Perché in Italia gli stipendi sono diminuiti
Tra 2014 e 2024 i lavoratori dipendenti del privato sono aumentati di 3,7 milioni di persone, ma lo stipendio medio è sceso. Il lavoro è stato creato nei settori sbagliati.
Tra il 2014 e il 2024, i dipendenti privati sono aumentati di 3,7 milioni, passando a 14 a 17,7 milioni in dieci anni. In contemporanea, il salario reale a parità di tempo lavorato è passato da 34.450 a 32.655 euro, circa 1.800 euro in meno. L’Italia ha creato più lavoro, ma quel lavoro è pagato meno di dieci anni fa1.
I numeri vengono dall’Osservatorio Statistico INPS sui Lavoratori Dipendenti del settore Privato2, che ogni anno pubblica i dati sulle retribuzioni e una serie di informazioni demografiche e di settore economico. Coprono il settore privato ma escludono la pubblica amministrazione e i lavoratori autonomi. Sul totale dei 24 milioni di occupati italiani, i 17,7 milioni di dipendenti privati nel 2024 sono circa il 75 per cento del mercato del lavoro.
Per misurare il salario in modo pulito ho usato lo stipendio annuo a tempo pieno equivalente. Si calcola dividendo il totale delle retribuzioni per le settimane “utili” lavorate dallo stesso gruppo. Le settimane utili sono un indicatore Inps che corregge per l’intensità del part-time: chi lavora a metà tempo per tutto l’anno conta come 26 settimane utili invece di 52. Il rapporto è la retribuzione media per settimana riportata a un’unità di lavoro a tempo pieno; moltiplicato per 52 dà l’equivalente annuo. In pratica è il salario medio annuo che si otterrebbe se tutti lavorassero a tempo pieno per tutto l’anno.
Tutti i valori sono espressi in base ai prezzi del 2024, correggendo così per l’inflazione. Nei dieci anni considerati, infatti il costo della vita in Italia è aumentato del 20 per cento. 100 euro del 2014 corrispondono a 119,6 euro nel 2024: senza la correzione qualunque stipendio sembrerebbe crescere anche se può permettersi poi di comprare meno beni.
Il quadro generale
Si potrebbe pensare che la media scenda solo perché negli ultimi dieci anni sono entrati molti più part-time o molti più lavoratori che non coprono l’intero anno (tipo gli stagionali). Ma anche depurando completamente la misura da entrambi gli effetti, guardando solo a chi lavora un anno intero e in equivalenza a tempo pieno, il salario reale è oggi sotto del 6,1 per cento rispetto al 2014. La quota di chi lavora un anno intero è anzi leggermente cresciuta, dal 53,5 al 54,4 per cento del totale, segno che la discontinuità dei rapporti non è aumentata.
Anno per anno, dal 2014 al 2021, il salario reale è stato sostanzialmente piatto, oscillando tra i 34 e i 35 mila euro. Il calo si concentra nel biennio 2022-2023, in due anni l’inflazione ha fatto crescere il costo della vita del 14 per cento ma i contratti collettivi e gli scatti salariali ci mettono molto di più a recuperare. Il punto minimo è il 2023, con 31.878 euro reali, oltre 2.500 in meno rispetto al 2016. Nel 2024 c’è un parziale recupero a 32.655 euro, ma il gap con il 2014 resta. Il “ritardo” dei dieci anni, in altre parole, si è creato quasi tutto in un biennio.
Bisogna anche considerare che, a differenza dei dati sulle dichiarazioni dei redditi, qui stiamo considerando l’imponibile previdenziale, che corrisponde sostanzialmente alla retribuzione annua lorda contrattata con il datore di lavoro. L’imponibile fiscale delle dichiarazioni dei redditi invece non tiene conto dei contributi sociali che vengono trattenuti dalla busta paga.
Il calo di stipendio si concentra tra i più anziani
Dentro il dato medio ci sono diversi movimenti. Concentriamoci sui 9,6 milioni di lavoratori privati che nel 2024 hanno avuto un rapporto continuativo per tutti i dodici mesi dell’anno, il 54 per cento del totale, mentre gli altri 8 milioni hanno lavorato per periodi più brevi. Anche per questo gruppo “stabile” il salario reale dei lavoratori sotto i 30 anni è praticamente fermo (-0,8 per cento per la fascia 20-29). Sopra i 40, il calo cresce con l’età: i 40-49 perdono 3.240 euro reali all’anno (-7,9 per cento), i 50-59 ne perdono 4.450 (-9,8), i 60 e oltre 6.300 (-12,9). Più si è anziani, più si è perso.
