Perché l'Italia è rimasta ferma mentre l'Europa cresceva
La produttività in Italia ha smesso di crescere e questo porta a bassi salari. Ma anche i bassi salari portano la produttività a non crescere.
L’economia italiana non cresce da vent’anni e gli stipendi italiani sono più bassi che in passato, un caso unico in Europa insieme alla Grecia. Uno dei principali motivi è la produttività. I dati Eurostat sulla produttività reale per ora lavorata infatti mostrano che dal 2000 al 2024 in Italia è cresciuta dello 0,3 per cento, mentre l’Unione Europea ha registrato un incremento del 25 per cento. La produttività in Germania è salita del 22 per cento, in Spagna del 19 per cento, in Francia del 15 per cento.
La produttività è la capacità di un sistema economico di creare valore con le ore di lavoro disponibili e determina salari, benessere e competitività. Quando un paese produce più valore con lo stesso tempo lavorato, può permettersi di pagare salari più alti, quando invece la produttività ristagna, i salari rimangono bassi. Se un’azienda produce poco valore per ogni ora lavorata, non ha margini per distribuire redditi più elevati.
Come la produttività determina gli stipendi
Per capire questa relazione possiamo fare un esempio concreto. Immaginiamo due panifici che producono entrambi mille pagnotte al giorno. Il primo utilizza un forno tradizionale e quattro dipendenti che lavorano otto ore ciascuno, per un totale di 32 ore di lavoro. Il secondo ha installato un forno più efficiente e impiega tre dipendenti per le stesse otto ore, quindi 24 ore totali. Se vendono le pagnotte allo stesso prezzo, il secondo panificio crea più valore per ogni ora lavorata: ha una produttività superiore del 33 per cento. Questo significa che può permettersi di pagare salari più alti, perché ogni ora di lavoro genera più ricavi.
La relazione tra produttività e salari è documentata da decenni di ricerca economica. Uno studio di Stansbury e Summers ha esaminato i dati dal 1975 al 2015 negli Stati Uniti: per ogni punto percentuale di aumento della produttività, la compensazione mediana dei lavoratori cresceva dello 0,73 per cento. Quando un’economia diventa più produttiva, può distribuire più reddito senza generare inflazione.
Ma la relazione funziona anche al contrario. Una ricerca pubblicata nel 2024 dall’economista Claudia Fontanari ha studiato quattordici paesi europei dal 1995 al 2018 e ha identificato un meccanismo perverso: quando i salari ristagnano a lungo, anche la produttività smette di crescere. Salari bassi riducono gli incentivi delle imprese a investire in tecnologia e innovazione, perché la manodopera a basso costo è conveniente. Si crea così un circolo vizioso: bassa produttività genera salari bassi, che a loro volta scoraggiano gli investimenti necessari per aumentare la produttività.
In un’economia moderna la produttività dovrebbe aumentare nel tempo per almeno tre ragioni. La prima riguarda il progresso tecnologico in quanto ogni generazione sviluppa strumenti e metodi di lavoro più efficienti (come l’utilizzo dei computer negli uffici o la robotizzazione delle fabbriche). La seconda è l’accumulazione di conoscenza: i lavoratori acquisiscono esperienza, le imprese migliorano i processi, le università formano giovani con competenze avanzate. La terza è l’investimento in capitale, cioè macchinari, infrastrutture e tecnologie che rendono il lavoro umano più efficace.
L’economista Robert Solow ha dimostrato negli anni Cinquanta che la crescita economica di lungo periodo dipende quasi interamente dalla produttività. Un paese può aumentare temporaneamente il prodotto interno lordo facendo lavorare più persone o più ore, ma senza miglioramenti di produttività non può diventare più ricco. Gli economisti misurano la produttività in diversi modi, ma il più importante è la produttività totale dei fattori, spesso abbreviata con la sigla TFP. Questa misura cattura tutto ciò che non dipende dall’aumentare le ore lavorate o le macchine utilizzate: il progresso tecnologico, l’innovazione, l’efficienza organizzativa, il miglioramento delle competenze. In Italia la TFP è cresciuta fortemente fino agli anni Settanta, si è fermata negli anni Ottanta e dagli anni ‘90 è ferma o in declino.
