Che cosa dicono i nuovi dati sulle dichiarazioni dei redditi
Nel 2024 il reddito medio sale a 24.890 euro lordi, +3,1 per cento in termini reali. Ma in oltre vent’anni la crescita è stata quasi asettica.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha pubblicato ieri i dati sulle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2025 e relative ai guadagni del 2024. Sono i numeri più aggiornati per capire quanto gli italiani dichiarano al fisco, chi sostiene davvero il peso dell’IRPEF e come si distribuiscono i redditi tra categorie di lavoratori, genere, fasce d’età e territorio1.
I 42,8 milioni di contribuenti hanno dichiarato in media 24.890 euro lordi, circa 940 euro in più rispetto all’anno prima. In termini nominali, cioè senza tener conto dell’inflazione, l’aumento è stato del 3,9 per cento. In termini reali, depurando dal rialzo dei prezzi dello 0,8 per cento registrato nel 2024, il reddito medio è cresciuto del 3,1 per cento. È un risultato sensibilmente migliore di quello dell’anno precedente, quando l’inflazione altissima del 2023 aveva azzerato l’aumento nominale e fatto scendere i redditi reali dello 0,4 per cento.
Prima di entrare nel dettaglio, va chiarito di cosa stiamo parlando. Il dato a cui ci si riferisce è il reddito imponibile lordo, cioè quello su cui si calcolano le imposte da pagare, e non la retribuzione annua lorda (RAL) negoziata con il datore di lavoro. La RAL include anche i contributi sociali versati all’INPS, mentre il reddito imponibile li esclude. Per dare un’idea, un reddito imponibile lordo di 24.890 euro corrisponde a una RAL di circa 27.400 euro, che su 13 mensilità equivale a un reddito netto di circa 1.660 euro al mese e costa all’azienda circa 36.800 euro l’anno.
Vent’anni di redditi fermi
Il dato sull’anno appena passato va letto dentro una cornice più lunga. Ricalcolando i dati del passato per tenere conto dell’inflazione, nel 2001 il reddito medio dichiarato era pari a 23.310 euro, mentre oggi vale 24.890 euro. In 23 anni la crescita reale è stata del 6,8 per cento, una delle più basse tra i grandi paesi europei. Nello stesso periodo Germania, Francia e Spagna hanno fatto molto di più, mentre l’Italia ha vissuto due decenni in cui i redditi reali sono rimasti sostanzialmente fermi.
Il picco storico è stato toccato nel 2021, con 25.010 euro ai prezzi del 2024, prima che lo shock inflazionistico del 2022 e del 2023 erodesse il potere d’acquisto dei contribuenti. Da allora i redditi reali non sono ancora tornati su quei livelli: il dato del 2024 resta inferiore di circa 120 euro al massimo del 2021. In termini puramente nominali la crescita è stata invece consistente, da 21.780 euro nel 2021 a 24.890 euro nel 2024, ma è stata in larga parte assorbita dall’aumento dei prezzi.
C’è poi un ulteriore avvertimento da tenere a mente. I numeri pubblicati dal MEF non descrivono il reddito effettivamente percepito dagli italiani, ma quello dichiarato al fisco. Secondo le stime dello stesso Ministero, l’evasione delle imposte sul reddito è particolarmente concentrata tra i lavoratori autonomi e le partite IVA, dove la base imponibile sfugge più facilmente ai controlli. Per i lavoratori dipendenti, invece, la trattenuta alla fonte da parte del datore di lavoro rende l’evasione molto più difficile. Quando si confrontano le medie tra le diverse categorie, quindi, va tenuto presente che il reddito reale di alcune di esse è probabilmente più alto di quanto risulti dalle dichiarazioni.
Chi paga l’IRPEF
La distribuzione dei redditi dichiarati è molto concentrata sulle fasce basse. Il 33 per cento dei contribuenti ha dichiarato meno di 15 mila euro, e un altro 28 per cento si colloca tra i 15 mila e i 26 mila euro. Significa che il 61 per cento degli italiani con un reddito imponibile sta sotto i 26 mila euro lordi. All’estremo opposto, l’1,8 per cento ha dichiarato più di 120 mila euro, con un reddito medio di 164 mila euro.
