Ad agosto è uscito un nuovo studio di Jesús Fernández-Villaverde (economista dell’Università della Pennsylvania tra i più citati in demografia) e Patrick Norrick. Lo studio si intitola Terra Incognita: The Economics of a Shrinking World, che in italiano si può rendere con “Terra sconosciuta: l’economia di un mondo che si restringe”. Il titolo è voluto perché in apertura gli autori scrivono che nel 2026 la popolazione mondiale è con ogni probabilità sotto la soglia di sostituzione (2,1 figli per donna, il livello che permette di mantenere stabile la popolazione). È la prima volta nella storia umana. Qualche pagina più in là, gli autori ammettono che “non comprendiamo i meccanismi” che stanno causando questo calo.
Questo è il passaggio centrale dello studio. La transizione demografica, che ha portato a passare da sei a due figli per donna con il calo della mortalità infantile e l’aumento del rendimento dell’istruzione, ha dato luogo a una serie di modelli economici che hanno funzionato per la prima ondata di calo della fecondità (nei paesi ricchi, tra il XIX e il XX secolo), ma secondo lo studio non sono adeguati per l’attuale ondata. Va comunque sottolineato che bisogna essere cauti: la Banca Mondiale e le Nazioni Unite stimano che nel 2024 la fecondità mondiale fosse di 2,2 figli per donna, sopra la soglia. Il dato sotto la soglia è una stima dello studio, che considera sovrastimati i dati delle Nazioni Unite. Ma la tesi di questo pezzo vale anche con quel decimale di differenza.
Anche nei paesi a reddito medio scende il numero di figli
Una novità storica è che i paesi a reddito medio hanno una fecondità inferiore a quella dei paesi ricchi. Nel 2025 il Messico ha avuto un tasso di fecondità (figli medi per donna) pari a 1,51, ma ha un reddito pro capite pari al 28 per cento di quello degli Stati Uniti. La Tunisia ha una fecondità di 1,45 e un reddito al 18 per cento. Messico e Tunisia sono i due esempi con cui si apre lo studio, ma ci sono altri casi come la Thailandia con una fecondità di 0,87, la Colombia intorno a 1 e il Brasile a 1,52.
La Banca Mondiale divide i paesi in quattro fasce in base al reddito pro capite e fornisce il tasso di fecondità per ciascuna fascia. Nel 2024 i paesi ad alto reddito hanno una fecondità di 1,42, i paesi a medio-alto reddito (Cina, Brasile, Messico, Turchia) di 1,52, due valori ormai molto vicini. I paesi a medio-basso reddito hanno una fecondità di 2,62 e quelli a basso reddito di 4,46. Dal 2017 in poi il calo è avvenuto soprattutto nella fascia medio-alta: in sette anni ha perso 0,45 figli per donna, mentre i paesi ricchi hanno perso 0,21. Il calo della fecondità non è più un fenomeno che riguarda solo i paesi ricchi: la fascia medio-alta ci è già passata.
La Turchia è il caso più leggibile perché ha un registro civile completo delle nascite (altrove le nascite sono in parte stimate). La Turchia aveva una fecondità di 2,11 nel 2016 e nel 2025 è a 1,42. Le nascite sono calate del 32 per cento in nove anni e 76 province su 81 sono sotto la soglia di sostituzione. In Colombia, secondo il registro nazionale, nel 2015 sono nati 661 mila bambini e nel 2025 434 mila, un calo del 34 per cento in dieci anni. La fecondità è passata da 1,7 a 1,0. Le stime della Banca Mondiale e dell’ONU per la Colombia danno una fecondità di 1,63. Nei paesi dove il calo è più rapido, le fonti internazionali sbagliano di circa mezzo figlio: la velocità del calo rimane incerta mentre avviene. Il calo non è omogeneo: in India la fecondità è stabile a 2,0 figli per donna tra le ultime due indagini nazionali sulla salute delle famiglie (2019-21 e 2023-24), nel Bihar è a 2,7 e in alcuni stati meridionali è sotto 1,5. Nella fascia a basso reddito il calo è di circa 0,07 figli all’anno, senza accelerazioni.
