Come l'Italia ogni anno perde migliaia di giovani
Decine di migliaia di persone ogni anno lasciano l'Italia attratti da migliori stipendi e condizioni più favorevoli. La Germania è la principale meta europea.
L’Italia ha registrato nel 2024 il numero più alto di emigrati dall’inizio delle rilevazioni moderne: 189 mila persone hanno lasciato il Paese per trasferirsi all’estero, con un aumento del 19 per cento rispetto all’anno precedente. Il flusso migratorio è più che quadruplicato rispetto al 2002, quando le persone che hanno lasciato l’Italia per l’estero erano poco più di 41 mila. Non si tratta di un’emergenza temporanea, ma di un fenomeno strutturale che si è intensificato negli ultimi vent’anni.
Oltre la metà degli emigrati ha tra i 18 e i 39 anni e una quota crescente ha una laurea: se nel 2004 i laureati erano il 10 per cento del totale, nel 2024 questa percentuale è salita al 30 per cento. Non emigrano solo ricercatori, ma anche tecnici, infermieri, ingegneri, operai qualificati. Le conseguenze economiche sono stimate in oltre 134 miliardi di euro di capitale umano perso negli ultimi tredici anni. Ogni persona che emigra dopo un lungo percorso formativo rappresenta un investimento pubblico e familiare regalato al Paese di destinazione.
La fuga dall’Italia è in crescita
L’andamento dell’emigrazione italiana negli ultimi vent’anni mostra una crescita costante. Nel 2002 le persone andate alll’estero erano 42 mila, un numero stabile rispetto al passato. La prima impennata si registra tra il 2006 e il 2011, quando gli emigrati passano da 58 mila a 82 mila, periodo in cui l’economia italiana mostra i primi segnali di debolezza strutturale.
Nel 2016 per la prima volta gli emigrati superano le 150 mila unità, quasi il doppio rispetto a cinque anni prima. La crisi economica del 2008-2012 e la disoccupazione giovanile hanno avuto un importante ruolo. Durante la pandemia si osserva un rallentamento a 159 mila unità, ma appena le frontiere si riaprono l’emigrazione riparte: 150 mila nel 2022, 158 mila nel 2023, fino al record del 2024 con 189 emigrati.
L’andamento della fascia 18-39 anni è ancora più eloquente. Nel 2002 gli emigrati in questa fascia erano 22 mila, nel 2024 sono saliti a 103 mila, quasi cinque volte di più. Ogni anno l’Italia perde oltre 100 mila giovani in età lavorativa, proprio mentre la denatalità riduce i nuovi ingressi nel mercato del lavoro.
Va inoltre tenuto presente che questi numeri sono probabilmente sottostimati. I dati Istat si basano sulle variazioni anagrafiche, ma molti italiani che si trasferiscono all’estero non si iscrivono all’AIRE, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, soprattutto quando la partenza è inizialmente percepita come temporanea. Secondo una stima dell’Istituto di ricerche Idos, nel 2017 gli emigrati effettivi sarebbero stati circa 290 mila, due volte e mezzo in più rispetto ai 117 mila registrati ufficialmente.
Chi parte e dove va
Il profilo dell’emigrato italiano è cambiato rispetto al passato. Oggi il 55 per cento ha tra i 18 e i 39 anni, mentre il 25 per cento si colloca nella fascia 40-64 anni. Anche i minori rappresentano il 13 per cento, segno che partono intere famiglie. La componente dei laureati è cresciuta dal 10 per cento degli anni Duemila al 30 per cento attuale, con punte più alte nelle regioni del Nord. Molti si sono formati in università pubbliche italiane e hanno partecipato a programmi Erasmus, spesso porta d’ingresso verso un’emigrazione definitiva.
Ma non emigrano solo laureati. Secondo la Fondazione Nord Est, il 30 per cento ha al massimo un diploma e un altro 30 per cento non ha completato le superiori. Tra questi ci sono operai specializzati, tecnici, artigiani che non trovano né occupazione stabile né retribuzione adeguata. Il dato è paradossale se confrontato con le imprese italiane che sostengono di aver difficoltà di reperimento per il 45 per cento delle assunzioni programmate.
Dal punto di vista della cittadinanza, il 75 per cento possiede passaporto italiano, mentre il restante 25 per cento è costituito da stranieri residenti in Italia che si spostano in un altro Paese europeo. Ogni anno oltre 141 mila cittadini italiani lasciano il Paese.
La destinazione principale è l’Europa con 146 mila emigrati nel 2024, pari al 77 per cento del totale. La Germania è la destinazione principale con 23 mila arrivi, seguita da Regno Unito con 20 mila e Spagna con 18 mila. La Svizzera attrae 15 mila emigrati, soprattutto professionisti qualificati grazie a stipendi più alti. Francia accoglie 13 mila persone, mentre la Romania ne riceve 13 mila (probabilmente in gran parte persone arrivate in passato in Italia e che ora tornano nel paese d’origine). Le Americhe rappresentano la seconda destinazione con 22 mila emigrati, pari al 12 per cento. L’Asia conta 12 mila partenze, con flussi crescenti verso Emirati Arabi, Singapore e Giappone.