Le microimprese e i settori a bassa produttività
Tra i motivi per cui la produttività italiana non cresce è che l’aumento del numero di lavoratori negli ultimi anni è stato trainato soprattutto dai servizi a bassa produttività come alloggio e ristorazione, sanità e servizi socio-assistenziali. Si tratta di settori che contribuiscono all’occupazione ma dove è difficile aumentare la produttività in assenza di innovazione. Un cameriere può servire un numero limitato di tavoli indipendentemente dal suo impegno, un’infermiera può assistere un certo numero di pazienti.
Secondo i dati Istat, nel 2024 la produttività del lavoro è calata maggiormente proprio dove il lavoro è aumentato di più: nel commercio, nella logistica e nelle attività ricettive la produttività è diminuita dello 0,8 per cento, nei servizi privati di istruzione, sanità e assistenza dello 0,6 per cento. Parallelamente è cresciuto il lavoro intermittente del 6 per cento, quella forma contrattuale tipica del turismo e della ristorazione dove si lavora per periodi brevi e discontinui, e si sono diffuse le posizioni a bassa intensità lavorativa.
Il costo del lavoro è cresciuto del 3,3 per cento su base annua, spinto dall’aumento dei contributi sociali e dai rinnovi contrattuali. In un contesto di produttività stagnante, questa dinamica comprime i margini delle imprese e indebolisce gli incentivi a investire. Francesco Seghezzi, presidente di Adapt, spiega che mancano contesti e infrastrutture che consentano ai lavoratori qualificati di trasformare le competenze in valore aggiunto. Negli ultimi anni molte imprese hanno scelto di investire più sul lavoro che sul capitale: il lavoro costava relativamente meno a causa dell’inflazione, mentre gli investimenti in macchinari erano più onerosi.
La stagnazione della produttività italiana ha però radici profonde. Il primo problema riguarda la dimensione media delle imprese. L’Italia è un paese di microimprese: circa 7,5 milioni di persone lavorano in aziende con meno di dieci dipendenti. Queste realtà utilizzano spesso tecniche produttive o di vendita che non sono cambiate da decenni.
Il problema non è che le microimprese siano intrinsecamente inefficienti, ma che un sistema fiscale e normativo le protegge dalla concorrenza rendendo sconveniente la crescita. Superare certe soglie dimensionali comporta in Italia salti burocratici, fiscali e normativi che scoraggiano l’espansione. Questo crea un incentivo a rimanere piccoli, anche quando la tecnologia moderna richiederebbe dimensioni maggiori per essere efficiente. Un evidente esempio di questo è il regime forfettario che spinge i liberi professionisti a non superare la soglia degli 85 mila euro di fatturato perché l’entrata nel regime ordinario farebbe diminuire il reddito netto.
Come mostra la ricerca economica, il progresso tecnologico tende ad aumentare la dimensione minima efficiente dell’impresa attraverso meccanizzazione, standardizzazione e automazione. Una catena di supermercati, rispetto al singolo supermercato di quartiere, può ottimizzare la gestione delle scorte, programmare le consegne, utilizzare frigoriferi di grandi dimensioni, negoziare prezzi migliori con i fornitori. Tutto questo aumenta la produttività: si riesce a vendere gli stessi prodotti con minore sforzo e costo. Un negozio singolo non può accedere a queste economie di scala.
Uno studio pubblicato nel 2023 ha analizzato tredici paesi e ventidue settori per capire che cosa succede quando le imprese investono in tecnologia avanzata. Il risultato sfata un luogo comune: le aziende che innovano di più non licenziano, ma assumono. Quando un’impresa adotta tecnologie migliori diventa più efficiente e può produrre di più. Questo le permette di conquistare quote di mercato, di soddisfare più clienti, di espandersi. La maggiore domanda richiede più dipendenti, nonostante ogni singolo lavoratore sia diventato più produttivo grazie alla tecnologia.
Bisogna comunque tenere presente che la produttività dipende da fattori che il singolo lavoratore non controlla: la tecnologia disponibile, l’organizzazione aziendale, le infrastrutture, il contesto normativo. Una persona che lavora in un’azienda con attrezzature datate, senza sistemi informatici, con una gestione amministrativa cartacea avrà una produttività inevitabilmente inferiore rispetto a un collega che opera in una struttura moderna. La produttività non misura quanto velocemente si lavora, ma il valore economico creato per ogni ora.
