In Italia c’è un luogo comune molto diffuso: “Si stava meglio prima”, riferito di solito agli anni Settanta-Ottanta. Qui si pensa a una famiglia operaia monoreddito che aveva una casa di proprietà e andava in vacanza ogni estate. Secondo un sondaggio del Pew Research Center condotto nel 2017, il 50 per cento degli italiani riteneva che la vita delle persone come loro fosse peggiore di quella di cinquant’anni prima, mentre il 23 per cento pensava che fosse migliore. L’Italia era uno dei paesi europei più pessimisti in questo sondaggio.
Ma è vero? Fare un confronto non è semplice: in cinquant’anni sono cambiati i redditi, i prezzi, i beni che si potevano acquistare e il modo in cui si usava il tempo. Anche termini come “vacanza” o “casa” hanno oggi un significato diverso. Vediamo che cosa si poteva comprare con uno stipendio nel 1976 e che cosa si può comprare oggi, guardando a durata e condizioni della vita.
I dati di questo articolo e molti altri, più di cinquanta indicatori anno per anno dal 1976 a oggi, sono raccolti in una pagina interattiva, dove si possono visualizzare più facilmente e in modo completo.
Come si confronta il 1976 con oggi
Lo strumento più usato per confrontare il 1976 con oggi è quello del reddito reale, ossia il reddito al netto dell’inflazione. Ma questo strumento non è particolarmente adatto a un confronto su cinquant’anni. Per calcolarlo si usa l’inflazione, che misura come cambiano nel tempo i prezzi dei prodotti che le famiglie comprano di solito. Ma nel 1976 non esistevano gli smartphone e i voli low cost e un televisore di allora era molto diverso da uno di oggi: l’inflazione fatica a tenere conto dei prodotti nuovi e del fatto che quelli vecchi sono migliorati. Negli Stati Uniti una commissione di economisti nominata dal Senato, la commissione Boskin, a metà degli anni Novanta ha stimato che l’inflazione ufficiale fosse sovrastimata per via della qualità e dei beni nuovi, di circa 0,6 punti all’anno. Su cinquant’anni questo si traduce in un reddito reale effettivo più alto di circa un terzo di quello misurato. Per l’Italia non esiste una stima di questo tipo.
Per fare un confronto tra il 1976 e oggi ho usato quattro misure diverse. La prima misura riguarda i consumi in quantità (cibo, vestiti, viaggi, servizi). Istat ha una serie di dati in volume che risale al 1970, disponibile nel Sommario di statistiche storiche. La seconda misura riguarda i prezzi in minuti di lavoro. È un metodo usato da Jean Fourastié in Francia e dall’istituto economico di Colonia in Germania, ma in Italia non è mai stato applicato in modo sistematico, almeno da quanto risulta a me. La terza misura riguarda la qualità della vita, ossia salute e sicurezza. La quarta misura riguarda i microdati della Banca d’Italia, che ha condotto un’indagine sui bilanci delle famiglie, e permette di confrontare i trentenni di oggi con i trentenni di quattro decenni fa. L’anno di riferimento è il 1976 e poi si passa per il 1986 e i decenni successivi1.
Si consuma quasi il doppio
Secondo l’Istat, i consumi delle famiglie per abitante, misurati al netto dell’aumento dei prezzi, sono cresciuti dell’86 per cento tra il 1976 e il 2025. In pratica oggi un italiano compra quasi il doppio dei beni e dei servizi che comprava un italiano nel 19762. Circa il 70 per cento di questa crescita è avvenuta entro la metà degli anni Novanta. I consumi pro-capite hanno raggiunto il massimo nel 2007, per poi calare e tornare al livello precedente solo nel 2024.
