il costo delle case regge come vincolo sull’uscire di casa a trent’anni e cede nel confronto internazionale.
Su 72 paesi a reddito medio e basso l’espansione dell’istruzione femminile spiega in media circa il 30 per cento del calo della fecondità (in Asia e Nord Africa il 26), mentre la quota maggiore viene da cali dentro i gruppi di istruzione, comprese le donne che a scuola non sono mai andate. Sugli smartphone uno studio americano sfrutta il fatto che fra il 2007 e il 2011 l’iPhone fosse venduto negli Stati Uniti da un solo operatore, così che le zone coperte da quell’operatore lo ricevettero prima delle altre, e attribuisce alla sua diffusione fra un terzo e metà del calo della fecondità americana da allora. Lo studio di Fernández-Villaverde lo ridimensiona con un numero solo, perché l’Italia stava a 1,19 figli per donna nel 1995 e sta a 1,14 nel 2025, trent’anni e tutta la rivoluzione dei telefoni per perdere cinque centesimi. La lettura degli autori è che i telefoni accelerino la diffusione delle norme sociali, così che quello che richiedeva venticinque anni ne richiede dieci.
Negli Stati Uniti le nascite ogni mille donne fra 15 e 44 anni sono passate da 118 nel 1920 a 89 nel 1929. L’economista americano Scott Sumner usa quel decennio per rispondere all’obiezione più ovvia alla tesi dei telefoni, cioè che la fecondità scende da due secoli. Nella sua lettura lo smartphone è un centro di intrattenimento portatile e l’ultimo passo di una serie di invenzioni che hanno reso la vita più divertente e meno sociale: l’urbanizzazione fra il 1800 e il 1920, il cinema e la radio negli anni Venti, la televisione fra il 1955 e il 1975 e i telefoni dal 2010. Dopo la televisione la fecondità americana è rimasta ferma per più di trent’anni e ha ripreso a scendere dopo il 2010 in tutto il mondo nello stesso momento. Quando si dice che sono i telefoni, sostiene Sumner, si intende che è il divertimento, perché la vita di famiglia è rimasta piacevole come prima mentre le alternative sono diventate sempre più attraenti.
L’idea di Sumner è la stessa di Becker, cioè che ogni figlio ha un prezzo in rinunce e che al crescere delle rinunce si fanno meno figli. Cambia solo la moneta, perché per Becker la rinuncia è lo stipendio e la carriera, per Sumner è il divertimento. Per questo la sua spiegazione cade sullo stesso ostacolo. Chi è più ricco ha più modi di divertirsi fuori dalla famiglia, quindi se contasse il divertimento a cui si rinuncia i più ricchi dovrebbero fare meno figli di tutti. Succede il contrario, perché nei paesi ricchi la relazione fra reddito e figli è tornata positiva e, come nota lo stesso Sumner, negli Stati Uniti i miliardari hanno famiglie più numerose della classe media. Un secondo dato va nella stessa direzione e viene da Lyman Stone, che dirige il programma sulla natalità dell’Institute for Family Studies, un centro di ricerca americano schierato per più nascite: il reddito che una donna americana perde dopo la nascita di un figlio è oggi il più basso mai misurato. Se fare un figlio costa sempre meno in stipendio e la gente ne fa comunque sempre meno, il costo da solo non spiega il calo.
Le politiche per la natalità funzionano poco
La Cina introdusse la politica del figlio unico nel 1979, quando aveva 2,80 figli per donna, mentre Taiwan, che ha cultura e norme sociali molto vicine a quelle cinesi e nessuna politica coercitiva, stava a 2,67. Nel 2015, quando la politica fu abolita, la Cina stava a 1,57 e Taiwan a 1,18, cioè era scesa di più senza figlio unico. Il calo ha la stessa forma sotto regimi opposti, perché in Colombia il tasso di fecondità è passato da 6,4 nel 1950 a 1,6 nel 2023 con la stessa pendenza cinese e senza coercizione, mentre la Thailandia è scesa da 5,5 a 2 figli in vent’anni con un programma volontario di pianificazione familiare e un reddito per abitante di 6.800 dollari, quando la Malaysia ha raggiunto la soglia solo nel 2015 con 23 mila dollari.