In parallelo, il numero dei lavoratori senior è esploso. Gli over-60 sono triplicati in dieci anni, da 272 mila a 842 mila; i 50-59 sono cresciuti del 57 per cento. Sotto i 50 l’occupazione è quasi ferma. La riforma Fornero del 2011, che ha innalzato l’età pensionabile, è il principale fattore dietro questo invecchiamento della forza lavoro.
L’effetto combinato è paradossale in quanto la composizione demografica spinge in alto la media salariale, perché gli over-50 guadagnano più dei giovani. Ma dentro quella stessa categoria il salario reale è sceso. La decomposizione statistica che separa l’effetto dei cambiamenti dei salari per classe da quello del peso di ciascuna classe sul totale, mostra che senza l’invecchiamento il salario medio sarebbe sceso del 6 per cento invece che del 5,2. La stagnazione nelle classi avanzate è quindi ancora più forte di quanto non dica il dato medio.
Il dato per età nasconde anche una differenza di genere. Il calo è soprattutto a carico dei lavoratori uomini: nella fascia 50-59 gli uomini hanno perso il 9 per cento dello stipendio annuo equivalente, le donne il 5, nella fascia 60+ gli uomini il 10 per cento, le donne praticamente nulla. Il gap salariale di genere si sta lentamente riducendo, ma soprattutto perché i salari maschili sono scesi più velocemente, non perché quelli femminili siano saliti.
Il lavoro creato nei settori sbagliati
L’effetto più importante però viene dai settori. La manifattura, che ha i salari più alti fra i grandi settori del lavoro privati, è cresciuta solo del 9 per cento (da 3,67 a 4 milioni di lavoratori) e il suo salario annuo equivalente è quasi in linea con quello di dieci anni fa, 36.815 euro.
I settori che hanno trainato l’occupazione sono altri. Il turismo e la ristorazione sono cresciuti del 54 per cento, con oltre 700 mila lavoratori in più in dieci anni, ma il salario annuo equivalente è 21.645 euro, il più basso fra i grandi settori, ed è sceso dell’8,7 per cento reale dal 2014. I servizi alle imprese (pulizie, vigilanza, somministrazione, contact center) sono cresciuti del 34 per cento e pagano 25.852 euro all’anno equivalente, in calo del 4,3. La sanità e l’istruzione private sono cresciute del 43 e del 56 per cento, ma con salari attorno ai 25 mila euro, anch’essi in calo. La finanza, di gran lunga il settore più pagato del privato (60.912 euro, più 1,3 per cento reale), ha invece avuto un calo di occupazione dell’8 per cento. Il settore informatico, ben pagato a 43 mila euro, è cresciuto in occupazione del 32 per cento ma resta troppo piccolo per spostare la media.
I settori che hanno trainato l’occupazione sono anche quelli a più bassa produttività, in alcuni casi in calo. Una misura standard della produttività del lavoro è il valore aggiunto per occupato, cioè quanta ricchezza viene prodotta in media da ciascun lavoratore. Lo calcolano i conti nazionali Istat3 a prezzi costanti 2020, depurato cioè dall’inflazione. Nel turismo sono 34.800 euro di valore aggiunto per occupato all’anno, in calo del 17 per cento reale dal 2014; nell’istruzione 39.300, meno 16 per cento; nei servizi alle imprese 39.800, fermi da dieci anni mentre l’occupazione cresce di quasi un terzo; nella sanità 51.200, meno 9 per cento. Nella manifattura, dove l’occupazione è cresciuta solo del 4 per cento, il valore aggiunto per occupato vale 72.400 euro (più 8 per cento dal 2014); nel settore informatico 101.100 (più 11 per cento); nella finanza 119.000, ma con occupazione in calo. Un occupato del turismo produce meno della metà del valore aggiunto di un occupato della manifattura. La produttività media dell’economia italiana è cresciuta del 2 per cento reale in dieci anni. Come abbiamo già detto diverse volte, senza crescita della produttività non c’è spazio per crescita salariale.