Il divario economico con l’Europa
Le motivazioni che spingono gli italiani a lasciare il Paese sono diverse. Solo il 10 per cento dichiara di partire per uno stipendio più alto, mentre il 26 per cento cerca migliori opportunità di lavoro e il 23 per cento desidera una migliore qualità della vita. Tuttavia questi fattori sono strettamente legati alla dimensione retributiva: un lavoro migliore dà maggiori prospettive, stabilità e possibilità di formare famiglia.
I dati Eurostat sugli stipendi netti medi a parità di potere d’acquisto, cioè corretti per il costo della vita, mostrano un divario considerevole (è fondamentale non fare semplici confronti senza tenere conto del diverso costo della vita). Nel 2024 un lavoratore single senza figli guadagna in media 25 mila euro netti in Italia, contro i 36 mila della Germania, una differenza del 44 per cento. In Svizzera lo stesso profilo percepisce 48 mila euro, quasi il doppio. I Paesi Bassi offrono 41 mila euro, il 62 per cento in più, mentre l’Austria si attesta a 37 mila euro, con un vantaggio del 47 per cento. Anche la Francia garantisce stipendi del 14 per cento superiori con 29 mila euro.
Il problema non riguarda solo gli stipendi, ma anche la stabilità. In Italia il 30 per cento dei contratti tra gli under 30 è a tempo determinato, con una precarietà che complica la pianificazione del futuro. Chi lavora con contratto precario guadagna il 25 per cento in meno rispetto ai contratti stabili. Anche la disoccupazione giovanile pesa sulla scelta di partire. In Italia il tasso tra i 15 e i 24 anni si attesta al 19 per cento, sopra la media europea del 15 per cento. Nel Mezzogiorno è del 33 per cento e regioni come la Calabria che raggiungono il 42,6 per cento.
Le conseguenze per l’Italia
Le conseguenze dell’emigrazione vanno oltre i numeri e investono la struttura del Paese. La Fondazione Nord Est ha calcolato che tra il 2011 e il 2024 l’Italia ha perso 550 mila giovani tra i 18 e i 34 anni, per un valore di 134 miliardi di euro. Questa cifra rappresenta l’investimento in istruzione sostenuto dallo Stato e dalle famiglie, che ora produce ricchezza in altri Paesi. Il Mezzogiorno ha perso negli ultimi vent’anni oltre 2 milioni di under 35, con una perdita annua di circa 4 miliardi di euro.
Sul piano demografico, l’emigrazione complica una crisi già grave. L’Italia ha raggiunto nel 2024 il tasso di fecondità più basso della storia con 1,18 figli per donna, e le nascite sono scese sotto le 370 mila. La popolazione scenderà da 59 milioni a 54,5 milioni entro il 2050. La popolazione in età lavorativa si contrarrà di 5 milioni entro il 2040 e di 8 milioni entro il 2050.
Il sistema pensionistico, che già assorbe il 16 per cento del PIL contro il 10,6 della Germania, rappresenta un problema imminente, in particolar modo tenendo conto che il rapporto tra pensionati e lavoratori va verso l’uno a uno dopo il 2040. L’emigrazione sottrae proprio le persone che dovrebbero sostenere con i contributi le pensioni delle generazioni precedenti.
Sul mercato del lavoro, le imprese dichiarano di non trovare personale qualificato: nel 2023 sono rimaste scoperte 2,5 milioni di posizioni. Ogni anno però emigrano giovani con competenze proprio nei settori dove le aziende lamentano carenze. Si tratta di un mismatch tra domanda e offerta che dipende non dalla mancanza di competenze, ma dalle condizioni offerte.
A differenza di altri Paesi europei, l’Italia non attrae talenti compensativi. Per ogni giovane che arriva da un Paese avanzato, otto italiani emigrano. L’Italia attrae solo il 6 per cento dei giovani talenti europei, contro il 34 per cento della Svizzera e il 32 per cento della Spagna.
I tentativi di invertire la tendenza attraverso incentivi fiscali hanno prodotto risultati limitati. Il regime “rimpatriati” è cresciuto da 1.700 beneficiari nel 2016 a 40 mila nel 2023, ma dopo la riforma del 2024 si è registrato un crollo dei rientri. Solo il 30 per cento degli emigrati recenti dichiara di voler tornare. Chi è all’estero ha uno stipendio mediamente 3-5 volte superiore alla media italiana, ha costruito una carriera e spesso ha formato una famiglia. L’87 per cento giudica positivamente la propria esperienza e cita come ostacoli al rientro la mancanza di opportunità lavorative simili e una qualità della vita percepita come inferiore.
La sfida per l’Italia è duplice: fermare l’emorragia e diventare attrattiva. Due terzi degli emigrati sarebbero disposti a tornare se le condizioni migliorassero, ma questo richiede interventi strutturali. Servono salari competitivi, investimenti in ricerca e sviluppo, un sistema meritocratico. Senza queste riforme, l’Italia continuerà a formare giovani che andranno a costruire il futuro di altri Paesi, perdendo la capacità di competere a livello europeo e globale.





Analisi dettagliata e di grande interesse.
"La componente dei laureati è cresciuta dal 10 per cento degli anni Duemila al 30 per cento attuale, con punte più alte nelle regioni del Nord". Ovvio che sono aumentati, di pari passo all'aumento dei laureati nella popolazione Italiana. Quello che conta è se sono aumentati proporzionalmente di più rispetto a quelli che restano. Vorrei vedere un'analisi fatta bene dove la proprozione degli emigrati con diversi titoli di studio per ogni anno è confrontata con quella di chi resta.