Cosa dice lo studio
Lo studio parte dai dati di 236 paesi e territori sulla fecondità tra il 1950 e il 2023. Gli autori usano un modello statistico che permette di distinguere per ogni paese la componente mondiale comune e la componente nazionale del calo. La componente mondiale ha avuto un picco nel 1978 e poi si è indebolita, mentre negli ultimi quindici anni è stata quasi immobile. La componente nazionale è invece attiva: 219 paesi su 236 hanno un andamento negativo, con una media di -0,062 figli per donna all’anno, oltre mezzo figlio in un decennio per il paese medio. Non ci sono indizi di una stabilizzazione nel campione. I cali più veloci si sono registrati nei paesi intermedi (tra i 3 e i 4,5 figli per donna a metà del periodo): Thailandia, Mongolia, Tunisia e Cina, con cali tra -0,14 e -0,15 figli annui.
Per valutare le spiegazioni del calo della fecondità, lo studio ha adottato un criterio: la causa deve essere quasi universale e presentarsi in momenti diversi, visto che i cali più rapidi sono separati da decenni. Facciamo un esempio numerico (lo studio usa 100 donne, noi ne usiamo 400): 60 donne non hanno figli, 40 ne hanno uno, 240 ne hanno due, 40 ne hanno tre e 20 ne hanno quattro. In totale abbiamo 720 figli, 1,8 per donna, un valore medio delle economie avanzate fino agli anni Novanta. Se spostiamo un quarto delle donne, avremo 104 donne senza figli, 92 con uno, 184 con due, 20 con tre e nessuna con quattro. In totale avremo 520 figli, 1,3 per donna, un livello che i demografi definiscono come fecondità bassissima. I tre quarti delle donne hanno mantenuto lo stesso comportamento. Per passare da 1,8 a 1,3 bastano piccole variazioni di costi e convenienze: i figli sono in numeri interi e passare da due a uno è semplice. La stessa aritmetica vale anche per la risalita: è difficile e le stesse piccole spinte verso l’alto valgono meno.
Nei dati reali ci sono due canali possibili: o aumentano le donne che non hanno figli o diminuiscono i figli per madre e qui i paesi vanno in direzioni diverse. L’Italia è su entrambi i binari: le donne che non hanno figli alla fine dell’età fertile sono il 13 per cento tra quelle nate nel 1958 e Istat stima che saranno il 26 per cento tra quelle nate nel 1983, con un picco nel Mezzogiorno vicino al 30 per cento. La discendenza finale, ossia il numero di figli totali alla fine dell’età fertile, delle nate nel 1983 è pari a 1,44. In America Latina invece si va nella direzione opposta: uno studio di quattro economisti uscito a gennaio sul calo della fecondità finale ha evidenziato come l’87-99 per cento del calo sia dovuto a un minor numero di figli tra le madri, mentre l’aumento delle donne senza figli è inferiore al 10 per cento. C’è poi il terzo schema, rappresentato dalla Corea del Sud, dove le donne senza figli sono il 13 per cento contro il 28 del Giappone, ma la fecondità è molto più bassa perché le madri si fermano prima. Questi tre paesi mostrano che ci sono dinamiche aritmetiche diverse nel calo della fecondità e che non esiste una spiegazione unica valida per tutti.
Le spiegazioni che non reggono
La spiegazione classica viene da Gary Becker, negli anni Sessanta. L’economista dell’Università di Chicago, vincitore del Nobel nel 1992 per l’economia applicata alla famiglia, sosteneva che con la modernizzazione aumentava il rendimento dell’istruzione e che i genitori, quindi, scambiavano quantità con qualità dei figli: ne avevano meno, ma investivano di più su ciascuno. Questo modello è coerente con i paesi ricchi che hanno una bassa fecondità.