Il consumo di cibo per abitante è cresciuto del 7 per cento, ma la sua quota sulla spesa delle famiglie è passata dal 29 al 15 per cento. È cambiato soprattutto cosa si mangia. Secondo i dati della FAO, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione, la carne disponibile per ogni italiano è passata da 64 chili all’anno nel 1976 a 85 nel 2013 e il pesce è quasi raddoppiato, da 14 a 26 chili, mentre si consumano un po’ meno pane e pasta e quasi la metà degli alcolici3. I consumi per ricreazione, cultura, alberghi e ristoranti sono invece cresciuti in volume di quasi 2,5 volte. Le famiglie con una lavastoviglie sono passate dal 12 al 58 per cento, quelle con l’aria condizionata dall’1,6 al 55 per cento e quelle con due o più auto dall’11 al 33 per cento.
Uno degli statistici tedeschi dell’Ottocento, Ernst Engel, si dedicò allo studio dei bilanci delle famiglie operaie e osservò che con l’aumentare dei redditi si riduceva la quota di spesa del bilancio destinata al cibo, mentre quella per il resto aumentava, dunque le spese non essenziali pesavano di più. I prezzi sono cambiati in modo diverso tra le varie voci di spesa: gli affitti, la manutenzione e l’acqua sono aumentati dell’83 per cento in più rispetto all’aumento medio dal 1976 a oggi, mentre le bollette di luce, gas e riscaldamento dell’89 per cento in più, soprattutto dopo il 2021. Al contrario, i prezzi dei vestiti e delle scarpe sono calati del 21 per cento rispetto alla media, così come quelli di mobili ed elettrodomestici, che sono scesi del 20 per cento. In generale i prodotti delle fabbriche sono diventati relativamente più economici, mentre la casa e i servizi sono diventati relativamente più costosi. Lo stesso schema si vede in buona parte dei dati successivi.
Quanto lavoro serve per comprare le cose
Un modo per capire quanto valgono le cose è dividere il prezzo di un bene per il salario orario e vedere quanto tempo di lavoro serve per acquistarlo. Per questo calcolo userò come salario lo stipendio orario lordo medio dei lavoratori dipendenti. Secondo i conti nazionali dell’Istat, nel 1976 era di 2.455 lire, mentre nel 2025 di 19,4 euro.
Nel 1976 servivano 175 ore di lavoro per comprare un televisore a colori, oggi 15 ore; per un frigorifero si è passati da 52 a 16 ore4. Per un chilo di carne bovina si è passati da 113 a 69 minuti di lavoro, mentre per un litro di benzina da 10 a 5 minuti. Nel senso opposto, per un taglio di capelli da uomo, in base ai prezzi dei barbieri di Torino, si è passati da un valore tra i 39 e i 44 minuti nel 1976 ai 65 minuti di oggi. Per un biglietto dell’autobus si è passati da poco più di 2 a 6 minuti, mentre per le tasse annuali dell'università statale da 26 a 49 ore.
La spiegazione è quella che l’economista americano William Baumol chiamò negli anni Sessanta “malattia dei costi”. Nelle fabbriche le macchine e le nuove tecnologie permettono di produrre in un’ora molti più frigoriferi o televisori di cinquant’anni fa: per questo il loro prezzo scende. In altri lavori invece la tecnologia aiuta poco: un barbiere impiega lo stesso tempo di allora per un taglio di capelli e un cameriere serve più o meno lo stesso numero di tavoli. Gli stipendi di barbieri e camerieri però devono crescere insieme a quelli degli operai, altrimenti nessuno farebbe più quei lavori. Così i servizi in cui conta soprattutto il lavoro delle persone diventano relativamente più cari. In Germania, per un taglio di capelli si è passati da 42 minuti di lavoro (1960) a 76 minuti (2017).
Ho calcolato quanto costerebbero le funzioni base di uno smartphone nel 1976 (macchina fotografica, registratore, radiosveglia, calcolatrice) e dodici mesi di canone del telefono e interurbane. Nel 1976 avresti dovuto lavorare 91 ore, nel 1986 42 ore e oggi 21 ore con uno smartphone da 270 euro e abbonamento5. Meno di un quarto. Non ho considerato le mappe, la possibilità di trovare qualsiasi informazione in pochi secondi, che allora avrebbe richiesto un’enciclopedia in casa, e le altre funzioni che non si potevano comprare, e ho considerato solo in piccola parte le chiamate all'estero. Una telefonata di dieci minuti tra Italia e Stati Uniti avrebbe richiesto 9 ore di lavoro nel 1976, mentre oggi è inclusa nell'abbonamento.