Il Québec è l’unico caso in cui l’effetto di una politica per la natalità è stato misurato con un confronto rigoroso, perché fra il 1988 e il 1997 la provincia pagò un bonus per ogni nuovo nato che il resto del Canada non aveva. Uno studio che ha confrontato le due aree trova 93 mila nascite in più, quasi il 15 per cento, al costo di 1,4 miliardi di dollari canadesi, cioè 15 mila dollari per figlio aggiuntivo. La Polonia ha speso dal 2016 circa 94 miliardi di euro in assegni familiari, fra l’1 e l’1,8 per cento del PIL l’anno, mentre la fecondità è passata da 1,32 a un picco di 1,47 e poi a circa 1,1 nel 2025. Il costo stimato è di 389 mila dollari per nascita aggiuntiva e una relazione del governo al parlamento parla di “impatto molto limitato”. La Corea del Sud, di cui circola la cifra di oltre 200 miliardi di dollari spesi contro la denatalità dal 2006 (un aggregato che include edilizia e occupazione giovanile), sulla spesa per la famiglia calcolata dall’OCSE con gli stessi criteri per tutti i paesi spendeva nel 2021 l’1,5 per cento del PIL contro una media del 2,3, mentre la fecondità passava da 1,13 nel 2006 a 0,72 nel 2023.
Nel 2021 tre ricercatori norvegesi hanno messo insieme i 35 studi più rigorosi sugli effetti delle politiche familiari, quelli che confrontano chi ha ricevuto una misura con chi non l’ha ricevuta, e la loro conclusione è che le politiche funzionano, poco e solo quando sono grandi. Gli asili nido hanno un effetto positivo e duraturo sul numero finale di figli, i trasferimenti in denaro anticipano le nascite senza cambiarne il numero finale e le grandi espansioni del congedo parentale funzionano. Gli stessi autori spiegano perché questi effetti spariscono nei confronti fra paesi, visto che molte politiche sono troppo piccole per essere misurabili e un effetto dell’1-2 per cento su una fecondità di 1,3 vale fra 0,01 e 0,03 figli per donna. A dicembre ho scritto che servono pacchetti integrati di politiche strutturali. Dopo lo studio e questa letteratura credo che il problema stia a monte, perché le politiche funzionano poco, funzionano dove sono grandi, nessuna arriva a riportare la fecondità a 2,1 e non sappiamo perché così poco.
L’idea di avere figli piace meno che in passato
Il numero ideale di figli dichiarato nelle indagini è sceso da 2,42 a 2,31 fra il 2012 e il 2022 in ventidue economie avanzate, mentre l’intenzione di avere un figlio entro tre anni è scesa dal 28 al 21 per cento. Lo hanno misurato tre economiste, Raquel Fernández della New York University con Inés Berniell e Milagros Onofri, in un lavoro di agosto che usa indagini ripetute a dieci anni di distanza per calcolare quanto ciascun atteggiamento verso i figli pesi sul calo. Il canale principale è l’erosione dell’idea che servano figli per una vita realizzata, che spiega il 70 per cento del calo delle intenzioni femminili, mentre la divisione dei lavori domestici e il conflitto fra lavoro e famiglia spiegano quasi nulla. L’idea che si tratti solo di un rinvio non regge, perché se fosse posticipazione le intenzioni dovrebbero risalire alle età in cui le nascite rimandate ricompaiono, mentre a nessuna età l’intenzione aumenta.
In Italia l’ideale scende, da 2,11 figli per le donne fra 25 e 39 anni nel 2001 a 1,95 nel 2011. Fra i 18-49enni che intendono avere figli la quota che ne vuole due è passata dal 46 per cento nel 2016 al 42 nel 2024 e quella che ne vuole tre o più dal 22 al 14, mentre chi non sa indicare un numero è salito dal 25 al 36 per cento. Il divario con la realtà resta però molto ampio, perché se le intenzioni a tre anni dichiarate dalle donne nel 2024 si realizzassero nascerebbero circa 760 mila bambini l’anno, mentre nel 2025 ne sono nati 355 mila. Fra le donne che nel 2016 dicevano “certamente sì” entro tre anni ha avuto un figlio il 43 per cento. Gli italiani vogliono ancora molti più figli di quanti ne fanno, ma ne vogliono meno di vent’anni fa.
