L’81 per cento degli italiani è d’accordo con l’affermazione che “il governo dovrebbe prendere misure per ridurre le differenze nei livelli di reddito”: è il valore più alto tra i grandi paesi europei, davanti al 72 per cento della Francia, al 70 del Regno Unito e al 68 di Germania e Spagna, con la media europea al 69. Il dato viene dall’ultima edizione dell’European Social Survey, l’indagine comparativa che ogni due anni misura opinioni e atteggiamenti in gran parte del continente, ed è stato raccolto tra il 2023 e il 2024.
L’anno scorso avevo usato la stessa indagine per misurare il conservatorismo culturale degli italiani, trovandoci tra i paesi più tradizionalisti d’Europa. Questa volta le domande riguardano l’economia, cioè quanto Stato vogliono gli italiani, cosa gli chiedono e quanto si fidano di quello che ricevono in cambio. La risposta breve è che siamo tra i paesi più pro-Stato d’Europa nelle aspettative e tra i più sfiduciati nei giudizi. Le due cose si tengono insieme.
Per questa analisi ho elaborato i microdati di tutte le edizioni disponibili dell’indagine, dal 2002 al 2023-24: oltre 540 mila interviste in 39 paesi, ponderate in modo che ogni campione rappresenti la popolazione del suo paese. L’Italia ha partecipato a sei rilevazioni (2002, 2012, 2016-17, 2018-19, 2021-22 e 2023-24), quindi le serie storiche italiane hanno dei buchi. I moduli tematici dell’indagine ruotano e non tutte le domande vengono riproposte a ogni edizione1.
La domanda di redistribuzione
Il primato italiano sulla redistribuzione è recente. Nel 2002 l’Italia stava al 78 per cento, terza tra i cinque grandi dietro Francia (85) e Spagna (79); il picco è arrivato nel 2018-19 con l’86 per cento, seguito dal calo degli anni della pandemia (75) e dalla risalita all’81 di oggi. La media dei quindici paesi europei presenti in tutte le edizioni ha fatto un percorso diverso, salendo fino al 74 per cento del 2018 e scendendo poi al 69. La Spagna, nello stesso periodo, è crollata dall’82 al 68. Il primato italiano nasce quindi in parte dalla tenuta della nostra domanda di redistribuzione e in parte dall’arretramento degli altri.
Allargando lo sguardo a tutti i 26 paesi europei rilevati nel 2023-24, l’Italia è sesta: davanti ci sono Portogallo (89 per cento), Austria (86), Grecia, Bulgaria e Croazia, tutti tra l’83 e l’85, mentre ultima è la Polonia con il 59. Sopra l’Italia stanno insomma solo paesi piccoli o medi, mentre nessun paese di peso demografico paragonabile la supera.
Tra chi si colloca a sinistra l’accordo con la redistribuzione arriva al 90 per cento, tra chi si colloca a destra si ferma al 70, cioè venti punti di distanza, il divario più ampio tra tutti i gruppi sociali che ho esaminato. Guardando però al voto delle politiche del 2022, nessun elettorato scende sotto i due terzi. Gli elettori della Lega sono d’accordo al 67 per cento, quelli di Fratelli d’Italia al 72, quelli di Forza Italia al 73, fino all’87 del PD e all’88 del Movimento 5 Stelle. La polarizzazione esiste sul principio astratto, molto meno sulla sostanza.
Il voto alla destra italiana, del resto, non nasce da una richiesta di meno Stato in economia. Uno studio sull’elezione del 2022 mostra che l’insicurezza economica non ha spinto il consenso verso Fratelli d’Italia e Lega, ma ha spinto le persone a non votare affatto, mentre il successo dei due partiti si spiega soprattutto con le proposte verso l’immigrazione. Chi ha votato la coalizione di governo, insomma, lo ha fatto portandosi dietro preferenze economiche che assomigliano molto a quelle di tutti gli altri.
Uomini e donne, giovani e anziani stanno tutti tra il 79 e l’83 per cento di accordo. Perfino il 30 per cento di famiglie con i redditi più alti, che dalla redistribuzione avrebbe più da perdere, è d’accordo all’85 per cento, sopra la fascia intermedia (78). Una ricerca dell’Università di Torino, che ha seguito gli atteggiamenti degli italiani verso Stato e mercato su quattro rilevazioni tra il 1990 e il 2018, trova la stessa cosa nel lungo periodo. Le classi sociali restano distinte nelle preferenze, ma la distanza tra la più alta e la più bassa si è quasi dimezzata, perché tutte si sono mosse insieme verso posizioni più favorevoli all’intervento pubblico. Le linee di frattura diverse dalla politica, insomma, contano poco.
