Perché la democrazia si regge sulla crescita
La crescita non è una torta di dimensioni fisse da spartire. È la condizione che tiene in piedi pensioni, conti pubblici e fiducia nelle istituzioni.
Questo è il secondo approfondimento di CrescitaZero, la serie di articoli scritti insieme a Elia Bidut per capire cos’è successo alla crescita italiana. Qui trovi gli altri articoli.
Nel dibattito pubblico la ricchezza viene spesso descritta come una torta. Ogni fetta della torta consente di soddisfare una necessità: scuola, pensioni, sanità, sussidi. Spesso in questi discorsi, la dimensione della torta è fissa.. Se una fetta si allarga, un’altra deve restringersi e il compito della politica sarebbe soltanto decidere come distribuire le porzioni. È un’immagine intuitiva e per questo molto diffusa. È anche profondamente sbagliata, perché la torta non ha dimensioni date una volta per tutte. Può crescere e quando cresce le fette aumentano per tutti. Oppure diminuire, nel momento in cui un Paese entra in crisi.
Per gran parte della storia umana, però, la torta è stata davvero quasi fissa. Uno studio recente ha ricostruito la produttività dell’Inghilterra dal 1250 in poi e ha trovato che per oltre tre secoli, fino al 1600, non crebbe quasi per nulla. Solo dopo cominciò a salire, prima intorno al 2 per cento per decennio, poi fino al 5 per cento per decennio nella prima metà dell’Ottocento. Prima di allora ogni miglioramento veniva riassorbito dall’aumento della popolazione, in quella che gli economisti chiamano trappola malthusiana, dal nome di Thomas Robert Malthus. Si produceva un po’ di più, ma essendo anche in più si tornava al punto di partenza.
Quel mondo quasi fermo era anche, sul piano sociale, un gioco a somma zero. Adrian Wooldridge, nel libro The Revolutionary Center, descrive le società pre-liberali come ostinatamente votate alla stasi: in assenza di crescita della produttività, ciò che uno guadagnava un altro lo perdeva. La famiglia e il lignaggio contavano più dell’individuo, ridotto a pedina al servizio della perpetuazione della stirpe, e la morale aristocratica non chiedeva realizzazione personale ma adempimento del ruolo assegnato dalla nascita. Era un mondo di “certezze collettive”, in cui il merito del singolo contava poco.
La crescita economica moderna ha rotto quel duplice vincolo, materiale e sociale. Poter aumentare stabilmente il reddito di ciascuno, non solo la produzione complessiva, è una conquista recente e non lo stato naturale delle cose. È ciò che ha permesso a centinaia di milioni di persone di uscire dalla povertà nel giro di poche generazioni. Rinunciare alla crescita, perciò, non è una scelta neutra. Le sue conseguenze si vedono sulla povertà, sulle promesse che una società si scambia al suo interno e sulla tenuta della democrazia.
Crescere è il modo per uscire dalla povertà
Torniamo all’esempio della torta. Se la torta non cresce, la decisione chiave riguarda la dimensione e il numero delle fette. Chi ha più potere decisionale ha la possibilità quindi di essere avvantaggiato a scapito degli altri. Quando un’economia cresce invece, i benefici non si concentrano solo tra i più ricchi.. Uno studio della Banca Mondiale intitolato “Growth Is Good for the Poor” ha analizzato ottanta Paesi tra il 1960 e il 2000 e ha trovato che il reddito del quinto più povero della popolazione cresceva in media nella stessa proporzione del reddito medio. La crescita aggregata, in altre parole, si trasmetteva quasi per intero anche a chi stava peggio. Redistribuire senza crescere significa spostare porzioni di una torta che resta uguale, mentre crescere aumenta la quantità totale a disposizione.
