A ottobre è uscito Economics, un libro di Giorgio Arfaras e Giuseppe Russo pubblicato da Paesi Edizioni. Il sottotitolo, “un filo di Arianna attraverso il capitalismo contemporaneo”, spiega bene l’obiettivo: essere una guida per chi vuole capire, tra le tante cose, il debito pubblico, l’intelligenza artificiale, i regimi autoritari e le tariffe commerciali. Arfaras ha avuto una carriera nella finanza d’impresa e nella gestione del risparmio ed è editorialista per diversi quotidiani. Russo invece è un economista e dirige il Centro Einaudi di Torino dal 2014.
Il libro contiene molte idee interessanti, ma allo stesso tempo è molto disorganizzato. I capitoli trattano argomenti distanti tra loro e ci sono temi che vengono ripetuti. La chiave di lettura del libro, che si trova solo nell’ultimo capitolo, è che dietro tutte le grandi narrazioni “ritroviamo sempre lo stesso triangolo: chi comanda, quali diritti di proprietà vigono, come misuriamo ciò che accade”. Se si usa questo triangolo fin dal primo capitolo, le idee migliori del libro trovano un ordine e aiutano anche a capire meglio l’Italia.
Perché l’Occidente è diventato ricco
Il capitolo dedicato al colonialismo si apre con una domanda: che cosa è stato più importante nella storia umana, l’invenzione degli occhiali o l’importazione del pepe dalle colonie? Secondo gli autori il colonialismo europeo è durato circa cento anni ed è stato possibile solo dove si è scontrato con società più deboli, mentre non è riuscito a conquistare società popolose e ben strutturate, come Cina e Giappone. “La rivoluzione industriale non nacque certo dal cotone coloniale, ma dall’invenzione delle ferrovie e dell’industria meccanizzata”, scrivono gli autori, criticando il senso di colpa coloniale che “solo l’Occidente” ha sviluppato, “una forma di protagonismo negativo, come se volessimo rivendicare persino il monopolio della cattiveria”.
Questa sezione è molto polemica e meno fondata nella teoria, ma con una logica economica: attribuire la prosperità dell’Occidente al saccheggio coloniale vuol dire fare un’analisi sbagliata. Nel XIX secolo, per esempio, il settore tessile in India pagava gli operai circa un decimo di quello che si pagava in Inghilterra, con macchinari identici e allo stesso costo. Ma l’industria britannica vinse comunque. Il motivo, secondo gli autori, è che in India non c’era la cosiddetta “disciplina di fabbrica”: servivano molti più capireparto e il loro stipendio annullava il vantaggio del basso costo del lavoro.
La crescita, spiegano gli autori, “è un fenomeno tremendamente complesso” e “non basta avere materie prime o manodopera a basso costo”. Secondo i due economisti, “è il politico che spiega l’economico, e non il contrario”. Il capitalismo è nato quando i governanti hanno iniziato a poter tassare i sudditi riununciando a prendere tutti i loro beni: in altre parole, c’è stata una separazione tra sovranità e proprietà. In Europa questa separazione è arrivata “quasi per caso”, nel disordine del sistema feudale e nello scontro tra Chiesa e Impero. Da Friedrich von Hayek gli autori riprendono l’idea che il sapere sia frammentato tra molte persone: le conoscenze “sono limitate e disperse, è solo attraverso la cooperazione spontanea che è possibile mobilitarle”. Il mercato è superiore al piano centralizzato perché usa dati che nessuna autorità centrale può avere. Il liberalismo dei due autori non è estremo: non c’è spazio per la “giustizia sociale”, ma il welfare è sostenuto “se quest’ultimo svolge la funzione di assicurare contro le avversità”.
Gli autori chiamano “Erodiani” (da Erode, il sovrano della Giudea attratto dai costumi romani) figure come Pietro il Grande e i modernizzatori del Giappone Meiji. Un ostacolo tipico di queste modernizzazioni è, a detta degli autori, “il desiderio di acquisire la tecnologia senza adottare i valori che l’hanno prodotta”. Per i due autori “la tecnologia è figlia dei valori”: “mandare un ingegnere iracheno a studiare in Germania non produce la Mercedes Benz in Iraq”. Un controesempio, ammesso nel libro stesso, è Pechino, che ha fatto una copia efficace della scienza e delle scuole occidentali senza la democrazia liberale. Il libro non dà però una risposta su quali principi siano indispensabili.
Dal 1945 gli Stati Uniti sono stati i garanti dei beni pubblici globali, dalla sicurezza delle rotte marittime all’utilizzo del dollaro come moneta di riferimento. Come hanno osservato Arfaras e Russo, questo ruolo è una sorta di assicurazione: gli altri paesi spendono meno per difendersi dall’incertezza, mentre Washington ottiene in cambio influenza politica e vantaggi economici. Nel suo secondo mandato, Trump “ha trasformato il ruolo degli Stati Uniti da ‘assicuratore globale’ a ‘estrattore di profitti’”.