Cosa deve garantire lo Stato
Alla domanda su quanto sia responsabilità del governo garantire un tenore di vita adeguato agli anziani, gli italiani rispondono in media 8,5 su una scala da 0 a 10, contro l’8 della media europea. Sui disoccupati la distanza è più larga, con una media italiana di 7,7 contro 6,6 e con il 72 per cento che assegna un voto da 7 in su contro il 52 per cento europeo, venti punti di differenza. Combinando le tre responsabilità rilevate dall’indagine (anziani, disoccupati e servizi per l’infanzia) in un unico indice, l’Italia risulta quarta su 21 paesi con una media di 8,1, dietro Islanda, Lituania e Portogallo. La media europea è 7,4, la Svizzera chiude la fila con 6,6 e tutti i grandi paesi stanno sotto di noi.
Ho poi costruito un indicatore sintetico più ampio, che combina nove domande orientate nella stessa direzione, dalla redistribuzione alle responsabilità del governo fino ai giudizi sui sussidi e al reddito di base. Il risultato conferma la fotografia: Italia quarta su 21 paesi, Germania dodicesima, Francia sedicesima, Regno Unito ultimo. Tra i grandi soltanto la Spagna sta davanti a noi. I dipendenti pubblici, che dall’espansione dello Stato avrebbero in teoria più da guadagnare, risultano peraltro il gruppo occupazionale meno statalista, con il 78 per cento di accordo sulla redistribuzione contro l’82 degli autonomi e un valore sotto quello dei dipendenti privati anche sull’indice complessivo.
Lo Stato immaginato e quello reale
Gli stessi italiani che assegnano allo Stato la responsabilità dei disoccupati esprimono un giudizio duro sulla loro condizione effettiva, dando al tenore di vita dei disoccupati italiani un voto medio di 2,7 su 10, il più basso tra i cinque grandi, con appena il 2,8 per cento di voti da 7 in su e due terzi di voti da 3 in giù. In pratica il 72 per cento vuole che lo Stato si occupi dei disoccupati e il 2,8 per cento pensa che lo stia facendo con risultati accettabili. Sui pensionati la forbice è simile, con l’89 per cento che chiede allo Stato di garantirne il tenore di vita mentre il giudizio sulla loro condizione reale si ferma a 4 su 10, contro il 5,3 della Germania e il 5 del Regno Unito.
Qualche tempo fa avevamo visto la teoria del termostato dell’opinione pubblica, formulata dal politologo Christopher Wlezien: quando la politica produce più intervento di quanto i cittadini ne vogliano, la domanda di intervento scende; quando ne produce meno, risale, come un impianto che si accende e si spegne intorno alla temperatura desiderata. La ricerca dell’Università di Torino citata sopra arriva proprio a questa lettura per il caso italiano. Tra il 1990 e il 2018, cioè negli anni delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni, gli italiani si sono spostati verso posizioni più favorevoli all’intervento pubblico invece che verso il mercato, con il sostegno alla proprietà pubblica delle imprese salito di più di un punto sulla scala usata dall’indagine. Il caso italiano somiglia però a un termostato acceso in una casa con la caldaia guasta, perché la spesa pubblica vale circa metà del PIL e lo Stato interviene già moltissimo nell’economia, ma la temperatura percepita non sale mai.
Il meccanismo che tiene insieme sfiducia e domanda di Stato è stato descritto in un lavoro di quattro economisti, tra cui Philippe Aghion e Andrei Shleifer, che ha confrontato regolazione e capitale sociale in una serie di paesi. Il punto di partenza è che nei paesi dove le persone si fidano poco le une delle altre e poco delle istituzioni, i cittadini chiedono più intervento pubblico proprio perché temono di essere imbrogliati dagli altri. Chiedono quelle regole anche quando ritengono che il governo sia corrotto o inefficiente, perché nessuna delle due alternative è affidabile e una regola scritta male sembra comunque meglio di nessuna regola. La regolazione che ne segue riduce però le occasioni in cui le persone imparano a fidarsi collaborando fra loro. La sfiducia che aveva prodotto quelle regole ne esce rafforzata e il risultato sono due equilibri stabili: uno con molta fiducia e poche regole, l’altro con poca fiducia e molte regole, dove i cittadini restano insoddisfatti dello Stato che però continuano a invocare.