I Paesi che sono cresciuti più rapidamente, dalla Cina all’India al Vietnam, sono anche quelli che hanno tolto dalla povertà assoluta il maggior numero di persone nella storia, mentre dove la crescita è mancata la povertà è rimasta. Rinunciare alla crescita significa, nei fatti, rinunciare allo strumento che più di ogni altro ha migliorato le condizioni materiali di chi parte svantaggiato.
La distribuzione, certo, conta. La redistribuzione resta uno strumento legittimo e spesso necessario per correggere disuguaglianze eccessive e una crescita che lascia indietro interi gruppi può alimentare essa stessa risentimento e chiusura. Il punto è un altro: redistribuzione e crescita non sono alternative tra cui scegliere, ma la crescita è la condizione che rende possibile la prima. Si possono spartire diversamente le porzioni di una torta ferma, ma se la torta non cresce ogni guadagno per qualcuno è una perdita per qualcun altro, e la politica torna a essere quel gioco a somma zero in cui ci si contende risorse che non aumentano. Una società che decide di non crescere non sta scegliendo più equità, sta scegliendo di tenere ferme dove sono le persone che stanno peggio.
L’obiezione più comune è che un mondo a risorse finite non possa crescere all’infinito. Le risorse naturali sono effettivamente limitate, ma il progresso tecnologico cambia di continuo il modo in cui le usiamo. Una parte importante della crescita consiste proprio nel produrre di più consumando meno e i limiti che percepiamo come invalicabili sono quasi sempre quelli della tecnologia di oggi, non quelli del mondo. La robotica e l’intelligenza artificiale sono soltanto l’esempio più recente di una frontiera che si sposta e allarga lo spazio del possibile.
Le promesse che si reggono sulla crescita
La crescita è quindi il collante di un sistema di promesse che una società si scambia al proprio interno: tra generazioni, con il patto sulle pensioni; tra cittadini e Stato, con le tasse in cambio di servizi e di un debito gestibile; tra chi resta e chi potrebbe partire, perché restare conviene se ci sono opportunità. Quando la crescita si ferma, le premesse su cui questi patti poggiano si incrinano..
Tutte queste promesse hanno una cosa in comune: sono scommesse sul futuro. Un lavoratore versa i contributi pensionistici oggi confidando che qualcuno nel futuro pagherà la sua pensione domani. Un giovane decide di restare in Italia oggi confidando che il Paese gli offrirà opportunità lavorative e di vita negli anni a venire.. La crescita è ciò che rende credibili queste scommesse, perché un’economia che si allarga può onorare impegni più grandi di quelli presi quando li ha assunti. Dove la crescita manca, ogni promessa diventa più difficile da mantenere e chi dovrebbe fidarsi comincia a dubitare.
Il sistema pensionistico italiano funziona a ripartizione. Significa che i contributi versati oggi dai lavoratori non vengono accantonati per le loro pensioni future, ma pagano subito le pensioni di chi ha già smesso di lavorare. Il sistema regge finché i salari crescono e la popolazione in età lavorativa non si riduce, perché in quel caso i contributi raccolti bastano a pagare pensioni dignitose. Quando le due condizioni vengono meno insieme, come sta accadendo ora, il patto comincia a scricchiolare.
L’Italia ha uno dei tassi di fecondità più bassi al mondo, con 1,18 figli per donna nel 2024 contro i 2,1 necessari a mantenere stabile la popolazione. Secondo le proiezioni dell’Istat la popolazione in età lavorativa si ridurrà di quasi il 30 per cento entro il 2050, mentre la quota di anziani continuerà a salire. Sempre meno lavoratori dovranno sostenere sempre più pensionati, e questo accade proprio mentre la crescita, che potrebbe compensare il calo dei contribuenti con salari più alti, è ferma.