Il 21 agosto Fernández-Villaverde ha ricalcolato su trenta paesi OCSE (organizzazione delle economie avanzate) la correlazione annuale tra fecondità e reddito pro capite. La correlazione è un indice che va da -1 a +1: se è negativa vuol dire che i paesi più ricchi hanno meno figli, se è positiva che ne hanno di più. Con i dati della Banca Mondiale, la correlazione era pari a -0,45 nel 1960, è arrivata a essere negativa al massimo nel 1978 (-0,77), poi è costantemente risalita, diventando positiva nel 2009. Oggi i paesi con un reddito più alto hanno più figli. La correlazione ha quindi avuto un’inversione di tendenza alla fine degli anni Settanta, “molto prima che chiunque avesse sentito parlare di smartphone, social media o degli altri soliti sospetti”, ha scritto Fernández-Villaverde. Se la causa fosse stata il costo dei figli, che cresce con il reddito, la correlazione sarebbe rimasta negativa. La stessa inversione si vede per l’occupazione femminile: per decenni la maggiore fecondità era associata a un minor numero di donne occupate, mentre oggi nell’OCSE è associata a un maggior numero di donne occupate.
La spiegazione più diffusa in Italia è che i prezzi alti delle case ritardino la formazione di una famiglia. I proprietari di casa, resi più ricchi dai prezzi alti, potrebbero avere un figlio in più, mentre gli affittuari, più poveri, rimandano figli. L’Italia è il caso più scomodo per questa spiegazione: solo il 5 per cento della popolazione italiana spende più del 40 per cento del proprio reddito in abitazione, contro una media Ue del 7,7 per cento; i proprietari di casa sono il 77 per cento, contro una media Ue del 68 per cento. Eppure la fecondità italiana è tra le più basse d’Europa. Il costo della casa può essere valido come ostacolo all’uscita di casa a trent’anni, ma non nel confronto tra paesi.
Nei 72 paesi a reddito medio e basso l’espansione dell’istruzione femminile in media spiega circa il 30 per cento del calo della fecondità (26 in Asia e Nord Africa). La parte maggiore del calo si verifica all’interno dei singoli livelli di istruzione, tra cui le donne che non sono mai andate a scuola.
Lo smartphone è stato oggetto di uno studio americano che si basa sull’esclusiva dell’iPhone con un solo operatore negli Stati Uniti tra il 2007 e il 2011. Le zone servite da quell’operatore hanno avuto un accesso anticipato allo smartphone. Secondo lo studio, la diffusione dell’iPhone è stata responsabile di una quota fra un terzo e la metà del calo della fecondità americana successivo. Ma con un solo dato, Fernández-Villaverde replica: l’Italia aveva 1,19 figli per donna nel 1995 e ne ha 1,14 nel 2025. Sono passati trent’anni e l’intera diffusione dei telefoni per avere cinque centesimi in meno. Secondo gli autori, i telefoni accelerano la diffusione delle norme sociali, da venticinque a dieci anni. Negli Stati Uniti le nascite per mille donne tra i 15 e i 44 anni erano 118 nel 1920 e 89 nel 1929. L’economista americano Scott Sumner usa quel decennio per contrastare l’obiezione principale alla tesi dei telefoni, ossia che il calo della fecondità è in corso da due secoli. Secondo Sumner, lo smartphone è un dispositivo di intrattenimento portatile, l’ultimo di una serie di innovazioni che hanno reso la vita più divertente e meno sociale. Tra queste innovazioni ci sono l’urbanizzazione tra il 1800 e il 1920, il cinema e la radio negli anni Venti, la televisione tra il 1955 e il 1975 e i telefoni dal 2010. Dopo la televisione, la fecondità americana è rimasta stabile per oltre trent’anni, ma poi dopo il 2010 è iniziato un nuovo calo, simultaneo in tutto il mondo. Secondo Sumner, dire telefoni vuol dire dire divertimento: il piacere della vita familiare non è cambiato, ma le alternative sono diventate sempre più attraenti.