È evidente come i settori dove si crea lavoro sono quelli dove si paga di meno. Una decomposizione statistica del salario medio mostra che circa il 48 per cento del calo del salario reale 2014-2024 è spiegato direttamente da questa redistribuzione settoriale: se l’Italia del 2024 avesse la composizione settoriale del 2014, il salario medio sarebbe più alto di circa 850 euro all’anno per ogni lavoratore a tempo pieno equivalente. Quasi metà del calo dipende quindi da dove è stato creato il lavoro, non da quanto le imprese pagano i propri dipendenti.
A questo si aggiunge un dato sui contratti. I lavoratori a tempo determinato sono cresciuti del 55 per cento, gli stagionali del 79, gli indeterminati solo del 17. Il salario annuo equivalente del determinato è sceso del 10,3 per cento reale, contro meno 3,3 dell’indeterminato: oggi un determinato guadagna 12.300 euro in meno di un indeterminato a parità di tempo lavorato, contro 10.900 di dieci anni fa. La forbice si è allargata, ma una parte di questa precarizzazione è già “dentro” lo spostamento settoriale: i nuovi contratti precari sono concentrati nel turismo, nei servizi alle imprese, nell’istruzione privata. Una decomposizione che tiene contemporaneamente conto di settore e tipologia contrattuale mostra che, una volta fissato il settore, il cambio di mix contrattuale spiega solo il 6 per cento del calo del salario reale; il restante effetto contrattuale era in realtà già contato dentro l’effetto settore.
In conclusione
In dieci anni l’economia italiana ha aggiunto 3,7 milioni di lavoratori dipendenti nel privato e ha contemporaneamente perso circa 1.800 euro all’anno di salario reale per ogni lavoratore a tempo pieno equivalente. Quasi metà del calo è composizione settoriale, l’altra metà si spiega in gran parte con il fatto che i salari non si sono adeguati all’inflazione facendo perdere potere d’acquisto ai dipendenti.
In sostanza, l’Italia ha creato lavoro nei settori sbagliati. Le politiche governative, indipendentemente dalla maggioranza di quel momento, hanno continuato a proteggere rendite e settori a basso valore aggiunto invece di promuovere quelli ad alto valore aggiunto, manifattura avanzata, servizi professionali, settore informatico, ricerca, finanza. Né nel governo attuale né nelle opposizioni esiste oggi un piano coerente per invertire la rotta. Si discutono singoli sgravi sul cuneo e bonus salariali, raramente investimenti strutturali in capitale umano, ricerca, infrastrutture digitali, capitale fisico e riforma della concorrenza nei settori protetti.
La via dei sussidi fiscali, come il taglio del cuneo, gli sgravi sui redditi bassi, i bonus mensili, non risolve il problema per due ragioni. La prima è che la finanza pubblica italiana non ha più margini per espanderli: con un debito oltre il 137 per cento del PIL e una spesa per interessi tra gli 80 e i 90 miliardi l’anno, gli spazi fiscali sono saturi. La seconda è che i sussidi spostano il problema senza risolverlo. Senza crescita della produttività non c’è spazio per stipendi più alti in modo permanente, e ogni euro di sgravio è un euro di tasse o di debito che qualcun altro paga, oggi o domani.
Senza una correzione di rotta l’Italia continuerà a impoverirsi in termini relativi rispetto al resto d’Europa e del mondo. È un fenomeno già in corso e che si autoalimenta: ogni anno qualche decina di migliaia di giovani lascia il paese, attratti da paesi dove gli stipendi sono più alti e crescono. La fuga dei laureati e il calo dei salari reali sono lo stesso fenomeno visto da due angolazioni diverse.









Non scappano solo i laureati. La percentuale di laureati fra chi scappa è uguale a quella della popolazione generale quando si tiene conto della coorte.
Ad ogni modo, mi interesserebbe sapere quanto il calo dei NEETs e della disoccupazione giovanile sia dovuta all'emigrazione.
Poichè di medie si parla, mi viene da pensare che nelle valutazioni dell'ISTAT (che non discuto) siano entrati moltissimi stipendi di basso livello, forse (forse, eh) grazie all'emersione di parte del lavoro in nero. Dico questo perchè, se per fare un esempio prendiamo come riferimento i contratti della metalmeccanica, che bene o male comprendono un numero elevato di lavoratori, questi non sono assolutamente calati, tutt'altro. Casomai si può dire, ed è vero, che gli aumenti non hanno tenuto il passo dell'inflazione, e in questo l'Italia è maglia nera in Europa.