Gli adulti fra 25 e 64 anni che vivono senza partner erano l’11 per cento nel 2002-03 e sono il 22 per cento nel 2022-23, raddoppiati in vent’anni, mentre le famiglie di una sola persona sono passate dal 26 al 37 per cento, quindi una parte del calo passa da qui. Il calo dei matrimoni da solo dice poco, perché in parte è sostituzione con la convivenza (le coppie conviventi non sposate sono passate da 440 mila a 1,7 milioni), mentre il raddoppio di chi vive senza partner misura davvero le coppie che mancano. In Italia succedono entrambe le cose, meno coppie e coppie con meno figli, con lo stesso ordine di grandezza.
In Cina la quota di giovani donne senza alcun desiderio di figli è passata dal 5 per cento nel 2012 al 47 nel 2023, ed è l’unico paese dove si è misurato come una norma si eredita. Uno studio che confronta chi è nato appena prima e chi appena dopo l’introduzione del figlio unico trova che essere figlio unico riduce di 0,6-0,7 figli la dimensione ideale della propria famiglia. La famiglia piccola è diventata il modello normale dopo la rimozione del vincolo, perché ci si è cresciuti dentro, mentre per la Corea del Sud e la Thailandia, che hanno avuto campagne per ridurre le nascite fra gli anni Sessanta e Novanta, la stessa stima manca.
Perché la fecondità non risale da sola
Lo studio di Fernández-Villaverde propone una risposta che dichiara speculativa e che chiama “modernità”. Una società organizzata attorno a grandi organizzazioni e a titoli di studio rende il terzo figlio caro, perché un bambino va attrezzato per anni a funzionare in un mondo di titoli, e rende la mancanza di figli a buon mercato, perché le pensioni e la sanità fanno il lavoro che facevano i figli. La congettura soddisfa i due criteri dello studio, perché la “modernità” arriva ovunque e arriva in tempi diversi, mentre ha il difetto di spiegare tutto, lo 0,7 coreano come l’1,7 americano, a seconda di cosa si aggiunge. Gli autori attribuiscono i minimi dell’Asia orientale a un disallineamento fra le opportunità delle donne e le aspettative sugli uomini, ma sugli atteggiamenti di genere misurati dal World Values Survey, un’indagine internazionale sui valori, la Corea risulta nella norma dei paesi con il suo reddito.
I mercati hanno un termostato, perché se un bene scarseggia il prezzo sale, la domanda scende ed entrano nuovi produttori, mentre la fecondità ne è priva, ed è il punto che gli autori considerano più importante per gli economisti. Niente garantisce che gli effetti positivi di una popolazione in calo, come le case più economiche, compensino quelli negativi, come la crescita più bassa e le tasse più alte per le pensioni. Le tre forze che potrebbero riportare la fecondità verso l’alto, le politiche, la selezione dei gruppi che fanno più figli e i prezzi relativi indotti dal calo, sono tutte lente o piccole. L’idea di Malthus, per cui una popolazione si adatta alle risorse disponibili, è reale ma lavora sui secoli, mentre le conseguenze su pensioni e debito arrivano nei decenni.
Ogni revisione delle previsioni delle Nazioni Unite abbassa e anticipa il picco della popolazione mondiale: le revisioni dal 2015 al 2019 la davano ancora in crescita nel 2100, quella del 2022 ha fissato il picco a 10,4 miliardi nel 2086 e quella del 2024 a 10,3 miliardi nel 2084. Per la Corea del Sud l’ONU prevedeva 350 mila nascite nel 2023 e ne sono arrivate 230 mila. Lo scarto va verso l’alto dove la fecondità è scesa più in fretta, perché il modello continua ad attendersi una ripresa che in Asia orientale non arriva, mentre per il Mali e il Nepal le stesse revisioni hanno sottostimato. Fernández-Villaverde, che per i suoi conti usa i registri di nascite e morti di ogni istituto nazionale, ha scritto che per l’Africa subsahariana la risposta onesta è che nessuno lo sa.