Le vacanze sono cambiate più di quanto sembri
Secondo le indagini di Istat, nel 1975 il 35 per cento degli italiani andò in vacanza e nel 1985 il 46 per cento. Quasi sempre si andava in vacanza una sola volta all’anno, per una media di 19 giorni, e luglio e agosto valevano l’84 per cento delle giornate di vacanza. La meta preferita era il mare e solo un quarto delle giornate si trascorreva in albergo, mentre il resto in casa di parenti e amici, in case in affitto, seconde case o campeggi.
La vacanza era il simbolo del benessere degli anni Settanta, ma era molto diversa da quella che conosciamo oggi. Nel 1975 le giornate di vacanza all’estero erano il 4,7 per cento sul totale, e fuori dall’Europa lo 0,6 per cento. Istat nel 1985 scriveva che “i soggiorni oltre confine sono tuttora prerogativa di pochi”. Nel 2025 un quarto delle vacanze lunghe è all’estero. I passeggeri negli aeroporti italiani sono passati da 22 milioni nel 1976 ai 229 milioni di oggi. La spesa per abitante nei viaggi all’estero, calcolata ai prezzi di oggi, è passata da circa 60 euro nel 1976 a quasi 600 euro nel 20256.
Secondo un’indagine di Banca d’Italia sul turismo internazionale, nel 1997 gli italiani in vacanza in Giappone erano 6 mila, mentre nel 2025 erano 244 mila. In Islanda si è passati da 6 mila a 52 mila. Va però considerato che la quota di italiani in vacanza è da tempo ferma: secondo la definizione di Istat, nel 2006 era il 50 per cento e nel 2013 il 42 per cento. Nel 2025 il 36 per cento degli italiani diceva di non potersi permettere una settimana di vacanza. La durata media di una vacanza è di nove notti, circa la metà di quella di allora, ma sono cresciute soprattutto la varietà e la distanza delle mete.
Si vive di più e si muore di meno
Secondo l’Istat, la speranza di vita alla nascita è passata da 69,6 anni per gli uomini nel 1976 a 81,7 nel 2025 e da 76,1 per le donne a 85,7. In cinquant’anni gli uomini hanno guadagnato dodici anni in più, le donne quasi dieci. La mortalità infantile è passata da 19,5 per mille nati a 2,5. Il tasso di mortalità per malattie del cuore e dei vasi, standardizzato per età per 100 mila abitanti, è sceso da 924 a 245, circa un quarto. Probabilmente questo è il cambiamento maggiore degli ultimi cinquant’anni, ma il meno percepito nella vita quotidiana.
Nel 1976 morivano in incidenti stradali 16 persone ogni 100 mila abitanti, oggi meno di 5, mentre le auto ogni mille abitanti sono passate da 286 a 709. I morti sul lavoro sono scesi da 14,1 a 4,9 per 100 mila occupati, gli omicidi sono un terzo del livello di allora e i sequestri di persona a scopo di estorsione, che negli anni Settanta erano decine all’anno, oggi sono scomparsi. A Milano il biossido di zolfo nell’aria, uno dei principali inquinanti di allora, è passato da oltre 300 a meno di 3 microgrammi per metro cubo. I reati denunciati sono triplicati, ma in gran parte per la maggiore propensione a denunciare (come abbiamo visto, l’Italia è uno dei paesi più sicuri d’Europa).
Le ore lavorate in un anno per occupato sono scese da 1.875 a 1.701 e secondo l’OCSE la durata attesa della pensione per un uomo che smette di lavorare oggi è di circa 21 anni, contro i 15 e mezzo del 1976. Il lavoro occupa una quota minore della vita.