Le serie storiche dicono quando l’Italia si è spostata verso il secondo equilibrio. Nel 2002 gli italiani davano all’economia nazionale un voto di 4,1 su 10, leggermente sopra la media europea di allora. La quota di famiglie che dichiarava difficoltà ad arrivare a fine mese era il 16 per cento, più bassa del 20 per cento europeo. Il fondo è arrivato nel 2012-13, tra la crisi del debito e il governo tecnico: soddisfazione per l’economia a 2,6 e fiducia nei politici a 1,9 su 10, i minimi di tutta la serie. Nel 2016 il divario con l’Europa toccava il massimo (3,6 contro 5) e le famiglie in difficoltà erano il doppio della media (31 contro 15 per cento). Oggi il quadro è migliorato, ma il sorpasso non è rientrato. In difficoltà c’è il 21 per cento delle famiglie italiane contro il 14 di quelle europee, mentre la soddisfazione per l’economia (4 su 10) resta sotto sia il livello del 2002 sia la media continentale.
Il sospetto sui sussidi
Il 77 per cento degli italiani pensa che molte persone riescano a ottenere sussidi e servizi a cui non hanno diritto: la quota più alta tra i cinque grandi paesi e ben sopra la media europea del 65 (in Germania è il 60 per cento, nel Regno Unito il 64). Il 67 per cento pensa allo stesso tempo che molte persone con redditi molto bassi ricevano meno di quanto spetta loro per legge, contro il 49 dei tedeschi e il 43 dei britannici. Messi insieme, i due giudizi descrivono un welfare percepito come generoso con i furbi e avaro con chi avrebbe diritto.
Sull’idea che i sussidi rendano le persone pigre, che è la critica classica al welfare di stampo anglosassone, l’Italia è invece il paese meno d’accordo dei cinque, con il 28 per cento contro il 57 del Regno Unito e il 53 della Francia. La convinzione che la maggior parte dei disoccupati non cerchi davvero lavoro si ferma al 38 per cento, in linea con la media continentale. Il sospetto italiano verso il welfare ha una natura amministrativa più che morale, perché sotto accusa c’è una macchina pubblica che distribuisce male, molto più che la pigrizia di chi riceve.
Questo malcontento verso il welfare esistente è più vecchio di quanto sembri. Una indagine condotta a cavallo del 2000 da Tito Boeri, che sarebbe poi diventato presidente dell’INPS, insieme ad Axel Börsch-Supan e Guido Tabellini, misurò in Francia, Germania, Italia e Spagna cosa i cittadini pensassero di pensioni e sussidi di disoccupazione. Il risultato principale è che in tutti e quattro i paesi la dimensione del welfare esistente era sostenuta dalla maggioranza degli intervistati, che però si opponeva altrettanto nettamente a nuovi aumenti di tasse e contributi. In Italia la maggioranza voleva qualcosa di più preciso, cioè spostare risorse dalle pensioni verso i sussidi di disoccupazione. Già una rilevazione europea del 1992 collocava gli italiani come il popolo più insoddisfatto del proprio sistema di protezione sociale, e la domanda italiana, allora come oggi, riguardava più la ricomposizione della spesa che la sua espansione.
Lo stesso studio segnala un dettaglio che vale per qualunque riforma. Molti intervistati sottostimavano il costo reale del sistema pensionistico, mentre chi era meglio informato si dichiarava più favorevole a cambiarlo. Prima ancora che il reddito di cittadinanza esistesse, intanto, l’indagine europea aveva misurato il favore per un reddito di base universale: piaceva al 59 per cento degli italiani, la sesta quota più alta su 21 paesi, sopra la media europea (52) e ben sopra la Germania (46). I più favorevoli erano i giovani sotto i 35 anni, al 65 per cento; i meno favorevoli gli iscritti al sindacato, al 45 per cento su un gruppo di appena 166 intervistati, un dato coerente con un welfare costruito sui contributi versati e diffidente verso le misure che lo scavalcano. La generosità si fermava comunque ai confini, perché il 47 per cento voleva concedere agli immigrati l’accesso ai sussidi solo con la cittadinanza, o mai, contro il 33 per cento della media europea.
Il merito che non si vede
Il 76 per cento degli italiani considera giusta una società in cui reddito e ricchezza sono distribuiti in modo uguale tra tutti: è la seconda quota più alta tra 27 paesi europei, dietro il solo Portogallo, contro una media continentale del 54 per cento e il 23 della Norvegia. Ma l’82 per cento considera giusta anche una società in cui chi lavora sodo guadagna più degli altri. In Germania tra il principio egualitario e quello meritocratico corrono 44 punti (42 contro 86 per cento), nel Regno Unito 31, perché altrove i due criteri funzionano come un’alternativa. In Italia la distanza è di sei punti: li vogliamo tutti e due.