Come per i social e i servizi online, il gestore di una piattaforma “tende a usarla prima come servizio, poi come clava”. La differenza tra un’azienda e uno Stato è che un’azienda che spreme gli utenti può riconvertirsi di fronte a nuovi rivali, mentre uno Stato non ha alternative di mercato. Per gli autori “prima o poi, le alternative emergono”. Negli anni Trenta la Gran Bretagna non fu più in grado di garantire i beni pubblici globali e gli Stati Uniti non furono disponibili a sostituirla. Quando l’egemone in declino smette di garantire i beni pubblici globali e la potenza emergente non subentra, il sistema internazionale “precipita nel caos”. Il mondo si divide in blocchi e si perdono i guadagni della specializzazione che avevano sostenuto la crescita tra il 1990 e il 2020.
Il capitale è globale, il voto è locale
Nel Medioevo le città potevano crescere solo in base a quanto produceva il contado circostante. Nel Rinascimento, grazie alla divisione del lavoro e al commercio, le città potevano crescere molto di più. Quando guardiamo le opere d’arte fiorentine, scrivono gli autori, “stiamo in realtà guardando il capitale mercantile trasformato in bellezza”.
Oggi la dimensione di una città è legata al “portafoglio di funzioni” che riesce a concentrare e alla capacità di attrarre persone qualificate. Torino alla fine dell’Ottocento era una città di medie dimensioni, ma fino a poco prima era stata la capitale. L’arrivo della Fiat nel 1899 la trasformò nella “Detroit italiana”. A Mirafiori lavoravano più di 50 mila operai e la popolazione passò da 700 mila nel 1951 a più di 1,1 milioni nel 1971. Le decisioni sugli investimenti venivano prese in trattative dirette tra la Fiat e il governo.
Il modello di città industriale descritto dagli autori è quello che cresce grazie all’accumulo di macchinari e all’arrivo di lavoratori. Negli anni Ottanta e Novanta le linee di produzione della Fiat furono automatizzate, portando a un forte calo del numero di operai, ma la produzione rimase costante. Intorno agli stabilimenti iniziarono a nascere studi di ingegneria e centri di ricerca. Quando una città ha meno addetti, ma il valore prodotto rimane lo stesso, la produttività sale e la città smette di crescere. Questo è il primo tipo di de-industrializzazione. La crescita di interi quartieri di uffici vicino alle fabbriche è l’“evoluzione del sistema produttivo”.
Negli anni Duemila si è arrivati a un terzo stadio: la Fiat ha spostato all’estero la direzione e una quota crescente della produzione. Anche il valore aggiunto, ossia la ricchezza prodotta dall’industria, è calato. Non si è persa solo occupazione, ma anche ricchezza. Questo è il secondo tipo di de-industrializzazione. I dati del libro mostrano che il peso dell’area torinese sul valore aggiunto dell’industria nazionale è passato dal 28 per cento del 1980 al 12 per cento del 2015. Come scrivono gli autori, Torino “ha perso il quartier generale industriale senza mai avere quello politico”.
Il potere politico, come spiega il libro, “continua ad avere un perimetro collegato agli elettori che lo legittimano”, mentre quello economico “si è liquefatto”. Per realizzare opere come una metropolitana o un distretto dell’innovazione, che richiedono tempi di decenni, è necessario che ci sia fiducia reciproca tra i due poteri. Un investitore non ha infatti le garanzie che il sindaco che promuove gli incentivi rimanga in carica fino al ritorno dell’investimento, così come un sindaco non ha la certezza che la multinazionale rimanga dopo aver ottenuto i vantaggi pubblici. Questo è il cosiddetto “rischio di coordinamento”.
Il rischio è minore nelle capitali, per quello che gli autori chiamano “effetto capitale”, o nei poli equivalenti. Per Torino il polo è Milano. Le amministrazioni locali hanno puntato su “festival culturali, turismo, food economy”, un’opzione sensata per amministratori con “orizzonti elettorali di cinque anni e nessun accesso a fonti di capitale paziente”. Secondo gli autori si tratta soprattutto di lavoro temporaneo e queste attività “non alterano le relazioni di potere strutturali”.
