L'università italiana: pochi laureati STEM, tanti umanisti
L'Italia ha il 24 per cento di studenti STEM contro il 27 per cento europeo, mentre guida la classifica europea per scienze sociali e umanistiche con il 31 per cento.
L’Italia ha un problema con i laureati: solo il 32 per cento dei giovani tra i 25 e i 34 anni nel nostro paese ha un titolo di studio terziario, contro una media europea del 44 per cento. Ma il divario con l’Europa non è solo quantitativo. Anche guardando alla distribuzione per discipline si vede come l’Italia abbia meno laureati in materie scientifico-tecnologiche rispetto alla media europea e molti più studenti nelle discipline umanistiche e sociali.
La distribuzione per discipline in Italia
Ricorrendo ai dati Eurostat al 2023, possiamo dividere i corsi di laurea in cinque categorie principali. In Italia, il 24 per cento degli studenti frequenta corsi STEM (le discipline scientifico-tecnologiche), il 18 per cento corsi di economia e legge, il 15 per cento materie sanitarie, il 31 per cento scienze sociali e umanistiche e il restante 11 per cento altri corsi.
La media europea mostra invece un quadro diverso: il 27 per cento di studenti STEM, il 23 per cento in economia e legge, il 14 per cento in materie sanitarie, il 22 per cento in scienze sociali e umanistiche e il 14 per cento in altre materie.
I dati comprendono1 le lauree triennali, magistrali e a ciclo unico, escludendo invece l’istruzione terziaria a ciclo breve. Le categorie STEM includono ingegneria, informatica, matematica, statistica e scienze naturali. Le scienze sociali e umanistiche comprendono discipline come lettere, filosofia, lingue, scienze politiche, sociologia e comunicazione.
Il problema dei pochi laureati STEM
L’Italia si colloca nella parte bassa della classifica europea per laureati in materie scientifico-tecnologiche. Su 36 paesi per cui abbiamo i dati, l’Italia è al 24esimo posto. Serbia, Germania, Finlandia e Grecia hanno il 35 per cento di studenti che frequentano corsi di laurea STEM, e sopra il 30 per cento ci sono anche Romania, Estonia e Albania. Con un numero inferiore a quello italiano troviamo, tra gli altri, Spagna, Repubblica Ceca, Polonia e Belgio.
Il gap nelle discipline STEM ha conseguenze concrete sulla competitività del paese. Tra il 2003 e il 2023, la produttività italiana è cresciuta solo del 2,5 per cento, contro il 9,7 per cento della Francia, il 16 per cento della Germania e una media europea del 19,6 per cento. Secondo le stime della Commissione Europea e del Boston Consulting Group, il mismatch tra competenze richieste e disponibili costa all’Italia tra il 3 e il 7 per cento del Pil. Oltre all’elevato costo del lavoro, la carenza di competenze tecniche e persone preparate frena anche l’arrivo di aziende estere e la capacità di lanciare aziende innovative.
Inoltre, il mercato premia le competenze STEM con stipendi più alti. Secondo i dati AlmaLaurea, a cinque anni dalla laurea i laureati in informatica guadagnano 2.220 euro netti al mese, il 20 per cento in più rispetto alla media nazionale, mentre gli ingegneri arrivano a 2.177 euro.
Il primato nelle scienze sociali e umanistiche
Se consideriamo invece le lauree in scienze sociali e umanistiche, l’Italia è il primo paese europeo con il 31 per cento degli studenti che seguono questi corsi, con un forte distacco rispetto a quasi tutti gli altri paesi. Dopo l’Italia troviamo il Montenegro con il 28 per cento, la Svezia con il 27 per cento, la Grecia con il 26 per cento, l’Islanda con il 26 per cento e poi Spagna e Francia con il 23 per cento.
Sotto il 20 per cento ci sono numerosi paesi come Danimarca, Lussemburgo, Svizzera e Finlandia. La Germania è al 20 per cento e vediamo anche Paesi Bassi, Norvegia, Irlanda, Belgio e Austria al 21 per cento.
Gli altri corsi
In campo di economia e legge, l’Italia ha un basso numero di studenti che frequentano questi corsi. Siamo il quartultimo paese con solo Bosnia-Erzegovina, Serbia e Svezia che ne hanno di meno, mentre la classifica è guidata da Cipro e Lussemburgo con il 37 e 36 per cento. Al terzo posto c’è la Francia con il 29 per cento. La Svizzera e l’Austria sono al 25 per cento, la Germania al 24 per cento, Norvegia e Irlanda al 21 per cento, Spagna e Danimarca al 20 per cento.
Infine, nel campo della salute vediamo che l’Italia con il 15 per cento è nella parte bassa della classifica. Ai primi posti ci sono Danimarca con il 26 per cento, Belgio con il 25 per cento e Malta con il 24 per cento. La Svizzera è al 17 per cento, Portogallo, Paesi Bassi e Spagna al 16 per cento, mentre alla pari con l’Italia c’è la Francia. Sotto troviamo la Germania con il 9 per cento, l’Austria con l’11 per cento e la Grecia con l’8 per cento.
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È sempre l'eredità di Croce e Gentile, fatta propria da tutti i colori politici: scienta e tecnologia non sono cultura. Basta vedere in TV quanti politici e VIP si vantano divertiti di non capir nulla di matematica.
Da ingegnere informatico di una certa età e technology enthusiast non posso che guardare a questi numeri (di cui avevo già una certa consapevolezza) con profonda amarezza. La verità è che siamo passati da un paese dove le tematiche STEM erano appannaggio solo di alcuni eletti e appassionati ad un paese dove le stesse tematiche vengono subite passivamente un po' da tutti. Penso soprattutto alle tecnologie legate ad Internet che oggi sono utilizzate da chiunque, compresi purtroppo i più piccini, senza la benchè minima consapevolezza di cosa, come, perchè. Fino a 20 anni fa le conoscenze compartimentate di ognuno erano la base per azioni concrete sia in termini lavorativi che di vita quotidiana. Oggi la disponibilità illimitata di conoscenza sembra invece averci reso tutti più ignoranti e incapaci. E in questo switch improvviso, per impreparazione ma anche con una certa dose di dolo, abbiamo perso l'occasione per lanciare le nuove generazioni all'inseguimento di un mondo che, pur apprezzando ancora la letteratura e le arti varie, non potrà esistere se non al ritmo scandito dai continui, sempre più ravvicinati avanzamenti tecnologici. Vedo le colpe nelle istituzioni, ovviamente e in primis, che avrebbero dovuto immediatamente investire nella scuola italiana dove oggi abbiamo connettività internet e lavagne elettroniche ma solo come vetrina di un modello che erà già vecchio quando la frequentavo io. Un altro pezzo di colpa va alle università che non permeano mai veramente il mondo del lavoro con l'innovazione di cui dovrebbero essere il fulcro e non una copia ridondante. E infine la colpa più grande è la nostra, dell'italianità, che permea ogni cosa. Quella stessa italianità che ha visto Olivetti spiegare agli americani cos'era un processore e che oggi mutila se stessa sui social lamentandosi di qualsiasi cosa senza mai e poi mai fare nulla. Come possiamo solo pensare che da questo panorama, ulteriormente azzoppato dalla denatalità, possa derivare un nuovo Rinascimento? Come recuperare il tempo perso e formare una generazione consapevole dello stato dell'arte del progresso e in grado di usarlo, farlo avanzare e non semplicemente subirlo? E quei pochi che hanno fatto tutto da soli? Beh, se li cercate li trovate all'estero a godersi il successo, quasi sicuramente in quei paesi dove STEM significa veramente qualcosa.