La spesa pensionistica italiana vale circa il 16 per cento del prodotto interno lordo, una delle quote più alte al mondo. Le proiezioni ufficiali della Ragioneria Generale dello Stato indicano un picco intorno al 17 per cento del PIL nel 2040, seguito da una lenta discesa. Quella discesa, però, si regge su un’ipotesi di crescita della produttività di circa l’1 per cento all’anno, quasi dieci volte il ritmo dell’ultimo decennio, vicino allo 0,1 per cento. Se la produttività resta dov’è lo scenario rassicurante non si realizza. Le pensioni di domani dipendono dalla crescita di oggi.
La promessa tra cittadini e Stato riposa invece sul debito pubblico e funziona come il mutuo di una famiglia. Se il reddito della famiglia cresce più in fretta del tasso di interesse pagato, il peso del mutuo si alleggerisce da solo con il passare degli anni. Ci sono più soldi ogni anno per pagare una rata che è fissa in valore. Se il reddito smette di crescere mentre gli interessi corrono, lo stesso debito diventa ogni anno più pesante, anche senza prendere a prestito un euro in più. Per uno Stato il ragionamento è analogo. L’Italia ha un debito pubblico vicino al 137 per cento del PIL e, quando il tasso di interesse che lo Stato paga supera il ritmo di crescita dell’economia, il rapporto tra debito e PIL aumenta da sé. Per stabilizzarlo lo Stato deve incassare stabilmente più di quanto spende, e il Fondo Monetario Internazionale ha stimato che servirebbe un avanzo primario di circa il 3 per cento del PIL per riportare il debito su un sentiero discendente.
Le sole politiche pro-crescita non bastano a stabilizzare il debito. Un’analisi del Tobin Center dell’Università di Yale ha mostrato, per gli Stati Uniti, che servono comunque scelte di bilancio, perché nessun tasso di crescita realistico cancella da solo un disavanzo strutturale. La crescita può però rendere quell’aggiustamento molto meno doloroso, perché un’economia che si allarga sopporta lo stesso debito con minori sacrifici. Non rende inutile la disciplina dei conti, ma la rende sostenibile.
Nel 2024 hanno lasciato l’Italia 156 mila cittadini italiani, un terzo dei quali tra i venticinque e i trentaquattro anni, a fronte di appena 53 mila rientri. È la terza promessa che si rompe, quella tra chi resta e chi potrebbe andarsene. La Fondazione Nord Est ha calcolato che tra il 2011 e il 2023 sono emigrati circa 550 mila giovani, un capitale umano valutato in 134 miliardi di euro di formazione pagata dallo Stato e dalle famiglie per persone che produrranno ricchezza altrove.
Un aumento significativo dell’emigrazione fa calare di quasi il 5 per cento la nascita di nuove imprese nel territorio di origine. Lo ha mostrato uno studio su dati italiani pubblicato nel 2023, secondo cui solo un terzo di questo effetto è meccanico. Il resto dipende dal fatto che a partire sono le persone più intraprendenti, quelle con più probabilità di avviare un’attività. Si crea allora un circolo vizioso, in cui meno opportunità spingono i giovani ad andarsene, mentre la loro partenza riduce ulteriormente le opportunità per chi resta.
Dietro queste partenze c’è soprattutto il divario nelle retribuzioni, che a sua volta dipende dalla produttività. È il legame tra produttività e salari, il motivo per cui in Italia le buste paga sono ferme da trent’anni, che racconteremo nel prossimo episodio fra due settimane.
Una democrazia che funziona ha bisogno di crescita
Nel 2005 l’economista di Harvard Benjamin Friedman si pose una domanda semplice: che cosa succede a una democrazia quando i redditi smettono di crescere? La sua risposta, costruita su due secoli di storia, fu che la crescita dei redditi alimenta tolleranza, mobilità sociale, apertura verso gli altri e fiducia nelle istituzioni. Quando la crescita si ferma, anche in società già ricche, il movimento si inverte, la politica cerca capri espiatori, la competizione tra gruppi diventa più aspra e le persone smettono di cooperare.