Meno lavoratori, meno crescita
La crescita del PIL è la somma della crescita della produttività del lavoro, cioè di quanto produce ogni ora lavorata, e della crescita delle ore lavorate. Negli Stati Uniti attorno al 2000, in numeri tondi, il 3 per cento di crescita era fatto di un 2 per cento di produttività e un 1 per cento di lavoro. Attorno al 2050, con la stessa produttività e senza migrazione, diventa 1,5 per cento, perché il lavoro scende dello 0,5. Una forza lavoro che si restringe abbassa la crescita massima che un’economia può sostenere e nessuna banca centrale può farci qualcosa, perché quelli che mancano sono i lavoratori.
Fra il 1991 e il 2023 il PIL giapponese è cresciuto dello 0,79 per cento l’anno contro il 2,60 degli Stati Uniti, che è il divario alla base del trentennio perduto, ma per adulto in età lavorativa il Giappone è cresciuto dell’1,33 per cento e gli Stati Uniti dell’1,73. Scambiando le due demografie a produttività ferma il Giappone crescerebbe del 2,20 per cento e gli Stati Uniti dell’1,19, quindi il Giappone stagnante era in gran parte un effetto dell’età della sua popolazione (le ore lavorate giapponesi calavano dello 0,43 per cento l’anno mentre quelle americane salivano dello 0,98). Nella stessa tabella c’è l’Italia, che lo studio non commenta: il PIL italiano è cresciuto dello 0,79 per cento l’anno come quello giapponese, ma per adulto in età lavorativa dello 0,92 contro l’1,33 e per ora lavorata dello 0,67 contro l’1,22. Il Giappone ha un problema demografico, mentre l’Italia ha un problema demografico e un problema di produttività, ed è l’unico paese del G7 dove mordono insieme.
Daron Acemoglu, premio Nobel per l’economia nel 2024, e David Autor, economista del MIT, hanno sostenuto con due coautori in uno studio di quest’anno che una natalità più bassa si associ a una crescita più alta per adulto in età lavorativa, perché la tecnologia risponde alla scarsità di giovani con più automazione. Lo studio è stato criticato e la replica di Terra Incognita sta nei dati usati, perché la fecondità più bassa nel loro campione era 1,56, mentre con 1,56 dopo un secolo resta il 40 per cento della popolazione e con 0,75 ne resta il 3,5. Sono due situazioni diverse che un’analisi statistica tratta allo stesso modo. Come ha scritto Fernández-Villaverde a fine luglio, “le regressioni non possono vedere ciò che non è accaduto”. La produttività poi difficilmente resta al 2 per cento, perché una popolazione più piccola produce meno ricercatori, mentre servono sempre più ricercatori per ottenere lo stesso progresso.
Il problema di primo ordine di una società che invecchia è come dividere il reddito fra chi lavora e chi è in pensione. Lo studio lo dice con una frase che sorprende in un lavoro di macroeconomia, perché quanto cresce il prodotto è la domanda meno importante. Se un’economia ha tanti pensionati quanti lavoratori, quello che ogni lavoratore produce va diviso in due e non cambia se lo si fa con le tasse di chi lavora oggi, come in Italia, o con i risparmi accumulati da ciascuno. Il Giappone nel 2004 ha riformato le pensioni introducendo un meccanismo che riduce automaticamente gli assegni quando la popolazione invecchia e ha stabilizzato il debito, tanto che in un’intervista di novembre Fernández-Villaverde lo ha definito il caso migliore: “moltiplicate per dieci i problemi del Giappone e chiamatelo Messico, e buona fortuna a ottenere il consenso che i giapponesi hanno ottenuto nel 2004”. Sull’Italia, come sulla Spagna, si è detto molto meno ottimista.