L’impianto di Sumner è identico a quello di Becker: il figlio costa in rinunce e con più rinunce si hanno meno figli. La differenza è solo nel tipo di rinuncia: per Becker è il salario e la carriera, per Sumner è lo svago. La conseguenza è la stessa obiezione: se con più reddito si hanno più opzioni di svago al di fuori della famiglia, allora secondo la tesi dello svago i più ricchi dovrebbero avere meno figli degli altri. Ma i dati dicono il contrario: la relazione tra reddito e figli è di nuovo positiva nei paesi ricchi e negli Stati Uniti le famiglie dei miliardari sono più numerose di quelle del ceto medio (osservazione dello stesso Sumner). Un secondo dato arriva da Lyman Stone, dell’Institute for Family Studies (un centro studi americano favorevole all’aumento delle nascite), responsabile del suo programma sulla natalità. La perdita di reddito di una donna americana dopo un figlio è oggi al minimo di sempre. Il costo in termini di salario è in discesa, ma i figli continuano a calare: il costo non è sufficiente come spiegazione.
Le politiche per la natalità funzionano poco
In Cina si è passati alla politica del figlio unico nel 1979, quando la fecondità era a 2,80. A Taiwan, con una cultura e norme simili alla Cina ma senza coercizione, la fecondità era a 2,67 nello stesso anno. Nel 2015, quando la Cina ha abolito la politica del figlio unico, la fecondità era a 1,57, mentre a Taiwan era a 1,18. Il calo è stato maggiore a Taiwan, nonostante non avesse la politica del figlio unico.
Lo stesso andamento si è visto anche con regimi opposti. In Colombia si è passati da 6,4 nel 1950 a 1,6 nel 2023, con la stessa inclinazione della curva cinese, ma senza coercizione. In Thailandia in vent’anni si è passati da 5,5 a 2 figli con la pianificazione familiare volontaria, con un reddito pro-capite di 6.800 dollari. La Malaysia ha raggiunto questa soglia solo nel 2015, con 23 mila dollari.
L’unica valutazione rigorosa di una politica natalista è stata fatta in Québec, dove tra il 1988 e il 1997 è stato introdotto un bonus per ogni nascita, assente nel resto del Canada. Uno studio di confronto ha stimato che ci sono state 93 mila nascite in più, quasi il 15 per cento, con un costo di 1,4 miliardi di dollari canadesi, ossia 15 mila dollari per figlio aggiuntivo.
In Polonia dal 2016 sono stati erogati circa 94 miliardi di euro in assegni familiari, dall’1 all’1,8 per cento annuo del PIL. La fecondità polacca è passata da 1,32 a un massimo di 1,47, per poi scendere a circa 1,1 nel 2025. Il costo stimato è di 389 mila dollari per nascita in più, ma in una relazione al parlamento il governo ha scritto che c’è stato un “impatto molto limitato”.
In Corea del Sud si sente spesso parlare di una cifra di oltre 200 miliardi di dollari spesi per contrastare la denatalità dal 2006 (tra cui edilizia e occupazione giovanile). Ma secondo l’OCSE, usando gli stessi criteri per tutti i paesi, la Corea del Sud spendeva solo l’1,5 per cento del PIL per la famiglia nel 2021, contro una media del 2,3 per cento. La fecondità coreana era a 1,13 nel 2006 e nel 2023 è arrivata a 0,72.
Nel 2021 tre ricercatori norvegesi hanno messo insieme una rassegna dei 35 studi più rigorosi sulle politiche familiari, che confrontano i beneficiari e i non beneficiari. Hanno concluso che queste politiche hanno un’efficacia reale ma ridotta e che funziona solo se le misure sono di grande dimensione. Gli asili nido hanno un effetto positivo e persistente sul numero finale di figli, i trasferimenti monetari portano a nascite anticipate ma non cambiano il numero finale di figli e le grandi estensioni del congedo parentale sono efficaci. Per spiegare perché non si vedono effetti nei confronti internazionali, gli autori sostengono che molte misure siano troppo piccole per essere rilevate e che un effetto dell’1-2 per cento su una fecondità di 1,3 corrisponda a 0,01-0,03 figli per donna. A dicembre avevo scritto che servivano pacchetti integrati di politiche strutturali. Ma la mia posizione attuale, dopo aver letto questo studio e questa letteratura, è che il problema sia più a monte. Le politiche familiari sono poco efficaci, sono efficaci solo se sono grandi e nessuna è in grado di riportare la fecondità a 2,1. Non sappiamo perché sono così poco efficaci.