Il moltiplicatore illusorio
Le Olimpiadi e i grandi eventi vengono di solito giustificati con un moltiplicatore: si promette che per ogni euro di spesa pubblica si avranno tre o quattro euro di reddito locale. L’idea viene da Keynes e si basa sul fatto che, in un contesto di disoccupazione e impianti produttivi fermi, la spesa pubblica diventa il reddito di qualcuno, che ne spende una parte, e così via. In un’economia chiusa, con capacità produttiva inutilizzata, questo modello “funziona perfettamente sulla carta”. Ma in realtà le economie regionali sono aperte e una parte consistente dei soldi esce subito, andando a imprese fornitrici fuori dalla regione e a gruppi alberghieri multinazionali.
Secondo le ricerche citate nel libro, il moltiplicatore teorico di 2-3 “si riduce a valori compresi tra 0,8 e 1,2”: in pratica si ha circa un euro di reddito per ogni euro speso. Inoltre, se gli alberghi e i ristoranti sono già pieni, l’evento farà principalmente aumentare i prezzi e scoraggiare i turisti che sarebbero venuti comunque.
I modelli di impatto considerano poi tutta la spesa nel perimetro dell’evento come nuova, come se la capacità di spesa delle famiglie fosse illimitata. Ma il budget familiare è limitato e ogni euro destinato a un festival è un euro che non viene speso nelle sale cinematografiche o nei locali di altre città. Il turismo interno è una partita di giro: è uno spostamento che si compensa. Come scrivono gli autori, “quello che conta è il reddito disponibile. Se lo spendo ad Alassio non lo spendo a Milano”. Lo stesso vale per le fiere: i visitatori veronesi spendono a Milano invece che nei ristoranti di Verona e alla fine “il PIL milanese sale, quello veronese scende, e quello italiano è fermo”. I turisti stranieri sono un caso diverso, ma anche lì bisogna sottrarre la spesa che fanno gli italiani in vacanza all’estero.
I dati degli studi d’impatto “non di rado sono forniti da chi organizza materialmente le attività finanziate pubblicamente”. Uno studio della Banca d’Italia, pubblicato a novembre 2021, ha analizzato la provincia di Torino confrontandola con territori simili che non hanno ospitato le Olimpiadi invernali del 2006. Nei cinque anni successivi, i comuni torinesi hanno registrato un aumento del numero di turisti e del debito, ma nessun effetto statisticamente significativo sul valore aggiunto e sul mercato del lavoro. Gli autori propongono per questo che ogni progetto pubblico oltre i 50 milioni di euro sia valutato da esperti indipendenti, prima e dopo.
Nell’Unione europea gli alberghi, i bar e i ristoranti hanno un fatturato annuo di circa 675 miliardi di euro. Il valore aggiunto, al netto di affitti e materie prime, è di circa 280 miliardi, pari all’1,7 per cento del PIL europeo. Una parte consistente di questo valore va ai proprietari dei locali: in altre parole, “si arricchiscono di più i proprietari delle mura che i baristi dentro quelle mura”. Scommettere sull’occupazione turistica per una città, quindi, “comporta consapevolmente abbassare il reddito medio”. Questo concetto ricorda un pezzo che ho scritto nel 2025, dove scrivevo che l’idea del turismo come grande risorsa italiana, al pari del petrolio, sia un’illusione.
Arfaras e Russo citano la teoria della crescita endogena dell’economista Paul Romer, secondo cui lo sviluppo è generato dalle idee e dalle conoscenze accumulate e diffuse dalle imprese. “La crescita endogena non si genera con la spesa fiscale”, scrivono gli autori, “ma con l’innovazione che diventa prodotto e servizio commerciabile”. Il ruolo pubblico dovrebbe essere quello di fornire beni che i privati non offrirebbero, come per esempio “istruzione di qualità, ricerca di base”, i cui ritorni sono lenti e arrivano dopo la fine del mandato di chi li ha decisi. Per gli autori la scadenza elettorale è la principale responsabile, perché rende “amabile la retorica facile dei moltiplicatori”.
Questo rigore però non sempre viene applicato dal libro a se stesso. Nel capitolo sulla sanità, per esempio, viene dato un valore alla salute degli italiani, il cosiddetto “PIL nascosto”, pari a circa 440 miliardi all’anno, con un metodo simile a quello dei moltiplicatori che viene criticato qualche pagina più in là. Il numero attribuisce alla spesa sanitaria anni di vita che sono dovuti anche alla dieta e alla struttura demografica, cosa che gli autori stessi riconoscono.