Nel complesso, gli italiani hanno versato 194 miliardi di euro di IRPEF, l’imposta sulle persone fisiche, su un reddito imponibile di 1.013 miliardi. Il 61 per cento dei contribuenti che dichiara meno di 26 mila euro contribuisce per il 16 per cento del totale dell’imposta. Chi sta sotto i 15 mila euro paga in media 380 euro l’anno, un’aliquota effettiva del 5,3 per cento. L’1,8 per cento più ricco, cioè chi guadagna oltre 120 mila euro, versa da solo il 21 per cento di tutta l’IRPEF, con un’imposta media di 54 mila euro a testa.
Il dato può sembrare squilibrato, ma è la conseguenza naturale di un’imposta progressiva. L’IRPEF cresce all’aumentare del reddito secondo aliquote più alte, e questo è il principio su cui si fonda da quando è stata istituita nel 1974. Chi guadagna di più paga una percentuale maggiore su una base più ampia e contribuisce inevitabilmente a una quota più grande del gettito. L’Italia non è un’eccezione: in tutti i grandi paesi avanzati, dalla Germania al Regno Unito, dalla Francia agli Stati Uniti, il decimo più ricco di contribuenti versa quote del totale dell’imposta sul reddito che oscillano tra il 50 e il 70 per cento. La concentrazione del gettito sui redditi alti è strutturale a un sistema progressivo.
Il vero problema italiano, semmai, è che la distribuzione dei redditi è schiacciata verso il basso e ci sono poche persone che guadagnano cifre medio-alte. Solo il 6,6 per cento supera i 55 mila, mentre in Germania e Francia la fascia dei redditi medio-alti, quella tipica dei lavori specializzati e qualificati, è molto più ampia. È il riflesso di un'economia poco innovativa, con una produttività cresciuta pochissimo negli ultimi vent'anni, una quota di laureati tra le più basse d'Europa e una struttura produttiva fatta soprattutto di piccole imprese, dove le posizioni ben retribuite sono poche. Non è tanto l'IRPEF a essere squilibrata, sono i redditi prodotti dal sistema a esserlo.
Anche dietro la media nazionale di quasi 25 mila euro si nascondono profili molto diversi. I lavoratori dipendenti hanno dichiarato in media 26.940 euro, in crescita del 6,4 per cento reale rispetto all’anno precedente, beneficiando dei rinnovi contrattuali e dell’effetto del taglio del cuneo fiscale. I pensionati hanno dichiarato 25.260 euro, +5,6 per cento reale, dopo l’adeguamento delle pensioni all’inflazione. I lavoratori autonomi hanno dichiarato in media 72.620 euro, con un calo del 4,8 per cento in termini reali. Va detto che il dato degli autonomi è quasi certamente sottostimato per via dell’evasione.
Le differenze di reddito
Anche nel 2024 gli uomini hanno dichiarato in media redditi nettamente più alti delle donne: 29.020 euro contro 20.350 euro. Il divario è di quasi 8.700 euro lordi, pari al 43 per cento. Si è ridotto di poco rispetto all’anno precedente, perché i redditi delle donne sono cresciuti del 4,0 per cento reale contro il 2,5 per cento degli uomini. La differenza non riflette soltanto le retribuzioni a parità di mansione, ma soprattutto la composizione del lavoro femminile: le donne occupano in misura minore le posizioni dirigenziali, ricorrono molto più spesso al part-time e sono assenti dal mercato del lavoro per periodi più lunghi a causa dei carichi di cura familiare.
Il reddito segue poi il classico andamento a campana lungo l’arco della vita. Tra i 15 e i 24 anni, fascia in cui pochi hanno un reddito stabile, la media è di 8.560 euro. Tra i 25 e i 44 anni sale a 21.880 euro, ancora sotto la media nazionale: i giovani adulti italiani guadagnano poco anche quando lavorano regolarmente. Il picco è tra i 45 e i 64 anni, con 28.920 euro, e dopo i 64 anni scende a 25.450 euro grazie al peso delle pensioni. Tra i giovanissimi la crescita reale è stata del 6,4 per cento, ma su una base così bassa che basta poco a spostare la media.