L’idea di avere figli piace meno che in passato
Tra ventidue economie avanzate, tra il 2012 e il 2022 il numero ideale di figli dichiarato è passato da 2,42 a 2,31 e la percentuale di persone che intendeva avere un figlio entro tre anni è scesa dal 28 al 21 per cento. Le autrici di un lavoro di agosto, Raquel Fernández della New York University, Inés Berniell e Milagros Onofri, hanno analizzato i dati di indagini ripetute dopo un decennio per capire quanto pesano i vari atteggiamenti sul calo delle nascite. Il fattore principale è il calo della convinzione che i figli siano necessari per una vita piena, che contribuisce per il 70 per cento al calo delle intenzioni delle donne. La divisione del lavoro domestico e il conflitto tra lavoro e famiglia hanno un contributo quasi nullo. L’ipotesi che si tratti di un semplice rinvio è smentita dal fatto che, se fosse così, le intenzioni di avere figli risalirebbero alle età in cui si recuperano le nascite, ma non c’è nessuna età in cui le intenzioni sono in aumento.
In Italia il numero ideale di figli dichiarato dalle donne tra i 25 e i 39 anni è passato da 2,11 nel 2001 a 1,95 nel 2011. Tra i 18 e i 49 anni, chi intendeva avere figli ha dichiarato di volerne due nel 46 per cento dei casi nel 2016 e nel 42 per cento nel 2024, tre o più nel 22 per cento e nel 14 per cento, mentre chi non ha indicato un numero è passato dal 25 al 36 per cento. La distanza tra intenzioni e realtà è ancora ampia: le intenzioni delle donne di avere un figlio entro tre anni nel 2024 corrisponderebbero a circa 760 mila nascite l’anno, ma nel 2025 ne sono nate 355 mila. Le donne che nel 2016 hanno risposto “certamente sì” all’idea di avere un figlio nei tre anni successivi hanno avuto un figlio nel 43 per cento dei casi.
Gli italiani hanno un desiderio di figli molto più alto rispetto ai figli effettivi, ma più basso rispetto a vent’anni fa. Gli adulti tra i 25 e i 64 anni senza partner sono passati dall’11 per cento nel 2002-03 al 22 per cento nel 2022-23, raddoppiando in vent’anni. Le famiglie unipersonali sono passate dal 26 al 37 per cento e questo fa parte del calo. Il calo dei matrimoni non è molto indicativo perché in parte è stato sostituito dalla convivenza (le coppie conviventi non sposate sono passate da 440 mila a 1,7 milioni). Il raddoppio di chi vive senza partner è una misura più efficace delle coppie mancanti. In Italia ci sono meno coppie e le coppie hanno meno figli, due fenomeni di portata simile.
In Cina il 5 per cento delle giovani donne nel 2012 non aveva alcun desiderio di avere figli, percentuale salita al 47 per cento nel 2023. È l’unico paese dove si è misurata la trasmissione di una norma tra generazioni. Uno studio sui nati poco prima e poco dopo l’introduzione del figlio unico ha mostrato che per i figli unici la dimensione ideale della famiglia è stata inferiore di 0,6-0,7 figli. La famiglia piccola è diventata una norma anche dopo la fine del vincolo per chi ci è cresciuto. Per Corea del Sud e Thailandia, dove ci sono state campagne per ridurre le nascite tra gli anni Sessanta e Novanta, una stima simile non è disponibile.