Rendere i lavoratori capitalisti
Per Arfaras e Russo una parte della crescita degli ultimi decenni non compare nel PIL perché si è trasformata in ore libere. In media gli occupati tedeschi lavorano 1.332 ore all’anno, quelli danesi poco più di 1.400 e quelli statunitensi quasi 1.800. Questo divario è dovuto, secondo i due autori, a “scelte sociali diverse in materia di equilibrio tra lavoro e tempo libero”. Quando la tecnologia “funziona bene, ci regala del tempo libero”. Per esempio, un impiegato che lavora da casa non perde più due ore al giorno nei trasporti tra casa e ufficio. Una parte dei guadagni di produttività è stata usata per abbassare il costo dell’intrattenimento invece che per produrre più automobili. Come hanno scritto gli autori, “abbiamo barattato il fatturato con il relax”. Il limite della contabilità nazionale è che registra solo gli scambi di mercato: il tempo guadagnato si traduce in un calo dei consumi, anche se in realtà c’è più benessere per le persone.
Con l’intelligenza artificiale, il lavoro viene sempre più sostituito dalle macchine, ossia dal capitale. Per gli autori, il salario rischia di non essere più il canale principale attraverso cui il reddito va alle famiglie, mentre i redditi di chi progetta e supervisiona i sistemi, spesso con stock option, crescono.
La sfida “è quindi di natura costituzionale”, dicono gli autori, perché bisogna “ridefinire i diritti di proprietà e i meccanismi distributivi fondamentali”, salvando le spinte all’innovazione grazie a cui il capitalismo è stato “il sistema economico più dinamico della storia”.
Il libro ipotizza che se le famiglie ricche americane di inizio Novecento avessero avuto i loro patrimoni investiti in borsa, oggi ci sarebbero circa 16 mila ultramiliardari di vecchia data. Nella realtà, però, ce ne sono meno di mille e quasi tutti sono partiti da zero. I flussi di eredità nei paesi ricchi sono tornati a crescere e la mobilità sociale tra genitori e figli, ossia la probabilità di migliorare la propria posizione relativa, “è ferma e non si è fermata adesso, bensì mezzo secolo fa”. Secondo i due economisti, il sistema è sostenibile anche così: “gli basta che il sogno della mobilità resti credibile per una minoranza significativa”. Il pericolo è che “la percezione di un ascensore sociale guasto” spinga verso i populismi. E questo pericolo si aggrava quando l’economia è ferma, tema di un mio articolo precedente.
L’opzione più ovvia sarebbe quella di tassare di più i grandi patrimoni. Le imposte nazionali sul patrimonio sono però giudicate “uno strumento spuntato” e “costose da amministrare, semplici da aggirare”. La ricchezza è in gran parte finanziaria e può essere trasferita oltre i confini in pochi secondi. Inoltre, se il rendimento del capitale supera la crescita, come nella famosa formula r > g di Thomas Piketty, la ricchezza si concentra sempre di più. La soluzione proposta è di cambiare la distribuzione iniziale: “Non tassare i capitalisti, ma rendere i lavoratori capitalisti”.
L’idea nasce dall’ordoliberalismo tedesco, la scuola che nel dopoguerra ha ispirato l’economia sociale di mercato, basata sul principio secondo cui “la proprietà conta più della redistribuzione”.
Nel libro gli autori propongono quattro strumenti: l’azionariato dei dipendenti, che coinvolge circa 25 milioni di lavoratori negli Stati Uniti; la previdenza integrativa con veri investimenti nelle imprese; il reddito minimo come rete di protezione; e i fondi sovrani, come quello dell’Alaska, che distribuiscono dividendi annuali agli abitanti, pagati con i ricavi del petrolio. In Italia l’occasione ci fu con le privatizzazioni degli anni Novanta, quando il ministro del Tesoro Piero Barucci parlava di una “public company con azionariato molto diffuso”. Tra gli obiettivi dichiarati, solo in parte è stata raggiunta la riduzione del debito, perché secondo gli autori “si scelse la via della minor resistenza: vendere in fretta, vendere ai soliti, vendere male”.
In conclusione
In breve, il libro sostiene un liberalismo pragmatico, dove il mercato è lo strumento migliore per innovare e sfruttare le conoscenze disperse, mentre lo Stato deve limitare le rendite e allargare la proprietà del capitale, oltre a tassarlo. Gli autori cercano di lasciare al lettore “alcune attitudini”, perché una ricetta sarebbe “sospetta”. La prima è quella di chiedersi, di fronte a una cifra, che cosa stia indicando e su quali ipotesi si basi. Gli autori la chiamano “igiene civica” ed è forse l’insegnamento di maggior valore, visto che ogni anno l’Italia si riempie di moltiplicatori per i grandi eventi e di retorica sul turismo come petrolio nazionale.
Il limite è la forma: le idee migliori sono sparse in capitoli che mescolano storia e finanza pubblica e spesso i numeri non hanno una fonte. Merita una lettura, anche perché, qualunque sia il punto di partenza, a ogni capitolo costringe chi legge a rimettere in discussione qualche convinzione. Lo trovi qui su Amazon.