La casa costa di più nelle città
Guardando alle serie storiche, la Banca d'Italia mostra che il prezzo medio al metro quadro a prezzi costanti è cresciuto del 23 per cento rispetto al 1976 ed è sceso del 30 per cento rispetto al massimo del 2006. Per una famiglia monoreddito operaia, per comprare un appartamento di 80 metri quadri servivano 6,5 anni di stipendio nel 1976, 5,1 nel 1986, 9,4 nel 2006 e 6,9 nel 2025.
Oltre al prezzo, va considerato il costo del mutuo. Nel 1976 i tassi di interesse erano intorno al 12 per cento, mentre oggi sono circa al 3 per cento. Per la stessa famiglia, nel 1976 la prima rata del mutuo valeva il 57 per cento dello stipendio, mentre oggi il 28 per cento. È un valore molto alto perché allora le banche potevano prestare al massimo metà del valore della casa e i mutui duravano in genere dieci anni, contro i venticinque di oggi: con tassi a due cifre e una durata così breve la rata pesava molto, tanto che chi aveva due stipendi spendeva il 28 per cento del reddito, la stessa quota che oggi spende chi ne ha uno7. Anche per questo nel 1975 solo il 39 per cento dei proprietari aveva comprato la casa in cui viveva, mentre gli altri l’avevano ereditata o costruita. Nel 1976 l’inflazione era al 17 per cento e c’era la scala mobile, che adeguava automaticamente i salari ai prezzi, anche se alimentava una rincorsa tra prezzi e salari che teneva alta l’inflazione e per questo fu abolita nel 1992. Il peso della rata è calato in pochi anni, ma i primi anni sono stati molto onerosi. Uno studio del Fondo monetario internazionale sull’indice di accessibilità abitativa della famiglia mediana in molti paesi mostra che in Italia è stato più difficile acquistare casa rispetto ad oggi fino a metà degli anni Novanta.
L’anticipo, a parità di quota finanziata dalla banca, corrisponde oggi a circa due stipendi annui operai, un livello simile a quello del 1976. Il risparmio delle famiglie, anche corretto per l’inflazione, è passato da circa il 15 per cento del reddito nel 1976 al 2 per cento di oggi. Nelle grandi città, secondo i prezzi rilevati dall’Agenzia delle Entrate, per una famiglia monoreddito che risparmia il 10 per cento dello stipendio, servirebbero oggi 27 anni per l’anticipo a Torino, 35 a Roma e 67 a Milano8. In media in Italia servirebbero circa 19 anni.
Le famiglie giovani in affitto pagavano un canone pari all’8 per cento del reddito nel 1977, contro il 24 per cento nel 2022. Secondo i censimenti, nel 1971 in media si viveva in 22 metri quadri di abitazione a persona e più di un’abitazione su tre non aveva il bagno con vasca o doccia. Nel 2021 si viveva in 44 metri quadri a persona e il bagno è presente in quasi tutte le case. Le case di oggi sono più grandi e più confortevoli, ma sono care nelle zone dove c’è più lavoro e si possono acquistare soprattutto con l’aiuto dei genitori. Tra chi è diventato proprietario prima dei quarant’anni, quelli con una casa ereditata o ricevuta in dono erano circa il 23 per cento fino al 2009 e il 35 per cento negli anni Dieci.
Chi si occupa del lavoro domestico
Se guardiamo alle tabelle storiche del contratto del lavoro domestico, vediamo che una badante convivente per un anziano non autosufficiente, contributi inclusi, corrispondeva a 85 ore di lavoro di un dipendente medio nel 1976, a 47 nel 1986 e a 69 nel 20259. Il costo in ore di lavoro di oggi è quindi inferiore a quello di cinquant'anni fa, ma il bisogno di cura è aumentato di molto. Nel 1976 gli over 80 in Italia erano 1,1 milioni, oggi sono 4,6 milioni. Le casalinghe tra le donne tra i 15 e i 64 anni erano il 45 per cento nel 1979, mentre oggi sono il 19 per cento. Il lavoro domestico e di cura svolto dalle donne tra i 25 e i 44 anni era di circa sei ore e venti minuti al giorno alla fine degli anni Ottanta, mentre nel 2023 era di circa quattro ore e venti.