La geografia dei redditi conferma il divario storico tra Nord e Sud. Nel Nord-Ovest il reddito medio dichiarato è di 27.970 euro, nel Nord-Est di 26.340 euro, nel Centro di 25.660 euro, nel Mezzogiorno di 20.390 euro. La distanza tra la macroarea più ricca e quella più povera è di 7.580 euro, il 37 per cento. Tra le regioni, la Lombardia è in testa con 29.150 euro, seguita dalla Provincia autonoma di Bolzano con 28.220 euro. In coda c’è la Calabria, con 18.690 euro, meno di due terzi del reddito medio lombardo. Le altre regioni meridionali si collocano tra i 20 mila e i 22 mila euro, con Sicilia, Puglia, Molise, Campania e Basilicata raccolte in una fascia stretta intorno ai 20 mila euro e Sardegna e Abruzzo poco sopra, rispettivamente a 21.420 e 22.120 euro. La crescita reale è stata simile in quasi tutte le regioni, intorno al 3 per cento, segno che il divario territoriale italiano resta strutturale e non si chiude con dinamiche annuali.
Va però ricordato che il costo della vita non è uguale ovunque. Vivere a Milano, a Bologna o nelle altre grandi città del Nord costa sensibilmente di più che in un comune medio del Mezzogiorno: affitti, trasporti e molti servizi pesano di più e a parità di reddito lordo dichiarato il potere d’acquisto effettivo può essere molto diverso. In Italia non esiste un indicatore ufficiale di costo della vita aggiornato e disaggregato a livello territoriale che permetta di correggere in modo semplice questi confronti, come accade invece in altri paesi. Sarebbe utile averne uno, perché senza di esso i divari tra regioni appaiono più ampi di quanto non siano in termini di potere d’acquisto effettivo.
Il sistema è progressivo
Spezzando i contribuenti in fasce di reddito da 10 mila euro l’una si vede bene in che modo l’IRPEF cresce con il reddito dichiarato. Chi sta sotto i 10 mila euro paga in media circa 130 euro di imposte, un’aliquota effettiva del 2,8 per cento del reddito imponibile. Tra i 10 e i 20 mila euro l’imposta media è di 1.180 euro, l’8,2 per cento. Tra i 20 e i 30 mila sale a 3.150 euro, il 13,3 per cento. Il salto più netto si registra superando i 30 mila euro, dove l’imposta media raddoppia a 6.010 euro e l’aliquota effettiva arriva al 18,6 per cento.
Da quel punto in avanti la progressione accelera. Tra i 40 e i 50 mila euro l’imposta media è di 9.590 euro, il 23,2 per cento del reddito; tra i 50 e i 60 mila di 13.020 euro, il 26 per cento; oltre gli 80 mila supera il 30 per cento. Chi dichiara più di 120 mila euro paga in media 66.130 euro di IRPEF, con un’aliquota effettiva del 33,2 per cento, oltre dieci volte quella dei redditi più bassi.
Nel complesso, il quadro che emerge dai nuovi dati è quello di un paese in cui i redditi dichiarati tornano a crescere dopo lo shock inflazionistico del 2022 e del 2023, ma restano fermi su un piano di lungo periodo. La distribuzione resta concentrata sulle fasce basse, con la maggioranza dei contribuenti sotto i 26 mila euro lordi, e una minoranza dei redditi più alti che sostiene gran parte del gettito IRPEF. Una parte di questa concentrazione è inevitabile in un’imposta progressiva, in linea con quanto avviene in tutti i paesi avanzati. Una parte, però, riflette il fatto che l’Italia produce pochi redditi medio-alti.
Per cambiare questo quadro serve che i redditi crescano davvero, e che l’Italia torni ad attirare occupazione qualificata, a formare più laureati, a premiare la produttività. Non sono ricette nuove. Da oltre vent’anni Banca d’Italia, Istat, Ocse, Commissione Europea e la grande maggioranza degli economisti ripetono più o meno le stesse cose: investire in ricerca e sviluppo, aumentare la concorrenza nei settori protetti, semplificare la burocrazia, rendere il mercato del lavoro meno duale, far crescere le imprese. Il problema non è la diagnosi.
Quello che manca è la volontà politica di affrontare scelte difficili, i cui benefici arrivano solo dopo anni e che quindi non rendono nel ciclo elettorale. Più di vent’anni di stagnazione dimostrano che rimandare è la strategia più costosa. Tocca alla politica assumersi la responsabilità di intervenire davvero, non con misure una tantum e bonus a pioggia, ma con riforme strutturali che altrove hanno funzionato. Senza queste scelte, i redditi degli italiani continueranno a muoversi al ritmo lento che conosciamo e il paese resterà intrappolato in una stagnazione da cui, da solo, non è ancora riuscito a uscire.




Ottima analisi bilanciata, senza essere sterile, come al solito.
Come al solito un'analisi impeccabile. Grazie e complimenti