Non conta tanto il livello assoluto di ricchezza quanto la sua direzione. Un paese può essere ricco e scivolare comunque nella sfiducia e nel conflitto se i redditi ristagnano a lungo. L’Italia, ricca in termini assoluti ma quasi ferma da trent’anni, è uno dei casi più adatti a verificare questa tesi. I sintomi descritti da Friedman, dall’instabilità politica alla fiducia nelle istituzioni ai minimi, sono tutti presenti.
Uno studio su venti economie avanzate e oltre ottocento elezioni dal 1870 a oggi ha documentato che nei cinque anni successivi a una crisi finanziaria i partiti di estrema destra guadagnano in media il 30 per cento dei voti. Non accade dopo una recessione qualsiasi, ma solo dopo le crisi vissute come un fallimento del sistema, quando i cittadini sentono che le istituzioni non li hanno protetti.
Chi ha vissuto più crescita nel corso della propria vita tende a fidarsi di più del proprio governo, con effetti più marcati nelle democrazie. Lo ha mostrato una ricerca pubblicata sul Quarterly Journal of Economics, basata su 3,3 milioni di persone in 166 paesi, che individua tra le democrazie avanzate a bassa crescita e bassa fiducia nelle istituzioni proprio Italia, Spagna, Grecia e Giappone. Se ne ricava un circolo vizioso, in cui la bassa crescita erode la fiducia delle persone nello Stato, mentre una società che non si fida fatica ad accettare proprio le scelte che servirebbero a tornare a crescere.
Un’indagine dell’OCSE del 2024 su quasi 60 mila persone in trenta Paesi ha rilevato che il 44 per cento dei cittadini ha poca o nessuna fiducia nel proprio governo e che a pesare più dell’età o dell’istruzione è la percezione di insicurezza economica. Chi si sente vulnerabile sul piano economico si fida meno delle istituzioni ed è più disponibile ad accogliere la proposta politica di chi promette soluzioni semplici.
In Italia l’insicurezza economica alimenta la domanda di populismo in due modi, come ha mostrato uno studio del 2024. Da un lato in modo diretto, attraverso la paura di perdere reddito e posizione sociale. Dall’altro in modo indiretto, erodendo la fiducia nei partiti tradizionali. Un’altra ricerca ha calcolato che l’ascesa dei partiti populisti in Italia tra il 2013 e il 2019 ebbe effetti misurabili sui mercati, facendo salire lo spread sui titoli di Stato e innescando un ulteriore legame negativo tra rischio politico e danno economico.
Demografia, pensioni, partenza dei giovani, debito pubblico e fiducia nelle istituzioni non sono cinque problemi separati con cinque soluzioni separate. Sono lo stesso problema osservato da angolazioni diverse. La crescita è la variabile che li tiene insieme e una torta che non cresce non costringe soltanto a litigare su porzioni più piccole. Logora il patto che tiene unita una società.
Tornare a crescere non è impossibile e non dipende dalla fortuna. Dipende da scelte precise: aumentare la produttività, investire in capitale fisico e in conoscenza, valorizzare e trattenere le competenze, lasciare che le risorse si spostino verso le imprese che le usano meglio, ridurre rendite e protezioni che difendono l’esistente a scapito di chi prova a entrare. Sono scelte scomode, ma sono le stesse che hanno permesso ad altri paesi europei, partiti anche da posizioni più arretrate, di crescere più dell’Italia.
Chi propone di smettere di crescere immagina spesso di poter congelare il mondo a come è oggi, conservando i livelli di benessere raggiunti. Ma un mondo fermo non resta fermo. Non esiste una versione stabile della stagnazione e questa, più di ogni slogan, è la ragione per cui crescere conviene a tutti.
Nel prossimo episodio di CrescitaZero, fra due settimane, vedremo perché in Italia la busta paga dipende dalla produttività e perché i salari sono tra i pochi in Europa a non essere cresciuti negli ultimi trent’anni.