Avere una famiglia monoreddito era possibile perché la cura dei figli e degli anziani era fatta gratis da chi restava a casa. Oggi la cura va acquistata, spesso in nero (circa metà del lavoro domestico è irregolare), oppure è divisa tra servizi pubblici e famiglia. La copertura degli asili nido per i bambini tra 0 e 2 anni è passata dal 5 per cento all'inizio degli anni Ottanta al 32 per cento di oggi.
Il problema sono i trentenni
Fin qui abbiamo visto valori medi, che valgono anche per chi oggi ha trent’anni: anche lui compra elettrodomestici, vestiti e viaggi con meno ore di lavoro e vivrà più a lungo dei suoi genitori. A trent’anni però le spese che pesano di più sono quelle per la casa e per i figli: lì conta soprattutto quanto si guadagna. Secondo i microdati della Banca d'Italia, un dipendente tra i 30 e i 34 anni che lavora a tempo pieno tutto l’anno guadagnava nel 1986 circa 20.600 euro netti l’anno ai prezzi del 2022 e nel 2022 circa 17 mila euro, il 18 per cento in meno. Considerando tutti gli occupati di quell’età, compresi part-time e autonomi, si passa da circa 20 mila a 16 mila euro10. La mediana è il valore che divide a metà la distribuzione: oggi solo il 24 per cento dei trentenni guadagna più della mediana dei trentenni di tre decenni fa (ossia quanto guadagnavano i loro genitori alla stessa età).
Le coppie con un solo reddito da lavoro con un capofamiglia sotto i quarant'anni erano il 61 per cento nel 1977, mentre nel 2022 sono il 34 per cento. Quelle con due redditi sono passate dal 30 al 56 per cento. La compensazione del doppio reddito fa sì che il reddito familiare per persona dei trentenni attuali sia circa lo stesso di quello dei loro genitori. Ma una famiglia che vive con un solo stipendio operaio, come nel modello del 1976, oggi starebbe peggio di allora. Nel 1977 le famiglie con un capofamiglia tra i 31 e i 40 anni avevano un reddito medio quasi doppio rispetto alle famiglie di anziani, mentre oggi la differenza si è ridotta al 16 per cento.
Nel 1986 il 15 per cento dei trentenni viveva con i genitori, mentre nel 2022 è il 36 per cento, con un picco del 41 per cento nel 2016. La disoccupazione tra i 15 e i 24 anni era del 22 per cento nel 1977, del 31 per cento nel 1986, del 43 per cento nel 2014 ed era del 21 per cento nel 2025. Come abbiamo visto, i redditi in Italia sono sostanzialmente fermi da trent'anni e questo comporta un costo maggiore per chi è entrato nel mondo del lavoro in questo periodo.
Perché ci sembra di stare peggio
Dal 1973 Eurobarometro chiede agli italiani se sono soddisfatti della propria vita. Nel 1976 il 56 per cento degli italiani ha risposto di sì, nel 1986 il 70 per cento e nel 2025 l’82 per cento. Nel 1976, anno di inflazione al 17 per cento e di terrorismo, gli italiani hanno dichiarato di essere meno soddisfatti della propria vita rispetto a oggi: è uno degli anni con i valori più bassi in assoluto.
Secondo il Pew Research Center, nel 2025 il 79 per cento degli italiani si aspetta che i propri figli vivranno in una situazione peggiore di quella vissuta dai genitori. Se si guarda alla soddisfazione degli italiani sulla propria vita, Eurobarometro mostra che a metà degli anni Novanta era all’80 per cento, è scesa fino a un minimo del 57 per cento nel 2013, gli anni della doppia recessione, ed è tornata a salire solo di recente. Anche il reddito familiare mediano e i consumi per abitante hanno raggiunto il massimo nel 2006-2007 per poi calare. Nel 1976 gli italiani erano più poveri, ma avevano redditi in crescita annuale e i loro genitori erano molto più poveri di loro. Oggi il benessere è più alto, ma i redditi sono fermi da trent’anni e la crisi 2008-2014 ha fatto perdere parte dei progressi fatti.