Perché la fecondità non risale da sola
Fernández-Villaverde propone una spiegazione, di tipo speculativo, che chiama “modernità”. In una società basata su grandi organizzazioni e titoli di studio, avere un terzo figlio è costoso perché ogni figlio va preparato per anni a un mondo di credenziali. Allo stesso tempo, in questa società non avere figli costa poco perché pensioni e sanità sostituiscono il ruolo dei figli. Questa congettura rispetta i due criteri dello studio: la “modernità” è universale e arriva in momenti diversi. Il problema è che spiega qualsiasi esito, dallo 0,7 della Corea all’1,7 degli Stati Uniti, a seconda degli elementi che si aggiungono. I minimi dell’Asia orientale sono attribuiti dagli autori allo squilibrio tra opportunità femminili e attese sugli uomini. Ma nel World Values Survey, un’indagine internazionale sui valori, la Corea ha atteggiamenti di genere in linea con i paesi con reddito simile.
Nei mercati esiste un meccanismo di autoregolazione: se c’è scarsità, il prezzo sale, la domanda cala ed entrano in gioco nuovi produttori. Un meccanismo simile per la fecondità non esiste. Per gli autori questo è il punto più rilevante per gli economisti. Non c’è alcuna garanzia che gli effetti positivi di una popolazione in calo (come case meno care) compensino quelli negativi (come una crescita più bassa e tasse più alte per le pensioni). Esistono tre possibili forze di risalita: politiche, selezione dei gruppi più fecondi e prezzi relativi indotti dal calo della popolazione. Ma sono tutte lente o deboli. Malthus parlava di adattamento della popolazione alle risorse: è reale, ma avviene su scala di secoli, mentre gli effetti su pensioni e debito si vedono su scala di decenni.
Le previsioni dell’ONU mostrano che ogni revisione riduce e anticipa il picco della popolazione mondiale. Nelle revisioni del 2015-2019 la popolazione era ancora in aumento nel 2100, ma nella revisione del 2022 il picco era di 10,4 miliardi nel 2086, mentre nella revisione del 2024 di 10,3 miliardi nel 2084. L’ONU ha sovrastimato la popolazione nei paesi dove il calo è più rapido: in Corea del Sud, ad esempio, le nascite previste dall’ONU nel 2023 erano 350 mila, mentre quelle effettive 230 mila. Il modello dell’ONU continua infatti ad aspettarsi una ripresa che in Asia orientale non arriva, mentre nelle stesse revisioni ha sottostimato la popolazione di Mali e Nepal. Fernández-Villaverde utilizza i registri di nascite e decessi dei singoli istituti statistici nazionali. Sull’Africa subsahariana ha scritto una risposta onesta: nessuno lo sa.
Meno lavoratori, meno crescita
La crescita del PIL è data dalla crescita della produttività del lavoro (ossia il prodotto per ora lavorata) e dalla crescita delle ore lavorate. Intorno al 2000 negli Stati Uniti, con cifre arrotondate, una crescita del 3 per cento era data da un aumento della produttività del 2 per cento e di quello del lavoro dell’1 per cento. Intorno al 2050, con la produttività invariata e senza immigrazione, la crescita sarà dell’1,5 per cento e quella del lavoro sarà negativa, pari a -0,5 per cento. La forza lavoro in calo fa sì che il potenziale di crescita sia più basso e che le banche centrali non possano fare nulla perché il problema è la mancanza di lavoratori.
Tra il 1991 e il 2023 il PIL del Giappone è cresciuto in media dello 0,79 per cento all’anno, mentre quello degli Stati Uniti del 2,60 per cento. Questa differenza è alla base del cosiddetto “trentennio perduto”. Per adulto in età lavorativa il Giappone è cresciuto dell’1,33 per cento, mentre gli Stati Uniti dell’1,73 per cento. Se si scambiano le demografie e si assume che la produttività rimanga invariata, il Giappone crescerebbe del 2,20 per cento e gli Stati Uniti dell’1,19 per cento. La stagnazione giapponese è dunque in gran parte dovuta all’età della popolazione. Le ore lavorate in Giappone sono diminuite in media dello 0,43 per cento all’anno, mentre negli Stati Uniti sono aumentate dello 0,98 per cento. Nella stessa tabella, senza commento dello studio, l’Italia ha una crescita del PIL pari allo 0,79 per cento all’anno come il Giappone, ma per adulto in età lavorativa è allo 0,92 contro l’1,33 e per ora lavorata allo 0,67 contro l’1,22. Il Giappone ha solo un problema demografico, mentre l’Italia ha sia un problema demografico sia un problema di produttività. È l’unico paese del G7 ad avere entrambi i problemi.
