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Avatar di Stefano

Argomento interessante, che mi tocca da vicino. Ovviamente il mancato aumento della produttività italiana (ma anche europeo, anche se in misura minore se paragonata a Cina e USA) ha diverse ragioni.

Innanzitutto la dimensione delle aziende: per crescere ed innovare servono dimensioni medio grandi, e in Italia il numero medio di dipendenti per aziende è di 4 persone, non a caso ci sono più aziende in Italia che nel resto d’Europa: una volta si diceva “piccolo e’ bello”, oggi non è più vero ammesso che lo sia mai stato. E questo in parte è dovuto al nostro spiccato individualismo, ogni titolare di impresa fatica anche solo a pensare di cedere parte del controllo dell’azienda per aggregarsi a dei colleghi. Poi servirebbe una svolta politica che premiasse seriamente le aggregazioni, tipo importanti sgravi fiscali.

E qui introduco la seconda ragione: se lo Stato non finanzia generosamente l’innovazione, difficilmente le aziende investiranno più di quanto ritengono necessario. La legge Transizione 4.0 di qualche anno fa andava nella giusta direzione, ma è stata una meteora. Per citare la solita Cina, se ora è così avanti in una serie di produzioni non è certo un caso: circa 10 anni fa si decise di investire massicciamente in quelle tecnologie, e lo Stato finanziò generosamente le aziende che se ne occupavano. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, ora Europa e Stati Uniti (soprattutto questi ultimi) cercano di recuperare in parte il divario, ma è una lotta impari visto il vantaggio cinese.

Infine ma non meno importante è il Sistema Paese, nonché la mentalità sottostante. Nell’articolo l’autore cita giustamente la distruzione creativa, unico sistema per un vero avanzamento tecnologico; purtroppo la mentalità italiana ed europea non è molto a favore di tale sviluppo, la prudenza prevale sul coraggio e il fallimento e’ visto in modo molto più negativo rispetto per esempio agli Stati Uniti (Trump, per dire, da imprenditore ha dichiarato fallimento più volte).

Ovviamente per dare concretezza a determinate questioni servirebbero, anche, finanziamenti su larga scala, nell’ordine a livello europeo di centinaia di miliardi. E per questo occorrerebbe fare debito comune, che avrebbe il massimo rating a livello mondiale; purtroppo l’Europa in questo è divisa, dove gli Stati che potrebbero trainare questi investimenti, Germania in testa, sono per adesso assolutamente determinati a non fare debito comune. E non perché i loro dirigenti politici non sappiano quanto sarebbe importante, semplicemente perché certe questioni a livello elettorale sono dei campi minati.

Avatar di Maurizio Casetta

Analisi spietata quanto necessaria. I dati storici di questo articolo confermano empiricamente una cruda realtà: legare il destino del proprio risparmio e della pianificazione familiare al solo perimetro domestico non è una scelta prudente, ma un rischio sistematico. Se il Paese vive in una stagnazione strutturale interrotta solo da rimbalzi tecnici, i capitali privati non possono rimanere prigionieri di questa "gabbia nazionalistica".

La soluzione per l'investitore consapevole non risiede nel rimandare il futuro sperando in una svolta macroeconomica interna che non arriva, ma nell'applicare il rigore della geografia economica al proprio patrimonio. È qui che nasce la necessità di muoversi verso un vero e proprio #EcosistemaFinanziario strutturalmente de-nazionalizzato.

Un'architettura che sposti il baricentro sui motori della crescita globale: un Core Globale per agganciare la ricchezza mondiale, un Cuore Tecnologico per possedere l'innovazione di frontiera e uno Scudo di Protezione decentralizzato e reale per rendersi immuni dal rischio sovrano. Se l'economia interna non cresce, il nostro capitale deve necessariamente parlare la lingua del mondo.

Grazie per questa bussola statistica, un ottimo punto di partenza per chi vuole smettere di subire la macroeconomia e iniziare a governarla.

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