Albert Hirschman, economista tedesco naturalizzato americano e tra i più importanti studiosi dello sviluppo economico del Novecento, lo spiegava con l’immagine di un ingorgo in una galleria a due corsie: se l’altra corsia si muove chi è fermo spera che anche lui possa muoversi, ma se nessuna delle due si muove per anni, la pazienza si esaurisce. Come abbiamo visto parlando di nostalgia, spesso è la memoria ad abbellire il passato, ma in questo caso la nostalgia è fondata anche su un dato reale: la sensazione di aver fatto progressi che si sono interrotti.
In conclusione
Ricapitolando: rispetto al 1976 oggi abbiamo una vita migliore in quasi tutto quello che si può misurare. Consumiamo di più, facciamo molti più viaggi, i beni costano meno ore di lavoro, ma soprattutto viviamo più a lungo e in un ambiente più sicuro. Nel passato che ricordiamo, però, si andava in vacanza una volta all’anno e il lavoro di cura era quasi tutto a carico delle donne, aspetti che la memoria tende a cancellare.
Se qualcuno sostiene che si stava meglio, in parte ha ragione. La condizione dei giovani con un solo stipendio è peggiorata, soprattutto per chi vive in affitto in una grande città e non ha genitori che possono aiutarlo ad acquistare una casa. Rispetto alla generazione precedente, il loro punto di partenza è sfavorevole. Questo è dovuto al fatto che gli stipendi in Italia sono fermi da trent’anni e che sono state costruite poche case nelle città dove ci sono più posti di lavoro.
La soluzione però passa dalla crescita, con salari legati alla produttività e più case costruite dove servono. Solo così l’anticipo per la casa e il costo della cura potranno diventare più sostenibili anche per chi ha un solo stipendio. Molti dei guadagni di questi cinquant’anni sono i meno visibili, come gli anni di vita in più.
I dati usati nell’articolo vengono da Istat, Banca d’Italia, Eurostat, OCSE, FAO e da altre fonti istituzionali. Per gli anni in cui le statistiche ufficiali non danno prezzi o quantità, come per alcuni elettrodomestici o per il taglio di capelli, ho usato listini e pubblicità dell’archivio storico de La Stampa, quindi prezzi di Torino. Dati, fonti e calcoli sono raccolti in un archivio con oltre cinquecento fonti.
I consumi a prezzi costanti vengono dalle serie storiche dell’Istat per il periodo 1970-2009, collegate nel 1995 alla serie attuale dei conti nazionali, e sono divisi per la popolazione di ogni anno. Misurano le quantità comprate e non la spesa in euro, perché l’effetto dell’aumento dei prezzi è tolto voce per voce.
I dati della FAO misurano il cibo disponibile per il consumo, compresa la parte che viene sprecata, e non quello effettivamente mangiato. Il confronto si ferma al 2013 perché dal 2014 la FAO ha cambiato metodo e i valori non sono più confrontabili con quelli precedenti.
Le ore di lavoro sono il prezzo di un prodotto diviso per lo stipendio orario lordo medio dei lavoratori dipendenti, cioè le retribuzioni dei conti nazionali dell’Istat divise per le ore lavorate: 2.455 lire nel 1976, 11.523 lire nel 1986 e 19,4 euro nel 2025. Le ore lavorate dai dipendenti sono disponibili dal 1980, quindi per il 1976 sono stimate. Per esempio, nel giugno del 1976 un supermercato di Torino vendeva un televisore a colori a 430 mila lire, cioè 175 ore di lavoro, mentre oggi un televisore da 43 pollici costa in media 291 euro, cioè 15 ore. I prezzi di cibo e benzina vengono dalle serie Istat e del ministero delle Imprese, quelli di oggi degli elettrodomestici dalla mediana dei prezzi online.