L’Italia spende per le pensioni poco più del 15 per cento del PIL, la quota più alta dell’Unione, mentre chiede contributi pari al 33 per cento dello stipendio lordo, il massimo dell’area OCSE contro una media europea del 21,5. Gli over 65 dispongono del 99 per cento del reddito medio della popolazione, il valore più alto dell’Unione, mentre fra i 66 e i 75 anni arrivano al 108 per cento, cioè stanno meglio di chi lavora. Dal 2001 i dipendenti hanno perso il 9,2 per cento di reddito reale mentre i pensionati ne hanno guadagnato il 37, tanto che il pensionato medio dichiara oggi il 92 per cento del reddito del dipendente medio contro il 61 di allora, mentre nel 2024 lo Stato ha trasferito 180 miliardi all’Inps. Sono numeri di cui ho scritto ad aprile e ad agosto e servono qui per una cosa sola, perché sono le promesse che vanno rinegoziate.
Gli over 65 sono un quarto dei residenti e circa il 30 per cento del corpo elettorale, perché fra i giovani molti non hanno la cittadinanza o l’età per votare, mentre l’età mediana dell’elettore italiano, cioè l’età che divide esattamente a metà gli aventi diritto, è passata da 50 anni nel 2010 a 55 nel 2023, verso i 61 del 2040. Gli aventi diritto fra 18 e 35 anni erano il 30 per cento nel 2002 e sono il 22 per cento oggi, quindi chi deve rinegoziare quelle promesse è un elettorato che invecchia più in fretta della popolazione. Uno studio uscito quest’anno sull’European Journal of Political Economy trova che negli ultimi vent’anni gli under 50 sono diventati minoranza fra i votanti europei e che i programmi elettorali si sono spostati verso i temi degli anziani. La Francia ha sospeso nell’ottobre 2025 la riforma delle pensioni del 2023 fino a dopo le presidenziali, mentre in Germania i deputati più giovani della CDU si sono ribellati al pacchetto pensioni del loro governo invocando la giustizia fra le generazioni.
Va detto che leggere questi episodi come riforme bloccate dagli anziani è troppo semplice, perché in Francia i pensionati correnti erano esclusi dalla riforma e a opporsi erano i lavoratori di mezza età, mentre gli studi che confrontano trenta paesi OCSE trovano che un elettore mediano più anziano si associa a più spesa pensionistica in totale e a benefici più bassi per ciascuno. Il meccanismo è più semplice e più difficile da correggere, perché nessun governo ha un incentivo a occuparsene adesso, visto che il costo arriva subito e il beneficio fra vent’anni, quando l’elettore mediano avrà sessant’anni.
In conclusione
Quello che emerge da questo studio è che non siamo davvero in grado di capire perché sta scendendo il numero di bambini. Ci sono molte spiegazioni che possono spiegare un pezzo, ma non riescono a spiegare tutto e non possono essere applicate a tutti i paesi. Allo stesso tempo le conseguenze del minor numero di figli si stanno già vedendo in un paese come l’Italia, dove il peso pensionistico è molto alto e il numero di lavoratori è sempre minore, e si sentiranno sempre di più perché gli interi sistemi economici, e in particolare il welfare state, sono stati pensati negli anni Cinquanta e Sessanta, dopo la seconda guerra mondiale, con l’idea che la popolazione sarebbe aumentata e ci sarebbe stata una grande base di persone giovani a sostenere le persone più anziane. Nel momento in cui questa cosa salta, questi sistemi di welfare vanno ripensati.
Allo stesso tempo il problema è che, con una popolazione molto anziana e con giovani sempre meno numerosi, adottare misure che andrebbero a colpire questa parte di popolazione diventa complicato ed è altamente impopolare per i governi, che sono spinti quindi a non fare niente e ad aggravare ulteriormente il problema. Arriverà un momento in cui comunque delle decisioni andranno prese, perché il sistema non sarà più sostenibile, e l’Italia potrebbe essere uno dei primi paesi a dover fare queste scelte.







L’aumento della condizione femminile e del suo prestigio distrugge il tasso di fertilità, in quanto le donne si sposano e fanno figli solo se il partner è socialmente ed economicamente superiore
All’aumentare del reddito femminile in comparazione a quello maschile, diminuiscono i tassi di fertilità
Questa condizione colpisce di più le fasce basse della popolazione, dove, per motivi di QI, la fascia maschile è particolamente disfunzionale