La spiegazione sta in come gli italiani vedono il mercato reale. Solo il 56 per cento crede che competenze e conoscenze della persona influenzino molto le assunzioni, contro il 78 per cento della media europea, mentre conoscere qualcuno nell’organizzazione pesa molto per il 61 per cento, sopra il 58 europeo. In Europa il merito batte la raccomandazione di venti punti, in Italia perde di cinque. Solo l’8,7 per cento degli italiani pensa poi che nel paese tutti abbiano una possibilità reale di ottenere il lavoro che cercano, contro il 33 per cento dei tedeschi, il 28 dei britannici, il 13 dei francesi e il 24 della media europea. È il punto in cui l’Italia si stacca di più dal resto del continente in tutta l’indagine.
L’economista Alberto Alesina, con Stefanie Stantcheva ed Edoardo Teso, ha somministrato in cinque paesi, Italia compresa, un questionario che chiedeva quante probabilità avesse il figlio di una famiglia povera di salire nella scala dei redditi, per poi mostrare a una parte degli intervistati, scelta a caso, i dati reali sulla mobilità. Chi riceveva l’informazione pessimistica diventava più favorevole alle politiche per le pari opportunità, ma solo se si collocava a sinistra, mentre a destra l’effetto spariva perché chi ha un giudizio molto negativo sul governo non vede nello Stato lo strumento per rimediare. Sull’Italia gli autori annotano un’eccezione, cioè che da noi il pessimismo sulla mobilità sociale attraversa tutti gli schieramenti. È quello che si vede anche nei dati dell’indagine europea: sul giudizio che i redditi dei più ricchi siano ingiustamente alti, sinistra, centro e destra stanno tutti tra il 67 e il 70 per cento, senza alcun gradiente.
Il giudizio di ingiustizia copre tutti i piani della scala dei redditi. Il 68 per cento di chi percepisce uno stipendio o una pensione considera ingiustamente bassa la propria retribuzione netta, contro il 41 per cento dei britannici; il 70 per cento giudica ingiustamente alti i guadagni del 10 per cento di lavoratori più pagato, contro il 46 della media europea; il 91 per cento, nove su dieci, considera ingiustamente bassi i redditi del 10 per cento più povero. A muovere la domanda di redistribuzione è del resto la disuguaglianza percepita più di quella misurata dalle statistiche, come ha mostrato un confronto tra una quarantina di paesi diventato un riferimento in questa letteratura. Il disincanto sul merito realizzato è invece un tratto continentale, visto che solo un terzo degli italiani pensa che le persone ottengano nel complesso ciò che meritano, quasi esattamente come nella media europea.
In conclusione
Quello che emerge da questi dati è che l’Italia è un paese dove la stragrande maggioranza degli italiani vuole un maggiore ruolo dello Stato. Questa opinione è condivisa sia a destra sia a sinistra, con una domanda di protezione che cresce da vent’anni, nonostante l’Italia abbia già una delle pressioni fiscali più alte. È anche uno dei paesi in cui lo Stato interviene di più nell’economia, sia in modo diretto sia attraverso la regolamentazione.
Va però considerato che, nella realtò, è complicato aumentare ulteriormente la spesa pubblica. Quello che bisognerebbe fare, più che altro, è andare a ricomporla, perché, come abbiamo visto in un precedente articolo, una grossa parte della spesa è bloccata in spese fisse. Servirebbe quindi una politica che riesce a generare nuova crescita economica che poi potrebbe portare anche a una maggiore protezione sociale.
A proposito di destra e sinistra, questi dati spiegano anche perché i partiti di centro liberali in Italia vadano così male alle elezioni: fanno proposte che la maggioranza delle persone non condivide.
L’analisi si basa sui microdati integrati dell’European Social Survey, round 1-11 (2002-2024), scaricati dal portale ufficiale dell’indagine. Tutte le stime usano i pesi di analisi previsti dall’ESS, che correggono per il disegno campionario e riportano ogni paese al peso della sua popolazione; le percentuali sono calcolate sulle sole risposte valide. La media europea comprende i paesi dell’Unione europea più Regno Unito, Norvegia, Svizzera e Islanda presenti in ciascuna edizione, mentre le serie storiche usano un gruppo fisso di quindici paesi presenti in tutte le edizioni, che non include l’Italia. I campioni italiani vanno da circa 950 a 2.900 intervistati a seconda dell’edizione; i sottogruppi con meno di un centinaio di casi sono segnalati nel testo. I moduli su welfare e sussidi (2016) e sulla giustizia sociale (2018) sono rotanti e non sono stati ripetuti nelle edizioni successive. L’indagine non contiene domande su liberalizzazioni, concorrenza o sul livello desiderato di tasse e spesa pubblica. Sul primo tema l’unica rilevazione comparata dedicata è un Eurobarometro del 2022 commissionato dalla direzione Concorrenza della Commissione europea.







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