Per il 1976 ho sommato i prezzi di una macchina fotografica economica (15.500 lire), di un registratore a cassette (27.900), di una radiosveglia (28 mila) e di una calcolatrice tascabile (19.900), presi da pubblicità dell’epoca, più il canone annuo del telefono (22 mila lire), 52 telefonate da dieci minuti tra Torino e Roma (2.040 lire l’una, secondo le tariffe in Gazzetta Ufficiale) e 24 lettere. Per oggi ho considerato uno smartphone da 269 euro e un abbonamento da 9,99 euro al mese con chiamate illimitate. Il numero di telefonate e lettere è un’ipotesi, che serve solo a dare un ordine di grandezza.
Per il 1976 la spesa dei viaggiatori italiani all’estero viene dalla ricostruzione della bilancia dei pagamenti della Banca d’Italia, dal 1997 dall’indagine della Banca d’Italia sul turismo internazionale. È divisa per la popolazione e riportata ai prezzi del 2025 con l’indice dei prezzi al consumo dell’Istat.
Il calcolo riguarda un appartamento di 80 metri quadri al prezzo medio nazionale e il reddito netto mediano di un operaio a tempo pieno secondo l’indagine della Banca d’Italia. Per ogni anno usa la quota del valore che le banche potevano finanziare e la durata tipica dei mutui dell’epoca: metà del valore e dieci anni nel 1976, il 70 per cento e circa venticinque anni oggi. Prima del 1995 non esiste una serie dei tassi sui mutui per la casa e si usa il rendimento delle cartelle fondiarie, i titoli con cui le banche finanziavano questi prestiti, quindi il tasso pagato davvero dalle famiglie era probabilmente un po’ più alto.
Per ogni città ho usato il prezzo medio al metro quadro del 2025 dell’Agenzia delle Entrate per un appartamento di 80 metri quadri, un anticipo pari al 30 per cento del prezzo e il reddito netto di un operaio che mette da parte il 10 per cento dello stipendio ogni anno, senza interessi sui risparmi.
Il costo è il minimo mensile previsto dal contratto del lavoro domestico per un’assistente convivente di un anziano non autosufficiente, più i contributi Inps a carico della famiglia per 54 ore di lavoro alla settimana, diviso per lo stipendio orario lordo medio dei lavoratori dipendenti. Non comprende tredicesima, ferie e trattamento di fine rapporto.
L’indagine della Banca d’Italia tende a sottostimare i redditi rispetto ad altre fonti, come le dichiarazioni dei redditi, quindi i livelli sono più bassi di quelli che si trovano altrove. Il confronto nel tempo resta però valido, perché dalla metà degli anni Ottanta l’indagine è costruita allo stesso modo.








la ringrazio per il lavoro impegnativo e per la chiarezza dell'esposizione.
Il passaggio sulla rata che vale il 28% dello stipendio è quello che si muove più in fretta fra tutti gli indicatori del pezzo.
Il «circa 3%» di oggi è già un po' indietro: secondo le statistiche BCE sui tassi bancari (MIR, nuovi mutui per acquisto abitazioni in Italia) il tasso medio era 3,28% ad agosto 2025 e 3,55% ad agosto 2026. Su un mutuo a 25 anni, passare dal 3% al 3,55% porta la rata da circa 474 a circa 503 euro ogni 100 mila, il 6% in più.
E il 16 settembre la BCE ha portato il tasso sui depositi al 2,50%, secondo rialzo dell'anno. Se la serie continua a salire, il confronto con il 1976 sulla casa è il primo che rischia di peggiorare, proprio per i trentenni.
Nella pagina interattiva pensi di aggiornare la rata con il tasso mese per mese? Sarebbe il modo più diretto per vedere quanto margine resta prima di tornare ai livelli del 2006.