Daron Acemoglu (Nobel per l’economia 2024) e David Autor (MIT), insieme a due coautori, hanno condotto uno studio quest’anno secondo cui una minore natalità è associata a una maggiore crescita per adulto in età lavorativa, perché la tecnologia compensa la mancanza di giovani con maggiore automazione. Lo studio è stato criticato e la risposta di Terra Incognita è che il problema sono i dati. La fecondità minima nel loro campione è pari a 1,56: dopo un secolo, con 1,56 rimarrebbe il 40 per cento della popolazione, mentre con 0,75 il 3,5 per cento. Situazioni diverse sono trattate come equivalenti da una regressione. Come ha scritto a fine luglio Fernández-Villaverde, “le regressioni non possono vedere ciò che non è accaduto”.
Inoltre, una produttività al 2 per cento è improbabile perché una popolazione più piccola significa meno ricercatori, mentre ne servono sempre di più per ottenere lo stesso avanzamento. Il problema principale dell’invecchiamento è la distribuzione del reddito tra lavoratori e pensionati. In una frase insolita per la macroeconomia, lo studio afferma che la crescita del prodotto è la questione meno rilevante. Se il numero di pensionati è uguale al numero di lavoratori, il prodotto di ogni lavoratore è diviso in due, indipendentemente dal sistema (tassare i lavoratori attuali come in Italia o fare affidamento sul risparmio individuale accumulato). Nel 2004 il Giappone ha riformato il sistema pensionistico introducendo una riduzione automatica degli assegni in base all’invecchiamento, stabilizzando il debito. In un’intervista di novembre Fernández-Villaverde ha detto che il Giappone è il caso migliore: “moltiplicate per dieci i problemi del Giappone e chiamatelo Messico, e buona fortuna a ottenere il consenso che i giapponesi hanno ottenuto nel 2004”. Sull’Italia e la Spagna è molto meno ottimista.
In Italia la spesa pensionistica pesa poco più del 15 per cento sul PIL, il dato più alto dell’Unione. I contributi pesano per il 33 per cento della retribuzione lorda, il massimo OCSE, mentre in media in Europa sono il 21,5 per cento. Gli over 65 hanno un reddito disponibile pari al 99 per cento della media della popolazione, il valore più alto dell’Unione, mentre tra i 66 e i 75 anni è pari al 108 per cento, più di quello dei lavoratori. Dal 2001 i dipendenti hanno perso il 9,2 per cento di reddito reale, mentre i pensionati ne hanno guadagnato il 37 per cento. Oggi un pensionato medio ha il 92 per cento del reddito dichiarato di un dipendente medio, mentre allora era il 61 per cento. Nel 2024 i trasferimenti dello Stato all’Inps sono stati pari a 180 miliardi.
Ad aprile e ad agosto ho già parlato di alcuni di questi temi, ma qui contano solo come impegni che andranno ridiscussi. Gli over 65 sono un quarto dei residenti e circa il 30 per cento degli elettori (molti giovani non hanno la cittadinanza o non sono ancora in età di voto). L’età mediana dell’elettorato, ossia l’età che divide a metà gli aventi diritto di voto, era pari a 50 anni nel 2010, a 55 nel 2023 e sarà pari a 61 nel 2040. Gli aventi diritto tra i 18 e i 35 anni erano il 30 per cento nel 2002, oggi sono il 22 per cento. La ridiscussione dei temi di cui sopra ricade quindi su un elettorato che sta invecchiando più velocemente della popolazione. Uno studio pubblicato quest’anno sull’European Journal of Political Economy ha mostrato che in vent’anni gli under 50 sono diventati una minoranza tra i votanti europei e che i programmi elettorali si sono spostati su temi che riguardano gli anziani.