Investimenti insufficienti e perdita di capitale umano
Il secondo ostacolo è la carenza di investimenti in capitale e innovazione. Per capitale si intende l’insieme di macchinari, impianti, edifici, software e tecnologie che le imprese utilizzano per produrre. I dati Istat mostrano che nel 2024 questo stock di strumenti produttivi è cresciuto appena dello 0,5 per cento, con una sostanziale stazionarietà negli ultimi dieci anni. Anche quando cresce, si concentra su tecnologie dell’informazione e della comunicazione e proprietà intellettuale come ricerca e sviluppo, mentre il capitale materiale tradizionale - macchinari fisici, impianti, strutture - resta fermo. Molte imprese italiane operano con attrezzature obsolete.
Lo studio OCSE evidenzia che le imprese che riescono a procurarsi capitali di rischio e debito, pur essendo piccole o medie, ottengono risultati di crescita occupazionale in proporzione anche superiori alle grandi imprese. Serve però un sistema finanziario orientato a questo obiettivo: più fondi comuni e veicoli finanziari per finanziare le piccole e medie imprese, che operino in una logica di filiera in modo che chi sta in testa diffonda la sua innovazione anche nella catena dei fornitori. L’Irlanda negli anni Ottanta aveva un reddito medio pari al sessanta per cento di quello italiano, oggi è quasi al doppio. Non è accaduto per caso ma attraverso trent’anni di politiche coerenti: semplificazione della burocrazia, apertura alle imprese straniere, investimenti nell’educazione.
Il terzo problema è la perdita di capitale umano qualificato. L’Italia ha perso progressivamente dagli anni Ottanta la capacità di trattenere i lavoratori più qualificati e le imprese più innovative. Ogni anno migliaia di persone lasciano il paese per andare all’estero dove trovano ambienti più favorevoli. Il danno non si limita alla persona che se ne va perché anche chi lavorava con lui potrebbe avere un calo di produttività in quanto si troverà a lavorare con colleghi meno qualificati.
C’è poi il problema delle competenze obsolete. L’Italia ha una quota elevata con competenze tecnologiche datate e un sistema di formazione continua inadeguato. Quando le tecnologie cambiano rapidamente, un paese ha bisogno di aggiornare costantemente le competenze della forza lavoro. Senza un sistema efficace di formazione permanente, i lavoratori rimangono indietro indipendentemente dal loro impegno. Parallelamente, continua a esserci un mismatch tra domanda e offerta resta ampio: le aziende quando cercano personale lo trovano, ma chi cerca lavoro fatica. L’incontro avviene prevalentemente, come nota l’OCSE, nella parte bassa delle competenze, nei settori a basso valore aggiunto.
La teoria economica della crescita spiega che il progresso tecnologico non avviene per grandi salti rivoluzionari ma attraverso miglioramenti incrementali continui. È l’accumulo di piccole innovazioni quotidiane che fa crescere la produttività. Ma perché questo accada serve un ecosistema favorevole con imprenditori disposti a rischiare, lavoratori formati, capitali disponibili, burocrazia efficiente.
Un equilibrio stabile ma povero
L’Italia rischia di rimanere intrappolata in quello che gli economisti chiamano un “equilibrio di basso livello”: un sistema stabile ma povero, dove produttività bassa genera salari bassi che scoraggiano gli investimenti necessari per aumentare la produttività. Uscirne richiederebbe cambiamenti simultanei su diversi fronti: politiche industriali che favoriscano la crescita dimensionale delle imprese, investimenti in formazione e ricerca, semplificazione burocratica, infrastrutture moderne, un sistema fiscale che premi l’innovazione.
Ma il mondo politico italiano preferisce continuare a celebrare il modello della piccola impresa artigianale, a proteggere settori a bassa produttività e a vedere emigrare migliaia di persone ogni anno verso ambienti più favorevoli. La produttività italiana è destinata a rimanere il principale freno alla crescita anche in presenza di buoni dati occupazionali. E in un contesto del genere i bassi salari trovano un terreno fertile in cui prosperare.




Mi sembra evidente che il lavoro cresce solo nei servizi per giunta a basso reddito…se si va su un sito di lavoro le offerte sono al 90% cameriere o badante l’innovazione tecnologica? Sconosciuta. Imprese tecnologiche del mercato italiano 0. In Italia non si producono computer telefoni processori o altro si ormai è certo…. Non è un paese per giovani