In Francia la riforma delle pensioni del 2023 è stata sospesa nell’ottobre 2025 fino a dopo le elezioni presidenziali, mentre in Germania i giovani deputati della CDU si sono opposti al pacchetto pensionistico del proprio governo in nome della giustizia tra le generazioni. Attenzione però: la lettura delle “riforme bloccate dagli anziani” è troppo semplice. In Francia i pensionati attuali sono stati esclusi dalla riforma e l’opposizione è arrivata dai lavoratori di mezza età. Una serie di studi su trenta paesi OCSE ha mostrato che un elettore mediano più anziano è associato a una spesa pensionistica totale più alta e a prestazioni individuali più basse. Il vero meccanismo in gioco è che i governi non hanno alcun incentivo ad agire ora: il costo sarebbe immediato, ma il beneficio arriverebbe fra vent’anni, quando l’elettore mediano avrà sessant’anni.
In conclusione
Non siamo davvero in grado di capire le cause del calo delle nascite. Ci sono molte spiegazioni parziali, ma nessuna copre tutto e nessuna vale per tutti i paesi.
Le conseguenze di questo fenomeno si stanno già vedendo in Italia, con una spesa pensionistica molto alta e un numero di lavoratori in calo. Questi effetti sono destinati ad aumentare perché i sistemi economici e in particolar modo quelli di welfare sono stati progettati negli anni Cinquanta e Sessanta, nel dopoguerra, sulla base dell’ipotesi di una popolazione in crescita e di molti giovani che sostengono gli anziani. Quando questa ipotesi viene meno, il welfare va ripensato. Ma c’è un problema: la popolazione è molto anziana, i giovani sono sempre meno e le misure che riguardano gli anziani sono difficili e molto impopolari per i governi. Questo spinge i governi all’inazione, aggravando il problema. Ma alla fine le decisioni saranno inevitabili quando il sistema diventerà insostenibile e l’Italia potrebbe essere uno dei primi paesi a dover fare delle scelte.







La teoria dell'evoluzione ci insegna che non esiste un istinto a perpetuare la specie - anche se in una specie altamente sociale come la nostra ci sono forti pressioni evolutive alla cooperazione di gruppi- ma semmai a trasmettere il proprio corredo genetico. Non siamo però, ormai mi pare largamente accreditato, macchinette al servizio dei nostri geni. I quali peraltro possono essere efficacemente trasmessi da un parente stretto. Se aiuto mia sorella o mio fratello a crescere i suoi pargoli, avrò fatto la gran parte del lavoro.
Questo per dire che la risposta non c'è ma un pezzo importante mi pare essere nell'impegno e nel costo esistenziale e materiale di avere figli, a molte latitudini se non a tutte -questo non spiega molte cose ma la risalita della fecondità tra persone ad alto reddito sì - e nel fatto che dobbiamo superare una concezione per cui il desiderio e la volontà di avere figli sono un imperativo assoluto per tutti (peraltro, visto che le sono le donne a partorire è naturale che ci si interroghi molto sui desideri, volontà, progetti, doveri delle donne e non sappiamo quasi niente di che cosa desidererebbero gli uomini, a parte i progetti un po' distopici di miliardari nevrotici o di forze politiche di estrema destra).Non dimentichiamo che per vincoli naturali e di risorse la popolazione delle varie famiglie umane fino ad homo sapiens è rimasta pressoché stabile per milioni di anni. Le nostre società sono un battito di ciglia nell'evoluzione umana, forse più una bizzarra eccezione che il destino manifesto della nostra specie.
L’aumento della condizione femminile e del suo prestigio distrugge il tasso di fertilità, in quanto le donne si sposano e fanno figli solo se il partner è socialmente ed economicamente superiore
All’aumentare del reddito femminile in comparazione a quello maschile, diminuiscono i tassi di fertilità
Questa condizione colpisce di più le fasce basse della popolazione, dove, per motivi di QI, la fascia maschile è particolamente disfunzionale